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Archive for the ‘Sapori d’Italia’ Category

Cipolla di Isernia – P.A.T.

Area di produzione
Isernia.

Caratteristiche del prodotto
Bulbo di colore bianco, con forma schiacciata, pezzatura grande (peso medio da 100 a 300 g.).

Metodiche di lavorazione
Semina in agosto in semenzai, trapianto fine ottobre – novembre. Distanza sulla fila 20-30 cm, tra le file 60-70 cm. Pianta particolarmente rustica adatta a terreni marginali, necessita di una zappettatura a primavera e di una concimazione organica con letame; la raccolta è intorno al 15 giugno. Dopo la raccolta, le radici vengono tagliate, le prime foglie asportate con taglio a circa 8-10 cm sopra il bulbo. I bulbi vengono messi in mazzetti di due, tre e quattro a seconda della grandezza e conservati sotto tettoie arieggiate o in locali tipo fondaci ventilati.

Materiali e attrezzature per la preparazione
La raccolta viene fatta esclusivamente a mano con l’ausilio di attrezzi tradizionali (zappa, bidente).

Locali di lavorazione, conservazione e stagionatura
Tettoie aperte o fondaci freschi e ventilati.

Elementi che comprovano la tradizionalità
Cenni storici
Veniva usata in campo medico per curare le cisti, attraverso impacchi di cipolla cotta; la foglia di cipolla riscaldata veniva utilizzata per i duroni ai piedi.

Fonte: iserniaturismo.it

Cipolla bianca di Isernia P.A.T. – per la foto si ringrazia

Zucca di Rocchetta Cengio – P.A.T.

La Zucca di Rocchetta, color arancio e di medie dimensioni, con polpa densa e molto zuccherina, è ideale per fare: torte salate, creme vellutate, ripieni vari, ma soprattutto confetture e mostarde in accompagnamento ai formaggi.

Nei primi mesi di vita della Contotta Slow Food Alta Valle Bormida, alcuni soci Slow Food hanno dato vita al progetto “Salviamo la Zucca di Rocchetta”. L’iniziativa, rivolta alla valorizzazione dei prodotti locali, della cucina e delle tradizioni culinarie, si pone contro l’omologazione che mette a rischio la cultura gastronomica della Valle, e la salute dei suoi abitanti. Il progetto si rivolge in modo particolare ai piatti della tradizione locale a base di una zucca che si presta sia per i dolci sia per i salati.

Il progetto si fonda sul fatto che, negli ultimi anni, solo uno o due contadini anziani si premunivano per garantire la continuità, con annate produttive povere nell’ordine di quattro o cinque zucche che dividevano con amici e conoscenti. Nel 2005 Slow Food ha intercettato i pochi semi rimasti per distribuirli ad agricoltori e orticoltori della Valle, che si sono impegnati a coltivarli in purezza per salvaguardarne la sopravvivenza e garantirne il rischio di estinzione, riappropriandosi della capacità di riprodurre le sementi. Dalla piccola produzione (40 esemplari) del 2005 sono stati selezionati 850 semi prelevati dalle zucche migliori e distribuiti a 130 soggetti.

  • Zona di produzione: Cengio e comuni Alta Valle Bormida
  • Lavorazione: Semina alla fine di Aprile in piena terra. Ogni confezione di semi per la produzione 2006 oltre alla lettera di impegno al rispetto del disciplinare , riporta il numero della zucca di provenienza garantendo il monitoraggio produttivo e selettivo- raccolta ottobre-conservazione fmo ad aprile. Semina coltivazione nell’area geografica definita dall’apposito regolamento, nel rispetto di apposito disciplinare (pubblicato su : www.slowfood-altavallebormida.it)
  • Curiosità:La zucca Rouge Vif d’Estampes è una varietà di Cucurbita maxima, di colore rosso-arancio, appiattita, con caratteristici solchi sulla buccia, di origine francese. (ancora in commercio negli Stati Uniti) Era il prototipo per la carrozza a forma di zucca di Cenerentola e, spesso, viene chiamata con il nome di zucca Cinderella (Cenerentola in inglese). Mediamente ha un tempo di maturazione di 110 giorni, un peso di 12 kg e una larghezza di 50 cm per un’altezza di 15 cm. Ha una polpa deliziosa ed è eccellente per le torte di zucca. I primi semi arrivano a Rocchetta circa 30/35 anni fa (inizio anni 70)e nel corso degli anni si è modificata naturalmente nelle dimensioni, mantenendo inalterata la qualità, anzi, secondo gli “amici della zucca” comitato spontaneo per il progetto salviamo la Zucca di Rocchetta), ha acquistato una pregevole qualità soprattutto per confetture e vellutate.

