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Archive for the ‘Prodotti agricoli e derivati’ Category

Amarene d’Uschione – P.A.T.

Caratteristiche
Le Amarene d’Uschione sono prodotte seguendo una particolare tecnica di potatura dell’albero.

Modalità produttive
Pianta allevata con fusto alto 2 metri e poi ramificazioni brevi, per miglior raccolta e minor fragilità. Nessun trattamento perché coltivate con produzione biologica.

Caratteristiche organolettiche
Le Amarene di Uschione hanno un sapore dolce e polpa compatta.

Come si consuma
Le Amarene di Uschione sono utilizzate per produrre confetture, ma soprattutto sotto spirito, con aggiunta di zucchero, dopo averle fatte essiccare al sole e prima di aggiungere la grappa.

Zona di produzione
Le Amarene di Uschione sono prodotte a Uschione, frazione di Chiavenna, in provincia di Sondrio.

Fonte: italiaatavola.net

 

Amarene d’Uschione P.A.T. – per la foto si ringrazia

Cipolla di Brunate – P.A.T.

La cipolla di Brunate è uno dei prodotti agroalimentari tipici più apprezzati della provincia di Como, in Lombardia. Brunate è un centro di circa 1700 abitanti noto per i suoi edifici in stile liberty, per essere stato residenza di diversi santi della chiesa cattolica e appunto per la sua cipolla.

La coltivazione della cipolla nel territorio di Brunate, inizialmente venduta solo nei mercati locali, è documentata in alcuni testi antichi. In quegli scritti gli abitanti del paese di mezza montagna venivano indicati proprio come “scigulat” cioè come venditori di cipolle.

Il religioso Piero Monti, studioso e insegnante di letteratura latina e greca che fu parroco in città, nel 1845 diede alle stampe il suo libro “Coltivazione delle Cipolle di Brunate” descrivendo con minuziosità il lavoro dei contadini. Le caratteristiche fisiche della cipolla di Brunate rinviano a bulbi con un diametro compreso tra 6,5 e 7,5 centimetri mentre i cipollini o bulbetti per fare i sottaceti hanno un diametro di 2-2,5 centimetri.

Produzione delle cipolle di Brunate

La semina delle cipolla di Brunate avviene nei primi di marzo, diradando a seconda della grossezza voluta per i bulbi. Per produrre il seme si usano le cipolle più grosse e in salute. Invece i bulbetti vengono piantati in genere in aprile sempre in terreni ben esposti, ricchi di fosforo e potassio, con pH pari a 7-7,5. Le cipolle verranno poi raccolte a mano verso la metà di luglio per una resa che è di 3,5 kg per mq circa. Dopo la raccolta i bulbi vengono fatti asciugare sul terreno per qualche giorno prima di essere messi in commercio e/o consumati.

In gastronomia

La cipolla di Brunate è nota in gastronomia, non solo in quella lombarda, per il suo sapore molto intenso ma delicato allo stesso tempo. Altra caratteristica della cipolla di Brunate è la sua croccantezza, grazie a un bulbo asciutto e consistente che abbonda di sostanze di riserva e olii sulfurei volatili che conferiscono a queste cipolle il loro tipico sapore pungente.

Fonte: artimondo.it

Cipolla di Brunate P.A.T. – per la foto si ringrazia

Asparago bianco di Cantello – I.G.P.

Riconoscimento UE: Reg: 26 / 01/ 2016

Zona di produzione e storia

La coltivazione dell’Asparago di Cantello IGP ricade nel territorio del comune di Cantello, in provincia di Varese, nella regione Lombardia.

Ci sono notizie relative alla coltivazione dell’asparago a Cantello ritrovate negli archivi storici parrocchiali, risalenti al 1831. Questi documenti riportano che gli asparagi erano offerti alla chiesa e successivamente messi all’asta dal parroco per sopperire alle spese ecclesiastiche. Nel successivo passare degli anni, l’asparago si è affermato sempre di più conquistandosi un ruolo di fondamentale importanza per il paese. Gli agricoltori di Cantello vendevano l’asparago localmente o nella vicina Svizzera. Nei primi del ‘900 un notabile di Cantello, Cesare Baj, istituì un premio annuale per i migliori produttori, con l’obiettivo di dare impulso alla produzione dell’asparago. Nel 1939 fu istituita la Fiera dell’Asparago di Cantello, presto divenuta un appuntamento annuale di grande richiamo. Alla fiera erano ammessi solo ed esclusivamente gli asparagi appartenenti alla varietà Argenteuil precoce. Il diffuso interesse economico, culturale e sociale per questo prodotto ha consentito di sviluppare e migliorare le tecniche di coltivazione, le strategie di vendita e promozione.

Metodo di produzione

L’Asparago di Cantello IGP è un ortaggio allo stato fresco della specie Asparagus officinalis L. ottenuto dalle cultivar Precoce di Argenteuil e derivati ibridi.
La coltivazione dell’Asparago di Cantello IGP deve essere effettuata in pieno campo, nella zona del Comune di Cantello, in provicnia di Varese. I terreni destinati a questa coltura devono essere franco-sabbiosi, con PH variabile da 5.3 a 7.5. e devono essere coltivati con un aratura profonda da 30 cm a 60 cm, seguita da un’accurata preparazione del letto d’impianto. La distanza tra le file deve essere di 2-2,40 metri, mentre la “messa a dimora” viene effettuata in solchi profondi dai 20 ai 30 cm. La densità d’impianto deve essere compresa tra le 20.000 e le 25.000 “zampe” (apparato radicale dell’asparago) ad ettaro. Nel mese di marzo le piante di asparago vengono rincalzate. L’operazione viene effettuata con una macchina che, passando “a scavalco” della fila, crea una “baulatura”, un cumulo trapezoidale di terreno alto 40-50 cm, poi coperto con un telo, di colore nero, che viene tolto al momento di procedere alla raccolta. Questo metodo di coltivazione serve a mantenere l’asparago perfettamente bianco in quanto, al riparo dai raggi solari, viene bloccata la fotosintesi naturale. Successivamente alla raccolta, il cumulo viene nuovamente ricoperto dal telo. La raccolta del prodotto va da marzo a giugno e viene effettuata manualmente, con uno strumento apposito – detto “sgorbia”- che permette di tagliare nettamente i turioni. La durata dell’impianto è di massimo 12 anni. Dopo la raccolta, gli asparagi vengono immediatamente puliti e successivamente possono essere immediatamente venduti o conservati a 4°C per un periodo di tempo massimo di 48 ore.

Caratteristiche

L’Asparago di Cantello IGP si presenta con turioni interamente bianchi, o con la punta leggermente rosata, dall’altezza massima di 22 cm. L’odore è intenso ma delicato nel complesso, privo di note anomale. Il sapore è dolce, con un lievissimo retrogusto amaro, con aroma di asparago che può variare da medio a deciso.
L’Asparago di Cantello IGP, a differenza di quello di altre zone, se molto fresco può essere utilizzato anche crudo, perché manca quel retrogusto amaro, tipico degli altri asparagi ed è facilmente distinguibile da quelli che si trovano abitualmente in commercio, per il particolare colore bianco e per la punta rosata.

Disciplinare di produzione – Asparago di Cantello IGP

Articolo 1.
Art. 1 Denominazione L’indicazione geografica protetta (I.G.P.) «Asparago di Cantello» è riservata all’asparago (Asparagus officinalis L.) che risponde alle condizioni ed ai requisiti stabiliti dal presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
Caratteristiche del prodotto
2.1. Le cultivar Le cultivar utilizzate per la produzione dell’«Asparago di Cantello» sono il “Precoce di Argenteuil” e derivati ibridi.
2.2. Caratteristiche morfologiche I turioni dell’«Asparago di Cantello» devono essere interamente bianchi, oppure con la punta leggermente rosata. I turioni devono essere: – interi; – freschi di aspetto; – privi di malformazioni e di ammaccature; – esenti da attacchi di roditori e di insetti; – puliti, cioè privi di terra o di qualsiasi altra impurità; – privi di odori e sapori estranei (a seguito di fermentazioni o per la presenza di muffe). L’asparago di Cantello, che non deve superare un’altezza di 22 cm, deve essere classificato in base al diametro del turione (zona centrale) in due classi di qualità: – Extra: diametro del turione tra 21 e 25 mm. – Prima: diametro del turione tra 13 e 20 mm. Limitatamente al calibro, è ammessa per le singole confezioni, nell’ambito delle predette classi, una tolleranza massima del 10% in peso di turioni non conformi al calibro indicato.

Articolo 3.
Zona di produzione
La coltivazione dell’«Asparago di Cantello» deve essere esclusivamente effettuata nel comune di Cantello, in provincia di Varese.

Articolo 4.
Prova dell’origine
Ogni fase del processo produttivo viene monitorata documentando per ognuna gli input e gli output. In questo modo e attraverso l’iscrizione in appositi elenchi gestiti dalla struttura di controllo, delle particelle catastali sulle quali avviene la produzione, dei produttori, dei confezionatori nonché attraverso la denuncia alla struttura di controllo delle quantità prodotte, è garantita la tracciabilità e la rintracciabilità (da monte a valle della filiera di produzione) del prodotto. Tutte le persone fisiche o giuridiche, iscritte nei relativi elenchi, sono assoggettate al controllo da parte della struttura di controllo, secondo quanto disposto dal disciplinare di produzione e dal relativo piano di controllo.

Articolo 5.
Metodo di ottenimento
5.1. Sistema di produzione La coltivazione dell’asparago di Cantello deve essere effettuata in pieno campo, nella zona delimitata dal disciplinare. I terreni destinati a questa coltura devono essere franco-sabbiosi, con PH variabile da 5.3 a 7.5.
5.2. Tecniche di coltivazione Preparazione del terreno ed impianto: i terreni devono essere coltivati secondo i principi della buona pratica agricola. L’aratura deve essere profonda da un minimo di 30 cm ad un massimo di 60 cm, seguita da un’accurata preparazione del letto d’impianto. Distanze e profondità d’impianto: la distanza tra le file è di 2-2,40 metri, la messa a dimora deve essere effettuata in solchi profondi dai 20 ai 30 cm. La densità d’impianto deve essere compresa tra le 20.000 e le 25.000 zampe ad ettaro. Nel mese di marzo le piante di asparago vengono rincalzate. L’operazione viene effettuata con una macchina che, passando a scavalco della fila, crea una baulatura, un cumulo trapezioidale di terreno alto 40-50 cm, poi coperto con un telo, di colore nero, che viene tolto al momento di procedere alla raccolta. Gli asparagi crescono così al riparo dai raggi solari. Successivamente alla raccolta il cumulo viene nuovamente ricoperto dal telo.
5.3. Materiale di propagazione Il materiale di propagazione certificato, viene acquistato da produttori nazionali e/o esteri, gli impianti possono essere realizzati con zampe o con piantine.
5.4. Fertilizzazione Prima dell’impianto deve essere effettuata una analisi chimica del terreno per stabilire la quantità di fertilizzanti da utilizzare. La fertilizzazione reimpianto consiste nell’apporto di concimi contenenti fosforo e potassio nelle quantità indicate dal piano di concimazione e con letame in quantità dalle 60 alle 100 t/ha. Le concimazioni a base di azoto vengono effettuate dopo l’attecchimento delle zampe. La fertilizzazione negli anni successivi può essere effettuata nel periodo di luglio-agosto, dopo la raccolta, sulla base dei valori medi delle asportazioni della coltura. Alla fine dell’inverno può essere effettuata una concimazione organica di mantenimento.
5.5. Reimpianto Il reimpianto dell’«Asparago di Cantello» è consentito su quei terreni che da almeno sei anni siano stati destinati alla coltivazione di altre colture.
5.6. Le cure colturali Cure colturali del primo anno e di quelli successivi: o Fresatura o sarchiatura interfila dopo la raccolta; o trattamenti fitosanitari solo alla comparsa dell’avversità; o diserbo chimico, meccanico e/o fisico; o potatura estiva solo se necessaria; o taglio autunnale della parte aerea dopo il completo disseccamento; o rincalzatura con terreno (baulatura), per almeno 20 cm sopra le gemme, sagomata e coperta con telo nero per favorire l’imbianchimento dei turioni (eziolamento). E’ consentita l’irrigazione.
5.7. Raccolta. La raccolta del prodotto inizia a marzo e si protrae fino a giugno. Viene effettuata manualmente, con apposito attrezzo denominato sgorbia, formato da un manico di legno e da un’asta di metallo dalla parte apicale concava e affilata, che permette di tagliare nettamente i turioni. La produzione massima annua dell’asparagiaia in piena produzione è pari a 10 t/ha. La durata dell’impianto è di massimo 12 anni.
5.8. Lavorazione Dopo la raccolta gli asparagi vengono puliti, confezionati e possono essere immediatamente venduti oppure conservati a 4°C per un breve periodo di tempo (massimo 48 ore).

Articolo 6.
Legame con la zona geografica
I terreni di Cantello, di derivazione fluvioglaciale, con tessitura particolarmente sciolta, elevata permeabilità e drenaggio rapido, ricchi di sostanza organica, pH variabile da 5.3-7.5, risultano molto adatti alla coltivazione dell’asparago. Il clima della località in esame afferisce al macroclima Europeo ed al mesoclima insubrico, mesoclima di transizione fra mesoclima padano e mesoclima alpino. La distribuzione delle precipitazioni presenta uno spiccato minimo invernale ed un massimo esteso dalla tarda primavera all’autunno. Il coincidere di precipitazioni abbondanti con la massima richiesta evapotraspirativa estiva rende poco frequente il verificarsi di situazioni di stress idrico estivo per le colture. La precipitazione in forma nevosa costituisce una fonte di approvvigionamento idrico ad elevatissima efficienza oltre a garantire un buon effetto coibente sul terreno. Possiamo pertanto concludere di trovarci di fronte ad un clima caratterizzato da abbondanti risorse termiche e idriche, mentre le limitazioni non appaiono tali da pregiudicare in alcun modo le attività di coltivazione dell’asparago, e ad un terreno particolarmente adatto. Tutto questo ha permesso la diffusione e l’affermazione della coltivazione dell’asparago a Cantello. Notizie sulla coltivazione dell’asparago a Cantello sono state rinvenute negli archivi storici parrocchiali e risalgono al 1831. I documenti storici riportano che gli asparagi erano offerti alla chiesa e successivamente messi all’asta dal parroco per sopperire alle spese ecclesiastiche. Nel corso degli anni l’asparago si è affermato sempre di più e ha conquistato un ruolo di fondamentale importanza per il paese. Gli agricoltori di Cantello vendevano l’asparago localmente o nella vicina Svizzera. Un illustre avvocato di Cantello, Cesare Baj, destinò il reddito di una parte della sua proprietà alla premiazione dei migliori produttori, con l’obiettivo di stimolare gli agricoltori a migliorare anno dopo anno la produzione dell’asparago. Nel 1939 in occasione di questa premiazione annua fu istituita la “Fiera dell’Asparago di Cantello”, divenuto un appuntamento tradizionale che richiama sia gli abitanti del luogo che i cittadini dei comuni della provincia. Alla fiera erano ammessi solo ed esclusivamente gli asparagi appartenenti alla varietà Argenteuil precoce. La cronaca prealpina (31 maggio 1939) pubblicò la graduatoria con i migliori coltivatori di asparagi. L’affinarsi di particolari tecniche colturali, come la baulatura primaverile dei terreni che garantisce l’eziolamento dei turioni e la raccolta, rigorosamente manuale, permettono di ottenere asparagi interamente bianchi o con la punta sfumata d rosa, lunghi fino a 22 cm, completamente edibili. Con la cottura l’”Asparago di Cantello” mantiene la propria integrità. La colorazione subisce delle variazioni rispetto al crudo, in particolare l’apice può acquisire una leggera colorazione verde. All’assaggio il prodotto risulta piuttosto dolce, accompagnato da una caratteristica nota aromatica amara delicatamente percettibile: il tipico, inconfondibile sapore dell’asparago di Cantello. La consistenza della parte apicale fino al centro dell’asparago è polposa, succosa etenera, la parte rimanente fino alla base risulta fibrosa. La bontà degli asparagi di Cantello negli anni è stata apprezzata da molti buongustai ed i ristoranti del posto si sono specializzati fornendo diverse specialità a base di asparago. L’affermarsi di questa tradizione ha portato a definire Cantello come la “Mecca degli asparagi”. Attualmente la Fiera è giunta alla 74° edizione (2014) e ogni anno l’arrivo di maggio è caratterizzato da questo evento, che richiama l’interesse di molti appassionati. La lunga tradizione di coltivazione ha fatto in modo che l’associazione del nome di Cantello con l’asparago sia ormai diventato un abbinamento spontaneo. Nei ristoranti, nei negozi e nella grande distribuzione organizzata l’asparago di Cantello viene proposto con questa precisa dizione identificativa. Il diffuso interesse economico, culturale e sociale per questo prodotto ha consentito di sviluppare e migliorare le tecniche di coltivazione, le strategie di vendita e promozione, e nel rispetto della tradizione, di mantenere viva una produzione che è integrazione di reddito, motivo di aggregazione a salvaguardia dell’ambiente rurale.

