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Archive for the ‘Prodotti agricoli e derivati’ Category

Oliva Nocellara del Belice – D.O.P.

Zona di produzione

La zona di produzione delle olive da tavola “Nocellara del Belice” comprende i territori vocati per caratteristiche pedologiche e climatiche, individuati dagli organi tecnici dalla Regione Sicilia, nei comuni di Castelvetrano, Campobello di Mazara e Partanna in provincia di Trapani.

Caratteristiche

L’Oliva Nocellara del Belice DOP, nella varietà verde o nera, ha una pezzatura grande con polpa consistente. Le sue caratteristiche organolettiche la rendono ideale per la conservazione in salamoia.

Disciplinare di produzione – Oliva Ascolana del Piceno DOP

Articolo 1.
La denominazione d’origine “Nocellara del Belice” è riservata alle olive da tavola che rispondono ai
requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
La denominazione d’origine “Nocellara del Belice” designa le olive da tavola prodotte negli oliveti costituiti dalla omonima varietà con presenza di eventuali doni locali e di varietà impollinatrici autoctone.

Articolo 3.
La zona di produzione delle olive da tavola “Nocellara del Belice” comprende i territori vocati per caratteristiche pedologiche e climatiche, individuati dagli organi tecnici dalla Regione Sicilia, nei comuni di Castelvetrano, Campobello di Mazara e Partanna in provincia di Trapani.

Articolo 4.
I terreni idonei per la coltivazione dell’olivo atto alla produzione della “Nocellara del Belice” sono prevalentemente sciolti, a tessitura sabbiosa ma anche argillosi e profondi. L’utilizzo dell’irrigazione, delle pratiche di concimazione e l’effettuazione delle altre pratiche colturali ed agronomiche devono essere effettuate secondo le modalità tecniche indicate dalla Regione Sicilia.
Sono ammesse forme di allevamento in volume, riconducibili al vaso, di densità massima pari a 300 piante per ettaro; altre forme quali il monocono, il fuso, il monocaule libero, la palmetta e la Y devono essere specificatamente autorizzate per i nuovi impianti da parte dei competenti servizi tecnici della Regione Sicilia. La produzione massima ad ettaro è di 70 quintali. La Regione Sicilia tenuto conto dei sesti di impianto e delle altre condizioni di coltivazione può fissare, di anno in anno, limiti di produzione idonei purché il livello qualitativo sia rispettato. La raccolta delle olive deve essere effettuata a mano (brucatura). È vietato l’impiego di cascolanti. La conservazione e il trasporto delle olive deve avvenire in cassette a rete o graticci, in strati che non superino i 20 cm.
Le olive debbono essere avviate alla lavorazione entro e non oltre 24 ore dalla raccolta. La concia delle olive, ai fini dell’acquisizione delle caratteristiche previste per l’immissione al consumo, deve essere effettuata con uno dei seguenti sistemi nell’ambito territoriale della provincia di Trapani:
Olive verdi
a) fermentazione lattica (sistema sivigliano);
b) cangianti al naturale;
c) sistema Castelvetrano.
Limitatamente ai sistemi a) e b) è consentita la successiva elaborazione ad oliva intera, schiacciata, snocciolata, affettata, incisa, condita.
Olive nere
a) mature senza trattamenti in mezzo alcalino;
b) con trattamento in mezzo alcalino.
Limitatamente al sistema a) è consentita la successiva elaborazione in salamoia al naturale, in salamoia all’aceto, disidratazione al sale secco, infornatura.
Limitatamente al punto b) è consentito il sistema californiano, al sale secco.

Articolo 5.
La sussistenza delle condizioni tecniche di idoneità di cui al precedente art. 4 è accertata dalla Regione Sicilia. Gli oliveti idonei alla produzione della “Nocellara del Belice” sono inseriti in apposito Albo attivato, aggiornato e pubblicato ogni anno. Copia di tale Albo viene depositata presso tutti i comuni compresi nel territorio di produzione. Il Ministero delle Risorse Agricole, Alimentari e Forestali indica le modalità da adottarsi per l’iscrizione, per l’effettuazione delle denunce annuali di produzione e per le certificazioni conseguenti ai fini di un corretto ed opportuno controllo della produzione riconosciuta e commercializzata annualmente con la denominazione d’origine protetta.

Articolo 6.
Le olive da mensa designate con la denominazione d’origine protetta “Nocellara del Belice” all’atto dell’immissione al consumo devono avere le caratteristiche indicate dalle norme di settore, in accordo con le caratteristiche delle olive da tavola contenute nel “Codex Alimentarius”.

Articolo 7.
La commercializzazione delle olive da mensa a denominazione d’origine “Nocellara del Belice” ai fini dell’immissione al consumo deve essere effettuata nel modo seguente: in recipienti di vetro o di banda stagnata; in sacchetti di materiale plastico, quale pellicola termo saldante; in contenitori in plastica per alimenti; in contenitori di terracotta. I contenitori e i recipienti devono consentire l’apposizione di un eventuale specifico contrassegno. In tutti i casi il prodotto deve essere sigillato in modo tale da impedire che il contenuto possa essere estratto senza la rottura del contenitore. Le capacità di tali recipienti e contenitori vengono stabilite seguendo le disposizioni in tal senso adottate dalla Regione Sicilia. Sui contenitori e recipienti dovranno essere indicate in caratteri di stampa delle medesime dimensioni le diciture “Nocellara del Belice”, seguita immediatamente dalla dizione “Denominazione di Origine Protetta”. Nel medesimo campo visivo deve comparire nome, ragione sociale ed indirizzo del confezionatore nonché il peso lordo all’origine. La dizione “Denominazione di Origine Protetta” può essere ripetuta in. altra parte del contenitore o dell’etichetta anche in forma di acronimo “D.O.P.”. A richiesta dei produttori interessati può essere utilizzato un simbolo grafico relativo alla immagine artistica, compresa la base colorimetrica eventuale, del logo figurativo o del logotipo specifico ed univoco da utilizzare in abbinamento inscindibile con la denominazione di origine. Deve inoltre figurare la dizione “prodotto in Italia” per le partite destinate all’esportazione.

Fonte: Agraria.org

Oliva Nocellara del Belice D.O.P. - per la foto si ringrazia

Oliva Nocellara del Belice D.O.P. – per la foto si ringrazia

Pomodoro di Pachino – I.G.P.

Zona di produzione

Riconoscimento CE: aprile 2003.

La zona di produzione del “Pomodoro di Pachino” comprende l’intero territorio comunale di Pachino e Portopalo di Capo Passero e parte dei territori comunali di Noto (provincia di Siracusa) ed Ispica (provincia di Ragusa). I consumatori potranno riconoscere il pomodoro Pachino IGP grazie ad un logo, posto sulle confezioni, raffigurante la Sicilia con un cerchio nella punta estrema, dove e’ collocata la zona di produzione, all’interno di un rombo dagli angoli tondeggianti di colore verde scuro.
Il “Pomodoro di Pachino” è prodotto in una zona caratterizzata da temperature elevate e da una elevata quantità totale di radiazioni solari, mentre la vicinanza del mare determina una mitigazione del clima ed una scarsa frequenza delle gelate invernali-primaverili. Un insieme di fattori che ha favorito lo sviluppo delle colture sotto serra e che, grazie alla qualità dell’acqua di irrigazione, determina le peculiari qualità organolettiche. La rintracciabilità e l’origine del prodotto è garantita dal fatto che i produttori devono iscrivere i terreni in un apposito elenco e sono tenuti a presentare annualmente all’Organismo di controllo una denuncia di produzione. Anche le strutture di confezionamento devono essere iscritte in un altro apposito elenco e presentare una denuncia annuale di prodotto lavorato.

Disciplinare di produzione – Pomodoro di Pachino IGP

Articolo 1.
Denominazione
L’Indicazione geografica protetta ”Pomodoro di Pachino” e riservata ai frutti di pomodoro che rispondono alle condizioni e ai requisiti stabiliti dal regolamento (CE) n. 510/2006 e indicati nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
Tipologie di frutto
L’Indicazione geografica protetta I.G.P. Pomodoro di Pachino designa pomodori allo stato fresco prodotti nella zona delimitata al successivo art. 3 del presente disciplinare di produzione, riferibili alla specie botanica Lycopersicum esculentum Mill.
L’I.G.P. ”Pomodoro di Pachino” e rappresentato dalle seguenti tipologie di frutto:
– tondo liscio;
– costoluto;
– cherry (o ciliegino).

Articolo 3.
Zona di produzione
La zona di produzione dell’I.G.P. “Pomodoro di Pachino”, di cui al presente disciplinare, comprende l’intero territorio comunale di Pachino e Portopalo di Capo Passero e parte dei territori comunali di Noto (prov. di Siracusa) ed Ispica (provincia di Ragusa). Per la delimitazione dei confini sono state utilizzate le carte I.G.M. 1:25000 ricadenti sui fogli:
Torre Vendicari 277 III N.E., Pachino 277 III S.E., Pantano Longarini 277 III S.O., Pozzallo 276 II S.E.
Tale zona e cosi delimitata:
dalla carta I.G.M. Torre Vendicari 277 III N.E., l’area interessata alla coltivazione del pomodoro di Pachino inizia dalla foce del canale Saia Scirbia e prosegue lungo tale canale fino alla intersezione con la strada provinciale Pachino-Noto. Prosegue tale strada in direzione Pachino fino alla strada provinciale Barracchino, carta I.G.M. Pachino 277 III S.E.
Carta I.G.M. Pantano Longarini 277 III S.O. Si prosegue lungo la strada Barracchino fino alla intersezione con la strada provinciale Pachino-Rosolini. Si prosegue lungo tale strada, in direzione Rosolini, fino all’incrocio con la strada provinciale Agliastro-Buonivini. Da qui, si prosegue fino ad imboccare la strada vicinale Coste Fredde che si percorre fino ad intersecare la strada provinciale n. 22 Pachino-Ispica.
La strada provinciale 22 si percorre fino al canale di bonifica Lavinaro Passo Corrado.
L’area interessata costeggia tale canale fino alla intersezione con la strada Fondo Panze Saline che si percorre fino ad immettersi sulla strada provinciale n. 44 Pachino-Marza.
La strada provinciale 44 si percorre fino all’incrocio con la strada provinciale della Marza n. 67 e prosegue lungo la strada provinciale n. 50 (Bufali-Marza). Carta I.G.M. Pozzallo 276 II S.E., la strada provinciale n. 50 (Bufali-Marza) si percorre fino al Km VII/6, all’incrocio con la strada Iannuzzo che costeggia l’omonimo canale di Bonifica.
Si prosegue lungo tale strada fino a raggiungere il mare in prossimita della foce Vecchio al Km 5,50 della strada provinciale 67.

