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Archive for Luglio, 2015

Dice il saggio….

“Impara dagli errori degli altri, non puoi vivere così a lungo per farli tutti da te”.

Eleanor Roosvelt

Eleanor Roosvelt

Aprilia – D.O.C.

Zona di produzione e storia

La denominazione di origine controllata «Aprilia» è riservata ai vini bianchi e rossi che rispondono alle condizioni ed ai requisiti stabiliti dal disciplinare di produzione per le tipologie:
– Bianco di Aprilia;
– Rosso di Aprilia
– Rosato di Aprilia;
– Merlot di Aprilia.

Le uve devono essere prodotte nella zona di produzione che comprende: in provincia di Latina tutto il territorio comunale di Aprilia e parte di quello dei comuni di Cisterna e Latina ed in provincia di Roma parte del territorio comunale di Nettuno.

Di fondamentale rilievo sono i fattori umani legati al territorio di produzione, che per consolidata tradizione hanno contribuito ad ottenere il vino “Aprilia”.
La presenza della viticoltura nell’area delimitata risale all’epoca preromana, ma iniziò a declinare già ai tempi Plinio a causa disboscamenti selvaggi che provocarono la formazione di zone acquitrinose e paludose e l’insorgere della malaria, spostandosi progressivamente verso le zone limitrofe più interne e poste ad una altitudine maggiore. Al Rinascimento risalgono i primi lavori di bonifica della palude pontina ad opera del papa Leone X, che furono proseguiti da papa Sisto V e da Pio VI sul finire del Settecento: ciò permise di rendere coltivabili molti terreni contribuendo alla rinascita dell’agricoltura. La bonifica definitiva della risale agli anni trenta del secolo scorso e ha permesso il totale recupero dei terreni. L’Agro fu diviso in unità terriere di estensione variabile a seconda della fertilità del terreno e con una media di 20 ha per ogni gruppo familiare, che ebbe in dotazione una casa colonica (il podere), munita dei servizi civili e agricoli necessari. Nel periodo ottobre-novembre 1932 iniziò l’immigrazione di circa 60 mila contadini veneti, friulani ed emiliani (soprattutto ferraresi) che dovevano popolare l’Agro bonificato. Diedero origine ad una vitivinicoltura che, da una iniziale destinazione per l’autoconsumo (con varietà tipiche delle loro terre di origine come il Sangiovese ed il Merlot) in quanto il vino era considerato un alimento corroborante per il lavoro, passò progressivamente, segnatamente negli anni settanta del secolo scorso, ad una viticoltura da reddito.
Grazie alle loro peculiarità, numerosi sono i riconoscimenti ottenuti dai vini a DOC Aprilia sia in ambito locale, nazionale che internazionale; ben figurano inoltre sulle principali guide nazionali. Anche nei concorsi sia nazionali, sia internazionali i vini hanno ricevuto e continuano a ottenere numerosi riconoscimenti.

Vitigni – Grado alcolometrico minimo – Invecchiamento e qualifiche

Base ampelografica
Il vino a denominazione di origine controllata “Aprilia” deve essere ottenuto dalle uve provenienti dai vigneti aventi, nell’ambito aziendale, la seguente composizione ampelografica:
– Bianco di Aprilia
Trebbiano Toscano almeno il 50%;
Chardonnay dal 5% al 35%;
possono concorrere altri vitigni a bacca bianca, idonei alla coltivazione per la Regione Lazio, fino a un massimo del 15% del totale.
– Rosso e Rosato di Aprilia
Sangiovese almeno il 50%;
Cabernet Sauvignon dal 5% al 25%;
Merlot fino dal 5% al 25%
possono concorrere altri vitigni a bacca rossa, idonei alla coltivazione per la Regione Lazio, fino a un massimo del 15% del totale.
– Merlot di Aprilia
Merlot non meno dell’ 85%;
possono concorrere altri vitigni a bacca rossa, idonei alla coltivazione per la Regione Lazio, fino a un massimo del 15% del totale.