Articolo 7.
Controlli
Gli impianti idonei alla produzione della I.G.P. «Asparago di Cantello» saranno iscritti in un apposito elenco attivato, tenuto e aggiornato dall’organismo di controllo di cui all’art. 7, comma 1, punto g, del regolamento (UE) n. 1151/2012. Il produttore è tenuto a comunicare all’organismo di controllo l’inizio della raccolta. L’organismo di controllo è CSQA Certificazioni – Via S. Geatano 74 – 36016 Thiene (Vi), Tel: +39/0445313011, Fax: +39/0445313070, email: [email protected]

Articolo 8. 
Etichettatura
Gli asparagi devono essere confezionati in mazzi del peso compreso tra 0.5 e 5 kg o utilizzando confezioni conformi alla legge. Le confezioni devono essere provviste di una fascetta sulla quale deve comparire nello stesso campo visivo, la denominazione «Asparago di Cantello I.G.P.» e il simbolo UE dell’IGP, nome, ragione sociale, ed indirizzo del produttore. E’ consentito in abbinamento all’indicazione geografica protetta, l’utilizzo di indicazioni e/o simboli grafici che facciano riferimento a nomi o a ragioni sociali o marchi collettivi o marchi d’azienda individuali. Nella designazione, in abbinamento inscindibile con la indicazione geografica deve figurare il «logo», ovvero il simbolo distintivo della I.G.P. «Asparago di Cantello». Il logo dell’asparago di Cantello è formato dai seguenti elementi. Due asparagi bianchi, dalle punte e sfumature violette, disposti a V, con l’asparago di sinistra sovrapposto all’altro. Sopra il punto di sovrapposizione degli asparagi parte la scritta in bianco “ASPARAGO DI CANTELLO IGP” su fascia rossa. Dietro i due asparagi, delimitata da un tratto di circonferenza, è disegnata la chiesa della “Madonna in campagna” di Cantello, che ha per sfondo un panorama montano, con cielo azzurro e sole. Il bordo della circonferenza è costituito da un arcobaleno.

Fonte: Agraria.org

Asparago di Cantello I.G.P. – per la foto si ringrazia

Pizzoccheri della Valtellina – I.G.P.

Riconoscimento UE: Reg. UE 29 settembre 2016

Zona di produzione:

Caratteristiche

La tradizione contadina della Valtellina si ritrova in un piatto tipico conosciuto e apprezzato in Italia e nel mondo. I Pizzoccheri della Valtellina sono una pasta a base di farina di grano saraceno. La loro origine risale al 1750 e oltre. Proveniente dalla Siberia il grano saraceno è coltivato in Valtellina già nel 1600. Da molti anni l’Accademia del Pizzocchero di Teglio è la più autorevole e attenta custode della ricetta originale di questo piatto tipico valtellinese. Gli ingredienti sono: farina di grano saraceno, farine di grano duro e grano tenero e acqua. Cotti in acqua e sale i Pizzoccheri vengono poi conditi con burro, formaggio in grana da grattuggia, formaggio Valtellina Casera Dop, verze, patate, aglio e pepe. Le patate sono sempre presenti, mentre le verze possono essere sostituite a seconda della stagione con coste o fagiolini. Il sapore è delicato, leggermente dolce con note autunnali di montagna.

Disciplinare di produzione – Pizzoccheri della Valtellina IGP

Articolo 1. 
Denominazione
L’indicazione geografica protetta (I.G.P.) “Pizzoccheri della Valtellina” è riservata alla pasta alimentare, sia come pasta secca che fresca, derivata dall’impasto di grano saraceno, «Fagopyrum esculentum», e sfarinati di altri cereali, che risponde alle condizioni e ai requisiti indicati dal presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
Descrizione del prodotto e caratteristiche al consumo

2.1 – Caratteristiche morfologiche
I “Pizzoccheri della Valtellina” sono da intendersi e da commercializzare sia come pasta secca che fresca; si distinguono nelle seguenti tipologie di formato: a «tagliatello steso» ossia sottili liste appiattite di lunghezza e larghezza variabile in forma stesa, a «tagliatello avvolto» ossia sottili liste appiattite di lunghezza e larghezza variabile distribuite in forma avvolta, o a «gnocchetto» ossia ad assumere la caratteristica concavità.

2.2 – Caratteristiche chimiche-fisiche
I “Pizzoccheri della Valtellina” freschi dopo la lavorazione, hanno consistenza semidura; mentre si presentano secchi e duri, se essiccati.
Il contenuto di acqua non deve essere inferiore al 24% sulla s.s. nel caso di prodotto fresco e non superiore al 12,5% sulla s.s. nel caso di prodotto essiccato.

2.3 – Caratteristiche organolettiche
I “Pizzoccheri della Valtellina” si presentano di colore marrone piu’ o meno scuro con presenza di parti tegumentali di colore nocciola/grigio, tipico del grano saraceno.
I “Pizzoccheri della Valtellina” dopo cottura in acqua e sale assumono sapore delicato e tipico dei prodotti ottenuti con grano saraceno ed altri sfarinati.

Articolo 3.
Zona geografica
L’area geografica di produzione dei “Pizzoccheri della Valtellina” è quella delimitata dai confini amministrativi della provincia di Sondrio (Lombardia – Italia).

Articolo 4.
Prova dell’origine
Ogni fase del processo produttivo deve essere monitorata documentando per ognuna gli input (prodotti in entrata) e gli output (prodotti in uscita). In questo modo e, attraverso l’iscrizione in appositi elenchi gestiti dall’organismo di controllo dei produttori, è garantita la tracciabilità e la rintracciabilità del prodotto (da valle a monte della filiera di produzione). Tutte le persone, fisiche o giuridiche, iscritte nei relativi elenchi, saranno assoggettate alla verifica da parte dell’organismo di controllo, secondo quanto disposto dal disciplinare di produzione e dal relativo piano di controllo.

Articolo 5.
Metodo di elaborazione e/o ottenimento

5.1 – Materie prime 
Gli ingredienti con cui vengono ottenuti i “Pizzoccheri della Valtellina” venduti secchi sono:

      • Una miscela comprendente fino ad un massimo del 80 % di semola di grano duro sola o miscelata con semolato di grano duro e  almeno il 20 % di farina di grano saraceno;
      • acqua.

Il prodotto venduto fresco è composto da:

      • Una miscela comprendente fino ad un massimo del 80 % di farina di grano tenero da sola o miscelata con  semola di grano duro e almeno il 20 % di farina di grano saraceno;
      • acqua.

5.2 – Preparazione

5.2.1 – Preparazione prodotto fresco
Le farine sono miscelate a secco e successivamente impastate con acqua sino ad ottenere una amalgama uniforme, di consistenza omogenea ottimale al consecutivo processo di formatura. Ne segue la preparazione della sfoglia e la formatura.
Il prodotto così ottenuto segue le fasi produttive tipiche della pasta fresca.
Il prodotto può essere venduto sfuso nel luogo di produzione e/o al dettaglio, purchè siano visibili al consumatore le informazioni di cui al successivo articolo 8. Il prodotto fresco può essere confezionato in vaschette e in buste, entrambe in atmosfera protettiva.

5.2.2 – Preparazione prodotto secco
Le farine sono miscelate a secco, per permettere l’intimo contatto dei vari sfarinati, e successivamente idratate con acqua sino ad ottenere una amalgama uniforme ed omogenea. Nel processo industriale seguono la fase di impastamento che, come la successiva estrusione- laminazione, permette la creazione del reticolo proteico ordinato ed omogeneo, necessario per garantire la qualità e la struttura finale della pasta.
L’impasto prodotto viene quindi estruso sotto pressione, tramite cilindro, al cui interno si muove  una vite senza fine che omogeneizza l’impasto e ne permette l’avanzamento verso la trafila.
Nel caso di prodotto tagliatello steso ed avvolto, la sfoglia dell’impasto, dopo estrusione, subisce una fase di laminazione e successivo taglio; la fase di laminazione invece non viene effettuata per il formato  gnocchetti che,  dopo estrusione, vengono solo tagliati.  Il prodotto così ottenuto segue    le fasi produttive tipiche della pasta secca, che possono variare in relazione al formato. Il prodotto secco viene confezionato in astucci di cartone o in sacchetti, a necessità, può essere stoccato in  silos, prima del confezionamento.

Articolo 6.
Elementi che comprovano il legame con l’ambiente
La domanda di riconoscimento IGP “Pizzoccheri della Valtellina” é giustificata dalla reputazione e dalla notorietà del prodotto.
Il dizionario della lingua italiana (Zingarelli, edizione 1970) alla voce Pizzocchero, porta la dicitura:
«Rusticane tagliatelle a base di farina di grano saraceno, specialità della Valtellina».
La cultura dei “Pizzoccheri della Valtellina” deriva dall’antica diffusione e dal largo impiego del grano saraceno che, essendo molto coltivato ed utilizzato sul territorio della provincia di Sondrio, costituì un ingrediente fondamentale nella cucina locale.
Il primo documento scritto che attesta la presenza del grano saraceno in Valtellina fu redatto, nel 1616, dal governatore della Valle dell’Adda, appartenente al cantone svizzero dei Grigioni e riporta:
«Il saraceno veniva coltivato soprattutto sul versante retico delle Alpi, in particolare nel comprensorio di Teglio, in quanto caratterizzato da un clima piu’ mite grazie ad una maggiore esposizione al sole».
La produzione del grano saraceno si sviluppò fino al 1800, colonizzando anche zone disagiate ed improduttive; questo sviluppo fu permesso grazie alla maturazione rapida dei semi della pianta capaci di adattarsi perfettamente ai territori alpini. La situazione commerciale mutò a favore di altre coltivazioni, dopo l’annessione della Valtellina al Lombardo-Veneto. Nella provincia di Sondrio sussistono ad oggi ancora alcune colture, per un totale di circa 20 ettari, coltivate ad uso famigliare  o per la vendita diretta ai consumatori.
I “Pizzoccheri della Valtellina” si sono diffusi contestualmente alla coltivazione del grano saraceno nella valle in oggetto; è quindi rilevante il legame dei “Pizzoccheri della Valtellina” con il territorio della provincia di Sondrio. Le prime testimonianze, non verbali, che attestano la produzione dei “Pizzoccheri della Valtellina” nella provincia di Sondrio, si hanno grazie ad atti testamentari in cui vengono inventariati: «….una scarella per li Pizzoccheri e il rodelino per li ravioli» (documento del 1750) e «…..le resene per li Pizzoccheri» (del 1775); è comunque ipotizzabile che la produzione ed  il consumo dei “Pizzoccheri della Valtellina” sia antecedente la prima metà del 1700. Nei secoli successivi le documentazioni aumentano e contestualizzano i “Pizzoccheri della Valtellina” all’interno del territorio provinciale.

Merita nota il rilievo economico del comparto alimentare Valtellinese, come testimoniano una documentazione storica della Camera di commercio ed arti di Chiavenna del 1875-76 che indica come, nella Provincia di Sondrio, fossero presenti numero «tre fabbriche di pasta» e, il censimento riportato nel «La Patria – geografia dell’Italia», redatto nel 1894, che riporta: «Esistono nella provincia di Sondrio 11 fabbriche di pasta…e…611 molini, destinati alla macinazione dei cereali.». La maggior parte dei suddetti mulini utilizzava, per il proprio funzionamento l’acqua dei fiumi e dei ruscelli di cui la montana provincia di Sondrio è ricca.
La pubblicazione di Emilio Montorfano “Storia e Tradizioni nella Cucina Lariana” (ed. Xenia,  1987) cita la Valtellina e in particolare il comune di Teglio, come patria universale di questa pasta che si distingue per la presenza di grano saraceno. La denominazione “Pizzoccheri della Valtellina” è citata anche nella prefazione dell’Assessore alle culture, identità e autonomie della Regione Lombardia Ettore A. Albertoni, nel libro della scrittice Ada Ferrari “Milano e la Rai un incontro mancato?” e sottotitolo “Luci e ombre di una capitale di transazione (1945-1977)” (ed. Franco Angeli, 2002), dove, nell’ambito di una riflessione sulla conoscenza, la ricerca, la promozione e la valorizzazione delle realtà regionali locali, i “Pizzoccheri della Valtellina” sono citati come esempio di prodotto tipico ed espressione del territorio.
I testi storici e la bibliografia relativa alla Valtellina attestano come la produzione dei “Pizzoccheri della Valtellina” sia legata e strettamente connessa alle vicende storiche del territorio, oltre che alle tradizioni e alla cucina della zona geografica in cui sono nati.
La produzione dei “Pizzoccheri della Valtellina” è considerata dai Valtellinesi un’attività tradizionale, legata alla propria storia ed alla propria cultura; basti pensare che questa particolare pasta dopo essere stata cotta, viene tradizionamente condita con numerosi ingredienti derivanti da colture e produzioni caratteristiche della Valtellina. (burro, formaggio, verdure quali verze, patate, ….)
Riferimenti in guide e pubblicazioni citano i “Pizzoccheri della Valtellina” come tipiche tagliatelle composte da grano saraceno (Guida della Valtellina, Ed. Sezione valtellinese del Club Alpino Italiano, 1873; Cucina di valle e di montagna, Cucina di valle e di montagna, in Mondo popolare in Lombardia Sondrio e il suo territorio, Milano 1995).
I “Pizzoccheri della Valtellina” rientrano nella categoria delle paste alimentari della Provincia di Sondrio, citate nell’elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali della Regione Lombardia (Bollettino Ufficiale della Regione Lombardia del 21.04.2000 – 5° supplemento straordinario al n.16).
I “Pizzoccheri della Valtellina” sono presenti nel reparto paste alimentari in versione secca in numerose catene distributive alimentari d’Italia.
I “Pizzoccheri della Valtellina” sono tipici del territorio della provincia di Sondrio e, ad essi viene attribuito una valenza non solo economica, ma anche culturale, a tal punto da divenire un vero e proprio riferimento popolare legato alla tradizione e celebrato in numerose sagre, tra cui la più famosa è il «Pizzocchero d’Oro» di Teglio.
Inoltre, nell’ambito della 99a mostra del Bitto, svoltasi dal 12 al 15 ottobre 2006, sono stati protagonisti, accanto ai prodotti tipici della filiera agroalimentare valtellinese, vini, formaggi, mele, bresaola, anche i “Pizzoccheri della Valtellina”.
I “Pizzoccheri della Valtellina” sono quindi sempre stati presenti in tutti i contesti in cui, di volta in volta, le varie istituzioni, gli enti locali, le realtà turistiche e produttive presentano e valorizzano l’immagine della Valtellina, rimanendo sempre fortemente collegati al paniere dei prodotti locali tradizionali (Bresaola, vino, formaggio, mele e miele).