Articolo 4.
Modalita’ di coltivazione
La coltivazione della Indicazione geografica protetta I.G.P. ”Pomodoro di Pachino” deve essere effettuata in ambiente protetto (serre e/o tunnel ricoperti con film di polietilene o altro materiale di copertura); quando la coltivazione viene effettuata nel periodo estivo la coltura puo essere protetta da idonee strutture ricoperte con rete anti insetto. La tecnica di coltivazione, tradizionalmente attuata nel comprensorio, tende ad ottenere produzioni di qualita, seguendo le seguenti fasi:
– il trapianto si esegue da agosto a febbraio, tranne per la tipologia cherry che si può effettuare tutto l’anno;
la densita di impianto e di n. da 1,5-6 piante per mq;
le piantine devono essere fornite da vivai specializzati ed autorizzati dall’Osservatorio per le malattie delle piante. E consentito l’uso di piantine innestate;
– la forma di allevamento deve essere in verticale, ad una o piu branche;
– durante il ciclo si esegue la potatura verde consistente nell’asportazione delle foglie senescenti e germogli ascellari;
– e ammessa l’operazione colturale di cimatura;
– l’irrigazione e effettuata con acque di falda prelevate da pozzi ricadenti nel comprensorio delimitato.
La qualita’ dell’acqua e caratterizzata da una salinita che varia da 1.500 a 10.000 μs/cm;
– l’impollinazione puo essere agevolata per via fisica, chimica o entomofila; e vietato l’uso di qualsiasi sostanza ormonale che abbia azione diversa da quella allegante;
– la raccolta viene effettuata manualmente ogni 3-4 giorni a seconda delle condizioni climatiche.
Il ”Pomodoro di Pachino” I.G.P. puo essere condizionato direttamente in azienda o presso idonee strutture di condizionamento lo stesso giorno della raccolta.
Le operazioni di confezionamento ed imballaggio devono essere effettuate presso strutture ubicate nei territori dei comuni, anche parzialmente compresi nella zona di produzione, individuati all’art. 3 del presente disciplinare.
La produzione massima consentita di I.G.P. ”Pomodoro di Pachino” non deve superare i seguenti quantitativi per tipologia:
– pomodoro tondo liscio: ton 120/Ha;
– pomodoro costoluto: ton 90/Ha;
– pomodoro ciliegino o cherry: ton 70/Ha;
– Non sono ammesse, per le produzioni IGP ”Pomodoro di Pachino”, coltivazioni fuori suolo.

Articolo 5.
Adempimenti
L’accertamento della sussistenza delle condizioni tecniche di idoneita ed i relativi controlli, di cui all’art.10 e 11 del Regolamento (CE) n. 510/2006, saranno curati dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Sicilia gA.Mirrih – via Gino Marinuzzi, 3 – 90129 – Palermo
tel : 091 6565328 – fax : 091 6565437.
I produttori dell’I.G.P. ”Pomodoro di Pachino” devono iscriversi in un apposito elenco, attivato, tenuto ed aggiornato dall’Organismo di controllo con l’indicazione della superficie complessiva aziendale e di quella adibita alla produzione della denominazione.
L’Organismo di controllo e tenuto a verificare, attraverso opportuni sopralluoghi, i requisiti richiesti per l’iscrizione all’Elenco di cui sopra.
Annualmente i produttori sono tenuti a presentare una denuncia di produzione entro il mese di settembre.
Le strutture di condizionamento devono essere iscritte in altro apposito elenco con le medesime modalita e prescrizione sopra indicate, comprese la denuncia annuale di prodotto lavorato.

Articolo 6.
Caratteristiche al consumo
All’atto dell’immissione al consumo i pomodori I.G.P. Pomodoro di Pachino devono presentare le caratteristiche di seguito indicate.
In tutte le tipologie riportate all’art. 2, i frutti devono appartenere alle categorie merceologiche di extra e prima e devono essere:
– interi;
– di aspetto fresco;
– sani (sono esclusi i prodotti affetti da marciume o che presentino alterazione tali da renderli inadatti al consumo);
– puliti, privi di sostanze estranee visibili;
– privi di odori e/o sapori estranei.
Le principali caratteristiche del ”Pomodoro di Pachino” sono le seguenti:
– polpa soda;
– cavita placentare piccola;
– elevato contenuto zuccherino, determinato da una quantita di solidi solubili maggiore di 4,5‹ brix.

Articolo 7.
Designazione e presentazione
L’immissione al consumo dell’I.G.P. Pomodoro di Pachino deve avvenire secondo le modalita’ di seguito descritte.
Tutto il pomodoro, conforme ai requisiti riportati nel presente disciplinare ed immesso al consumo come I.G.P. Pomodoro di Pachino, deve essere confezionato utilizzando imballaggi nuovi, monouso, di diversa tipologia, ammessi dalla normativa vigente, che non superino il peso di 10 Kg.
Sugli imballaggi deve essere apposta una copertura tale da impedire l’estrazione del contenuto senza che ne venga evidenziata la sua rottura.
Tale copertura deve riportare il contrassegno distintivo di seguito descritto.
Ef ammessa, altresi, l’immissione al consumo in confezioni aperte purche i singoli frutti siano identificati con l’apposizione di etichette adesive che riportino il logo distintivo dell’I.G.P. Pomodoro di Pachino in ogni caso sono fatti salvi gli obblighi sull’etichettatura da riportare sugli imballaggi, cosi come di seguito riportati.
Il contenuto di ciascun imballaggio deve essere omogeneo e contenere pomodori provenienti della stessa varieta, tipologia, categoria e calibro ed i frutti devono essere omogenei per quanto riguarda maturita e colorazione.
Gli imballaggi devono essere identificati con la seguente dicitura I.G.P., anche per esteso, Pomodoro di Pachino e, nel caso che il contenuto non sia visibile dall’esterno e per la tipologia cherry o ciliegino, con l’indicazione delle tipologie di frutto.
Sugli imballaggi deve essere altresi riportato:
il logo distintivo, che costituisce parte integrante del presente disciplinare;
– il nome dell’imballatore e/o speditore;
– le caratteristiche commerciali: tipologia, categoria, peso del collo;
– la dicitura: pomodoro prodotto in coltura protetta;
– il simbolo comunitario ai sensi del regolamento (CE) n. 1898/2006 della Commissione del 14 dicembre 2006.
I caratteri con cui e indicata la dicitura I.G.P. Pomodoro di Pachino o le altre diciture previste dal presente disciplinare, devono essere raggruppati nel medesimo campo visivo e presentati in modo chiaro, leggibile e indelebile e sufficientemente grandi da risaltare sullo sfondo sul quale sono riprodotti cosi da poter essere distinti nettamente dal complesso delle altre indicazioni e/o disegni.
E vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione non espressamente prevista nel presente disciplinare di produzione e/o eventuali indicazioni complementari aventi carattere laudativo o tali da trarre in inganno il consumatore sulla natura e caratteristiche del prodotto.
Logo distintivo dell’IGP ”Pomodoro di Pachino”
Il logo ha forma di rombo dagli angoli tondeggianti di colore verde scuro Pantone 356 CVC, contenente una sagoma circolare interna di colore paglierino Pantone 607 CVC e dai contorni di colore verde chiaro Pantone 369 CVC.
La figura geometrica e tagliata sulla parte inferiore da una scritta di colore bianco recante la dicitura ”POMODORO DI PACHINO”â inserita in una striscia rettangolare di colore nero.
La sagoma circolare interna contiene il disegno dell’isola di Sicilia di colore salmone Pantone 1595 CVC e contorno nero contrassegnato da un punto di colore giallo Pantone 123 CVC e dal contorno nero sull’estrema punta in basso.
Il logo reca nella zona piu bassa la scritta ”IGP” di colore paglierino Pantone 607 CVC.

Fonte: Agraria.org

Per saperne di più:

Pomodoro Pachino I.G.P. - per la foto si ringrazia

Pomodoro Pachino I.G.P. – per la foto si ringrazia

Pomodoro Pachino I.G.P

Pomodoro Pachino I.G.P

Olio extravergine di oliva Val di Mazara – D.O.P.

Disciplinare di produzione – Val di Mazara DOP

Articolo 1.
Denominazione
La denominazione di origine controllata “Val di Mazara” e’ riservata all’olio di oliva extravergine rispondente alle condizioni ed ai requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
Varieta’ di olivo
La denominazione di origine controllata “Val di Mazara” deve essere ottenuta dalle seguenti varieta’ di olivo presenti, da sole o congiuntamente negli oliveti, per almeno il 90%: Biancolilla, Nocellara del Belice, Cerasuola. Possono, altresi’, concorrere in misura non superiore al 10% altre varieta’ presenti nella zona come “Ogliarola Messinese”, “Giaraffa” e “Santagatese” o eventualmente piccole percentuali di altre cultivar tipiche locali.

Articolo 3.
Zona di produzione
Le olive destinate alla produzione dell’olio di oliva extravergine della denominazione di origine controllata “Val di Mazara” devono essere prodotte, nell’ambito delle province di Palermo ed Agrigento, nei territori olivati idonei alla produzione di olio con le caratteristiche e livello qualitativo previsti dal presente disciplinare di produzione, che comprende, il territorio amministrativo dei seguenti comuni: provincia di Palermo: tutti i comuni; provincia di Agrigento: l’intero territorio amministrativo dei seguenti comuni: Alessandria della Rocca, Bivona, Burgio, Calamonaci, Caltabellotta, Cattolica Eraclea, Cianciana, Lucca Sicula, Menfi, Montallegro, Montevago, Ribera, Sambuca di Sicilia, Santa Margherita del Belice, Sciacca, Villafranca Sicula. La zona predetta e’ delimitata in cartografia 1:25.000.