Fonte: agriligurianet.it

Zucca di Rocchetta Cengio P.A.T. – per la foto si ringrazia

Pisello di Borso del Grappa – P.A.T.

“El biso de Borso” si distingue dagli altri per la sua dolcezza: qualità e pregi vengono esaltati nel raccolto primaverile, è in questo momento che i semi sono teneri e di sapore delicato.

Territorio interessato alla produzione

Territorio Comunale di Borso del Grappa (TV)

La storia

Non si hanno notizie precise sull’origine di questo legume, che probabilmente proviene dall’Asia centrale. Venne citato da vari studiosi greci e romani. Proprio questi ultimi conoscevano e coltivavano due diverse varietà del legume. Attualmente l’Italia è uno dei maggiori produttori mondiali di piselli.

Il Pisello di Borso era conosciuto fin dai tempi della Serenissima Repubblica Veneta, quando veniva offerto con il riso al Doge in occasione della festa di San Marco. Anche nel “Trattato della Natura de’ cibi” di Baldassarre Pisanelli del 1659 si trovano riferimento ad un pisello particolarmente dolce proveniente dalla zona di Borso. Altri documenti disponibili attestano che il Pisello veniva coltivato a Borso sin dal 1800.
Un tempo veniva portato ai vicini mercati di Bassano, Asolo e Crespano: la coltivazione era diffusissima.

La maggiore manifestazione che oggi vede protagonista il prodotto è “ La mostra del mercato del Biso” che si svolge durante il mese di giugno.

Descrizione del prodotto

Il pisello è una leguminosa. È caratterizzato da una forma sferoidale di colore verde, a buccia liscia, di consistenza dura e sapore dolce. È racchiuso assieme ad altri piselli in un baccello di colore verde brillante, non commestibile e croccante al tatto. La definizione di “biso di borso” viene applicata esclusivamente ai baccelli della specie “pisum sativum l.” il cui numero medio di baccelli per pianta è di 5-6 mentre il numero medio di semi per baccello è di circa 6. Rispetto ai piselli che normalmente si trovano in commercio, il prodotto finito si presenta meno acquoso, più concentrato e particolarmente dolce.


Processo di produzione

La particolare dolcezza di questo pisello, dalla quale dipende la sua fama, è ottenuta anche grazie ai metodi di coltivazione che prevedono la semina autunnale sulle colline riparate, esposte a sud, dove la particolare giacitura dei terreni, l’assenza di nebbie e la felice esposizione favoriscono tale caratteristica. Le tecniche agronomiche utilizzate sono tradizionali, senza impiego di pesticidi e concimi chimici di sintesi e sono effettuate su terreni che da almeno dieci anni non sono interessati da leguminose in genere. I piselli vengono venduti in cassette di cartone del peso di ca. 5 kg. L’imballaggio usato deve essere nuovo ed il prodotto deve essere privo di foglie e steli. All’interno della cassetta deve essere presente la fascia con il marchio tipico, il nome e dati dell’azienda e del socio produttore, nonché la data di raccolta. Il prodotto non è soggetto a trasformazioni poiché è destinato al consumo allo stato fresco, tuttavia può essere conservato alcuni giorni nelle celle frigorifere utilizzate normalmente per prodotti orticoli.

Reperibilità

Dalla tarda primavera ad estate inoltrata sono reperibili presso tutti i mercati al dettaglio.

Usi

I piselli sono ricchi di proteine, ferro, vitamine e fosforo e si prestano a molteplici usi culinari. Famosissima è la ricetta tipicamente veneta dei Risi e bisi.

Fonte: marcadoc.com

Pisello di Borso del Grappa P.A.T. – per la foto si ringrazia

Valdadige – D.O.C.

Zona di produzione e storia

La denominazione di origine controllata «Valdadige» od in lingua tedesca «Etschtaler», è riservata ai vini che rispondono alle condizioni e ai requisiti prescritti dal presente disciplinare di produzione, per le seguenti tipologie: Bianco, Rosso, Rosato, Pinot grigio, Pinot bianco, Chardonnay, Schiava e Frizzante.