Articolo 7.
Controlli
La verifica del rispetto del disciplinare è svolta conformemente a quanto stabilito dall’art. 37 del Reg. (UE) n. 1151/2012. L’organismo di controllo preposto alla verifica del disciplinare di produzione è CSQA Certificazioni S.r.l – Via S. Gaetano, 74 – 36016 Thiene (Vicenza) – Tel. +39 0445313011 – Fax +39 0445313070, e-mail: [email protected]

Articolo 8.
Etichettatura
Sulle confezioni dei “Pizzoccheri della Valtellina” dovranno essere riportate, oltre alle indicazioni previste dalla normativa in materia di etichettatura dei prodotti alimentari, le seguenti indicazioni a caratteri di stampa chiare e leggibili:

  • la denominazione “Pizzoccheri della Valtellina”;
  • l’acronimo I.G.P. o per esteso Indicazione geografica protetta;
  • il simbolo dell’Unione;

Sulla confezione dei “Pizzoccheri della Valtellina” può eventualmente figurare l’indicazione del formato citato nella tabella nella tabella al punto 2.1 del presente documento (per il prodotto secco: “tagliatello steso”, “gnocchetto”, “tagliatella”; per il prodotto fresco “tagliatello”).
Possono inoltre comparire le seguenti indicazioni:

  • indicazioni nutrizionali;
  • le modalità di conservazione: da conservarsi in luogo fresco e asciutto;
  • consigli d’uso.

Nella designazione del prodotto è vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione complementare al nome di “Pizzoccheri della Valtellina” che potrebbero trarre in inganno il consumatore.
Il carattere da utilizzare per la denominazione “Pizzoccheri della Valtellina”, da apportare sulle confezioni, è ITC galliard, dimensione altezza carattere 8-35 mm.

Fonte: Agraria.org

Pizzoccheri della Valtellina I.G.P. – per la foto si ringrazia

Pera tipica Mantovana – I.G.P.

Zona di produzione

La zona di produzione della Pera Mantovana IGP comprende molti comuni in provincia di Mantova.

Caratteristiche

La Pera Mantovana IGP presenta una forma calebassiforme, piriforme, turbinata, calebassiforme-piriforme, o cidoniforme-breve a seconda della cultivar. È infatti disponibile al consumo nelle varietà Abate Fetel, Conference, Decana del Comizio, Kaiser, Max Red Bartlett e William. L’Abate Fetel ha epicarpo verde chiaro-giallastro e sapore dolce. La Conference verde-giallastro e sapore dolce. La Decana del Comizio epicarpo liscio, verde chiaro giallastro e sapore dolce aromatico. La Kaiser ha epicarpo rugginosa e polpa succosa. Max Red Bartlett e William buccia a fondo giallo più o meno ricoperto da sovracolore rosato o rosso vivo, a volte striato, ed una polpa. dal sapore dolce aromatico. Il calibro minimo dei frutti varia da 60 a 70 millimetri. Il peso varia da 158 a 260 grammi.

Disciplinare di produzione – Pera tipica Mantovana IGP

Articolo 1.
La denominazione di indicazione geografica protetta “Pera Mantovana”, accompagnata da una delle varietà indicate nel successivo art.2 è riservata ai frutti che rispondono alle condizioni ed ai requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
La denominazione di indicazione geografica protetta “Pera Mantovana” è riservata alle pere delle seguenti varietà:
– William
– Max Red Bartlett
– Conference
– Decana del Comizio
– Abate Fetel
– Kaiser
Coltivate nell’idoneo territorio della provincia di Mantova, definito nel successivo art. 3.

Articolo 3.
La zona di produzione delle pere che possono avvalersi della denominazione di indicazione geografica protetta “Pera Mantovana” comprende l’intero territorio idoneo alla coltivazione del pero, dei seguenti comuni della provincia di Mantova: Sabbioneta, Commessaggio, Viadana, Pomponesco, Dosolo, Gazzuolo, Suzzara, Borgoforte, Motteggiana, Bagnolo San Vito, Virgilio, Sustinente, Gonzaga, Pegognaga, Moglia, S.Benedetto Po, Quistello, Quingentole, S.Giacomo delle Segnate, S.Giovanni del Dosso, Schivenoglia, Pieve di Coriano, Revere, Ostiglia, Serravalle a Po, Villa Poma, Poggio Rusco, Magnacavallo, Borgofranco sul Po, Carbonara di Po, Sermide e Felonica.

Articolo 4.
La coltura del pero è effettuata nei terreni idonei, che presentano le seguenti caratteristiche: suoli della piana alluvionale, profondi o molto profondi, a tessitura media o moderatamente fine e situati in posizione morfologica e altimetrica favorevole allo sgrondo delle acque.
Per i suoli localizzati in aree adiacenti ai corsi dei fiumi, a causa della tessitura moderatamente grossolana o media e la prevalenza della frazione sabbiosa si dovranno opportunamente considerare un maggior numero di interventi irrigui e agronomici per l’ottimizzazione delle condizioni.
Le condizioni di impianto, le pratiche colturali, i sistemi di potatura dei pereti destinati alla produzione di frutti con denominazione “Pera Mantovana” sono quelli tradizionali della zona, e comunque atti a conferire al prodotto che ne deriva le specifiche caratteristiche di qualità. I sesti di impianto e le forme di allevamento sono quelli in uso generalizzato, comunque riconducibili alle coltivazioni a palmetta o a fusetto, tipiche della zona agraria considerata e con una densità che non dovrà superare le 5000 piante per ettaro.
La difesa della coltura deve essere effettuata privilegiando le tecniche di difesa integrata o comunque a ridotto impatto ambientale.
La eventuale conservazione della “Pera Mantovana” deve essere effettuata con modalità che garantiscano la miglior serbevolezza e il mantenimento delle caratteristiche qualitative dei frutti.
Le modalità di produzione sopra esposte sono regolamentate da un protocollo di produzione integrata annualmente verificato ed eventualmente aggiornato dal consorzio di tutela appositamente costituito.

Articolo 5.
I produttori che intendono porre in commercio il prodotto con l’indicazione geografica protetta “Pera Mantovana” sono tenuti a presentare agli organi tecnici della regione Lombardia competenti per territorio, domanda di iscrizione dei propri pereti all’apposito albo pubblico istituito presso la CCIAA di Mantova.
Nella domanda devono essere indicati gli estremi catastali atti alla individuazione dei pereti stessi, della loro superficie, il sesto di impianto, la forma di allevamento e l’anno di impianto.
Competenti servizi della regione Lombardia, esperiti i controlli tecnici, provvedono a trasmettere le denunce ritenute conformi alla CCIAA di Mantova per l’iscrizione all’albo.
I produttori sono tenuti a denunciare le eventuali variazioni sopravvenute.
I conduttori di pereti iscritti all’albo sono tenuti a presentare annualmente alla CCIAA di Mantova la denuncia di produzione delle pere entro 30 giorni dalla fine della raccolta.
Nella denuncia deve essere riportata la quantità di pere prodotte e, nel caso in cui il conduttore abbia, in tutto o in parte, ceduto a terzi, a qualsiasi titolo, il prodotto, il nominativo e l’indirizzo degli acquisitori.
L’attività di controllo e vigilanza di cui all’art. 10 del reg. CE 2081/92 è svolta con le modalità stabilite dal d. m. agricoltura del 3 novembre 1995.

Articolo 6.
La “Pera Mantovana” all’atto dell’immissione al consumo deve rispondere alle seguenti caratteristiche minime qualitative:
William e Max Red Bartlett
Diametro: 60 mm
Sapore: dolce aromatico
Tenore zuccherino: 11 Brix
Durezza1: 6,5
Conference
Diametro: 60 mm
Sapore: dolce
Tenore zuccherino: 11 Brix
Durezza1: 5,5
Decana del Comizio
Diametro: 70 mm
Sapore: dolce aromatico
Tenore zuccherino: 11 Brix
Durezza1: 4
Abate Fetel
Diametro: 65 mm
Sapore: dolce
Tenore zuccherino: 11 Brix
Durezza1: 5
Kaiser
Diametro: 65 mm
Polpa: fine e succosa
Tenore zuccherino: 11 Brix
Durezza1: 5,7

Articolo 7.
La “Pera Mantovana” deve recare apposto all’atto della sua immissione al consumo il contrassegno di cui all’allegato A, a garanzia della rispondenza alle specifiche prescrizioni.
L’immissione al consumo della “Pera Mantovana” deve avvenire dopo idoneo confezionamento che valorizzi la qualità e la provenienza del prodotto.
L’utilizzazione del contrassegno da parte degli aventi diritto avviene su autorizzazione del consorzio di tutela di cui all’art. 4, mediante l’apposizione sul singolo frutto e/o sui contenitori e sugli imballi, con modalità stabilite dal consorzio stesso.La commercializzazione della “Pera Mantovana” deve avvenire con i seguenti limiti temporali:
– William: 10 agosto – 10 novembre
– Max Red Bartlett: 20 agosto – 10 novembre
– Conference: 15 ottobre – 30 maggio
– Decana del Comizio: 30 settembre-30 marzo
– Abate Fetel: 20 settembre – 10 febbraio
– Kaiser: 15 settembre – 15 marzo

Fonte: Agraria.org

Pera tipica Mantovana I.G.P. - per la foto si ringrazia

Pera tipica Mantovana I.G.P. – per la foto si ringrazia

Melone Mantovano – I.G.P.

Origini e zona di produzione

La storia del Melone Mantovano è antichissima e diffusa in tutta la regione.
La zona di produzione dell’I.G.P. “Melone Mantovano” interessa il territorio ricadente nelle Province di Mantova, Cremona, Modena, Bologna e Ferrara.

Melone Mantovano I.G.P. - per la foto si ringrazia

Melone Mantovano I.G.P. – per la foto si ringrazia

Disciplinare di produzione – Melone Mantovano IGP

Articolo 1.
Denominazione
L’Indicazione Geografica Protetta I.G.P. “Melone Mantovano” è riservata ai frutti di melone che rispondono alle condizioni ed ai requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
Caratteristiche del prodotto
L’Indicazione Geografica Protetta I.G.P. “Melone Mantovano” designa i meloni allo stato fresco prodotti nella zona delimitata al successivo art. 3 del presente disciplinare di produzione, riferibili alle seguenti varietà botaniche di Cucumis melo L.: varietà cantalupensis (melone cantalupo) e varietà reticulatus (melone retato).
L’I.G.P. “Melone Mantovano” è rappresentata dalle seguenti tipologie di frutto: liscio o retato (con o senza incisura della fetta).
Le cultivar utilizzate sono riconducibili alle seguenti tipologie di riferimento: “Harper” (tipologia retata senza incisura della fetta), “Supermarket” (tipologia retata con incisura della fetta), Honey Moon (tipologia liscia), tradizionalmente coltivate nell’areale definito al successivo articolo 3.
Caratteristiche al consumo
All’atto dell’immissione al consumo i meloni destinati alla produzione dell’I.G.P. “Melone Mantovano” devono presentare le caratteristiche di seguito indicate.
In tutte le tipologie riportate all’art. 2 i frutti devono essere:
– interi (non è tuttavia da considerarsi difetto la presenza di una piccola lesione cicatrizzata sulla buccia dovuta all’eventuale misurazione automatica dell’indice rifrattometrico);
– di aspetto fresco;
– sani ed esente da parassiti;
– puliti (privi di sostanze estranee visibili);
– privi di odori e/o sapori estranei al frutto.
I frutti delle diverse tipologie dell’I.G.P. “Melone Mantovano” possono anche essere sottoposti alle operazioni di taglio, affettatura ed eliminazione di esocarpo ed endocarpo, per la destinazione al consumo come prodotto di IV gamma.
Di seguito sono riportate le caratteristiche qualitative, sensoriali e di pezzatura, in relazione alle diverse tipologie di frutto.

Dolcezza, durezza (intesa come consistenza), fibrosità e succosità sono le caratteristiche sensoriali che descrivono e distinguono i frutti del “Melone Mantovano”, mentre l’odore di fungo e di polpa di anguria, l’aroma di tiglio e l’aroma di zucchino sono i descrittori peculiari rilevabili dal profilo sensoriale delle cultivar coltivate nella zona di produzione del “Melone Mantovano” I.G.P.
Pezzatura e classificazione
La pezzatura dei frutti (peponidi) è determinata dal peso e dal diametro della sezione massima normale all’asse del frutto. Per i frutti delle tipologie liscio o retato del Melone Mantovano I.G.P., le pezzature minime sono: 800 grammi in peso e 10 cm di diametro. Viene previsto, per il solo peso, anche un valore massimo pari a 2.000 grammi.

Articolo 3.
Zona di produzione
La zona di produzione dell’I.G.P. “Melone Mantovano” interessa il territorio ricadente nelle Province di Mantova, Cremona, Modena, Bologna e Ferrara.
Nella provincia di Mantova la zona di produzione comprende l’intero territorio amministrativo dei Comuni di Borgoforte, Carbonara di Po, Castellucchio, Cavriana, Ceresara, Commessaggio, Dosolo, Felonica, Gazoldo degli Ippoliti, Gazzuolo, Goito, Magnacavallo, Marcaria, Mariana Mantovana, Piubega, Poggio Rusco, Pomponesco, Quistello, Redondesco, Rivarolo Mantovano, Rodigo, Sabbioneta, San Benedetto Po, San Martino dall’Argine, Sermide e Viadana. Per il Comune di Borgoforte la delineazione dell’area di produzione è da intendersi ad est il Ponte sul fiume Po quindi, proseguendo verso nord, la SS 62; poi verso ovest il Dugale Gherardo sino al confine con il Comune di Curtatone. Per il territorio del Comune di Marcaria la delimitazione dell’area di produzione sud è la SS 10 Padana Inferiore.
Nella provincia di Cremona la zona di produzione comprende l’intero territorio amministrativo dei seguenti Comuni: Casalmaggiore, Casteldidone, Gussola, Martignana di Po, Rivarolo del Re ed Uniti, San Giovanni in Croce, Solarolo Rainerio e Spineda.
Nella provincia di Modena la zona di produzione comprende l’intero territorio amministrativo dei seguenti Comuni: Concordia sulla Secchia, Mirandola e San Felice sul Panaro.
Nella provincia di Bologna la zona di produzione comprende l’intero territorio amministrativo dei seguenti Comuni: Crevalcore, Galliera e San Giovanni in Persiceto.
Nella provincia di Ferrara la zona di produzione comprende l’intero territorio amministrativo dei seguenti Comuni: Bondeno, Cento e Sant’Agostino.

Articolo 4.
Prova dell’origine
Ogni fase del processo produttivo deve essere monitorata documentando per ognuna gli interventi colturali ed i fattori di produzione impiegati (input e output). In questo modo e attraverso l’iscrizione in appositi elenchi, gestiti dalla struttura di controllo, delle particelle catastali sulle quali avviene la coltivazione, dei produttori e dei condizionatori, nonché attraverso la dichiarazione tempestiva alla struttura di controllo dei quantitativi prodotti, è garantita la tracciabilità del prodotto.
Tutte le persone, fisiche e giuridiche, iscritte nei relativi elenchi saranno assoggettate al controllo da parte della struttura di controllo, secondo quanto disposto dal disciplinare di produzione e dal relativo piano di controllo.