Articolo 4.
Caratteristiche di coltivazione
1. Le condizioni ambientali e di coltura degli oliveti devono essere quelle tradizionali e caratteristiche della zona e, comunque, atte a conferire alle olive ed all’olio derivato le specifiche caratteristiche. Pertanto, sono da considerarsi idonei gli oliveti situati fino a 700 m.s.l. i cui terreni risultino di medio impasto, profondi, permeabili, asciutti ma non aridi e siano caratterizzati da un clima mediterraneo sub-tropicale, semiasciutto, con una piovosita’ media che supera i 500 mm anno e concentrata per il 90% nel periodo autunno-vernino. 2. I sesti di impianto, le forme di allevamento ed i sistemi di potatura, devono essere quelli generalmente usati o, comunque, atti a non modificare le caratteristiche delle olive e dell’olio. 3. La produzione massima di olive/Ha non puo’ superare kg 8000 per ettaro negli oliveti specializzati. 4. Per la coltura consociata o promiscua la produzione massima non puo’ superare i kg 6000 per ettaro. 5. Anche in annate eccezionalmente favorevoli la resa dovra’ essere riportata attraverso accurata cernita purche’ la produzione globale non superi di oltre il 20% il limite massimo sopra indicato. 6. La raccolta delle olive viene effettuata a partire dall’inizio dell’invaiatura e non deve protrarsi oltre il 30 dicembre di ogni campagna oleicola.

Articolo 5.
Modalita’ di oleificazione
1. Le operazioni di estrazione dell’olio e di confezionamento devono essere effettuate nell’ambito dell’area territoriale delimitata nel precedente art. 3. 2. La raccolta delle olive destinate alla produzione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata “Val di Mazara” puo’ avvenire con mezzi meccanici o per brucatura. 3. La resa massima di olive in olio non puo’ superare il 22%. 4. Per l’estrazione dell’olio sono ammessi soltanto processi meccanici e fisici atti a produrre oli che presentino il piu’ fedelmente possibile le caratteristiche peculiari originarie del frutto. 5. Le olive raccolte devono essere conservate in recipienti rigidi ed aerati, fino alla fase di molitura, disposti in strati sottili ed in locali che garantiscono condizioni di bassa umidita’ relativa (50 – 60%) e temperature massime di 15o. 6. Le olive devono essere molite entro i due giorni successivi alla raccolta.

Articolo 6.
Caratteristiche al consumo
1. L’olio di oliva extravergine a denominazione di origine controllata “Val di Mazara” all’atto dell’immissione al consumo, deve rispondere alle seguenti caratteristiche: colore: giallo oro con sfumature di verde intenso; odore: di fruttato e a volte anche di mandorla; sapore: fruttato, vellutato con retrogusto dolce; punteggio minimo al panel test > = 6,5; acidita’ massima totale espressa in acido oleico, in peso, non eccedente grammi 0,5 per 100 grammi di olio; numero perossidi < = 11; K232 < = 2,10; K270 < = 0,15; Delta K < = 0,005; acido linolenico < = 0,9%; acido linoleico < = 10%. 2. Altri parametri chimico-fisici non espressamente citati devono essere conformi alla attuale normativa U.E. 3. In ogni campagna oleicola il consorzio di tutela individua e conserva in condizioni ideali un congruo numero di campioni rappresentativi dell’olio a denominazione di origine controllata “Val di Mazara” da utilizzare come standard di riferimento per l’esecuzione dell’esame organolettico.

Articolo 7.
Designazione e presentazione
1. Alla denominazione di cui all’art. 1 e’ vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione non espressamente prevista dal presente disciplinare di produzione ivi compresi gli aggettivi: fine, scelto, selezionato, superiore, genuino. 2. E’ vietato l’uso di menzioni geografiche aggiuntive, indicazioni geografiche o toponomastiche che facciano riferimento a comuni, frazioni e aree geografiche comprese nell’area di produzione di cui all’art. 3. 3. E’ tuttavia consentito l’uso di nomi, ragioni sociali, marchi privati, purche’ non abbiano significato laudativo e non siano tali da trarre in inganno l’acquirente su nomi geografici ed in particolar modo su nomi geografici di zone di produzione di oli a denominazione di origine controllata. 4. L’uso di nomi di aziende, tenute, fattorie ed il riferimento al confezionamento nell’azienda olivicola o nell’associazione di aziende olivicole o nell’impresa oleicola situate nell’area di produzione e’ consentito solo se il prodotto e’ stato ottenuto esclusivamente con olive raccolte negli oliveti facenti parte dell’azienda e se l’oleificazione e il confezionamento sono avvenuti nell’azienda medesima. 5. Il nome della denominazione di origine controllata “Val di Mazara” deve figurare in etichetta in caratteri chiari, indelebili con colorimetria di ampio contrasto rispetto al colore dell’etichetta e tale da poter essere nettamente distinto dal complesso delle indicazioni che compaiono in etichetta. 6. I recipienti in cui e’ confezionato l’olio di oliva extravergine “Val di Mazara” ai fini dell’immissione al consumo non devono essere di capacita’ superiore a litri 5 in vetro o in banda stagnata. 7. E’ obbligatoria l’indicazione in etichetta dell’anno della campagna oleicola di produzione delle olive da cui l’olio e’ ottenuto. REGOLAMENTO (CEE) N. 2081/92 DEL CONSIGLIO DOMANDA DI REGISTRAZIONE ART. 5 – DOP(x) IGP.( ) Numero nazionale del fascicolo: 80 1. Servizio competente dello Stato membro: nome: Ministero delle politiche agricole e forestali; indirizzo: via XX Settembre n. 20, I-00187 Roma; tel.: (39-06) 4819968 begin_of_the_skype_highlighting (39-06) 4819968 end_of_the_skype_highlighting; fax: (39-06) 42013126. 2. Associazione richiedente: 2.1. Nome: Assolivo [(Associazioni produttori olivicoli (PA) und (TR)]; 2.2. Indirizzo: via Generale Arimonti, 48, I-90143 Palermo; 2.3. Composizione: produttori – trasformatori. 3. Tipo di prodotto: Classe 1.5 – Olio extra vergine di oliva. 4. Descrizione del disciplinare: (riepilogo delle condizioni di cui all’art. 4, paragrafo 2): 4.1. Nome: “Val di Mazara”; 4.2. Descrizione: olio extra vergine di oliva con le seguenti caratteristiche chimiche ed organolettiche; acidita’ max 0,5%; numero perossidi < o = 11,00 < o = Meg O /kg; 2 colore giallo oro con sfumature di verde intenso; odore fruttato e a volte anche di mandorla; sapore fruttato vellutato con retrogusto dolce. 4.3. Zona geografica: la zona geografica comprende tutti i comuni della provincia di Palermo e i seguenti comuni della provincia di Agrigento: Alessandria della Rocca, Bivona, Burgio, Calamonaci, Caltabellotta, Cattolica Eraclea, Cianciana, Lucca Sicula, Menfi, Montallegro, Montevago, Ribera, Sambuca di Sicilia, Santa Margherita del Belice, Sciacca, Villafranca Sicula. 4.4. Prova dell’origine: le prime notizie fanno risalire la diffusione dell’olivo come pianta domestica al tempo della colonizzazione greca quando – stante alle testimonianze di Diodoro Siculo, che ricorda gli Uliveti di Agrigento – il suo prodotto acquisto’ una notevole importanza economica e comincio’ ad alimentare una discreta esportazione soprattutto da Agrigento. Attorno al XII secolo – secondo lo storico francese Henry Bresc – vennero impiantati oliveti nelle colline di Cefalu’, Conca d’Oro, piana di Carini e di Partinico. Sempre nel palermitano per il Trecento si ricordano l’uliveto del Chiaramonte a Passo di Rigano, capace di una produzione di 300 quintali di olive, l’uliveto di Giovanni de Frisello in contrada Sabucia e ancora l’Olivetum Magnum del Monastero di Santa Caterina. Fra il Quattro e il Cinquecento esistevano parecchi trappeti (frantoi) a Palermo, mentre a Monreale, nelle cui campagne l’olivicoltura appare abbastanza diffusa, gli abitanti lamentavano nel 1516 di dover molire le olive nell’unico frantoio dell’Arcivescovo, dove avvenivano, “e’ fama notoria, li arrobbari et vexaccioni”. Proprio a Monreale, nel 1538-1539, i Benedettini cedettero in affitto un loro uliveto in contrada Costiera, impiantato da pochissimi decenni per un canone di 3 cantari d’olio, che equivalgono a quintali 29,35. “Val di Mazara” e’ l’antico nome con cui era denominato il piu’ vasto dei compartimenti in cui era divisa la Sicilia nell’alto medioevo e nell’eta’ moderna. La zona delimitata dalla DOP “Val di Mazara” comprende la parte piu’ significativa del territorio coincidente con quella parte della suddivisione amministrativa dell’isola denominato appunto Val di Mazara. Le olive provengono da uliveti situati nella zona di produzione e a tal fine i produttori iscrivono i propri oliveti in un albo debitamente attivato ed aggiornato. Le operazioni di estrazione dell’olio e di confezionamento sono effettuate nell’ambito dello stesso territorio delimitato, da impianti ritenuti idonei ed iscritti in un albo apposito. L’organismo di controllo verifica che siano soddisfatti i requisiti tecnici richiamati dal disciplinare di produzione per l’iscrizione agli albi e siano espletati gli adempimenti a carico dei diversi soggetti della filiera con lo scopo di identificare in modo adeguato i lotti di prodotto. 4.5. Metodo dell’ottenimento: l’olio extra vergine di oliva Val di Mazara e’ prodotto da olive sane, staccate direttamente dalle piante a mano ovvero meccanicamente e provenienti per almeno il 90%, dalle varieta’ Biancolilla, Nocellara del Belice, Cerasuola congiuntamente o disgiuntamente. Possono, altresi’, concorrere in misura non superiore al 10% le altre varieta’ presenti nella zona ed in particolare “Ogliarola Messinese”, “Giaraffa” e “Santagatese”. La produzione di olive per ettaro non puo’ essere superiore a 8000 kg negli oliveti specializzati, con una resa in olio massima del 22%. La raccolta delle olive inizia all’invaiatura e termina entro il 30 dicembre di ogni anno. Le olive raccolte devono essere conservate in recipienti rigidi ed aereati, fino alla fase di molitura, disposti in strati sottili ed in locali che garantiscono condizioni di bassa umidita’ relativa e temperature massime di 15oC. La molitura delle olive avviene entro due giorni dalla raccolta. 4.6 Legame: la produzione dell’olio di oliva nella zona in esame ha contribuito in modo notevole allo sviluppo economico e alle attivita’ commerciali che hanno distinto nei secoli il territorio del Val di Mazara. L’affermazione dell’olivicoltura in questa zona e’ dovuta in gran parte all’ambiente pedoclimatico particolarmente vocato alla coltivazione dell’olivo. Inoltre le varieta’ presenti, che si adattano perfettamente all’ambiente di coltivazione; permettono di ottenere una produzione dotata di peculiari caratteristiche qualitative. Per quanto riguarda le peculiari caratteristiche qualitative del prodotto, le stesse sono determinate da: a) cultivar presenti esclusivamente nell’area interessata; b) specifiche tecniche di coltivazione con particolare riferimento alle forme di allevamento (vaso cespugliato o cespuglio), alla concimazione (prevalentemente organica), alla raccolta manuale o con l’ausilio di agevolatrici di raccolta su reti di plastica, ecc.; c) caratteristici aromi dell’olio ottenuto, che gli vengono conferiti dalla presenza, ampiamente diffusa sul territorio delimitato, di carciofeti, agrumenti e mandorleti; d) caratteristiche di microclima e di morfologia dei terreni: sono da considerarsi idonei gli oliveti situati fino a 700 m.s.l., i cui terreni risultino di medio impasto, profondi, permeabili, asciutti ma non aridi e siano caratterizzati da un clima mediterraneo subtropicale, semiasciutto, con una piovosita’ media che supera i 500 mm/anno e concentrata per il 90% nel periodo autunno-inverno. 4.7. Struttura di controllo: Nome: Cermet – Certificazione e ricerca per la qualita’ – Soc. cons. ar. 1. Indirizzo: via Aldo Moro, 22 – I-S. Lazzaro di Savena (Bologna). 4.8. Etichettatura: Olio extra vergine di oliva “Val di Mazara”; denominazione di origine controllata. 4.9. Condizioni nazionali: N.CE:IT/00061/97.12.22. Data di ricevimento del fascicolo integrale: 25 novembre 1999.