I vini a denominazione di origine controllata “Aprilia” devono rispondere, all’atto dell’immissione al consumo, alle seguenti caratteristiche:

“Bianco di Aprilia”:
– titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,00% vol;
– acidità totale minima: 4,5 g/l;
– estratto non riduttore minimo: 18,0 g/l.

“Rosso di Aprilia”:
– titolo alcolometrico volumico totale minimo: 12,00% vol;
– acidità totale minima: 5,0 g/l;
– estratto non riduttore minimo: 20,0 g/l.

“Rosato di Aprilia”:
– titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50% vol;
– acidità totale minima: 5,0 g/l;
– estratto non riduttore minimo: 18,0 g/l.

“Merlot di Aprilia”:
– titolo alcolometrico volumico totale minimo: 12,00% vol;
– acidità totale minima: 5,0 g/l;
– estratto non riduttore minimo: 22,0 g/l.

È in facoltà del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali di modificare con proprio decreto, i limiti minimi sopra indicati per l’acidità totale e per l’estratto non riduttore.

Caratteristiche organolettiche

I vini a denominazione di origine controllata “Aprilia” devono rispondere, all’atto dell’immissione al consumo, alle seguenti caratteristiche:

“Bianco di Aprilia”:
– colore: giallo paglierino talora con riflessi verdolini.
– odore: intenso, caratteristico, con note floreali.
– sapore: secco, intenso, equilibrato.

“Rosso di Aprilia”:
– colore: rosso rubino con riflessi granati con l’invecchiamento.
– odore: intenso, fine con sentori di frutta matura
– sapore: secco, intenso, armonico, di giusto corpo.

“Rosato di Aprilia”:
– colore: rosa tenue
– odore: delicato, floreale
– sapore: fresco, secco, sapido.

“Merlot di Aprilia”:
– colore: rosso rubino, tendente al granato con l’invecchiamento;
– odore: vinoso, gradevole;
– sapore: secco, di corpo caratteristico.

Fonte: Agraria.org

Aprilia D.O.C. - per la foto si ringrazia

Aprilia D.O.C. – per la foto si ringrazia

Agrumi della Costa dei Trabocchi – P.A.T.

È sull’incantevole Costa dei Trabocchi, fra Ortona e Fossacesia, che si concentra la produzione di agrumi abruzzesi. Questo tratto di costa, lungo circa 15 km, che comprende i comuni di Ortona, San Vito Chietino, Rocca San Giovanni e Fossacesia, prende il nome dalle antiche e suggestive “macchine da pesca” citate spesso negli scritti di Gabriele d’Annunzio. Tra gli agrumi coltivati, l’arancio è la specie prevalente ed è rappresentato da vecchie varietà sia a polpa pigmentata rossa (ottime per le spremute) che a polpa bionda.

La vivace colorazione delle arance rosse, ricche di vitamina C, è assicurata dalle antocianine, che oltre a conferire colore e gusto possiedono proprietà terapeutiche e antiossidanti con effetti antistress e antiinvecchiamento. Anche mandarino e limone sono presenti con diverse vecchie varietà di origine mediterranea. I terreni destinati alla coltivazione degli agrumi sono spesso in pendio e confinano con il mare. La raccolta viene fatta manualmente e si protrae per tutto l’inverno. Ricerche storiche hanno evidenziato che a importare l’arancio in questo territorio furono dei profughi sefarditi (ebrei di origine iberica) rifugiatisi nel Regno di Napoli: essi, infatti, colonizzarono questi luoghi, rimasti semi abbandonati a seguito del terribile terremoto con conseguente maremoto che li aveva colpiti nel 1627. Lo storico del paesaggio agrario Aurelio Manzi attesta inoltre che queste arance sono probabilmente discendenti da quelle cinesi, importate in Europa dai portoghesi nel XVIII secolo; e in effetti nel dialetto della zona sono chiamate ancora ‘portuhalle’. La presenza del mandarino e del limone, invece, viene fatta risalire all’inizio del secolo scorso.