Le uve destinate alla produzione dei vini a denominazione di origine controllata «Valdadige» devono essere prodotte nell’intero territorio dei comuni appresso indicati:
Provincia di Trento:
Avio, Ala, Aldeno, Arco, Besenello, Calliano, Calavino, Cembra, Drò, Faedo, Faver, Giovo, Isera, Lasino, Lavis, Lisignano, Mezzocorona, Mezzolombardo, Mori, Nago, Torbole, Nogaredo, Nomi, Padergnone, Pomarolo, Riva del Garda, Roverè della Luna, Rovereto, San Michele all’Adige, Segonzano, Tenno, Trambileno, Trento, Vezzano, Villalagarina, Volano, Zambano.
Provincia di Bolzano:
Andriano, Appiano, Bolzano, Bronzolo, Caines, Caldaro, Cermes, Cornedo all’Isarco, Cortaccia, Cortina all’Adige, Egna, Fiè, Gargazzone, Lagundo, Laives, Lana, Magrè all’Adige, Marlengo, Merano, Montagna, Nalles, Ora, Parcines, Postal, Renon, Riflano, Salorno, San Pancrazio, Scena, Terlano, Termeno, Tesino, Tirolo, Vedena.
Provincia di Verona (Veneto):
Brentino Belluno, Dolcè, Rivoli Veronese.

Vitigni – Grado alcolometrico minimo – Invecchiamento e qualifiche

Base ampelografica
La denominazione di origine controllata «Valdadige» è riservata al vino bianco ottenuto dalle uve prodotte dai vigneti aventi, nell’ambito aziendale, la seguente composizione ampelografica:
Pinot bianco, Pinot grigio, Riesling italico, Muller Thurgau e Chardonnay, da soli o congiuntamente, in misura non inferiore al 20%.
Trebbiano toscano, Nosiola, Sauvignon e Garganega, da soli o congiuntamente, per la differenza.
La denominazione di origine controllata «Valdadige» è riservata al vino rosso o rosato ottenuto dalle uve prodotte dai vigneti aventi, nell’ambito aziendale, la seguente composizione ampelografica:
Enantio (Lambrusco a foglia frastagliata) e/o Schiave (sottovarietà e sinonimi), minimo 50%;
Merlot, Pinot nero, Lagrein, Teroldego, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon, da soli o congiuntamente, per la differenza.
La denominazione di origine controllata «Valdadige», con la specificazione di vitigno Chardonnay, Pinot bianco e Pinot grigio è riservata al vino ottenuto dal corrispondente vitigno per almeno l’85%.
Possono concorrere le uve provenienti da altri vitigni a bacca bianca, non aromatici, raccomandati e autorizzati nelle rispettive province, presenti nei vigneti in ambito aziendale fino ad un massimo del 15%.
La denominazione di origine controllata «Valdadige» con la specificazione di vitigno «Schiava» è riservata al vino ottenuto dalle uve del corrispondente vitigno, nella varietà Schiava grossa, Schiava gentile e Schiava grigia, da sole o congiuntamente, per almeno l’85%. Possono concorrere le uve provenienti da altri vitigni a bacca nera, non aromatici, raccomandati e autorizzati nelle rispettive province, presenti nei vigneti in ambito aziendale fino ad un massimo del 15%.

I vini a denominazione di origine controllata «Valdadige» all’atto dell’immissione al consumo devono rispondere alle seguenti caratteristiche:

«Valdadige» bianco: 
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 10,50% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 16,0 g/l.

«Valdadige» rosso: 
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,00% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 19,0 g/l.

«Valdadige» rosato: 
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 10,50% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 16,0 g/l.

«Valdadige» Pinot bianco: 
zuccheri riduttori residui: massimo 6 g/l;
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 10,50% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 16,0 g/l.

«Valdadige» Pinot grigio: 
zuccheri riduttori residui: massimo 6,0 g/l;
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 10,50% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 16,0 g/l.

«Valdadige» Chardonnay: 
zuccheri riduttori residui: massimo 6,0 g/l;
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 10,50% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 16,0 g/l.

«Valdadige» Schiava: 
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 10,50% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 16,0 g/l.