Fonte: Agraria.org

Per saperne di più:

Olio extravergine di oliva Val di Mazara D.O.P. - per la foto si ringrazia

Olio extravergine di oliva Val di Mazara D.O.P. – per la foto si ringrazia

Pescabivona – I.G.P.

Zona di produzione

Riconoscimento CE: 2014

La zona di produzione comprende porzioni del comune di Bivona (AG) e di altri limitrofi comuni quali Alessandria della Rocca (AG), S. Stefano Quisquina (AG), S. Biagio Platani (AG) e Palazzo Adriano (PA). La coltivazione del pesco nella zona geografica d’interesse risale ai primi anni ’50 ed i primi pescheti specializzati furono impiantati a Nord del paese di Bivona, utilizzando come materiale di propagazione le migliori linee locali nate da seme.

Caratteristiche

La denominazione “Pescabivona” indica i frutti dei quattro ecotipi di pesco (Murtiddara o Primizia Bianca, Bianca, Agostina, Settembrina) originati ed evoluti nella zona di produzione.
Caratteristiche peculiari della “Pescabivona” sono la limitata estensione del sovracolore rosso dell’epidermide che deve essere inferiore al 50% e l’elevata dolcezza della polpa che si accompagna a una notevole consistenza e a livelli alti di rapporto zuccheri/acidi. L’epoca di maturazione in funzione dei quattro ecotipi, parte dalla prima metà di giugno spingendosi fino alla fine di ottobre.

Pescabivona I.G.P. - per la foto si ringrazia

Pescabivona I.G.P. – per la foto si ringrazia

Disciplinare di produzione – Pescabivona IGP

Articolo 1.
Denominazione
L’indicazione geografica protetta “Pescabivona” è riservata ai frutti di pesco (Prunus persica L. Batsch) a polpa bianca che soddisfano le condizioni e i requisiti definiti nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
Caratteristiche del prodotto
La denominazione “Pescabivona” indica i frutti di quattro ecotipi di pesco originati ed evoluti nella zona geografica descritta al successivo art. 3 ed indicati e suddivisi per epoca di maturazione in tabella 1.

All’atto dell’immissione al consumo i frutti IGP “Pescabivona” devono rispettare le cogenti norme di commercializzazione e presentare le seguenti caratteristiche qualitative:
– Pesche duracine a polpa bianca non fondente di forma sferoidale con colore di fondo della buccia bianco-giallo-verde e sovracolore di tonalità rosso (l’ecotipo Settembrina presenta frutti con una striscia rossa lungo la linea di sutura).
– Caratteristica peculiare è la limitata estensione del sovracolore rosso dell’epidermide che deve essere inferiore al 50%.
– L’elevata dolcezza dell’IGP “Pescabivona” accompagna una notevole consistenza della polpa. I valori minimi dei parametri chimico-fisici d’interesse devono essere quelli indicati in tabella 2 per ciascun ecotipo.

– possono essere commercializzate, con riferimento alla normativa cogente applicabile alla commercializzazione di pesche e nettarine Reg. (CE ) n. 1221/08, parte 5.

Articolo 3.
Zona di produzione
La zona di produzione dell’IGP “Pescabivona” ricade all’interno del bacino idrografico del fiume Magazzolo a sud-ovest dei Monti Sicani e comprende porzioni del comune di Bivona (AG) e di altri limitrofi quali Alessandria della Rocca (AG), S. Stefano Quisquina (AG), S. Biagio Platani (AG) e Palazzo Adriano (PA).
Partendo dal centro abitato del comune di S. Stefano Quisquina, la linea di delimitazione è rappresentata dalla S.S. 118 fino ad arrivare in c/da S. Pietro, dove si incrocia la omonima strada vicinale che congiunge la S.S. 118 con l’ex strada ferrata Lercara Bassa-Magazzolo, che diventa il nuovo confine dell’areale di produzione. In c/da Canfuto, all’incrocio con la strada che conduce alle sorgenti S. Rosalia, il limite diventa detta strada per un primo tratto; successivamente, seguendo il confine con la zona forestata, il confine punta verso ovest fino ad incrociare il vallone S. Margherita in c/da Cava. Proseguendo verso Sud-Ovest il confine corre lungo le pendici del Pizzo Scavarrante, fino a raggiungere il vallone di Gebbia, per poi proseguire lungo detto vallone fino alla confluenza con il fiume Magazzolo. Si risale il Fiume Magazzolo in direzione Nord-Est fino a superare la fascia forestata di c/da Mailla. Da questo punto, volgendo verso est in direzione Pizzo Ferraria, si va ad incrociare la S.S. 118; il confine segue questa strada fino all’incrocio con la strada provinciale Alessandria della Rocca-S. Biagio Platani e segue questa ultima fino ad arrivare al Vallone Fratta, in c/da Pietranera. Inglobando tutta l’isola Mulino Nuovo, si sale lungo il Fiume Turboli fino all’incrocio con l’acquedotto del Voltano e la strada vicinale Molinazzo. Proseguendo verso Nord lungo quest’ultima strada si arriva alle sorgenti Gragotta da dove, proseguendo lungo le pendici delle Liste Sibettine in direzione Nord-Ovest, si arriva alla strada vicinale Misita-Voltano. All’incrocio con la Regia trazzera Noro, si prosegue lungo quest’ultima fino alla strada vicinale S. Vito. Da questo punto, passando lungo il confine del centro abitato di S. Stefano Quisquina si va ad allacciare alla S.S. 118 nonché l’inizio del percorso descritto.

Articolo 4.
Prova dell’Origine
Ogni fase del processo produttivo deve essere monitorata documentando per ognuna gli input e gli output. In questo modo, e attraverso l’iscrizione in appositi elenchi, gestiti dalla struttura di controllo, delle particelle catastali sulle quali avviene la coltivazione, dei produttori, e dei condizionatori, nonché attraverso la denuncia tempestiva alla struttura di controllo dei quantitativi prodotti è garantita la tracciabilità del prodotto. Tutte le persone, fisiche o giuridiche, iscritte nei relativi elenchi, saranno assoggettate al controllo da parte della struttura di controllo, secondo quanto disposto dal disciplinare di produzione e dal relativo piano di controllo.

Articolo 5.
Metodo di ottenimento
Gli operatori, che ben conoscono l’habitat di produzione, hanno definito nel tempo il metodo di ottenimento della “Pescabivona”. Il sistema di produzione deve essere praticato secondo le norme di buona prassi agricola, attraverso le tradizionali tecniche colturali seguite dalle fasi di raccolta e post-raccolta.
Tecniche colturali
Gli impianti hanno una densità che varia da 400 a 1250 piante per ettaro. I portainnesti da impiegare sono il Franco, il GF 677, l’MRS 2/5 e il Cadaman. Le forme d’allevamento da adottare devono essere il vaso, il vaso ritardato ed il fusetto.
La concimazione organica e/o minerale può essere effettuata sia durante la stagione invernale sia durante la fase vegetativa anche attraverso la tecnica della fertirrigazione e della concimazione fogliare.
I trattamenti fitosanitari possono essere effettuati con finalità preventive e curative sempre secondo le norme di buona prassi agricola.
Al fine di ottenere produzioni di qualità può essere praticata l’irrigazione.
La produzione massima consentita dell’IGP “Pescabivona” non deve superare 350 ql/ha.
Raccolta e post-raccolta
La raccolta deve essere effettuata manualmente con più passaggi in campo per ogni ecotipo. Il momento della raccolta deve essere scelta in considerazione della necessità di mantenere frutti con caratteristiche qualitative tipiche, di cui all’art. 2, fino al consumo allo stato fresco.
Può essere effettuata la tecnica della frigoconservazione per un periodo non superiore a 20 giorni.