Tra l’800 e il 900, il commercio degli agrumi era fiorente e fondamentale per l’economia locale, la frutta partiva dalla stazione ferroviaria di San Vito per il Nord Europa e il Nord America, ed enormi quantitativi venivano commercializzati anche sui frequentatissimi mercati di Lanciano. Le superfici a coltura erano consistenti e per questo i proprietari dei giardini venivano considerati benestanti. Oggi, invece, si stima una superficie residua di poche decine di ettari, che comunque consente il sussistere di un piccolo commercio locale effettuato in varie forme: mercatini di prossimità o vendita diretta presso le stesse aziende di produzione. Attualmente la massima valorizzazione delle arance si ottiene con la loro trasformazione in ottime confetture.

Fonte. Atlante dei prodotti tradizionali D’Abruzzo – ARSSA – Agenzia Regionale per i servizi di sviluppo agricolo-abruzzo

Agrumi della Costa dei Trabocchi P.A.T. - per la foto si ringrazia

Agrumi della Costa dei Trabocchi P.A.T. – per la foto si ringrazia

29 luglio

Oggi si venera Santa Marta di Betania, vergine.

Marta è la sorella di Maria e di Lazzaro di Betania, un villaggio a circa tre chilometri da Gerusalemme. Nella loro casa ospitale Gesù amava sostare durante la predicazione in Giudea. In occasione di una di queste visite compare per la prima volta Marta. Il Vangelo ce la presenta come la donna di casa, sollecita e indaffarata per accogliere degnamente il gradito ospite, mentre la sorella Maria preferisce starsene quieta in ascolto delle parole del Maestro. Non ci stupisce quindi il rimprovero che Marta muove a Maria: “Signore, non t’importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”.
L’amabile risposta di Gesù può suonare come rimprovero alla fattiva massaia: “Marta, Marta, tu t’inquieti e ti affanni per molte cose; una sola è necessaria: Maria invece ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta”. Ma rimprovero non è, commenta S. Agostino: “Marta, tu non hai scelto il male; Maria ha però scelto meglio di te”. Ciononostante Maria, considerata il modello evangelico delle anime contemplative già da S. Basilio e S. Gregorio Magno, non sembra che figuri nel calendario liturgico: la santità di questa dolce figura di donna è fuori discussione, poiché le è stata confermata dalle stesse parole di Cristo; ma è Marta soltanto, e non Maria né Lazzaro, a comparire nel calendario universale, quasi a ripagarla delle sollecite attenzioni verso la persona del Salvatore e per proporla alle donne cristiane come modello di operosità.
L’avvilita e incompresa professione di massaia è riscattata da questa santa fattiva di nome Marta, che vuol dire semplicemente “signora”. Marta ricompare nel Vangelo nel drammatico episodio della risurrezione di Lazzaro, dove implicitamente domanda il miracolo con una semplice e stupenda professione di fede nella onnipotenza del Salvatore, nella risurrezione dei morti e nella divinità di Cristo, e durante un banchetto al quale partecipa lo stesso Lazzaro, da poco risuscitato, e anche questa volta ci si presenta in veste di donna tuttofare. La lezione impartitale dal Maestro non riguardava, evidentemente, la sua encomiabile laboriosità, ma l’eccesso di affanno per le cose materiali a scapito della vita interiore. Sugli anni successivi della santa non abbiamo alcuna notizia storicamente accertabile, pur abbondando i racconti leggendari. I primi a dedicare una celebrazione liturgica a S. Marta furono i francescani, nel 1262, il 29 luglio, cioè otto giorni dopo la festa di S. Maria Maddalena, impropriamente identificata con sua sorella Maria.