Articolo 5.
Metodo di ottenimento
La coltivazione dell’Indicazione Geografica Protetta I.G.P., “Melone Mantovano”, può essere effettuata in pieno campo, in coltura semiforzata in tunnellini o in coltura forzata in serra o tunnel ricoperto con film di polietilene o altro materiale plastico di copertura, completamente amovibile.
La coltivazione, tradizionalmente attuata nelle zone particolarmente vocate su terreni profondi e freschi, consente l’ottenimento di frutti di qualità, adottando le tecniche colturali di seguito riportate:
• la semina diretta può avvenire a partire dalla prima decade di aprile;
• il trapianto, effettuato su terreno pacciamato, si esegue dalla seconda metà di febbraio a luglio, utilizzando piantine franche di piede allevate in contenitore, o piantine innestate su portainnesti resistenti alle malattie telluriche;
• l’investimento prevede, in relazione al sistema di coltivazione, densità variabili fino ad un massimo di 5.000 piante per ettaro;
• la forma di allevamento è quella orizzontale sia in pieno campo che in coltura protetta ed è ammessa la cimatura;
• l’impollinazione deve avvenire esclusivamente con l’ausilio di insetti pronubi quali Apis mellifera o Bombus terrestris, mentre è vietato l’impiego di qualsiasi sostanza ormonale;
• la concimazione organica e/o minerale può essere effettuata sia in fase di preparazione del terreno che in copertura, in relazione al fabbisogno delle piante ed alla dotazione del terreno, ed è consentito il ricorso alla fertirrigazione;
• l’irrigazione può avvenire sia con il sistema localizzata a manichetta o a goccia, oltre che per aspersione o infiltrazione da solchi;
• la maturazione deve avvenire naturalmente, senza alcun ricorso a prodotti chimici di sintesi;
• la raccolta viene effettuata anche giornalmente sia per i tipi lisci che per i tipi retati.
La produzione massima consentita per l’ I.G.P. “Melone Mantovano” non deve superare le 30 t/ha per la tipologia liscia e le 38 t/ha per le tipologie retate. Trattandosi di frutti climaterici i meloni dell’ I.G.P. “Melone Mantovano” devono essere sottoposti entro 24 ore dalla raccolta ad operazioni di cernita e bollinatura, direttamente in azienda o presso idonee strutture di lavorazione. Inoltre dopo la raccolta e la cernita i frutti dell’I.G.P. “Melone Mantovano” possono anche essere sottoposti alle operazioni di taglio, affettatura ed eliminazione di esocarpo ed endocarpo, per la commercializzazione come prodotto di IV gamma. Entro le 24 ore dalla raccolta il prodotto destinato alla IV gamma deve essere raffreddato tagliato e confezionato per preservare inalterate le qualità organolettiche e di qualità.

Articolo 6.
Legame con l’ambiente
Aspetti storici
La reputazione del melone nel Mantovano è antica, come risulta dalle documentazioni storiche che risalgono alla fine del Quattrocento, oltre che dai diversi scritti e da testimonianze facenti parte dell’archivio dei Gonzaga di Mantova, in cui si riportano notizie dettagliate degli “appezzamenti destinati ai meloni provenienti da queste terre”. Altra testimonianza documentata, avvolta tra storia e leggenda, è la presunta morte di Alfonso I d’Este, duca di Ferrara, Modena e Reggio Emilia dal 1505 al 1534, a causa di una indigestione di meloni. L’importanza della coltivazione di tale frutto nella zona geografica di produzione, come definita all’articolo 3, è testimoniata anche da reperti architettonici e iconografici risalenti al 1579, che testimoniano la presenza di un oratorio dedicato a “Santa Maria del melone”, nella centralissima via Cavour di Mantova. Per il decoro della volta della
Sala Consigliare del Consorzio dei Partecipanti di San Giovanni in Persiceto il pittore Angelo Lamma raffigura i meloni tra i prodotti tipici locali di allora (1833). Tali testimonianze attestano anche l’abilità degli agricoltori della zona nella scelta delle varietà e nell’ adozione delle tecniche colturali più idonee alla produzione di frutti di buona qualità, capacità che si è mantenuta ininterrottamente sino a oggi. A conferma si possono citare le numerose manifestazioni e gli eventi di carattere promozionale (sagre, fiere, feste tradizionali) che annualmente si svolgono in numerose località dell’area di produzione del “Melone Mantovano”, anche allo scopo di far conoscere ai consumatori, non solo locali, le qualità organolettiche e le possibili utilizzazioni gastronomiche del “Melone Mantovano”. Tra quelle più note ed ormai affermate che annualmente fanno registrare la partecipazione di migliaia di visitatori ed appassionati estimatori dei diversi piatti a base di melone (antipasti, risotti, salse e dessert) si possono citare “Melonaria”, oltre alle Fiere e Sagre del “Melone tipico Mantovano” che da tempo si svolgono nei comuni di Sermide, Viadana, Gazoldo degli Ippoliti, Rodigo, Castellucchio, Goito, Casteldidone e nella città di Mantova.
Aspetti socio-economici
Grazie ad una tradizione secolare di orti capillarmente diffusi, nel lontano 1956 si sviluppano anche le prime forme di associazionismo fra i produttori. Peraltro già a partire dai primi del XX secolo si hanno dati puntuali sulle produzioni di meloni nelle cinque Province (sezioni provinciali dell’ISTAT) mentre dagli atti del convegno di Verona (7 febbraio 1979) su “La coltura del Melone in Italia” sono reperibili importanti informazioni in merito all’area di produzione e alle tecniche di coltivazione del melone nell’areale Mantovano. L’importanza e l’attenzione alla coltivazione del melone nella realtà mantovana è attestata anche dalle numerose ricerche e sperimentazioni condotte presso il Centro ricerche Montedison di Mantova, che sviluppa a partire dagli anni ’70 materiali di copertura (films plastici), cultivar e tecniche colturali quali l’innesto erbaceo, che si diffonderanno successivamente anche in altre zone di coltivazione del Centro e Sud Italia. Nel corso degli ultimi cinquant’anni, infine, grazie alle favorevoli condizioni pedo-climatiche ed alla vivace iniziativa imprenditoriale di diverse aziende, la produzione ha fatto registrare un sostanziale incremento, sino a raggiungere una superficie agraria utilizzata di oltre duemila ettari ed un valore di produzione che ha superato i 60 milioni di euro.
La coltura del Melone Mantovano costituisce pertanto un importante filiera produttiva sia a livello Inter-regionale (Lombardia ed Emilia Romagna) che Nazionale, non solo per il settore in sé ma anche per l’indotto che origina e per il ruolo di sostegno all’economia del territorio. Tra le attività imprenditoriali strettamente connesse vanno considerate anche quelle per la meccanizzazione delle diverse operazioni colturali e di condizionamento, l’impiantistica per l’irrigazione, i fornitori di mezzi tecnici, i servizi per la commercializzazione, il comparto del “packaging”, ed il sistema dei trasporti.
Caratteristiche pedoclimatiche e colturali
Questi importanti risultati e questa reputazione – ampiamente riconosciuta e testimoniata da numerosi articoli sulla stampa specializzata – sono stati conseguiti unendo una secolare “cultura del melone” (intesa come patrimonio di conoscenze e competenze tramandata per generazioni tra i coltivatori) ai fattori pedo-climatici propri della zona di produzione. Esaminando le Carte pedologiche della Regione Lombardia e della Regione Emilia-Romagna si riscontra che l’area di produzione del “Melone Mantovano” si caratterizza per la presenza di suoli di elevata fertilità, generalmente riconducibili ai tipi Fluvisols, Vertisols, Calcisols e Luvisols, come descritti dalla FAO nel World Reference Base for Soil Resources (FAO – WRB, 1998).
Il comprensorio, caratterizzato da un territorio a morfologia pianeggiante di origine fluviale e fluvioglaciale, è stato rimaneggiato nei secoli dall’azione erosivo-deposizionale di ben cinque fiumi: Mincio, Oglio, Secchia, Panaro e Po. L’altimetria è compresa tra un max di m 50 sul livello del mare, rilevata nella parte più settentrionale (Rodigo) e un minimo di m 10 s.l.m. nelle vicinanze del fiume Po.
Il clima, caratterizzato da inverni freddi ed estati caldo-umide, con relativa uniformità delle temperature, promuove lo sviluppo della pianta e favorisce una regolare fioritura ed allegagione. Il mese più freddo è gennaio, con temperatura media di 2,7 °C, mentre quello più caldo è luglio con una media di 25 °C; la radiazione solare media annua è pari a 1331 kWh/m2. Inoltre la zona interessata dal corso dei cinque fiumi, si caratterizza anche per avere una falda relativamente superficiale ed un gradiente medio annuo di piovosità compreso tra 600 e 700 millimetri. Così nei terreni particolarmente profondi e permeabili dell’areale di produzione dell’I.G.P. “Melone Mantovano” le radici estese e vigorose di questa cucurbitacea possono facilmente penetrare in profondità e garantire un regolare apporto di acqua ed elementi nutritivi alla pianta, evitando qualsiasi tipo di “stress”, anche nelle fasi particolarmente delicate di fioritura, allegagione ed ingrossamento dei frutti. Anche l’acqua di falda utilizzata per l’irrigazione e caratterizzata da una elevata concentrazione di sali minerali disciolti, contribuisce ad esaltare le caratteristiche organolettiche e qualitative dei frutti. Durante il periodo di coltivazione il concorso tra l’alta temperatura media, la radiazione solare e la scarsa piovosità, unite a un equilibrato e regolare apporto idrico e nutrizionale, si riflette sull’alto contenuto zuccherino e sull’espressione degli aromi caratteristici del frutto, chiaramente evidenziati dai profili sensoriali riportati nei “Quaderni della ricerca della Regione Lombardia” (Anni 2003-2005). Questi fattori microambientali specifici e peculiari, uniti all’esperienza secolare nell’adozione delle più opportune tecniche colturali ed alla messa a punto di pratiche di coltivazione sostenibile, contribuiscono a conferire al “Melone Mantovano I.G.P.” una reputazione solida, che gli deriva da peculiarità uniche ed irripetibili su tutto il territorio nazionale. In particolare la polpa di color giallo-arancio e/o salmone particolarmente succosa, fibrosa e croccante, con un elevato grado zuccherino ed una quantità media di potassio e sali minerali generalmente superiore a quella riscontrata in altre zone di coltivazione, oltre al sapore caratteristico, esaltato anche dall’odore di fungo e di polpa di anguria e dall’aroma di tiglio, contribuiscono a rendere unici i frutti del “Melone Mantovano” ad Indicazione Geografica Protetta.

Articolo 7.
Controlli
Il controllo sulla conformità del prodotto al disciplinare è svolto da una struttura di controllo, conformemente a quanto stabilito dagli articoli 10 e 11 del Regolamento CE 510/06. Tale struttura è l’Organismo di controllo indicato come CHECK FRUIT – Via C. Boldrini,24 – 40121 Bologna – Italia – Tel. 051.649.48.36, fax 051-649.48.13, E-mail: [email protected], accreditato in conformità alla norma EN45011.

Articolo 8.
Etichettatura
Il “Melone Mantovano I.G.P.” viene immesso al consumo in conformità alle norme richieste dal Regolamento Comunitario, utilizzando una delle confezioni in cartone, legno o materiale plastico, di seguito riportate:
• bins;
• cartone telescopico (traypak);
• plateaux in cartone nuovo;
• cassetta in legno nuova;
• cassetta riutilizzabile in materiale plastico;
• confezioni sigillate con più frutti (vassoi, cartoni e sacchetti).
La dicitura “Melone Mantovano” Indicazione Geografica Protetta o il suo acronimo IGP, ed il simbolo dell’UE, devono essere apposti in modo chiaro e perfettamente leggibile sulle confezioni utilizzate sia per i frutti interi, sia per quelle destinate a contenere il prodotto di IV gamma. È consentito in abbinamento alla indicazione geografica protetta, l’utilizzo di indicazioni e/o simboli grafici che facciano riferimento a nomi o ragioni sociali o marchi collettivi o marchi d’azienda individuali, purché non abbiano significato laudativo o tali da trarre in inganno l’acquirente. Il contenuto di ciascun imballo deve essere omogeneo e contenere meloni della stessa varietà e tipologia. Sui frutti interi dovrà essere apposto obbligatoriamente il bollino raffigurante il logo della denominazione “Melone Mantovano”.
Sui singoli frutti dovrà essere apposto obbligatoriamente il logo della denominazione “Melone Mantovano I.G.P”, come di seguito descritto. Il logo è costruito sulla base di un cerchio quadrettato, all’interno del quale – in una porzione bianca – è collocata la scritta “Melone Mantovano I.G.P.”, realizzata con il carattere Helvetica Neue Bold Condensed. Al disotto della scritta spicca, in verde chiaro, il profilo più celebre della città di Mantova. Al fianco della scritta, alcune forme in colore richiamano in senso ancora più forte la forma e il colore del frutto. I colori pantoni sono indicati nel disegno.
Il logo può essere utilizzato sino a un diametro minimo di 2,5 cm. Sugli imballi e nella comunicazione pubblicitaria e promozionale il logo ha un’area di rispetto di 1 centimetro per lato.

Fonte: Agraria.org

Per saperne di più:

 

Mela di Valtellina – I.G.P.

Zona di produzione

La zona di produzione e di condizionamento comprende molti comuni della provincia di Sondrio.

Caratteristiche

Le varietà riconosciute sono la Golden Delicious, la Stark Delicious, e la Gala.
– la varietà Gala possiede polpa mediamente compatta, molto succosa; il sapore è dolce, poco acido;
– la Golden Delicious si contraddistingue per durezza, croccantezza e succosità; il sapore è dolce e l’aroma intenso;
– la Red Delicious presenta un profumo intenso con note di miele, gelsomino ed albicocca. La polpa presenta durezza, croccantezza e succosità elevate; l’aroma è di media intensità.
Altra peculiarità della Mela di Valtellina IGP è rappresentata dalla colorazione molto intensa dei frutti e dalla forma allungata, molto attraente; caratteristiche esaltate dall’irraggiamento solare particolare ottenuto per l’esposizione orografica unica della Valtellina.

Disciplinare di produzione – Mela di Valtellina IGP

Articolo 1.
L’Indicazione Geografica Protetta “Mela di Valtellina” è riservata ai frutti che rispondono alle condizioni ed ai requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
Descrizione del prodotto
2.1 Le varietà
L’Indicazione Geografica Protetta “Mela di Valtellina” è riservata ai frutti provenienti dai meleti coltivati nella zona delimitata al successivo Art. 3 e costituiti dalle seguenti varietà e loro cloni:
a) Red Delicious
b) Golden Delicious
c) Gala
2.2 Caratteristiche del prodotto
La “Mela di Valtellina” si contraddistingue per colore e sapore particolarmente accentuati, polpa compatta ed alta conservabilità.
Al momento dell’immissione al consumo i frutti devono essere interi, di aspetto fresco, puliti ed in possesso dei requisiti stabiliti, per i frutti delle Categorie di qualità Extra e I, dalle Norme di Qualità per i Prodotti Ortofrutticoli e Agrumari definite sulla base della normativa Comunitaria vigente.
Inoltre devono possedere le seguenti caratteristiche:
GRUPPO RED DELICIOUS
Epicarpo: spesso, poco ceroso, di colore rosso intenso brillante, con estensione del sovraccolore superiore all’80% della superficie, liscio, esente da rugginosità ed untuosità, resistente alle manipolazioni.
Forma: tronco-conica oblunga, con i caratteristici cinque lobi e profilo equatoriale pentagonale.
Calibro: diametro minimo 65 mm.
Tenore zuccherino minimo: superiore a 10° brix.
Polpa: bianca dal profumo di mela medio elevato. Elevata è la percezione degli odori di miele, gelsomino e albicocca. La croccantezza e la succosità sono elevate. Prevalenza del sapore dolce con apprezzabile acidità e aroma di media intensità. Assente la sensazione di amaro. Durezza della polpa non inferiore a 5 kg/cm².
GRUPPO GOLDEN DELICIOUS
Epicarpo: poco ceroso, di colore giallo intenso a maturazione, talora con sfaccettatura rosa nella parte esposta al sole, a volte soggetto a rugginosità, sensibile alle manipolazioni.
Forma: sferoidale o tronco-conica oblunga, leggermente costoluta in sezione trasversale.
Calibro: diametro minimo 65 mm.
Tenore zuccherino minimo: superiore a 11.5° brix.
Polpa: dal colore bianco crema, con profumo di mela intenso. La durezza è media come anche la croccantezza e la succosità, mentre è praticamente nulla la farinosità. I frutti si distinguono per la dolcezza pur mantenendo valori di acidità apprezzabili che connotano la freschezza del frutto. Medio alto è l’aroma di mela. Assente la sensazione di amaro.
Durezza della polpa non inferiore a 5 kg/cm².
GRUPPO GALA
Epicarpo: rosso brillante, con estensione del sovraccolore rosso, minimo sul 30% della superficie per la Gala standard e sul 65% nei cloni migliorativi.
Forma: tronco-conica breve, con i cinque lobi apicali abbastanza pronunciati.
Calibro: diametro minimo 65 mm.
Tenore zuccherino minimo: superiore a 11° brix.
Polpa: bianco crema dal profumo di media intensità. La durezza è media e la succosità elevata, assente la farinosità. Il sapore è dolce, poco acido con aroma gradevole di media intensità. Assente la sensazione di amaro. Durezza della polpa non inferiore a 5 kg/cm². Sono immessi al consumo i frutti delle categorie di qualità Extra e I^.