Articolo 6.
Legame con la zona geografica
L’IGP “Pescabivona” identifica i frutti di varietà autoctone di pesco che appartengono al comprensorio di cui all’art. 3 e sono l’espressione fenotipica dell’interazione tra genotipo, selezione umana ed ambiente.
L’identità della “Pescabivona” è spiegata scientificamente, attribuendo a possibili mutazioni genetiche la sua origine. L’autenticità genetica e la selezione operata dagli agricoltori hanno determinato un adattamento del pesco all’habitat e la comparsa di caratteri fenotipici peculiari. La “Pescabivona” si distingue per la limitata estensione del sovracolore rosso dell’epidermide e per la persistenza della consistenza della polpa a livelli elevati di rapporto zuccheri/acidi. La limitata estensione del sovracolore rosso dell’epidermide è legata al genotipo e al relativo adattamento alla zona geografica di provenienza. Le condizioni pedoclimatiche e le risorse idriche, influenzando la fisiologia delle piante, determinano risvolti positivi sulle caratteristiche indicate nell’articolo 2.
L’areale di produzione della “Pescabivona” è adatto alla coltura del pesco, tanto da ottenere produzioni di ottima qualità anche in periodi dell’anno (fine settembre primi di ottobre) in cui, per ragioni essenzialmente di ordine climatico, diminuisce l’offerta e la qualità dei frutti di pesco. Il clima è mite con minime invernali che assicurano il giusto fabbisogno in freddo ed i suoli sono porosi, permeabili e provvisti di sostanza organica. La zona geografica è protetta dal massiccio dei Monti Sicani e ricade all’interno del bacino idrografico del fiume Magazzolo. L’ambiente biologico del corso d’acqua influenza notevolmente le caratteristiche pedoclimatiche del territorio con risvolti sulla peschicoltura.
Oltre a queste considerazioni, molto importanti sono quelle di natura storica. La coltivazione del pesco nella zona geografica d’interesse risale ai primi anni ’50 ed i primi pescheti specializzati furono impiantati a Nord del paese di Bivona, utilizzando come materiale di propagazione le migliori linee locali nate da seme. Tra le diverse piante una si dimostrò particolarmente pregiata e, data l’epoca di maturazione, venne chiamata Agostina. Nel tempo, grazie alla vocazione della zona geografica alla coltura del pesco, gli agricoltori hanno selezionato altri tre ecotipi: Murtiddara e Bianca a maturazione intermedia e Settembrina a maturazione tardiva.
Anche da un punto di vista culturale, possiamo trovare riferimenti utili a comprendere il legame della “Pescabivona” con la zona geografica. La storia, la tradizione e l’economia, dell’area geografica d’interesse, risentono della reputazione della “Pescabivona”. Ne sono prova il riscontro positivo dei consumatori in occasione della Sagra, i riconoscimenti presenti nella letteratura scientifica e nell’editoria divulgativa, la pubblicizzazione del prodotto anche attraverso il noto slogan “Pescabivona, si dice in giro che è la più buona”, la realizzazione di strutture per la gestione delle fasi post-raccolta, l’impegno economico pubblico per la valorizzazione del prodotto, i tentativi di distribuzione attraverso i sistemi della grande distribuzione. È importante, inoltre, ricordare che il panorama peschicolo siciliano comprende numerose varietà autoctone che, a differenza della “Pescabivona”, sono state abbandonate e progressivamente sostituite dalle moderne cultivar di origine alloctona. D’altronde, i consumatori riconoscono ed apprezzano la “Pescabivona”, sicuri di gustare un prodotto autentico e con una reputazione che il nome stesso evoca.

Articolo 7.
Controlli
Il controllo sulla conformità del prodotto al disciplinare è svolto, da una struttura di controllo, conformemente a quanto stabilito dall’articolo 37 del Reg. (UE) n. 1151/2012. gli. Tale struttura è l’Autorità pubblica designata Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Sicilia “A. Mirri” via G. Marinuzzi n. 3 – 90129 Palermo – tel. 091 6565328, fax: 091 6565437 e-mail: serviziocertificazioni@izssicilia.it.

Articolo 8.
Etichettatura
I criteri da rispettare sono quelli indicati dalla normativa cogente in materia di commercializzazione di pesche. In etichetta devono figurare, nello stesso campo visivo, la dicitura “indicazione geografica protetta”, il simbolo comunitario dell’IGP ed il logo che identifica il prodotto costituito dalla dicitura “pescabivona” come riportato in figura.
Logotipo IGP “Pescabivona”. Le due parole sono scritte in modo continuo ed in minuscolo. Dimensione: mm 60 × mm 147. Stile di carattere: Catanio bt stilizzato a mano con bordino di colore nero. Indici colorimetrici: riempimento sfumato, rappresentato da un colore arancio (17% magenta e 27% giallo) nella parte inferiore che sfuma in un colore giallo al 25% nella parte superiore. La lettera “o” è sostituita da una pesca stilizzata a mano in cui sono evidenti il nocciolo ed il picciolo in nero, una fetta di pesca tagliata a spicchio ed una foglia di colore verde. Il colore della foglia è costituito dal 10% di giallo con gradazione del colore ciano fino al 90%.
È ammesso l’utilizzo di indicazioni che facciano riferimento a marchi privati, purché questi siano di dimensioni ridotte rispetto al marchio “pescabivona” e non abbiano significato laudativo o siano tali da trarre in inganno il consumatore.

Fonte: Agraria.org

 

Olio extravergine d’oliva Valli Trapanesi – D.O.P.

Articolo 1.
Denominazione
La denominazione di origine protetta “Valli Trapanesi” è riservata all’olio extravergine di oliva rispondente alle condizioni ed ai requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
Varietà di olivo
1. La denominazione di origine protetta “Valli Trapanesi” è riservata all’olio extravergine di oliva ottenuto dalle seguenti varietà di olivo presenti, da sole o congiuntamente, negli oliveti: Cerasuola e Nocellara del Belice in misura non inferiore all’80%. Possono, altresì, concorrere altre varietà presenti negli oliveti in misura non superiore al 20%.

Articolo 3.
Zona di produzione
Le olive destinate alla produzione dell’olio di oliva extravergine della denominazione di origine protetta “Valli Trapanesi” devono essere prodotte, nell’ambito della provincia di Trapani, nei territori olivati idonei alla produzione di olio con le caratteristiche e livello qualitativo previsti dal presente disciplinare di produzione, che comprende l’intero territorio amministrativo dei seguenti comuni: Alcamo, Buseto Palizzolo, Calatafimi, Castellammare del Golfo, Custonaci, Erice, Gibellina, Marsala, Mazara del Vallo, Paceco, Petrosino, Poggioreale, Salemi, San Vito Lo Capo, Trapani, Valderice, Vita. La zona predetta è delimitata in cartografia: 1:25.000.

Articolo 4.
Caratteristiche di coltivazione
Le condizioni ambientali e di coltura degli oliveti devono essere quelle tradizionali e caratteristiche della zona e, comunque, atte a conferire alle olive ed all’olio derivato le specifiche caratteristiche.
Pertanto sono da considerarsi idonei gli oliveti i cui terreni, di origine alluvionale o derivanti da argille scagliose, si classificano come regosuoli, suoli bruni, suoli alluvionali, vertisuoli terre rosse, con tessitura che va dal sabbioso al medio impasto tendente all’argilloso. I sesti di impianto, le forme di allevamento ed i sistemi di potatura devono essere quelli tradizionalmente usati o, comunque, atti a non modificare le caratteristiche delle olive e dell’olio. La produzione massima di olive/Ha non può superare kg. 8.000 per ettaro negli oliveti specializzati. Anche in annate eccezionalmente favorevoli la resa dovrà essere riportata sui limiti predetti attraverso accurata cernita purché la produzione globale non superi di oltre il 20% il limite massimo sopra indicato La raccolta delle olive viene effettuata nella fase della seminvaiatura e non protrarsi oltre il 30 dicembre di ogni campagna oleicola. La denuncia di produzione delle olive deve essere presentata secondo le procedure previste dal decreto ministeriale 4 novembre 1993, n. 573, in unica soluzione.

Articolo 5.
Modalità di oleificazione
Le operazioni di estrazione dell’olio e di confezionamento devono essere effettuate nell’ambito dell’area territoriale delimitata nel precedente art. 3. La raccolta delle olive destinate alla produzione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine protetta “Valli Trapanesi” può avvenire con mezzi meccanici o per brucatura. La resa massima di olive in olio non può superare il 22%. Per l’estrazione dell’olio sono ammessi soltanto processi meccanici e fisici atti a produrre oli che presentino il più fedelmente possibile le caratteristiche peculiari originarie del frutto. Le olive devono essere molite entro i due giorni successivi alla raccolta.

Articolo 6.
Caratteristiche al consumo
L’olio di oliva extravergine a denominazione di origine protetta “Valli Trapanesi” all’atto deve rispondere alle seguenti caratteristiche:
– colore: verde con eventuali riflessi giallo oro;
– odore: netto di oliva con eventuali toni erbacei;
– sapore: di fruttato con sensazione leggera di piccante e di amaro;
– acidità massima totale espressa in acido oleico, in peso, non eccedente a grammi 0,5 per 100 grammi di olio;
– punteggio minimo al Panel test: > = 6,5;
– numero perossidi: < = 10 MeqO2/kg
– K 232: < = 2,20
– K 270: < = 0,15
– Delta K: < = 0,005
– Acido linoleico:< = 12%
– Acido linolenico: < = 0,8%
– Acido oleico: > = 70%
Altri parametri non espressamente citati devono essere conformi alla attuale normativa U.E. In ogni campagna oleicola il Consorzio di tutela individua e conserva in condizioni ideali un congruo numero di campioni rappresentativi dell’olio a denominazione di origine protetta “Valli Trapanesi” da utilizzare come standard di riferimento per l’esecuzione dell’esame organolettico. È in facoltà del Ministro delle risorse agricole, alimentari e forestali inserire, su richiesta degli interessati, ulteriori parametrazioni di carattere fisico-chimico o organolettico atte a maggiormente caratterizzare l’identità della denominazione.

Articolo 7.
Designazione e presentazione
Alla denominazione di cui all’art. 1 è vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione non espressamente prevista dal presente disciplinare di produzione ivi compresi gli aggettivi: fine, scelto, selezionato, superiore. È vietato l’uso di menzioni geografiche aggiuntive, indicazioni geografiche o toponomastiche che facciano riferimento a comuni, frazioni e aree geografiche comprese nell’area di produzione di cui all’art. 3. È tuttavia consentito l’uso di nomi, ragioni sociali, marchi privati, purché non abbiano significato laudativo o non siano tali da trarre in inganno l’acquirente su nomi geografici ed in particolar modo su nomi geografici di zone di produzione di oli a denominazione di origine protetta. L’uso di nomi di aziende, tenute, fattorie ed il riferimento al confezionamento nell’azienda olivicola o nell’associazione di aziende olivicole o nell’impresa oleicola situate nell’area di produzione è consentito solo se il prodotto è stato ottenuto esclusivamente con olive raccolte negli oliveti facenti parte dell’azienda e se l’oleificazione e il confezionamento sono avvenuti nell’azienda medesima. Il nome della denominazione di origine protetta “Valli Trapanesi” deve figurare in etichetta con caratteri chiari ed indelebili con colorimetria di ampio contrasto rispetto al colore dell’etichetta e tale da poter essere nettamente distinto dal complesso delle indicazioni che compaiono in etichetta. I recipienti in cui è confezionato l’olio di oliva extravergine a denominazione di origine protetta “Valli Trapanesi” ai fini dell’immissione al consumo devono essere in vetro o in banda stagnata di capacità non superiore a litri 5. È obbligatorio indicare in etichetta l’anno della campagna oleicola di produzione delle olive da cui l’olio è ottenuto.