Fonte: Piero Bargellini su Santi e Beati

Si festeggiano inoltre:

  • San Berio, martire a Costantinopoli
  • San Callinico di Granga, martire
  • San Felice
  • San Guglielmo Pinchon, vescovo
  • San Lazzaro, fratello di Santa Marta
  • San Lupo di Troyes, vescovo
  • Santa Maria di Betania
  • San Prospero di Orleans, vescovo
  • Santa Serafina, vergine
Santa Marta di Betania - per la foto si ringrazia

Santa Marta di Betania – per la foto si ringrazia

Buon mercoledì a tutti….

Kazuki Yamamoto

Kazuki Yamamoto

Dolce sardo – P.A.T.

Il Dolce sardo è un formaggio prodotto tutto l’anno da latte intero di razza Frisona e Bruna alimentate a fieno, insilati e concentrati. La zona di produzione comprende Arborea (OR), Oristano, Santa Maria la Palma (SS).

La forma di questo formaggio è cilindrica di altezza 7 cm e diametro 15 cm; il peso di 1,25 kg. La crosta appare di colore bianco e molto sottile. La pasta è burrosa, tenera. Nella lavorazione il latte viene prima pastorizzato e poi portato a temperatura di 35-36°C , viene poi inoculato con una coltura in latte di fermenti lattici (latte-fermento o latte-innesto) , successivamente viene aggiunto del caglio di vitello che fa raggiungere la coagulazione in 20-30 minuti. Dopo la formazione del coagulo la cagliata viene rotta prima con l’utilizzo della “spada” poi della “lira” fino alle dimesioni di una noce o di una nocciola.

Dopo la rottura la cagliata viene trasferita negli stampi insieme al siero, qui avviene lo spurgo del siero facilitato anche:
– dalla stufatura in camera calda
– dai continui rivoltamenti delle forme

La salatura avviene in salamoia per circa 40 ore.
La stagionatura dura 15-20 giorniin locali a 7-10°C con un’umidità relativa del 90%.

Il consumo di questo formaggio è diffuso in tutta la Sardegna:

– quello prodotto ad Arborea è denominato Dolce sardo
– quello prodotto ad Oristano è denominato Dolce tirso
– quello prodotto ad Sassari è denominato Maristella

Fonte: Atlante Caseario.com

Dolce sardo P.A.T. - per la foto si ringrazia

Dolce sardo P.A.T. – per la foto si ringrazia

Dolce sardo – P.A.T.

Il Dolce sardo è un formaggio prodotto tutto l’anno da latte intero di razza Frisona e Bruna alimentate a fieno, insilati e concentrati. La zona di produzione comprende Arborea (OR), Oristano, Santa Maria la Palma (SS).

La forma di questo formaggio è cilindrica di altezza 7 cm e diametro 15 cm; il peso di 1,25 kg. La crosta appare di colore bianco e molto sottile. La pasta è burrosa, tenera. Nella lavorazione il latte viene prima pastorizzato e poi portato a temperatura di 35-36°C , viene poi inoculato con una coltura in latte di fermenti lattici (latte-fermento o latte-innesto) , successivamente viene aggiunto del caglio di vitello che fa raggiungere la coagulazione in 20-30 minuti. Dopo la formazione del coagulo la cagliata viene rotta prima con l’utilizzo della “spada” poi della “lira” fino alle dimesioni di una noce o di una nocciola.

Dopo la rottura la cagliata viene trasferita negli stampi insieme al siero, qui avviene lo spurgo del siero facilitato anche:
– dalla stufatura in camera calda
– dai continui rivoltamenti delle forme

La salatura avviene in salamoia per circa 40 ore.
La stagionatura dura 15-20 giorniin locali a 7-10°C con un’umidità relativa del 90%.

Il consumo di questo formaggio è diffuso in tutta la Sardegna:

– quello prodotto ad Arborea è denominato Dolce sardo
– quello prodotto ad Oristano è denominato Dolce tirso
– quello prodotto ad Sassari è denominato Maristella

Fonte: Atlante Caseario.com

Dolce sardo P.A.T. - per la foto si ringrazia

Dolce sardo P.A.T. – per la foto si ringrazia

Mosto cotto – P.A.T.