«Valdadige» Chardonnay e Pinot bianco frizzante: 
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,00% vol;
acidità totale minima: 5,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 14,0 g/l.

Caratteristiche organolettiche

I vini a denominazione di origine controllata «Valdadige» all’atto dell’immissione al consumo devono rispondere alle seguenti caratteristiche:

«Valdadige» bianco:
colore: paglierino;
profumo: vinoso, gradevole e caratteristico;
sapore: armonico, fresco, moderatamente acido e talvolta amabile;

«Valdadige» rosso:
colore: rosso rubino più o meno intenso;
profumo: vinoso, gradevole;
sapore: armonico, moderatamente acido, talvolta amabile;

«Valdadige» rosato:
colore: rosa più o meno intenso;
profumo: vinoso, gradevole, delicato;
sapore: morbido, lievemente acido, talvolta amabile;

«Valdadige» Pinot bianco:
colore: giallo paglierino;
profumo: gradevole, caratteristico;
sapore: armonico, fresco, sapido;

«Valdadige» Pinot grigio:
colore: giallo paglierino;
profumo: gradevole, caratteristico;
sapore: armonico, pieno;

«Valdadige» Chardonnay:
colore: giallo paglierino;
profumo: gradevole, caratteristico;
sapore: fresco, sapido, armonico;

«Valdadige» Schiava:
colore: da granato a rubino;
profumo: vinoso, gradevole;
sapore: morbido, moderatamente acido, talvolta amabile;

«Valdadige» Chardonnay e Pinot bianco frizzante:
spuma: sottile, persistente;
colore: giallo paglierino;
profumo: gradevole, fruttato;
sapore: secco o amabile.

Abbinamenti e temperatura di servizio

Variano a seconda della tipologia di vino.

Fonte: Agraria.org

Valdadige D.O.C. – per la foto si ringrazia

Radici di Soncino – P.A.T.

Le radici amare di Soncino fanno parte del genere Chicorium ed appartengono alla famiglia delle Astaraceae. La stessa famiglia a cui appartengono il tarassaco, il topinambur, il radicchio e molti altri tipi di insalata.

Le radici amare di Soncino sono di color bianco beige ed hanno una forma che ricorda quella di una lunga carota. Sono in possesso di ottime proprietà terapeutiche e sono caratterizzate da un gusto piuttosto amaro che però con la cottura perde d’intensità.

Questo è  un ortaggio tipicamente invernale . Viene coltivato quasi esclusivamente nei territori dell’antico borgo di Soncino, un comune situato nella pianura padana in provincia di Cremona.

Composizione chimica

Le radici amare contengono acqua, cellulosa, fibra alimentare, carboidrati, ceneri, proteine, inulina e una piccola percentuale di grassi.

Contengono le vitamine B1, B2, B6 e vitamina C.

I minerali sono fosforo, potassio, magnesio, manganese, calcio, sodio e ferro.

Calorie

100 grammi di radici amare di Soncino hanno un apporto calorico pari a 73 kcal.

Fonte: www.mr-loto.it

Radici di Soncino P.A.T. – per la foto si ringrazia

 

Rosmarino di Montevecchia – P.A.T.

La comparsa di questo prodotto nella zona del Parco Regionela di Montavecchia risale all’inizio del 1900 (in seguito alla diminuzione della gelsi bachicoltura): questa coltura infatti ben si adatta al microclima mite e privo di gelate dei ronchi terrazzati del parco.
Il Parco di Montevecchia è il cuore verde della Brianza: si dispiega in terrazzamenti, dolci declivi e fitti boscosi. I torrenti Curione e Molgoretta solcano le zone pianeggianti, mentre nel centro s’innalza un colle sormontato da una graziosa chiesetta secentesca.
Nonostante il fenomeno di abbandono della campagna e dei campi, oggi sono circa un centinaio le aziende agricole che operano e producono all’interno del parco: oltre a Salvia e Rosmarino i prodotti che vi si possono trovare sono formaggi, miele, vino.

Area di produzione
Comuni compresi nel Parco Regionale di Montevecchia (Cernusco Lombardone, Lomagna, Missaglia, Montevecchia, Olgiate Molgora, Osnago, Perego, Rovagnate, Sirtori e Viganò) in provincia di Lecco.