Fonte: Agraria.org

Olio extravergine d'oliva Valli Trapanesi D.O.P. - per la foto si ringrazia Corriere.it

Olio extravergine d’oliva Valli Trapanesi D.O.P. – per la foto si ringrazia Corriere.it

Olio extravergine d'oliva Valli Trapanesi D.O.P. - per la foto si ringrazia

Olio extravergine d’oliva Valli Trapanesi D.O.P. – per la foto si ringrazia

Pesca di Leonforte – I.G.P.

Zona di produzione

Riconoscimento denominazione: 2010.
Regione: Sicilia.

La pesca tardiva di Leonforte, denominata La Settembrina, viene coltivata nei comuni di Leonforte, Enna, Calascibetta, Nissoria Assoro ed Agira, in provincia di Enna su una superficie di circa 200 Ha.

Caratteristiche

La caratteristica che contraddistingue la Pesca di Leonforte dalle sue “concorrenti” è il periodo di maturazione: settembre. Com’è possibile, vi chiederete voi? Semplice: le pesche vengono “insacchettate”. Il procedimento è stato “brevettato” negli Sessanta da un certo Pappalardo di Acireale che cercava di ovviare ai danni prodotti dai parassiti. I primi pescheti nascono infatti a Leonforte negli anni Cinquanta sui terreni argillosi della Contrada Noce, ma dopo appena quattro anni la coltivazione viene abbandonata a causa della mosca mediterranea. Il rimedio arriva qualche anno dopo: il sacchetto di carta pergamenata in cui vengono avvolti i frutti 120-150 giorni prima della completa maturazione, protegge le pesche da parassiti e intemperie ed evita l’uso eccessivo di concimi di origine industriale. La pratica si diffonde rapidamente e così ricomincia la storia della pesca di Leonforte.

Disciplinare di produzione – Pesca di Leonforte IGP

Articolo. 1
DENOMINAZIONE
L’Indicazione Geografica Protetta “Pesca di Leonforte”, è riservata esclusivamente alle pesche che rispondono alle condizioni ed ai requisiti stabiliti dal presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
DESCRIZIONE
La “Pesca di Leonforte” ad indicazione geografica protetta è il prodotto della coltivazione di due ecotipi locali di pesca: Bianco di Leonforte e Giallone di Leonforte, non iscritti nel catalogo nazionale delle varietà.
All’atto dell’immissione al consumo della “Pesca di Leonforte” ad indicazione geografica protetta, i frutti devono possedere le seguenti caratteristiche:
– integri;
– di aspetto fresco;
– sani e privi di attacchi da marciumi o che presentino alterazioni tali da renderli inadatti al consumo;
– puliti, cioè privi di sostanze estranee e visibili;
– indenni da parassiti a qualunque stadio di sviluppo;
– privi di odori e/o sapori estranei;
– il valore della consistenza della polpa, misurata con puntale del penetrometro di 8 mm, deve essere minimo 4.5 Kg/cm2 per l’ecotipo Giallone di Leonforte e minimo 3.5 Kg/cm2 per l’ecotipo bianco di Leonforte;
– contenuto in solidi solubili compreso tra 11 e 13 gradi Brix;
– peso compreso tra 100 e 350 grammi;
– forma globosa a valve asimmetriche;
– buccia di colore giallo con striature rosse non sempre evidenti per l’ecotipo Giallone di Leonforte;
– buccia di colore bianco con striature rosse non sempre evidenti per l’ecotipo Bianco di Leonforte;
– polpa di colore giallo per l’ecotipo Giallone di Leonforte;
– polpa di colore bianco per l’ecotipo Bianco di Leonforte;
– la polpa deve essere aderente al nocciolo.
Possono ottenere il riconoscimento IGP “Pesca di Leonforte” solo le pesche di categoria Extra e I.

Articolo 3.
ZONA DI PRODUZIONE
La zona di produzione della IGP “Pesca di Leonforte” interessa i comuni di Leonforte, Enna, Calascibetta, Assoro ed Agira, in provincia di Enna.

Articolo 4.
PROVA DELL’ORIGINE
Ogni fase del processo produttivo viene monitorata documentando per ognuna gli input e gli output. In questo modo, e attraverso l’iscrizione in appositi elenchi gestiti dalla struttura di controllo, delle particelle catastali su cui avviene la coltivazione, dei produttori e condizionatori, nonché attraverso la dichiarazione tempestiva, alla struttura di controllo, delle quantità prodotte, è garantita la tracciabilità del prodotto.
Tutte le persone, fisiche o giuridiche, iscritte nei relativi elenchi, sono assoggettate al controllo da parte della struttura di controllo, secondo quanto disposto dal disciplinare di produzione e dal relativo piano di controllo.

Articolo 5.
METODO DI OTTENIMENTO
Scelta del portinnesto
I portinnesti ammessi sono il Pesco Franco ed il Pesco Mandorlo (GF 677), Barrier e Cadaman. Le piantine ammesse sono a radice nuda o piantine in fitocella, e devono essere di buona qualità agronomica e sanitaria, e di età massima di 1 anno. Le marze da utilizzare devono provenire da piante madri sane dal punto di vista fitosanitario, selezionate all’interno di impianti ricadenti nei comuni di cui all’art. 3, per la propagazione della “Pesca di Leonforte”.
La messa a dimora delle piante deve avvenire necessariamente nel periodo autunno-inverno per quelle a radice nuda; le piantine in fitocella possono essere impiantate nello stesso periodo o anche in primavera, in presenza di umidità del terreno sufficiente ad evitare possibili stress da trapianto. Le piantine vengono irrigate appena dopo la loro messa a dimora.
Sistemi di conduzione degli impianti.
I sistemi di conduzione degli impianti della I.G.P. “Pesca di Leonforte”, sono riconducibili alle tecniche di produzione antiche, consolidate dalla tradizione, e tengono in considerazione le prerogative del quadrinomio costituito dal tipo di cultivar di pesco, dal suolo, dal clima e dall’uomo. La coltivazione deve essere condotta con i seguenti metodi:
– convenzionale, in uso nella zona, con l’osservanza delle norme di “Buona Pratica Agricola” della Regione Siciliana;
– integrata, ottenuta nel rispetto delle “Norme Tecniche” previste dal disciplinare della Regione Siciliana;
– biologica, secondo il Reg. (CE) 834/2007 e successive modifiche ed integrazioni.
Forma di allevamento
La forma di allevamento deve assicurare un’adeguata esposizione ai raggi solari in tutte le parti della chioma, fornire frutti di qualità, favorire un’uniforme distribuzione dei prodotti antiparassitari e agevolare le operazioni colturali quali potatura, diradamento, insacchettamento e raccolta dei frutti.
Le forme di allevamento e le distanze di impianto ammesse sono:
– Vaso semplice o Vasetto ritardato: m 4-4,5 x 4,5-5;
– Tatura Trellis o Y trasversale: m 5 x 2;
– Fusetto: m 4,5-5 x 2.
La densità di impianto è compresa tra 400 e 1.100 piante ad ettaro in dipendenza della forma di allevamento adottata, fermo restando che comunque la massima produzione per ettaro non deve superare le 20 tonnellate.
Tecniche Colturali
E’ ammessa la potatura sia invernale che estiva, da eseguire annualmente secondo i canoni suggeriti dalla tecnica. Il diradamento deve essere eseguito prima dell’insacchettamento dei frutti e comunque non oltre il mese di maggio.
E’ obbligatorio l’uso del sacchetto di carta pergamenata per la difesa meccanica dagli agenti patogeni, da attuarsi nella fase in cui la drupa raggiunge la dimensione di una noce e, comunque, non oltre il mese di luglio.
Fertilizzazione
Negli impianti in fase di allevamento, le quantità di fertilizzanti devono essere ridotte proporzionalmente, localizzandole in prossimità dell’apparato radicale delle piante.
Deve essere privilegiato l’uso del letame e degli altri concimi organici. Sono ammesse le pratiche di fertirrigazione e di concimazione fogliare.
Non sono ammessi apporti di azoto superiori a 150 kg per ettaro.
Irrigazione
E’ ammessa la tecnica di irrigazione a goccia o per aspersione. Non sono ammessi sistemi irrigui soprachioma.
Raccolta
La raccolta avviene a partire dalla prima decade di settembre fino alla prima decade di novembre. Il grado di maturazione del prodotto deve essere tale da consentire la lavorazione, il trasporto e le operazioni connesse; permettere la buona conservazione fino al luogo di destinazione; rispondere alle esigenze commerciali del luogo di destinazione.
Le drupe devono essere raccolte a mano evitando l’operazione nelle ore più calde della giornata e l’esposizione diretta al sole dei frutti raccolti. Cura particolare dovrà essere prestata alla separazione del frutto dal ramo che deve avvenire senza provocare danni al peduncolo. Inoltre, deve essere asportato il filo di ferro, che serve per legare i sacchetti di pergamena, al fine di evitare il danneggiamento dei frutti depositati nelle cassette o in altri contenitori.
È ammessa la refrigerazione del prodotto in celle frigorifere a temperatura compresa tra 0.5°C e 4.5°C per un periodo massimo di 20 giorni.
Le operazioni di condizionamento della IGP Pesca di Leonforte devono avvenire all’ interno dell’ areale di produzione definito all’ articolo 3 del presente disciplinare per evitare che il trasporto e le eccessive manipolazioni possano provocare imbrattamento e ammaccatura dei frutti con conseguente attacco da muffe e patogeni vari che comprometterebbero le caratteristiche qualitative del prodotto.