Articolo 3.
Zona di produzione
La zona di produzione e di condizionamento della “Mela di Valtellina” comprende i seguenti Comuni della provincia di Sondrio: Albosaggia, Andalo Valtellino, Ardenno, Berbenno di Valtellina, Bianzone, Buglio in Monte, Caiolo, Castello dell’Acqua, Castione Andevenno, Cedrasco, Cercino, Chiavenna, Chiuro, Cino, Civo, Colorina, Cosio Valtellino, Dazio, Delebio, Dubino, Faedo Valtellino, Forcola, Fusine, Gordona,
Grosio, Grosotto, Lovero, Mantello, Mazzo di Valtellina, Menarola, Mese, Mello, Montagna in Valtellina, Morbegno, Novate Mezzola, Piateda, Piantedo, Piuro, Poggiridenti, Ponte in Valtellina, Postalesio, Prata Camportaccio, Rogolo, Samolaco, San Giacomo Filippo, Sernio, Sondalo, Sondrio, Spriana, Talamona, Teglio, Tirano, Torre di Santa Maria, Tovo di Sant’Agata, Traona, Tresivio, Verceia, Vervio, Villa di
Chiavenna, Villa di Tirano.

Articolo 4.
Prova dell’origine
Ogni fase del processo produttivo deve essere monitorata, documentando per ognuna gli input e gli output. In questo modo e attraverso l’iscrizione in appositi elenchi gestiti dall’organismo di controllo, delle particelle catastali sulle quali avviene la coltivazione, dei produttori e dei condizionatori nonché attraverso una dichiarazione tempestiva alla struttura di controllo delle quantità prodotte, è garantita la tracciabilità del prodotto.
Tutte le persone, fisiche o giuridiche, iscritte nei relativi elenchi, saranno assoggettate al controllo da parte dell’organismo di controllo, secondo quanto disposto dal disciplinare di produzione e dal relativo piano di controllo.

Articolo 5.
Metodo di ottenimento
5.1 Il sistema di produzione
Le forme di allevamento impiegate sono: spindelbush, palmetta, vaso tradizionale, a V e a doppia V.
Per favorire coltivazioni rispettose dell’ambiente e della salute dell’uomo, si utilizzano tecniche di produzione a basso impatto ambientale, come la produzione integrata e la produzione biologica.
5.2 Densità d’impianto
I terreni su cui si coltiva la “Mela di Valtellina” sono situati nelle vallate che si estendono ad un’altitudine compresa tra i 200 ed i 900 m s.l.m..
La densità d’impianto e le forme d’allevamento sono finalizzate a massimizzare la permeabilità della chioma alla radiazione luminosa, al fine di ottenere un’ottimale colorazione dei frutti.
L’ampiezza degli interfilari non è in ogni caso inferiore ai 3 m, con disposizione su fila unica o doppia, mentre la distanza degli alberi sulla fila non è inferiore a 0,5 m. La densità massima non deve comunque superare i 4000 alberi/ettaro.
5.3 Fertilizzazione e gestione del terreno
La fertilizzazione è effettuata attraverso interventi localizzati, al massimo due volte l’anno, seguendo i criteri dell’agricoltura ecocompatibile. E’ consentita la pratica della fertilizzazione fogliare e della calcitazione, quest’ultima utilizzata come correttivo dei terreni acidi.
È ammessa la pratica dell’inerbimento controllato dell’interfilare, che garantisce il corretto mantenimento della sostanza organica nel terreno.
5.4 Controllo della produzione
Per creare condizioni favorevoli alla qualità dei frutti sono applicati interventi di potatura in primavera-estate sul verde ed in inverno sul secco, che garantiscano il corretto equilibrio vegeto-produttivo della pianta e l’ottimale esposizione dei frutti.
Il diradamento dei frutti viene effettuato in funzione del carico produttivo presente, al fine di mantenere sulla pianta la quantità ottimale per ciascuna varietà.
La produzione di mele non deve essere comunque superiore, per ogni singola varietà, alle seguenti quantità:
 Red Delicious: 65 Tonn./ha
 Golden Delicious: 68 Tonn./ha
 Gala: 65 Tonn./ha
5.5 Irrigazione
L’irrigazione deve essere effettuata con i sistemi tradizionali “a scorrimento” oppure con tecniche più recenti, quali l’aspersione soprachioma o l’irrigazione localizzata.
La frequenza e gli apporti degli adacquamenti devono essere finalizzati a ripristinare il bilancio idrico del terreno, restituendo l’acqua persa per evapotraspirazione della coltura o per infiltrazione profonda.
In ogni caso, ai fini di massimizzare la qualità della polpa e la serbevolezza della “Mela di Valtellina”, ogni pratica irrigua deve essere sospesa 8 giorni prima della raccolta.
5.6 Raccolta
L’inizio del periodo di raccolta coincide con il momento in cui la mela raggiunge la maturazione ottimale stabilita con i criteri di cui all’art.2 del presente disciplinare; i frutti delle varietà di cui all’art.2 devono inoltre avere un valore di durezza della polpa non inferiore a 5 Kg/cm2.
Per ottenere la qualità e la conservabilità ottimale delle diverse varietà, la raccolta è eseguita mediante un accurato stacco manuale delle mele e secondo il seguente calendario:
Red Delicious: seconda decade di settembre-seconda decade di ottobre.
Golden Delicious: seconda decade di settembre-fine ottobre.
Gala: seconda decade di agosto-seconda decade di settembre.
5.7 Conservazione
La conservazione della “Mela di Valtellina” avviene attraverso la tecnica della refrigerazione normale (AC), low oxigen (LO), ultra low oxigen (ULO).
In particolare:
– la temperatura delle celle destinate alla conservazione delle mele è compresa, secondo le varietà, tra 0,2 °C e 2 °C;
– il contenuto di O2 tra 1% e 3%;
– il contenuto di CO2 tra 1,2% e 3%;
– l’umidità relativa tra 90% e 98%.
La conservazione della “Mela di Valtellina” deve avvenire nella zona di produzione delimitata per garantire la rintracciabilità ed il controllo.
Il periodo di conservazione della “Mela di Valtellina” non deve essere superiore a quanto sotto indicato per singola varietà:
· Red Delicious dalla raccolta a fine luglio dell’anno successivo
· Golden Delicious dalla raccolta a fine agosto dell’anno successivo
· Gala dalla raccolta a fine aprile dell’anno successivo
5.8 Condizionamento
Il condizionamento della “Mela di Valtellina” deve avvenire nella zona di produzione delimitata, per garantire la tracciabilità ed il controllo; gli imballaggi o le confezioni debbono consentire la chiara identificazione del prodotto.
La “Mela di Valtellina” viene immessa al consumo utilizzando una delle seguenti confezioni in cartone, legno o materiale plastico:
· Bins alveolari
· Plateaux in cartone
· Cartone telescopico (traypak)
· Cassetta in legno
· Cassetta riutilizzabile in materiale plastico
· Confezioni sigillate con più frutti (vassoi, cartoni e sacchetti)

Articolo 6.
Legame con l’ambiente
La reputazione della “Mela di Valtellina” risale al secondo dopoguerra quando la melicoltura conobbe un notevole impulso tanto da modificare fortemente il sistema agricolo e il paesaggio agrario locale. L’impegno di alcuni pionieri contagiò di entusiasmo anche altri agricoltori convincendoli a puntare decisamente sulla melicoltura specializzata. Sono sorte così cooperative di agricoltori che con la collaborazione scientifica di istituti universitari specializzati nella melicoltura concorsero alla definizione del “sistema melo” in Valtellina contribuendo a consolidare la fisionomia della moderna frutticoltura valtellinese. anche attraverso molteplici campagne di comunicazione realizzate nel corso degli anni. Oggi la “Mela di Valtellina è considerata un prodotto al top della qualità ed è per questo inserita presso i punti vendita della moderna distribuzione e dei negozi specializzati, posizionandosi nella fascia di mercato di maggior valore.
Nei secoli scorsi, nei giardini e tra i filari della vite trovavano posto alberi di melo e di altri frutti, la cui produzione era destinata in massima parte all’autoconsumo e in piccola parte alla commercializzazione nei mercati cittadini e nelle grandi fiere.
Negli anni ’20 si ebbe un primo approccio produttivistico verso la melicoltura, che da quel momento non è più una coltivazione sporadica e destinata al consumo familiare, ma acquista un suo specifico interesse come coltura da commercializzare.
La produzione di mele è andata aumentando negli anni, fino a raggiungere le attuali 35.000 tonnellate di produzione annua, che corrispondono all’1,5% della produzione melicola nazionale.
La superficie interessata da questa coltura è di circa 1.000 ha e la produzione è rappresentata perlopiù da varietà a maturazione autunno-invernale con attitudine alla lunga conservazione.
Con queste cifre e queste peculiarità la melicoltura rappresenta la migliore espressione dell’arboricoltura da frutto della regione Lombardia, non solo per il settore in sé, ma per l’indotto che riesce ad originare e per il ruolo di stimolo che copre nell’economia della vallata; basti pensare a questo proposito a tutte le attività connesse, quali la meccanizzazione, l’impiantistica per l’irrigazione, i fornitori di mezzi tecnici, i servizi per la commercializzazione, il comparto del packaging, il sistema dei trasporti, etc.
L’areale di produzione della “Mela di Valtellina” risulta di particolare vocazionalità per conferire alti contenuti qualitativi alla mela.
La Valtellina è infatti orientata Est-Ovest ed a Nord è protetta dalle Alpi Retiche. Il clima di cui gode la vallata è dunque molto mite. Questa esposizione è favorevole alla coltivazione della mela, che si concentra soprattutto sul versante esposto a Sud. La pendenza media è dello 0,5%, mentre i conoidi hanno pendenze medie del 10-15% con punte che arrivano anche al 30%.
La zona di coltivazione ha un’altimetria che parte dai 200 metri e giunge fino a 900 metri sul livello del mare; i frutteti godono di una buona illuminazione e ventilazione.
Il clima è mite: la minima assoluta degli ultimi anni è stata di – 9 °C (registrata in gennaio) mentre la massima è stata di 31,5°C (registrata in agosto).
La piovosità ha una media annua che si attesta intorno ai 1000 mm..
La ventilazione è particolare, infatti risente del fenomeno del Föhen, un vento caldo e secco che causa impennate della temperatura e cali dell’umidità dell’aria. A livello climatico sono infine importanti le brezze (di monte e di valle), fenomeni legati al diverso riscaldamento dei versanti.
La morfologia pedologica attuale della vallata è il risultato di una serie di trasformazioni che hanno portato alla formazione della piana alluvionale dell’Adda: i depositi alluvionali predominano sulle altre tipologie; si tratta di sedimenti recenti.
I frutteti sono ubicati soprattutto sui conoidi di origine alluvionale, caratterizzati da un’elevata presenza di scheletro grossolano, permeabili, dove il ristagno idrico è praticamente assente e la reazione del terreno è subacida o acida.
Il territorio valtellinese è dotato di caratteristiche pedoclimatiche particolari, quali l’altitudine, la latitudine e la conformazione orografica, che rappresentano elementi essenziali nella determinazione delle particolari condizioni di intensità e qualità della radiazione luminosa, dell’alternanza dei cicli di bagnatura/asciugatura dell’epicarpo dei frutti e dell’escursione termica giornaliera.
L’insieme dei fattori ambientali rende esclusivo il rapporto con la qualità della mela:
questi peculiari fattori, insieme alla secolare attività dell’uomo, alle sue capacità culturali e alla messa a punto di pratiche di salvaguardia dell’ambiente e della tradizione socio-produttiva, (ivi compresi il mantenimento delle tecniche di coltivazione della mela nel rispetto e nella tutela delle vallate e delle montagne), contribuiscono a conferire alla “Mela di Valtellina” caratteristiche uniche, riconosciute sia dalla letteratura tecnico-scientifica specifica sia dalla valorizzazione commerciale.

Articolo 7.
Controlli
Il controllo sarà effettuato da una struttura conforme alle disposizioni degli Artt.10 e 11 del Reg. (CE) n.510/06 del Consiglio.

Articolo 8.
Etichettatura
La dicitura “Mela di Valtellina” Indicazione Geografica Protetta o il suo acronimo IGP, deve essere apposta in modo chiaro e perfettamente leggibile, con dimensione prevalente su ogni altra dicitura presente, sulle confezioni sigillate o sui singoli frutti.
Laddove sia presente la bollinatura dei singoli frutti essa non può interessare meno del 70 % dei frutti presenti in confezione.
Qualora non sia presente la bollinatura dei singoli frutti dovranno essere utilizzate confezioni chiuse e sigillate.
È consentito in abbinamento alla indicazione geografica protetta, l’utilizzo di indicazioni e/o simboli grafici che facciano riferimento a nomi o ragioni sociali o marchi collettivi o marchi d’azienda individuali, purché non abbiano significato laudativo o tali da trarre in inganno l’acquirente.
Il logo è rappresentato dalla dicitura “Mela di Valtellina” Indicazione Geografica Protetta . Gli indici colorimetrici sono i seguenti: Rosso (pantone red 032), Verde (pantone 355) e Nero ( 100%). Il carattere da utilizzare è il Futura Bold.

Articolo 9.
Prodotti trasformati
I prodotti per la cui preparazione è utilizzata la I.G.P. “ Mela di Valtellina”, anche a seguito di processi di elaborazione e di trasformazione, possono essere immessi al consumo in confezioni recanti il riferimento alla detta denominazione senza l’apposizione del logo Comunitario, a condizione che il riferimento alla IGP sia chiaramente riferito all’ingrediente e non al prodotto elaborato e/o trasformato; il prodotto a denominazione protetta, certificato come tale, costituisca il componente esclusivo della categoria merceologica di appartenenza, gli utilizzatori del prodotto a denominazione protetta siano autorizzati dal Consorzio incaricato alla tutela dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali. Lo stesso Consorzio incaricato provvederà anche ad iscriverli in appositi registri ed a vigilare sul corretto uso della denominazione protetta. In assenza di un Consorzio di tutela incaricato, le suddette funzioni saranno svolte dal MIPAAF in quanto autorità nazionale preposta all’attuazione del Reg. (CEE) 510/2006.

Fonte: Agraria.org

Per saperne di più:

Mela di Valtellina I.G.P. - per la foto si ringrazia

Mela di Valtellina I.G.P. – per la foto si ringrazia

 

Olio extravergine d’oliva Laghi Lombardi – D.O.P. – I.G.P.