Caratteristiche
Il rosmarino cresce spontaneamente nell’area mediterranea delle zone litoranee della macchia mediterranea, dirupi sassosi e assolati dell’entroterra, dal livello del mare fino alla zona collinare; tuttavia si è acclimatato molto bene anche nella zona dei laghi prealpini e nei luoghi sassosi e collinari della pianura padana.

Curiosità
È noto in Italia anche col nome volgare di ramerino o ramerrino; il nome del genere deriva dalle parole latine ros (rugiada) e maris (del mare).

Fonte: www.paesidelgusto.it

Rosmarino di Montevecchia P.A.T. – per la foto si ringrazia

Amarene d’Uschione – P.A.T.

Caratteristiche
Le Amarene d’Uschione sono prodotte seguendo una particolare tecnica di potatura dell’albero.

Modalità produttive
Pianta allevata con fusto alto 2 metri e poi ramificazioni brevi, per miglior raccolta e minor fragilità. Nessun trattamento perché coltivate con produzione biologica.

Caratteristiche organolettiche
Le Amarene di Uschione hanno un sapore dolce e polpa compatta.

Come si consuma
Le Amarene di Uschione sono utilizzate per produrre confetture, ma soprattutto sotto spirito, con aggiunta di zucchero, dopo averle fatte essiccare al sole e prima di aggiungere la grappa.

Zona di produzione
Le Amarene di Uschione sono prodotte a Uschione, frazione di Chiavenna, in provincia di Sondrio.

Fonte: italiaatavola.net

 

Amarene d’Uschione P.A.T. – per la foto si ringrazia

Fava larga di Leonforte – P.A.T.

Nel cuore della provincia di Enna, dove da sempre si coltivano pesche prelibate, nascono anche delle fave speciali. Si tratta di Leonforte, un antico borgo dalla rinomata tradizione agricola dove, ancora oggi, è diffusa l’usanza di coltivare una varietà di fave dal sapore delizioso che si cuociono in un attimo dando vita a ricette che sanno di tradizione.

LA TRADIZIONE
Un tempo rappresentavano essenzialmente un espediente per mantenere i terreni più ricchi di azoto. Oggi sono diventate un prodotto tipico di Leonforte oltre che una specialità deliziosa da gustare in piatti semplici ma saporiti. Le fave larghe in questa zona della Sicilia sono note da sempre e da sempre rappresentano uno dei prodotti tipici più caratteristici della tradizione di Leonforte. Con la riduzione dei campi coltivati, hanno rischiato di scomparire ma grazie all’impegno dei produttori e al supporto della Fondazione Slow Food, sono sopravvissute all’oblio e sono diventate un prodotto dall’elevata connotazione tradizionale in grado di donare ricette sfiziose e piene di gusto.

LA DENOMINAZIONE
A riprova della loro lunga storia e del legame con il territorio di produzione, le fave di Leonforte sono state inserite nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) della regione Sicilia.

LE CARATTERISTICHE
Le fave larghe hanno un sapore delizioso e si cuociono facilmente, pertanto non richiedono un lungo ammollo prima della cottura. Le tecniche di produzione sono rimaste pressochè invariate nel corso del tempo e, difatti, vengono ancora oggi coltivate con tecniche manuali.

LA PRODUZIONE
A cavallo dei mesi di novembre e dicembre si preparano i solchi che accoglieranno i semi, disposti a gruppi e ricoperti di terra. Mano a mano che le piante crescono si smuove la terra attorno ad esse e la si rincalza. Quando cominciano ad avvizzire vengono falciate e lasciate essiccare, poi si battono e, per separare i semi dai residui di foglie e fusti, vengono buttate in aria con l’aiuto di un tridente.

LA CULTURA
Un tempo le fave di Leonforte venivano coltivate in rotazione con il frumento per mantenere il terreno ricco di azoto. Per evitare che scomparissero a seguito della progressiva riduzione dei campi, un gruppo di produttori ne ha recuperato il seme che oggi viene tutelato e salvaguardato dalle contaminazioni con le varietà non locali. Con la collaborazione della Fondazione Slow Food e del suo Presidio, i coltivatori hanno adottato un rigido Disciplinare di produzione che preserva i terreni dalla meccanizzazione e garantisce l’adozione di tecniche antiche.