Articolo 6.
LEGAME
La richiesta di riconoscimento della I.G.P. “Pesca di Leonforte” è giustificata dalla reputazione e notorietà del prodotto conosciuto per le proprie caratteristiche qualitative quali la tardiva maturazione e di conseguenza la presenza sul mercato in periodi in cui sono quasi assenti le pesche, la durezza e la pratica dell’insacchettamento. L’insacchettamento dei frutti sulle piante con sacchetti di carta pergamena argento permette il controllo della mosca mediterranea (Ceratitis capitata). Tale particolarità ha rappresentato nel tempo uno degli aspetti più qualificanti di tale produzione. Fondamentale è il lavoro del peschicoltore che è diventato il manager delle proprie produzioni perché ha capito di avere fra le mani un prodotto unico. Egli ha spesso coinvolto i propri familiari nell’ insacchettamento lavorando sodo giorno e notte. La vendita delle pesche ha assicurato un reddito tale da migliorare le condizioni di vita degli operatori della zona.
Da circa un ventennio la “Pesca di Leonforte” muove un indotto economico notevole non solo nel comprensorio di produzione, ma anche nel territorio dei comuni vicini in occasione dell’annuale Sagra che si tiene nella prima domenica del mese di ottobre nel centro storico della cittadina edificata dal Principe Nicolò Placido Branciforti nel XVII secolo. Tale momento di promozione e di valorizzazione del prodotto è stato creato nel 1982 dall’Amministrazione comunale di allora per incentivare lo sviluppo della drupacea e per far conoscere ai consumatori dell’Isola le peculiarità di un prodotto unico. L’evento, nato come “Sagra del pesco di Leonforte” ed oggi ribattezzato come “Sagra della pesca e dei prodotti tipici di Leonforte”, ha significato fin dalle sue origini un momento di promozione di questo prodotto tardivo.

Articolo7.
CONTROLLI
Il controllo sulla conformità del prodotto al disciplinare è svolto, da una struttura di controllo, conformemente a quanto stabilito dagli articoli 10 e 11 del Reg. (CE) n. 510/2006. Tale struttura è l’Organismo di controllo DNV Italia – Centro Direzionale Colleoni – Palazzo Sirio 2 – Agrate Brianza (MI) – tel. +39.039.6899905 – fax. +39.039.6899930.

Articolo 8.
ETICHETTATURA E CONFEZIONAMENTO
I frutti ad Indicazione Geografica Protetta “Pesca di Leonforte” devono essere commercializzati in cassette o scatole di cartone o di legno, o in ceste di vario formato della capacità da 0,5 a 6 kg.
Ciascuna confezione imballaggio deve contenere frutti della stessa varietà, categoria, calibro e grado di maturazione. E’ richiesta l’omogeneità di colorazione in relazione all’ecotipo.
I frutti devono essere disposti su un solo strato e separati gli uni dagli altri mediante materiale protettivo. Il materiale di protezione e/o addobbo deve essere nuovo, inodore ed innocuo; si deve, inoltre, evitare che il prodotto venga a contatto con inchiostri e/o colle per stampigliatura o etichettatura. Gli imballaggi devono, inoltre, essere privi di qualsiasi corpo estraneo.
Ogni confezione deve essere sigillata, in maniera tale che l’apertura della stessa comporti la rottura del sigillo in modo che non sia possibile alterare il contenuto nelle fasi successive al confezionamento.
In etichetta, devono essere riportati il logo della denominazione ed il simbolo grafico comunitario. E’ vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione non espressamente prevista. È tuttavia ammesso l’utilizzo di indicazioni che facciano riferimento a marchi privati, purchè questi non abbiano significato laudativo o siano tali da indurre in inganno il consumatore.
Il logo della denominazione è costituito da un ovale, all’interno del quale è rappresentata la Granfonte, monumento simbolo del Comune di Leonforte, a cui è sovrapposta in primo piano una pesca confezionata in un sacchetto. All’interno dell’ovale in alto al centro è riportata la dicitura Pesca di Leonforte, in basso al centro è riportato l’acronimo I.G.P.. Il disegno è circoscritto da una linea verde marcata, lo sfondo è giallo tenue,la Granfonte è di colore verde come la scritta pesca di Leonforte e IGP, giallo–arancione il colore della pesca con foglia verde, sacchetto bianco con ombre grigie e un filo nero che circoscrive ai bordi il sacchetto ed infine il filo nero che testimonia la chiusura del sacchetto.

Fonte: Agraria.org

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Pesca di Leonforte I.G.P. - per la foto si ringrazia

Pesca di Leonforte I.G.P. – per la foto si ringrazia

Pistacchio verde di Bronte – D.O.P.

Zona di origine e cenni storici

Riconoscimento CE: Reg. UE n. 21 del 12 gennaio 2010

La denominazione di origine protetta “Pistacchio Verde di Bronte” è riservata al prodotto, in guscio, sgusciato o pelato, delle piante della specie botanica “Pistacia vera”, cultivar “Napoletana”, chiamata anche “Bianca” o “Nostrale”, innestata su “Pistacia terebinthus”.
La zona di produzione del “Pistacchio Verde di Bronte”, ricade nel territorio dei comuni di Bronte, Adrano, Biancavilla (Provincia di Catania).
La coltura del pistacchio dalla Siria sarebbe passata in Grecia a seguito delle conquiste di Alessandro Magno (III secolo a.C.).
In Italia la pianta fu introdotta dai Romani sul finire dell’impero di Tiberio – tra il 20 ed il 30 d.C. – ad opera di Lucio Vitellio Governatore della Siria (Plinio “Naturalis Historia” Cap. X e XIII): In Sicilia, la coltivazione in forma diffusa, si fa risalire al Periodo della dominazione araba (VIII e IX secolo d.C.). Sono di origine araba i termini “frastuca” e “frastucara” per indicare il frutto e la pianta (termine arabo “fustuq”). La coltura in Sicilia è circoscritta alla provincia di Catania (Bronte, Adrano e Biancavilla). Numerosi autori riportano l’importanza storico-culturale ed economica della produzione del Pistacchio verde di Bronte, citiamo ad esempio, Denis Mack Smith – “A History of Sicily Medieval Sicily 964” – 1713. Quando l’Impero Romano si disintegrò sotto l’impatto delle invasioni barbariche, la Sicilia fu conquistata dagli Arabi. Tra gli invasori si trovavano Berberi della Tunisia, Musulmani, Spagnoli e forse Negri del Sudan. Gli arabi descrivono la Sicilia come “il giardino del paradiso “. Gli arabi in Sicilia, in agricoltura, hanno introdotto la coltivazione dei limoni, delle arance, della canna da zucchero, del cotone, delle palme, del papiro, delle melanzane, del pistacchio, del melone… ecc., nonché l’attitudine all’utilizzazione massimale delle acque e delle tecniche di coltivazione. Ancora oggi il Pistacchio Verde di Bronte caratterizza e tipicizza i dolci siciliani ed in particolare quelli dell’area catanese. Al riguardo si ricordano il famoso gelato di Pistacchio Verde di Bronte, i torroncini, nonché i pasticcini secchi a pasta di Pistacchio Verde di Bronte.

Caratteristiche del prodotto

Il “Pistacchio Verde di Bronte” DOP all’atto dell’immissione al consumo deve rispondere, oltre alle comuni norme di qualità, alle seguenti caratteristiche fisiche ed organolettiche:
colore cotiledoni: verde intenso, rapporto di clorofilla a/b compreso tra 1,3 e 1,5;
sapore: aromatico forte, senza inflessione di muffa o sapori estranei;
contenuto di umidità compreso tra 4% e 6%;
rapporto lunghezza/larghezza del gheriglio compreso tra 1,5 e 1,9;
alto contenuto di grassi monoinsaturi nei frutti (presenza predominante dell’acido oleico con il 72%, seguito dal 15% del linoleico e dal 10% del palmitico).

Disciplinare di produzione – Pistacchio di Bronte DOP

Articolo 1.
Denominazione del prodotto
La Denominazione d’Origine Protetta “Pistacchio Verde di Bronte” è riservata alle drupe di pistacchio che devono rispondere alle condizioni ed ai requisiti stabiliti dal Reg. (CE) 510/2006 ed indicati nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
Piattaforma varietale
La Denominazione d’Origine Protetta “Pistacchio Verde di Bronte” è riservata al prodotto, in guscio, sgusciato o pelato, delle piante della specie botanica “Pistacia vera”, cultivar “Napoletana”, chiamata anche “Bianca” o “Nostrale”, innestata su “Pistacia terebinthus”. E’ ammessa una percentuale non superiore al 5% di piante di altre varietà e/o di porta innesti diversi dal P. terebinthus. Tale percentuale è riferita all’insieme di tutte le piante presenti negli impianti. In ogni caso il prodotto derivante dalle piante di altre varietà, non appartenenti alla cultivar “Napoletana”, sarà escluso dalla certificazione.

Articolo 3.
Zona di produzione
La zona di produzione del “Pistacchio Verde di Bronte”, ricade nel territorio dei comuni di Bronte, Adrano, Biancavilla (Provincia di Catania). In particolare i confini sono cosi individuati:
BRONTE – ad Ovest lungo il fiume Simeto, ad Est fino a quota 900 m s.l.m., a Sud con il Comune di Adrano ed a Nord lungo la strada Bronte – Cesarò;
ADRANO – a Nord con il confine del Comune di Bronte, a Sud con il centro abitato e la S.S. 121 ed a Est con la lava “Grande” del 1595 e con il Comune di Biancavilla, ad Ovest lungo il fiume Simeto fino alla summensionata S.S. 121;
BIANCAVILLA – a Nord con il territorio di Adrano, a Sud con il centro abitato e la S.S. 121, a Est con il confine comunale di S. M. Licodia, ad Ovest con il confine del Comune di Adrano.
La zona di produzione deve essere compresa tra i 400 e i 900 m s.l.m.