Disciplinare di produzione – Laghi Lombardi DOP

Articolo 1.
Denominazione
La denominazione di Origine protetta “Laghi Lombardi”, accompagnata da una delle seguenti menzioni geografiche aggiuntive: “Sebino”, “Lario”, è riservata all’olio extravergine di oliva rispondente alle condizioni ed ai requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
Varietà di olivo
1. La denominazione di origine protetta “Laghi Lombardi”, accompagnata dalla menzione geografica “Sebino” è riservata all’olio extravergine di oliva ottenuto dalle seguenti varietà di olivo presenti negli oliveti: Leccino in misura non inferiore al 40%; Frantoio, Casaliva, Pendolino e Sbresa, da solo o congiuntamente, in misura non superiore al 60%. Possono, altresì, concorrere altre varietà presenti negli oliveti in misura non superiore al 20%.
2. La denominazione di origine protetta “Laghi Lombardi”, accompagnata dalla menzione geografica aggiuntiva “Lario”, è riservata all’olio extravergine di oliva ottenuto dalle seguenti varietà di olivo presenti, da sole o congiuntamente, negli oliveti: Frantoio, Casaliva e Leccino in misura non inferiore all’80%. Possono, altresì, concorrere altre varietà presenti negli oliveti in misura non superiore al 20%.

Articolo 3.
Zona di produzione
1. La zona di produzione delle olive destinate alla produzione dell’olio extravergine di oliva di cui all’art.1 comprende i territori olivati atti a conseguire le produzioni con le caratteristiche qualitative previste nel presente disciplinare di produzione situati nel territorio amministrativo delle province di Brescia, Bergamo, Como, Lecco. Tale zona, riportata in apposita cartografia, comprende il territorio amministrativo dei seguenti comuni.
Provincia di Brescia: Darfo Boario Terme, Pisogne, Marone, Sale Marasino, Monte Isola, Sulzano, Iseo, Paratico, Provaglio d’Iseo, Monticelli Brusati, Ome, Corte Franca Passirano Rodengo Saiano, Gussago, Cellatica, Brescia, Cazzago, San Martino, Rovato, Coccaglio, Cologne, Erbusco, Adro, Capriolo.
Provincia di Bergamo: Rogno, Costa Volpino, Lovere, Castro, Solto Collina, Riva di Solto, Parzanica, Tavernola Bergamasca, Predore, Sarnico, Viadanica, Adrara San Martino Foresto Sparso, Villongo, Zandobbio, Gandosso, Credaro, Castelli Calepio, Grumello del Monte, Chiuduno, Carobbio degli Angeli, Cenate Sopra, Scanzorosciate, Bergamo.
Provincia di Como: Gera Lario, Trezzone, Vercana, Domaso, Gravedona, Consiglio di Rumo, Dongo, Musso, Pianello, del Lario, Cremia, Santa Maria Rezzonico Sant’Abbondio, Plesio, Grandola, Menaggio, Griante, Tremezzo, Mezzegra, Lenno, Ossuccio, Sala Comacina, Colonno, Argegno, Brienno, Laglio, Carate Uno, Moltrasio, Bellagio, Porlezza, Valsolda, Stazzona, Germasino, Sorico.
Provincia di Lecco: Colico, Dono, Dervio, Bellano, Varenna, Perledo, Lierna, Mandello del Lario, Abbadia Lariana., Malgrate, Oliveto Lario, Galbiate.
2. La zona di produzione delle olive destinate alla produzione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine protetta “Laghi Lombardi”, accompagnata dalla menzione geografica aggiuntiva “Sebino”, comprende, nell’ambito delle province di Brescia e Bergamo., l’intero territorio amministrativo dei seguenti comuni: Capriolo, Darfo Boario Terme, Pisogne, Marone, Sale Marasino, Monte Isola, Sulzano, Iseo, Paratico, Provaglio d’ Iseo, Monticelli Brusati, Ome, Corte Franca, Passirano, Rodengo Saiano, Gussago, Cellatica, Brescia, Cazzago San Martino, Rovato, Coccaglio, Cologne, Erbusco, Adro, Rogno, Costa Volpino, Lovere, Castro, Solto Collina, Riva di Solto, Parzanica, Tavernola Bergamasca, Predore, Sarnico, Viadanica, Adrara San Martino, Foresto Sparso, Villongo, Zandobbio, Gandosso, Credaro, Castelli Calepio, Grumello, del Monte, Chiudono, Carobbio, Degli Angeli, Cenate Sopra, Scanzorosciate, Bergamo.
3. La zona di produzione delle olive destinate alla produzione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine protetta “Laghi Lombardi” accompagnata dalla menzione geografica aggiuntiva “Lario” comprende, nelle province di Como e Lecco, l’intero territorio amministrativo dei seguenti comuni: Gera Lario; Trezzone, Vercana, Domaso, Gravedona, Consiglio di Rumo, Dongo, Musso, Pianello del Lario, Cremia, Santa Maria Rèzzonico, Sant’Abbondio, Plesio, Grandola, Menaggio, Griante, Tremezzo, Mezzegra, Lenno, Ossuccio, Sala Comacina, Colonno, Argegno, Brienno, Laglio, Carate Uno, Moltrasio, Bellagio, Porlezza, Valsolda, Colico, Dono, Dervio, Bellano, Varenna, Perledo, Lierna, Mandello del Lario, Abbadia Lariana, Malgrate, Oliveto Lario, Stazzano, Germasino, Galbiàte, Sorico.

Articolo 4.
Caratteristiche di coltivazione
1. Le condizioni ambientali e di coltura degli oliveti destinati alla produzione dell’olio extravergine di oliva di cui all’art. 1 devono essere quelle tradizionali e caratteristiche della zona e, comunque, atte a conferire alle olive ed all’olio derivato le specifiche caratteristiche qualitative.
2. I sesti di impianto, le forme di allevamento ed i sistemi di potatura devono essere quelli tradizionalmente usati o, comunque, atti a non modificare le caratteristiche delle olive e degli oli destinati alla denominazione di origine protetta di cui all’art. 1.
3. Sono pertanto idonei gli oliveti collinari e pedo collinari della, zona indicata al precedente art. 3 i cui terreni sono sostanzialmente derivati dalla disgregazione chimico-fisica naturale o meccanica indotta dei calcari a diversa composizione e struttura e dalla sedimentazione lenta dei materiali disomogenei più minuti, separati per levigazione e flottazione e trasportati a valle negli slarghi delle cerchie moreniche. Lo strato superficiale dì tali terreni ha dato origine a terre rosse, brune o grige, con scheletro abbondante e vario nelle zone moreniche e con orizzonti pedologici più o meno profondi.
4. La raccolta delle olive destinate alla produzione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine di cui all’art. i deve essere effettuata entro il 15 gennaio di ogni anno.
5. La produzione massima di olive degli oliveti destinati alla produzione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine protetta di cui all’art. 1 non può superare Kg., 5000 per ettaro per gli impianti intensivi. La resa massima delle olive in olio non può superare il 19%. Anche in annate eccezionalmente favorevoli la resa dovrà essere riportata sui limiti predetti attraverso accurata cernita purché la produzione globale non superi di oltre il 20% i limiti massimi sopra indicati.
6. La denuncia di produzione delle olive deve essere presentata secondo le procedure previste dal D.M. 4 novembre 1993, n. 573, in unica soluzione.
7. Alla presentazione della denuncia di produzione delle olive e della richiesta di certificazione di idoneità del prodotto, il richiedente deve allegare la certificazione rilasciata dalle Associazioni dei produttori olivicoli ai sensi dell’art. 5, punto 2 lettera a), della legge 5 febbraio 1992, n. 169, comprovante che la produzione e la trasformazione delle olive sono avvenute nella zona delimitata dal disciplinare di produzione.

Articolo 5.
Modalità di oleificazione
1. La zona di oleificazione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine protetta “Laghi Lombardi”, accompagnata dalla menzione geografica “Sebino”, comprende l’intero territorio amministrativo dei comuni indicati al punto 2 dell’art. 3.
2. La zona di oleificazione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine protetta “Laghi Lombardi”, accompagnata dalla menzione geografica “Lario”, comprende l’intero territorio amministrativo dei comuni indicati al punto 3 dell’art. 3.
3. La raccolta delle olive destinate alla produzione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine di cui all’art. 1 deve avvenire direttamente dalla pianta a mano o con mezzi meccanici.
4. Le operazioni di oleificazione devono essere effettuate entro tre giorni dalla raccolta delle olive 5. Per l’estrazione dell’olio extravergine di oliva di cui all’art. 1 sono ammessi soltanto i processi meccanici e fisici atti a garantire l’ottenimento di olii senza alcuna alterazione delle caratteristiche qualitative contenute nel frutto.

Articolo 6.
Caratteristiche al consumo
1. All’atto dell’immissione al consumo l’olio extravergine di oliva a denominazione di origine protetta “Laghi Lombardi”, accompagnata dalla menzione geografica “Sebino”, deve rispondere alle seguenti caratteristiche:
colore: verde-giallo,
odore: di fruttato medio-leggero;
sapore: fruttato con leggera sensazione di amaro e piccante;
punteggio al Panel test: > = 7,00
acidità massima totale espressa in acido oleico, in peso, non superiore a grammi 0,55 per 100 grammi di olio;
numero perossidi: < = 12 MeqO2/Kg.
acido oleico: > = 76%
K 232: < = 2,00
2. All’atto dell’immissione al consumo l’olio extravergine di oliva a denominazione di origine protetta “Laghi Lombardi”, accompagnata dalla menzione geografica “Lario”, deve rispondere alle seguenti caratteristiche
colore: verde-giallo;
odore: fruttato leggero;
sapore: fruttato leggero con eventuale presenza di leggera sensazione di amaro e piccante;
punteggio al Panel test: > = 7,0
acidità massima totale espressa in acido oleico, in peso, non superiore a grammi 0,50 per 100 grammi di olio;
numero perossidi: < = 12 MeqO2/Kg.
acido oleico: > = 76%
3) Altri parametri non espressamente citati devono essere conformi alla attuale normativa U.E.
4) In ogni campagna olearia il Consorzio di tutela individua e conserva in condizioni ideali un congruo numero di campioni rappresentativi degli oli di cui all’art. 1 da utilizzare come standard di riferimento per l’esecuzione dell’esame organolettico.
5) È in facoltà del Ministro delle risorse agricole, alimentari e forestali di modificare con proprio decreto i limiti analitici soprariportati su richiesta del consorzio di tutela.
6) La designazione degli oli alla fase di confezionamento deve essere effettuata solo a seguito dell’espletamento della procedura prevista dal D.M. 4 novembre 1993, n. 573, in ordine agli esami chimico-fisici ed organolettici.

Articolo 7.
Designazione e presentazione
1. Alla denominazione di origine protetta di cui all’art. 1 è vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione non espressamente prevista dal presente disciplinare di produzione ivi compresi gli aggettivi: “fine”, “scelto”, “selezionato”, “superiore”.
2. È consentito l’uso veritiero di nomi, ragioni sociali, marchi privati purchè non abbiano significato laudativo o non siano tali da trarre in inganno il consumatore.
3. L’uso di nomi di aziende, tenute, fattorie e loro localizzazione territoriale, nonché il riferimento al confezionamento nell’azienda olivicola o nell’associazione di aziende olivicole o nell’impresa olivicola situate nell’area di produzione è consentito solo se il prodotto è stato ottenuto esclusivamente con olive raccolte negli oliveti facenti parte dell’azienda e se l’oleificazione e il confezionamento sono avvenuti nell’azienda medesima.
4. Le operazioni di confezionamento dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine protetta di cui all’art. i devono avvenire nell’ambito della zona geografica delimitata al punto 1 dell’art. 3.
5. Le menzioni geografiche aggiuntive, autorizzate all’art. 1 del presente disciplinare, devono essere riportate con dimensione non superiore rispetto a quella dei caratteri con cui viene indicata la denominazione di origine protetta “Laghi Lombardi”.
6. L’uso di altre indicazioni geografiche consentite ai sensi dell’art. 1, punto 2 del D.M. 4 novembre 1993, n. 573, riferite a comuni, frazioni, tenute, fattorie da cui l’olio effettivamente deriva deve essere riportato in caratteri non superiori alla metà di quelli utilizzati per la designazione della denominazione di origine protetta di cui all’art. 1.
7. Il nome della denominazione di origine protetta di cui all’art. 1 deve figurare in etichetta con caratteri chiari ed indelebili con colorimetria di ampio contrasto rispetto al colore dell’etichetta e
tale da poter essere nettamente distinto dal complesso delle indicazioni che compaiono su di essa.
La designazione deve altresì rispettare le norme di etichettatura previste dalla vigente legislazione.
8. L’olio extravergine di oliva a denominazione di origine protetta di cui all’art. 1 deve essere immesso al consumo in recipienti in vetro o in banda stagnata di capacità non superiore a litri 5.
9. È obbligatorio indicare in etichetta l’annata di produzione delle olive da cui l’olio è ottenuto.

Fonte: Agraria.org

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Olio extravergine d'oliva Laghi Lombardi D.O.P - I.G.P. - per la foto si ringrazia

Olio extravergine d’oliva Laghi Lombardi D.O.P – I.G.P. – per la foto si ringrazia

Olio extravergine d'oliva Laghi Lombardi D.O.P. - I.G.P.

Olio extravergine d’oliva Laghi Lombardi D.O.P. – I.G.P.

Olio extravergine d’oliva Garda – D.O.P.

Disciplinare di produzione – Garda DOP

Articolo 1.
Denominazione
La denominazione di origine controllata “Garda”, accompagnata da una delle seguenti menzioni geografiche aggiuntive: “Bresciano”, “Orientale”, “Trentino”, è riservata all’olio extravergine di oliva rispondente alle condizioni ed ai requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
Varieta’ di olivo
1. La denominazione di origine controllata “Garda”, accompagnata dalla menzione geografica aggiuntiva “Bresciano”, è riservata all’olio extravergine di oliva ottenuto dalle seguenti varietà di olivo presenti, da sole o congiuntamente negli oliveti: Casaliva, Frantoio e Leccino per almeno il 55%. Possono, altresì, concorrere altre varietà presenti negli oliveti in misura non superiore al 45%.
2. La denominazione di origine controllata “Garda”, accompagnata dalla menzione geografica aggiuntiva “Orientale” è riservata all’olio extravergine di oliva ottenuto dalla varietà di olivo Casaliva o Drizzar presente negli oliveti per almeno il 50%. Possono, altresì, concorrere le seguenti varietà: Lezzo, Favarol, Rossanel, Razza, Fort, Morcai, Trepp, Pendolino, presenti negli oliveti, da sole o congiuntamente, in misura non superiore al 50%.
3. La denominazione di origine controllata “Garda”, accompagnata dalla menzione geografica aggiuntiva “Trentino” è riservata all’olio extravergine di oliva ottenuto dalle seguenti varietà di olivo presenti da sole o congiuntamente, negli oliveti: Casaliva, Frantoio, Pendolino e Leccino per almeno l’80%. Possono, altresì, concorrere altre varietà presenti negli oliveti in misura non superiore al 20%.