IN CUCINA
A differenza di altri legumi, la fava di Leonforte non necessita di essere lasciata a lungo in ammollo prima della cottura. Quelle verdi appena raccolte si mangiano assieme ai cipollotti e al pecorino bagnate nel sale (favaiana e cipuddetti). Con le deliziose fave locali si può, inoltre, preparare una deliziosa frittedda con cipolle e pancetta.
La ricetta: Frittedda di fave di Leonforte. Ingredienti: fave di Leonforte, cipolle, pancetta, olio extravergine di olia.
Preparare la frittedda è davvero semplice. Basta tagliare le cipolle e la pancetta e farli dapprima soffriggere assieme alle fave, per poi proseguire la cottura a fuoco lento.

Fonte: turismo.it

Fave di Leonforte P.A.T. – per la foto si ringrazia

Carota della Val di Gresta – P.A.T.

Tipico ortaggio da radice coltivato in pieno campo in terreni fertili della Val di Gresta, ad un’altitudine media di 850 m s.l.m.-. Prodotto di colore aranciato intenso, con assenza di legno nel midollo centrale, risulta di sapore e croccantezza unici ed inconfondibili che lo rendono riconoscibile da altri coltivati in ambienti diversi.

Può essere utilizzato a tutto pasto, come ingrediente unico, come ingrediente principale o come contorno. Particolarmente nota è, infine, la sua utilizzazione per la preparazione di dolci.

Fonte: trentinoqualita.it

Carota della Val di Gresta P.A.T. – per la foto si ringrazia

Asparago di Terlano – P.A.T.

COLTIVAZIONE DEGLI ASPARAGI A TERLANO

L’asparago di Terlano ha una grande tradizione. Elegante, delicato, è particolarmente apprezzato dagli esperti. Complessivamente 15 produttori di asparagi di Terlano coltivano circa 10 ettari di terreno. Il sigillo di qualità MARGARETE ne certifica l’origine. Margarete è il marchio di qualità conferito all’asparago di Terlano, che proviene dalla produzione dei membri della Cantina di Terlano ed è protetto a livello europeo.

Nel corso dei millenni l’Adige ha reso il terreno sabbioso e ricco di humus. Il terreno dotato di un valore pH neutro è ideale per questo insostituibile ortaggio e conferisce il particolare e raffinato aroma.

MARGARETE – L´ORIGINALE DI TERLANO

Il marchio Margarete è protetto a livello europeo e garantisce qualità, freschezza e piacere. La coltivazione e la vendita fanno parte di una procedura impegnativa controllata dalla cooperativa. Ogni coltivatore di asparagi Margarete consegna più volte al giorno quanto prima la sua sana verdura tramite il taxi della Cantina. Gli asparagi giunti in Cantina vengono conservati per mantenere la loro freschezza finchè giungono al cliente. In questo modo è garantita la conservazione dell’aroma squisito e della ricchezza di vitamine e minerali.

Freschezza piacevole

L’asparago cresce tra le zone del Monte Macaion (Gantkofel) e del Montezoccolo (Tschögglberg) in mezzo ai meleti nel terreno sabbioso ricco di humus dell’Adige, che conferisce il particolare e raffinato aroma. La zona vanta 300 giorni di sole con più di 2000 ore di sole all’anno e una bassa media di precipitazioni annue pari a 558 mm. Questo clima è ideale per la coltivazione dell’asparago bianco.

Sano piacere

L’asparago, oltre a essere buono, è sano. Grazie al basso apporto calorico di solo 20 calorie (85 joule) ogni 100g, l’asparago è il protagonista ideale per un’alimentazione sana. Infatti contiene l’asparagina che ha proprietà depurative, le vitamine A, B1, B2, B6 e C, sostante minerali come potassio, fosforo e calcio, fondamentali per la stimolazione del sistema nervoso e la calcificazione delle ossa.

Conservazione

La cooperativa Margarete porta la freschezza dal campo al buongustaio. Asparagi e vino si arricchiscono in modo armonico e sono una vera e propria delizia. La vendita al dettaglio della Cantina di Terlano offre sia gli asparagi che il vino giusto per un menu raffinato. Infine, potete lasciarvi incantare anche dai ristoratori degli asparagi. Una decina di ristoranti di Terlano, Settequerce e Vilpiano offre l’asparago fresco Margarete in variazioni sfiziose. Inoltre, l’asparago Margarete viene offerto in vari negozi selezionati e stand mobili in tutto l’Alto Adige.

Fonte: www.terlaner-spargel.com/it/

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