Il Mosto cotto è una produzione che accomuna tutti i territori della regione Abruzzo. Presenta una buona densità: infatti, cola con filo continuo come l’olio. Ha un caratteristico colore violaceo scuro e un sapore molto dolce. Tradizionalmente l’uva utilizzata è quella del vitigno Montepulciano ma, a volte, anche quella di un’altra varietà locale del chietino, la Cococciola.

La vendemmia è effettuata quando le uve sono ben mature, con i valori dei parametri di maturazione poco oltre a quelli ottimali per la vinificazione (23- 25% di zuccheri). Le uve non devono presentare nessuna anomalia. Il procedimento di lavorazione ha diverse fasi. L’uva viene pigiata con le normali pigiatrici oppure, per piccole quantità, manualmente. Il mosto-fiore così ottenuto viene filtrato per ripulirlo dalle bucce, dai vinaccioli e da altre impurità derivanti dalla pigiatura, fino a quando raggiunge una giusta limpidezza e sottoposto a cottura. In passato, per la cottura del mosto, si utilizzavano paioli di rame sul fondo dei quali si poneva un coccio di piatto in terracotta riscaldato nel camino. Dal raggiungimento della fase di ebollizione, il mosto viene lasciato addensare a fuoco lento per circa 3 ore, finché la quantità non raggiunge circa un quarto di quella di partenza. Il mosto cotto ottenuto si lascia raffreddare e si imbottiglia per la conservazione, che può durare anche due o tre anni, perché garantita dall’elevato tenore zuccherino.

La preparazione del mosto cotto fa parte della secolare tradizione contadina abruzzese tramandata di generazione in generazione: prova ne sia che questo ingrediente è impiegato da sempre nella preparazione di dolci tipici, in particolare per i ripieni dei ”calcionetti” natalizi e delle “neole”.

Fonte: Atlante dei prodotti tradizionali D’Abruzzo – ARSSA – Agenzia Regionale per i servizi di sviluppo agricolo-abruzzo

Mosto Cotto P.A.T. - per la foto si ringrazia

Mosto Cotto P.A.T. – per la foto si ringrazia

Dice il saggio….

“Un vero peccato che impariamo le lezioni della vita solo quando non ci servono più”

Oscar Wilde

Oscar Wilde

 

Torrone tenero al cioccolato di Sulmona – P.A.T.

Prodotto nel comune di Sulmona e commercializzato in forma di stecca, il torrone tenero è costituito da un impasto morbido, spugnoso, di colore marrone, costituito da nocciole tostate, visibili sui lati tagliati (in quantità non inferiore al 30%), con un foglio di ostia alla base e uno a copertura della stecca, miele, zucchero, cacao, albume e vanillina. Il processo di elaborazione si effettua nella cosiddetta torroniera (con vasca in rame).

Dapprima si fanno cuocere insieme il miele e il bianco dell’uovo. Si aggiungono di seguito il cacao, lo zucchero e le nocciole tostate nelle apposite macchine tostatrici.
L’impasto, ancora caldo, viene steso con la spatola all’interno di teglie in acciaio, precedentemente foderate di ostia, e lasciato a raffreddare per una notte. Il giorno seguente viene tagliato con la taglierina in vari formati e quindi confezionato.

L’antica produzione del torrone in questa zona è comprovata da documentazioni amministrativo-contabili (come fatture, bolle di consegna, ecc.) conservate dai produttori, da foto storiche datate, da materiale pubblicitario e da vecchie confezioni.

Fonte: Atlante dei prodotti tradizionali D’Abruzzo – ARSSA – Agenzia Regionale per i servizi di sviluppo agricolo-abruzzo

Torrone tenero al cioccolato di Sulmon P.A.T. - per la foto si ringrazia

Torrone tenero al cioccolato di Sulmon P.A.T. – per la foto si ringrazia

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