Articolo 3.
Zona di produzione
1. La zona di produzione delle olive destinate alla produzione dell’olio extravergine di oliva di cui all’art.1 comprende i territori olivati atti a conseguire le produzioni con le caratteristiche qualitative previste nel presente disciplinare di produzione situati nel territorio amministrativo delle provincie di Brescia, Verona, Mantova e Trento.
2. La zona di produzione delle olive destinate alla produzione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata “Garda” accompagnata dalla menzione geografica aggiuntiva “Bresciano” comprende, in provincia di Brescia, l’intero territorio amministrativo dei seguenti comuni: Botticino, Calvagese della Riviera, Desenzano del Garda, Gardone Riviera, Gargnano, Gavardo, Limone sul Garda, Lonato, Manerba del Garda, Moniga del Garda, Muscoline, Padenghe sul Garda, Paitone, Polpenazze del Garda, Pozzolengo, Puegnago del Garda, Roè Volciano, Salò, San Felice del Benaco; Serle, Sirmione, Soiano del Lago, Tignale, Toscolano Maderno, Tremosine, Villanuova sul Clisi, Vobarno. Tale zona riportata in apposita cartografia, è delimitata dai confini amministrativi dei comuni sopracitati.
3. La zona di produzione delle olive destinate alla produzione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata “Garda” accompagnata dalla menzione geografica aggiuntiva “Orientale” comprende, nelle provincie di Verona e Mantova, l’intero territorio amministrativo dei seguenti comuni:
– in provincia di Verona: Affi, Bardolino; Brenzone; Bussolengo, Caprino Veronese, Castelnuovo del Garda, Cavaion Veronese, Costermano, Garda, Lazise, Malcesine, Pastrengo, Peschiera del Garda, Rivoli Veronese, San Zeno di Montagna, Sommacampagna, Sona, Torri del Benaco, Valeggio sul Mincio;
– in provincia di Mantova: Castiglione delle Stiviere, Cavriana, Monzambano, Ponti sul Mincio, Solferino, Volta Mantovana. La zona predetta, riportata in apposita cartografia, è delimitata dai confini amministrativi dei comuni sopracitati.
4. La zona di produzione delle olive destinate alla produzione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata “Garda” accompagnata dalla menzione geografica aggiuntiva “Trentino” comprende, in provincia di Trento, l’intero territorio amministrativo dei seguenti comuni: Arco, Calavino, Cavedine, Drena, Dro, Lasino, Nago-Torbole, Padergnone, Riva del Garda, Tenno, Vezzano. Tale zona, riportata in apposita cartografia, è delimitata dai confini amministrativi dei comuni sopracitati, ad esclusione del comuni di Lasino, Padergnone e Vezzano, i cui territori interessati riguardano esclusivamente le parti rivierasche in località S.Massenza, Sarche e Toblino limitrofe al lago di Toblino-S.Massenza.

Articolo 4.
Caratteristiche di coltivazione
1. Le condizioni ambientali e di coltura degli oliveti destinati alla produzione dell’olio extravergine di oliva di cui all’art.1 devono essere quelle tradizionali e caratteristiche della zona e, comunque, atte a conferire alle olive ed all’olio derivato le specifiche caratteristiche qualitative.
2. I sesti di impianto, le forme di allevamento ed i sistemi di potatura devono essere quelli tradizionalmente usati o, comunque, atti a non modificare le caratteristiche delle olive e degli oli destinati alla denominazione di origine controllata di cui all’art. 1.
3. Sono pertanto idonei gli oliveti collinari e pedo collinari dell’anfiteatro morenico del Garda, i cui terreni morenici di natura prevalentemente sabbiosa siano senza ristagni d’acqua e perfettamente sgrondi con presenza di calcare.
4. Per la produzione dell’olio extravergine d’oliva a denominazione di origine controllata “Garda”, accompagnata dalla menzione geografica aggiuntiva “Bresciano” sono da considerarsi idonei gli oliveti compresi nella zona di produzione descritta al punto 2 dell’art. 3.
5. Per la produzione dell’olio extravergine d’oliva a denominazione di origine controllata “Garda”, accompagnata dalla menzione geografica aggiuntiva “Orientale” sono da considerarsi idonei gli oliveti compresi nella zona di produzione descritta al punto 3 dell’art.3.
6. Per la produzione dell’olio extravergine d’oliva a denominazione di origine controllata “Garda”, accompagnata dalla menzione geografica aggiuntiva “Trentino” sono da considerarsi idonei gli oliveti compresi nella zona di produzione descritta al punto 4 dell’art.3.
7. La raccolta delle olive destinate alla produzione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine di cui all’art.1 deve essere effettuata entro il 15 gennaio di ogni anno.
8. La produzione massima di olive degli oliveti destinati alla produzione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata di cui all’art.1 non può superare i kg. 5000 per ettaro per gli impianti intensivi. La resa massima delle olive in olio non può superare il 22%.
9. Anche in annate eccezionalmente favorevoli la resa dovrà essere riportata sui limiti predetti attraverso accurata cernita purché la produzione globale non superi di oltre il 20% i limiti massimi sopra indicati.
10. La denuncia di produzione delle olive deve essere presentata secondo le procedure previste dal D.M. 4 novembre 1993, n.573, in un’unica soluzione.
11. Alla presentazione della denuncia di produzione delle olive e della richiesta di certificazione di idoneità del prodotto, il richiedente deve allegare la certificazione rilasciata dalle Associazioni dei produttori olivicoli ai sensi dell’art. 5, punto 2 lettera a) della legge 5 febbraio 1992, n. 169, comprovante che la produzione e la trasformazione delle olive sono avvenute nella zona delimitata dal disciplinare di produzione.

Articolo 5.
Modalità di oleificazione
1. La zona di oleificazione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata “Garda” accompagnata dalla menzione geografica “Bresciano” comprende l’intero territorio amministrativo dei comuni indicati al punto 2 dell’art.3.
2. La zona di oleificazione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata “Garda” accompagnata dalla menzione geografica “Orientale” comprende l’intero territorio amministrativo dei comuni indicati al punto 3 dell’art.3.
3. La zona di oleificazione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata “Garda” accompagnata dalla menzione geografica “Trentino” comprende l’intero territorio amministrativo dei comuni indicati al punto 4 dell’art.3.
4. La raccolta delle olive destinate alla produzione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine di cui all’art. 1 deve avvenire direttamente dalla pianta a mano o con mezzi meccanici.
5. Per l’estrazione dell’olio extravergine di oliva di cui all’art. 1 sono ammessi soltanto i processi meccanici e fisici atti a garantire l’ottenimento di oli senza alcuna alterazione delle caratteristiche qualitative contenute nel frutto.
6. Le operazioni di oleificazione devono avvenire entro cinque giorni dalla raccolta delle olive.

Articolo 6.
Caratteristiche al consumo
All’atto dell’immissione al consumo l’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata “Garda” accompagnata dalla menzione geografica “Bresciano” deve rispondere alle seguenti caratteristiche:
colore: dal verde al giallo;
odore: di fruttato medio o leggero;
sapore: fruttato con leggera sensazione di amaro e piccante;
acidità massima totale espressa in acido oleico, in peso, non superiore a grammi 0,6 per 100 grammi di olio;
punteggio al Panel test:>=7,00
numero perossidi: <= 12 Meq02/kg;
acido oleico:>=74%
All’atto dell’immissione al consumo l’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata “Garda” accompagnata dalla menzione geografica “Orientale” deve rispondere alle seguenti caratteristiche:
colore: verde da intenso a marcato, con modeste variazioni della componente del giallo;
odore: fruttato leggero
sapore: fruttato con sensazione di mandorla dolce;
acidità massima totale espressa in acido oleico, in peso, non superiore a grammi 0,6 per 100 grammi di olio;
punteggio al Panel test:>=7,00
numero perossidi :<= 14 Meq02/kg;
acido oleico: >=74%
All’atto dell’immissione al consumo l’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata “Garda” accompagnata dalla menzione geografica “Trentino” deve rispondere alle seguenti caratteristiche:
colore: verde con riflessi dorati;
odore: di fruttato leggero con sensazione erbacea;
sapore: sapido, delicatamente fruttato;
acidità massima totale espressa in acido oleico, in peso, non superiore a grammi 0,5 per 100 grammi di olio;
punteggio al Panel test:>= 7,00
numero perossidi: <= 14 Meq02/kg.
Altri parametri non espressamente citati devono essere conformi alla attuale normativa U.E.
In ogni campagna olearia il consorzio di tutela individua e conserva in condizioni ideali un congruo numero di campioni rappresentativi degli oli di cui all’art. 1 da utilizzare come standard di riferimento per l’esecuzione dell’esame organolettico.
E’ facoltà del Ministro per le risorse agricole, alimentari e forestali di modificare con proprio decreto i limiti analitici sopra riportati su richiesta del consorzio di tutela.
La designazione degli oli alla fase di confezionamento deve essere effettuata solo a seguito dell’espletamento della procedura prevista dal D.M. 4 novembre 1993, n. 573, in ordine agli esami chimico-fisici ed organolettici.

Articolo 7.
Designazione e presentazione
1. Alla denominazione di origine controllata di cui all’art. 1 è vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione non espressamente prevista dal presente disciplinare di produzione ivi compresi gli aggettivi: “fine”, “scelto”, “selezionato”, “superiore”.
2. E’ consentito l’uso veritiero di nomi, ragioni sociali, marchi privati purché non abbiano significato laudativo o non siano tali da trarre in inganno il consumatore.
3. L’uso di nomi di aziende, tenute, fattorie e loro localizzazione territoriale, nonché il riferimento al confezionamento nell’azienda olivicola o nell’associazione di aziende olivicole o nell’impresa olivicola situate nell’area di produzione è consentito solo se il prodotto è stato ottenuto esclusivamente con olive raccolte negli oliveti facenti parte dell’azienda e se l’oleificazione e il confezionamento sono avvenuti nell’azienda medesima.
4. Le operazioni di confezionamento dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata di cui all’art. 1 devono avvenire nell’ambito della zona geografica delimitata al punto 1 dell’art. 3.
5. Le menzioni geografiche aggiuntive, autorizzate all’art. 1 del presente disciplinare, devono essere riportate in etichetta con dimensione non inferiore alla metà e non superiore rispetto a quella dei caratteri con cui viene indicata la denominazione di origine controllata “Garda”.
6. L’uso di altre indicazioni geografiche consentite ai sensi dell’art.1, punto 2, del D.M. 4 novembre 1993, n.573, riferite a comuni, frazioni, tenute, fattorie, da cui l’olio effettivamente deriva deve essere riportato in caratteri non superiori alla metà di quelli utilizzati per la designazione della denominazione di origine controllata di cui all’art.1.
7. Il nome della denominazione di origine controllata di cui all’art. 1 deve figurare in etichetta con caratteri chiari ed indelebili con colorimetria di ampio contrasto rispetto al colore dell’etichetta e tale da poter essere nettamente distinto dal complesso delle indicazioni che compaiono su di essa: La designazione deve altresì rispettare le norme di etichettatura previste dalla vigente legislazione.
8. L’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata “Garda”, accompagnato dalla menzione geografica aggiuntiva “Bresciano”, deve essere immesso al consumo in recipienti in vetro di capacità non superiore a litri 5.
9. L’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata “Garda”, accompagnata dalla menzione geografica aggiuntiva “Orientale” deve essere immesso al consumo in recipienti in vetro di capacità non superiore a litri 1.
10. L’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata “Garda”, accompagnata dalla menzione geografica aggiuntiva “trentino” deve essere immesso al consumo in recipienti in vetro di capacità non superiore a litri 1.
11. E’ obbligatorio indicare in etichetta l’annata di produzione delle olive da cui l’olio è ottenuto.

Fonte: Agraria.org

Per saperne di più:

Olio extravergine d'oliva Garda D.O.P. - per la foto si ringrazia

Olio extravergine d’oliva Garda D.O.P. – per la foto si ringrazia

Olio extravergine d'oliva D.O.P. - per la foto si ringrazia

Olio extravergine d’oliva D.O.P. – per la foto si ringrazia

Miele Varesino – D.O.P.

Miele Varesino Dop

Il «Miele Varesino» è un miele monoflorale di acacia ad elevato grado di purezza dal punto di vista dell’origine del nettare. Il miele è peculiarmente liquido e presenta un colore chiaro, da trasparente a giallo paglierino, un odore leggero e delicato, privo di odori marcati e un sapore molto dolce. L’aroma è delicato, confettato e vanigliato.
La zona geografica di produzione si estende ai piedi delle Alpi, tra i fiumi Ticino ed Olona e tra i laghi Maggiore e di Lugano. Tale zona corrisponde al territorio della Provincia di Varese.
La presenza in questa zona geografica di estese e continuative fioriture di Robinia pseudoacacia L. ha determinato, da almeno un secolo e mezzo, l’interesse per la pratica dell’apicoltura ed il successo della produzione del «Miele Varesino».

Disciplinare di produzione

Articolo 1.
Denominazione del prodotto
La Denominazione di Origine Protetta “Miele Varesino” è riservata al miele conforme ai requisiti ed alle prescrizioni stabilite nel presente disciplinare, della tipologia monoflorale:

MIELE VARESINO monoflorale di ACACIA.

Articolo 2.
Zona di produzione
La zona geografica di produzione, sia per la fase di raccolta in campo che per quella di estrazione e preparazione per il consumo è delimitata dai confini del territorio della Provincia di Varese.
La Provincia di Varese (“Provincia Verde” e dei “Laghi”) è delimitata ad ovest dal Lago Maggiore (Verbano) e dal corso del fiume Ticino; a nord e, parzialmentea est, dal confine italo-svizzero, e nelle restanti direzioni dai confini con le province di Como e di Milano.
La zona prealpina si sviluppa tra il Lago Maggiore e il Lago di Lugano (Ceresio) in una intricata serie di brevi solchi vallivi, le cosidette valli varesine, separate da rilievi che mediamente superano poco i 1000 metri.
La zona contigua al capoluogo è un’area di transizione verso la pianura, modellata da bassi rilievi morenici e caraterizzata dalle piccole conche glaciali dei laghi di Biandronno,Varese, Monate e Comabbio.
Ancora più a sud i rilievi morenici degradano e, da Gallarate fino al confine con la provincia di Milano, il paesaggio è quello dell’alta pianura padana, con suoli ciottolosi di deposito alluvionale e ripiani inclinati verso sud ed intagliati dalla rete idrografica del fiume Olona, Bozzente, Lura, Arno e del “fiume azzurro” il Ticino.
Gli apiari per la produzione del miele monoflorale di “acacia”, al momento della raccolta del nettare sono ubicati in pianura, in collina ed sulle montagne varesine ad una altezza che non deve superare i 600 m. sul livello del mare.

Articolo 3.
Caratteristiche del prodotto
Per “MIELE VARESINO” si intende il miele prodotto da alveari localizzati, nel periodo di bottinatura del nettare, all’interno del territorio della Provincia di Varese che deve essere estratto da favi e preparato per la commercializzazione all’interno dello stesso territorio.

Il “MIELE VARESINO” di acacia, dizione utilizzata per il miele monoflorale di Robinia Pseudoacacia L., viene così definito in quanto proviene da un’unica origine floreale e ne possiede le caratteristiche organolettiche, chimico-fisiche e microscopiche definite di seguito.

3.1 Caratteristiche chimico fisico generali.
Il contenuto di acqua del “MIELE VARESINO” non deve essere superiore al 17.50%.
Indice HMF idrossimetilfulfurale inferiore a 15 mg/kg.

3.2 Caratteristiche organolettiche
Le caratteristiche organolettiche dipendono dall’origine floreale e sono di conseguenza lievemente diverse in rapporto alle diverse componenti nettarifere e dalle zone di produzione:
Colore: trasparente, da quasi incolore a giallo paglierino.
Odore: generico di miele, leggero e delicato, privo di odori marcati.
Sapore: molto dolce, delicato, confettato e vanigliato.
Stato fisico: tipicamente liquido, cristallizzazione rara e comunque molto ritardata.

3.3.Caratteristiche melissopalinologiche
Classe di rappresentatività: PK/10g inferiore a 20.000 (media 9.500).
Il polline di Robinia si trova in modo ricorrente associato a quello di specie non nettarifere, la maggior parte delle quali presenti diffusamente allo stato spontaneo nei robinieti della zona di produzione, come Graminaceae, Fraxinus, Quercus robur gr., Rumex, Sambucus nigra, Chelidonium e Luzula. Tra le specie spontanee di tipo nettarifero si riscontrano Acer, Prunus f., Salix, Trifolium repens e Castanea sativa, quest’ultima sempre rappresentata negli spettri pollinici.
Tra le piante coltivate o perlopiù presenti in modo prevalente in impianti forestali artificiali, giardini e parchi, troviamo ben rappresentate sia specie non nettarifere (Actinidia, Pinaceae) che nettarifere (Aesculus, Gleditsia, Liriodendron).
Nella parte centro-settentrionale della zona di produzione lo spettro risulta ancor più caratteristico per la presenza di pollini appartenenti a specie di piante sempreverdi (laurofille), tra cui spiccano Ilex aquifolium e la palma Trachycarpus fortunei (una volta chiamata Chamarops excelsa), quest’ultima specie ricorrentemente rappresentata negli spettri pollinici.
Occorre infine rimarcare l’assenza di polline di Loranthus europaeus e di leguminose foraggere, quali Onobrychis, Hedysarum coronarim tutte specie mancanti nella zona di produzione.
Il Polline di Robinia è il principale polline del miele di acacia con percentuali molto variabili (generalmente superiori a 25%), campo di variazioni 15-70% rispetto allo spettro pollinico complessivo.

Articolo 4.
Prova dell’origine
Ogni fase del processo produttivo viene monitorata documentando per ognuna gli imput e gli output. In questo modo e attraverso l’iscrizione in appositi elenchi, gestiti dalla struttura di controllo, delle arnie, dei produttori e dei confezionatori, la tenuta di registri di produzione e di confezionamento nonché attraverso l’immediata dichiarazione alla struttura di controllo delle quantità prodotte, è garantita la tracciabilità e la rintracciabilità del prodotto.
Tutte le persone fisiche o giuridiche iscritte nei relativi elenchi sono assoggettate al controllo da parte della struttura di controllo, secondo quanto disposto dal disciplinare di produzione e dal relativo piano di controllo.

Articolo 5.
Descrizione del metodo di ottenimento del prodotto
5.1 Conduzione degli alveari
Gli alveari di produzione possono essere:
“stanziali”, cioè permanere nella stessa postazione per l’intero arco dell’anno di produzione.
“nomadi” con spostamenti entro il territorio sopra descritto per tutto il periodo della fioritura interessata e provenienti da postazioni esterne dal territorio ma devono giungervi privi di melario o con melario vuoto.
Sono utilizzate arnie razionali (a favo mobile) a sviluppo verticale e, al momento del raccolto produttivo delle api, verranno impiegati melari vuoti e puliti.
E’ assolutamente vietato utilizzare per la nutrizione proteica, pollini di origine diversa da quella strettamente di produzione locale.
Durante l’ispezione degli alveari, il fumo necessario deve essere prodotto con materiali vegetali di natura cellulosica che non devono trasferire al miele odori estranei o residui di combustione.

5.2 Prelievo, Estrazione e Preparazione al consumo
E’ fatto divieto di usare sostanze repellenti.
Per l’utilizzo della denominazione di origine protetta “MIELE VARESINO”, il miele deve essere estratto e preparato per il consumo attraverso le seguenti fasi:
l’estrazione deve essere effettuata esclusivamente da favi di melario privo di covata;
i locali destinati alla smielatura, lavorazione conservazione del miele devono essere ubicati nell’ambito territoriale della zona di produzione;
l’estrazione è condotta esclusivamente con smielatori centrifughi. La filtrazione deve essere eseguita per gravità con filtri permeabili agli elementi figurati del miele (pollini). Successivamente alla filtrazione il miele deve essere posto in recipienti provvisti di coperchio, al fine della decantazione.
La qualità del prodotto viene assicurata con l’osservanza, da parte degli operatori, di tecniche di buone prassi apistiche riguardanti l’allevamento delle famiglie, la produzione, il prelievo dei melari, l’estrazione del miele, la preparazione al consumo del raccolto e la conservazione dello stesso.
Nel caso il miele, ancora contenuto nei melari, presenti un contenuto di acqua superiore a 17.50% è consentito un trattamento dei favi con corrente di aria calda e secca e/o con deumidificatore al fine di portare l’umidità ad un valore inferiore a 17.50%.
E’ fatto assoluto divieto trattare il prodotto con temperature superiori a 40 gradi.

5.3 Conservazione
Il miele prodotto può essere conservato, confezionato ed etichettato entro 24 mesi dalla data di estrazione.
I locali dove viene conservato il miele devono essere asciutti, areati e, se necessario, ad umidità controllata.

Articolo 6.
Legame con l’ambiente geografico
Fattori storici ed umani
Nella provincia di Varese l’apicoltura ha sempre avuto un ruolo di primaria importanza nell’economia rurale di questo territorio.
Tra la fine dell’ottocento e i primi del novecento due eventi importanti diedero un notevole impulso all’apicoltura varesina.
Innanzitutto con la costruzione della rete ferroviaria italiana realizzata dall’unità d’Italia in poi, la Robinia pseudoacacia fu utilizzata per consolidare i pendii delle scarpate e delle trincee che grazie alle sue ramificate radici superficiali assicurava un ottimo consolidamento dei terreni.
La specie, originaria del Nord America, si diffuse in Italia verso la fine del XVIII secolo quale pianta da giardino e dimostratasi subito vigorosa e di facile adattamento a diversissime condizioni pedoclimatiche passò ad usi forestali. La specie, trovò nella provincia di Varese un habitat ideale per l’indice di piovosità, per il tipo di terreno e per le temperature. La diffusione che ebbe al di fuori della rete ferroviaria fu enorme, e tutti quei terreni abbandonati dall’agricoltura in conseguenza alla forte industrializzazione di quegli anni insieme ai boschi incolti/trascurati, furono colonizzati dalla Robinia. Le piante iniziarono a produrre il prelibato nettare che avrebbe dato luogo al famoso miele di Acacia (così battezzato dai francesi in tutto il mondo).
Contestualmente l’apicoltura cosiddetta Villica si stava trasformando in apicoltura Razionale che permetteva di prelevare il miele senza dover ricorrere all’apicidio e di ottenere dei mieli monoflorali, impossibili da produrre con il sistema villico.
“Le prime arnie razionali comparvero a Cassano presso il dott. Dubini e … a Golasecca e Coarezza … dai soci, geometra Giacomo Guazzoni e Fresca, nel 1882 acquistando bugni villici che travasavano nell’arnia ideata dal Guazzoni stesso, a fondo mobile e a soffitta mezza mobile. Nel 1887 il Guazzoni costruì lo stampo per fogli cerei, il primo con metallo da caratteri da stampa, in seguito di alluminio e ne diffuse un po’ da tutte le parti, ed uno anche in Siberia. I due soci concorsero in diverse esposizioni guadagnandosi diplomi e medaglie. … l’arnia Guazzoni … poteva essere tenuta chiusa in apiario: … le operazioni si eseguivano più facilmente, perché apribile anche nella parte superiore”. Questi eventi consentirono di produrre mieli monoflorali, oltre al tradizionale castagno, già a far data dai primi anni del novecento: poteva essere ottenuto il miele di acacia, grande novità per quei tempi, determinando quindi un notevole incremento dell’apicoltura nella provincia di Varese nei successivi anni. Tale attività costituiva la principale fonte di reddito per gli apicoltori.
I boschi di robinia del territorio varesino fin da subito sono diventati meta di apicoltori provenienti da altri territori; tuttora il patrimonio boschivo offre nettare oltre che ai 12.000 alveari “Varesini” ad altrettanti alveari “Forestieri”. Negli ultimi anni l’apicoltura in provincia di Varese ha fatto passi da gigante infatti sempre più si dedicano a questa attività, quale fonte di reddito, apicoltori professionisti, senza tener conto dei semiprofessionisti ed hobbisti che, vista la forte presenza di boschi, si dedica a questa passione anche quale fonte di reddito alternativa.
A testimonianza di ciò si ricorda che fin dal 1934 esiste un Consorzio provinciale Obbligatorio fra Apicoltori convertito nel 1983 in Associazione Produttori Apistici della Provincia di Varese e affiancato nel 1989 dal Consorzio Qualità Miele Varesino.
Si evidenzia che da tantissimi anni durante la fioritura della Robinia Pseudoacacia, sul territorio della provincia di Varese la presenza degli alveari si raddoppia passando da 12.000 a oltre 20.000 arnie. La motivazione di questo notevole incremento è da ricondursi al fatto che a differenza da altre zone in cui si produce il miele d’acacia, nel territorio varesino non ci sono colture agrarie o essenze spontanee che influenzano con la loro fioritura la qualità del prodotto che risulta così più puro e pienamente rispondente alla migliore tipicità del miele di acacia.

Fattori ambientali
Da sud a nord la provincia di Varese può essere ripartita per il 22% a pianura (alta pianura), il 46% a collina ed infine il 32% a montagna. L’alta pianura è formata da depositi alluvionali terrazzati di origine fluvioglaciale, in particolare da sedimenti grossolani, costituiti da ghiaie e ciottoli. La zona collinare è prevalentemente costituita da depositi morenici intervallati a piane. I rilievi montuosi, confinati nella zona settentrionale, presentano litologie di natura carbonatica (marne e soprattutto dolomie e calcari) oppure silicatica (rocce metamorfiche, come gneiss e micascisti, e ignee, come granofiri e porfiriti).
Il clima di tipo temperato suboceanico è caratterizzato da precipitazioni copiose, più o meno regolarmente distribuite durante l’anno, e da escursioni termiche piuttosto contenute. Le temperature medie annuali oscillano tra gli 8 °C sui rilievi montuosi sino ai 13°C in pianura, mentre le precipitazioni medie annuali aumentano da sud a nord, passando da valori di 1100 mm a 2100 mm.
I numerosi specchi lacustri contribuiscono all’eterogeneità del territorio, anche sotto il profilo microclimatico.
Nella parte planiziale l’uso del suolo è per la maggior parte rappresentato da insediamenti residenziali e produttivi oltre che da seminativi. Procedendo verso nord, aumentano progressivamente gli ambienti a maggior naturalità (boschi, prati, aree umide, ecc.), tanto che le zone montuose sono ammantate da boschi di latifoglie, come querceti, acero-frassineti, castagneti e faggete.
Complessivamente i boschi della provincia di Varese ricoprono una superficie di circa 541 km2, pari al 45% dell’intera superficie provinciale. L’acacia o robinia (Robinia pseudoacacia) costituisce boschi monospecifici (robinieti puri) oppure consorzi con altre specie forestali (robinieti misti). Nell’insieme i robinieti ricoprono una superficie di circa 163 km2, corrispondente al 30% della superficie forestale provinciale. I robinieti sono in particolar modo diffusi nella parte centro-meridionale (pianura e collina), dove rappresentano spesso l’unica tipologia forestale presente nella zona planiziale, mentre nella parte settentrionale (montagna) sono presenti soltanto a bassa quota; i robinieti, infatti, superano di rado i 600 m. di altitudine.
Nei boschi Robinia pseudoacacia si presenta associata ad Acer pseudoplatanus e A. campestre, Castanea sativa Corylus avellana, Crataegus monogyna, Fraxinus excelsior, Prunus avium e P. serotina, Robinia viscosa, Sambucus nigra e Quercus robur. Su alberi e arbusti si abbarbicano spesso liane, come Clematis vitalba, Hedera helix, Lonicera japonica, Parthenocissus quinquefolia e Rosa multiflora. Lo strato erbaceo è piuttosto variabile in relazione alle caratteristiche del suolo ed è normalmente ricco di specie della famiglia delle Graminaceae (soprattutto Brachypodium sylvaticum, Holcus mollis, Molinia arundinacea, Poa nemoralis e P. sylvicola) e dei generi Luzula (L. multiflora, L. nivea e L. pilosa) e Carex (C. brizioides, C. digitata, C. muricata agg. e C. sylvatica), oltre che di Alliaria petiolata, Anemone nemorosa, Chelidonium majus, Circaea lutetiana, Duchesnea indica, Galeopsis pubescens, Galium aparine, Geum urbanum, Polygonatum multiflorum, Primula vulgaris, Rubus fruticosus, Vinca minor e Viola odorata. Nella parte centro-settentrionale della provincia i robinieti si arricchiscono di specie arboree e arbustive sempreverdi (Elaeagnus pungens, Laurus nobilis, Ilex aquifolium, Ligustrum lucidum, Prunus laurocerasus Taxus baccata e la palma Trachycarpus fortunei), molte delle quali termicamente esigenti e originarie di climi tropicali caldo-umidi. Gli esemplari naturalizzati di queste particolari specie, collettivamente chiamate laurofille, sono il risultato di un processo di spontaneizzazione che parte dai numerosi centri di dispersione (parchi e giardini) presenti storicamente sul territorio, soprattutto nelle zone circostanti i principali laghi dove trovano accoglimento ville settecentesche e ottocentesche. I parchi e i giardini ospitano, in generale, una ricca diversità di specie, in particolare di dendroflora, tra cui spiccano Aesculus hippocastanum, Gleditsia triacanthos, Liriodendron tulipifera, Prunus cerasifera e numerose specie di conifere appartenenti alla famiglia delle Pinaceae (Cedrus atlantica e C. deodara, Chamaecyparis lawsoniana, Picea abies e Pinus strobus).
Nel periodo di fioritura di Robinia pseudoacacia non si manifestano comunque altre fioriture di specie nettarifere così ugualmente importanti da un punto di vista quantitativo, che possano andare ad inficiare la monofloralità del miele prodotto.

Fattori produttivi
L’attività apistica è diffusa e sviluppata su tutto il territorio provinciale ed è caratterizzata da aziende produttive che operano con grande passione in regime di professionismo, semi-professionismo e hobbysti, considerando questa attività un’importante punto di forza della economia della produzione agricola nella provincia di Varese.
Tradizionalmente l’attività si compone di apiari stanziali ed anche nomadisti che vanno dalla pianura alla collina ed alla montagna seguendo le varie fasi di fioritura.
La provenienza del “MIELE VARESINO” è verificabile mediante l’analisi melissopallallinologica.

6.1 Identificazione del prodotto
Il “MIELE VARESINO” in ogni sua fase di produzione deve assicurare la tracciabilità del prodotto.

Articolo 7.
Controlli
La verifica sulla conformità del prodotto al disciplinare è svolto da una struttura di controllo, in conformità a quanto stabilito dagli art. 10 e 11 del Reg. (CEE) n. 510/2006.
L’Organismo di controllo è: I.M.C. S.r.l. – Via Pisacane, 32 – 60019 Senigallia (AN) – tel. +039. 071 7930179 fax +039 071 7910043, e-mail: [email protected]

Articolo 8.
Etichettatura
Le indicazioni relative alla designazione e presentazione del prodotto confezionato sono quelle prevista dalla vigente legislazione.
Oltre a quelle previste, in etichetta devono esserci le seguenti indicazioni:
la denominazione “MIELE VARESINO” come descritto nell’art.1 del presente disciplinare;
l’acronimo “DOP” o per esteso “Denominazione d’Origine Protetta”;
il logo comunitario di identificazione dei produttori a Denominazione di Origine Protetta;
la data di produzione corrispondente al mese ed anno di estrazione, preceduta dalla parola “Produzione” (esempio Produzione maggio 2011)
le modalità di conservazione: “da conservarsi in luogo fresco e asciutto e al riparo dalla luce”;
da consumarsi entro; mese ed anno” corrispondenti a non più di 36 mesi dalla data di estrazione”.
Possono inoltre comparire sull’etichetta:
indicazioni nutrizionali
consigli per l’uso.

Articolo 9.
Utilizzo del marchio

L’utilizzo del marchio “MIELE VARESINO” è riservato agli apicoltori che risiedono, producono ed hanno il laboratorio nella zona di produzione da almeno tre anni.

Fonte: Agraria.org

Miele Varesino D.O.P. - per la foto si ringrazia

Miele Varesino D.O.P. – per la foto si ringrazia

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