Articolo 4.
Origine del Prodotto
Ogni fase del processo produttivo viene monitorata documentando per ognuna gli input e gli output. In questo modo, e attraverso l’iscrizione in appositi elenchi, gestiti dalla struttura di controllo, delle particelle catastali sulle quali avviene la produzione degli agricoltori e dei condizionatori, nonché attraverso la denuncia alla struttura di controllo dei quantitativi prodotti, è garantita la tracciabilità del prodotto. L’iscrizione nell’elenco dei produttori comporta l’assegnazione di un codice di identificazione individuando univocamente il conduttore e il pistacchieto associato allo stesso. Tutte le persone, fisiche o giuridiche, iscritte nei relativi elenchi, sono assoggettate al controllo da parte della struttura di controllo, secondo quanto disposto dal disciplinare di produzione e dal relativo piano di controllo.
Cenni storici, importanza, diffusione
La coltura del pistacchio dalla Siria sarebbe passata in Grecia a seguito delle conquiste di Alessandro Magno (III secolo a.C.).
In Italia la pianta fu introdotta dai Romani sul finire dell’impero di Tiberio – tra il 20 ed il 30 d.C. – ad opera di Lucio Vitellio Governatore della Siria (Plinio “Naturalis Historia” Cap. X e XIII): In Sicilia, la coltivazione in forma diffusa, si fa risalire al Periodo della dominazione araba (VIII e IX secolo d.C.). Sono di origine araba i termini “frastuca” e “frastucara” per indicare il frutto e la pianta (termine arabo “fustuq”). La coltura in Sicilia è circoscritta alla provincia di Catania (Bronte, Adrano e Biancavilla). Numerosi autori riportano l’importanza storico-culturale ed economica della produzione del Pistacchio verde di Bronte, citiamo ad esempio, Denis Mack Smith – “A History of Sicily Medieval Sicily 964” – 1713. Quando l’Impero Romano si disintegrò sotto l’impatto delle invasioni barbariche, la Sicilia fu conquistata dagli Arabi. Tra gli invasori si trovavano Berberi della Tunisia, Musulmani, Spagnoli e forse Negri del Sudan. Gli arabi descrivono la Sicilia come “il giardino del paradiso “. Gli arabi in Sicilia, in agricoltura, hanno introdotto la coltivazione dei limoni, delle arance, della canna da zucchero, del cotone, delle palme, del papiro, delle melanzane, del pistacchio, del melone… ecc., nonché l’attitudine all’utilizzazione massimale delle acque e delle tecniche di coltivazione. Ancora oggi il Pistacchio Verde di Bronte caratterizza e tipicizza i dolci siciliani ed in particolare quelli dell’area catanese. Al riguardo si ricordano il famoso gelato di Pistacchio Verde di Bronte, i torroncini, nonché i pasticcini secchi a pasta di Pistacchio Verde di Bronte.
Legame con l’ambiente geografico
La zona di produzione risulta caratterizzata da terreni di origine vulcanica e da un clima mediterraneo subtropicale, semiasciutto, con estati lunghe e siccitose, piovosità concentrata nel periodo autunnale ed invernale e notevoli escursioni termiche tra il giorno e la notte.
I terreni che si sono originati da formazioni laviche (andosuoli), aventi buona fertilità e pH neutro, risultano idonei per lo sviluppo vegetativo del pistacchio, cosi come i terreni limitrofi di natura autoctona. In riferimento agli aspetti climatici, tipicamente mediterranei, la zona in esame presenta escursioni termiche e precipitazioni con medie annuali più elevate rispetto ad altre zone agricole della provincia etnea.
Le peculiarità pedoclimatiche e la tecnica della degemmazione, praticata nella zona di produzione, consentono di accentuare la naturale alternanza della specie e di trarre vantaggi nella difesa fitosanitaria.
Questi fattori pedoclimatici insieme al terebinto (Pistacia terebinthus) antropizzato in tale area, conferiscono al frutto particolari caratteristiche di qualità (colore verde intenso tipico del territorio, forma allungata, sapore aromatico e alto contenuto di acidi grassi monoinsaturi dei frutti), difficilmente riscontrabili in altre aree di produzione e nello stesso massiccio Etneo, che differenziano il “Pistacchio Verde di Bronte” DOP dagli altri pistacchi derivanti da altre aree geografiche.

Articolo 5.
Terreni
La zona delimitata è caratterizzata da suoli che evolvono su substrati di origine, vulcanica.
Preparazione dei terreni
Nei nuovi impianti, nella preparazione dei terreni, devono essere previsti il livellamento delle superfici, per facilitare il deflusso delle acque, le operazioni colturali e le concimazioni di fondo.
Impianti
Gli impianti possono essere sia specializzati che consociati, con densità di piantagione variabile in dipendenza della tipologia di impianto e della natura del terreno. In abbinamento alle forme libere di allevamento delle piante “ceppaia”, “vaso libero”, è ammesso anche l’allevamento “monocaule”, per agevolare la raccolta e le operazioni colturali. Nel territorio i pistacchieti insistono su terreno lavico, con limitatissimo strato arabile. Su tale tipo di substrato il terebinto (Pistacia terebinthus) cresce spontaneo e costituisce il principale portinnesto della specie “P. vera”.
Le piante di pistacchio ottenute da innesto su terebinto sono definite “naturali”.
Norme colturali
Le peculiarità pedoclimatiche e la tecnica della degemmazione, praticata nella zona di produzione del “Pistacchio Verde di Bronte” DOP di cui all’art. 3, consentono di accentuare la naturale alternanza della specie e di trarre vantaggi nella difesa fitosanitaria.
Raccolta -Immagazzinamento e lavorazione
Le operazioni di raccolta del prodotto al corretto grado di maturazione, in relazione alle zone di produzione e all’andamento climatico, si svolgono dalla seconda decade di agosto alla prima decade di ottobre.
La raccolta avviene manualmente mediante bacchiatura sulle reti o per brucatura, utilizzando panieri avendo cura di impedire che i frutti cadano per terra.
I frutti devono essere smallati meccanicamente, per ottenere il prodotto in guscio, entro le 24 ore successive alla raccolta, onde evitarne l’imbrunimento e l’eventuale contaminazione.
Successivamente alla fase di smallatura, il prodotto in guscio deve essere immediatamente essiccato alla luce diretta o con altri sistemi d’essiccamento, mantenendo la temperatura del prodotto compresa tra i 40 ei 50°C, fino ad un’umidità residua del seme di pistacchio compresa tra il 4 ed il 6%, In questa fase, soprattutto nel sistema tradizionale alla luce diretta, è alto il rischio di contaminazione del prodotto.
Il prodotto essiccato deve essere messo in contenitori nuovi di juta, carta o polietilene ed evitare il contatto con pavimenti o muri, in idonei locali ventilati ed asciutti.
Lo stoccaggio può durare fino a 24 mesi dopo la raccolta.
E’ possibile sgusciare e/o pelare meccanicamente il pistacchio.
E’ assolutamente vietato utilizzare prodotti chimici per la conservazione del “Pistacchio Verde di Bronte” DOP.
Nel periodo marzo-ottobre, in funzione dell’andamento climatico, il prodotto nelle diverse tipologie, in guscio, sgusciato o pelato, deve essere conservato a temperatura compresa tra 13 e 17°C, oppure in confezioni sigillate sottovuoto o in atmosfera modificata.

Articolo 6.
Caratteristiche del prodotto
Il “Pistacchio Verde di Bronte” DOP all’atto dell’immissione al consumo deve rispondere, oltre alle comuni norme di qualità, alle seguenti caratteristiche fisiche ed organolettiche:
colore cotiledoni: verde intenso, rapporto di clorofilla a/b compreso tra 1,3 e 1,5;
sapore: aromatico forte, senza inflessione di muffa o sapori estranei;
contenuto di umidità compreso tra 4% e 6%;
rapporto lunghezza/larghezza del gheriglio compreso tra 1,5 e 1,9;
alto contenuto di grassi monoinsaturi nei frutti (presenza predominante dell’acido oleico con il 72%, seguito dal 15% del linoleico e dal 10% del palmitico).

Articolo 7.
Controlli e vigilanza
Il controllo sulla conformità del prodotto al disciplinare è svolto da una struttura di controllo, conformemente a quanto stabilito dagli articoli 10 e 11 del Reg. (CE) n. 510/2006. Tale struttura è l’organismo di controllo CORFILCARNI-GCC, Polo universitario dell’Annunziata, 98168 Messina, telefono 090353659, fax 0903500098, e-mail: stefano.simonella corfilcarni.it.

Articolo 8.
Condizionamento ed Etichettatura
Il prodotto viene immesso al consumo in imballaggi nuovi di diversa tipologia conformi alla normativa vigente, entro due anni dalla raccolta.
Il “Pistacchio Verde di Bronte” può essere immesso al consumo solo con il logo della DENOMINAZIONE D’ORIGINE PROTETTA figurante su ogni confezione commerciale prima definita e confezionata nel rispetto delle norme generali e metrologiche del commercio stesso.
Sulle confezioni deve figurare, in caratteri chiari, indelebili e nettamente distinguibili da ogni altra scritta, la denominazione “Pistacchio Verde di Bronte”.
Debbono inoltre comparire gli elementi atti ad individuare nome, ragione sociale, indirizzo del confezionatore, nonché l’eventuale nome delle aziende da cui provengono i frutti, il peso lordo all’origine e l’anno di produzione. E’ facoltativa l’indicazione della settimana di raccolta del prodotto.
Il logo d’identificazione è rappresentato dalla dicitura Denominazione d’Origine Protetta, dalla sottostante raffigurazione del vulcano Etna, dal pistacchio e dalla sottostante scritta Pistacchio Verde di Bronte.
Il logo d’identificazione è rappresentato dalla dicitura Denominazione d’Origine Protetta, dalla sottostante raffigurazione del vulcano Etna, dal pistacchio e dalla sottostante scritta Pistacchio Verde di Bronte.

Fonte: Agraria.org

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Pistacchio di Bronte D.O.P. - per la foto si ringrazia

Pistacchio di Bronte D.O.P. – per la foto si ringrazia

Uva da tavola di Mazzarrone – I.G.P.

Zona di produzione

Riconoscimento CE:  Reg. CE n. 617 del 04.04.03 (GUCE L. 89 del 05.04.03)
Regione: Sicilia

Il territorio interessato racchiude un comprensorio situato in parte nel basso calatino, appartenente alla provincia di Catania nei territori di Caltagirone, Licodia Eubea e Mazzarrone, ed in parte nella provincia di Ragusa nei territori dei comuni di Acate, Chiaramonte Gulfi e Comiso, ed ha il suo baricentro sia geografico che socio – economico nel comune di Mazzarrone.

Caratteristiche

Sono tre le tipologie:
– Uva nera;
– Uva rossa;
– Uva bianca
coltivate in purezza varietale

Disciplinare di produzione – Uva da tavola di Mazzarrone IGP

Articolo 1.
ART.l
Denominazione
La Indicazione Geografica Protetta I.G.P. “Uva da Tavola di Mazzarrone” è riservata alle produzioni che rispondono alle condizioni ed ai requisiti stabiliti dal Reg.(CEE) n.2081/92 ed indicati nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
Tipologie di frutto
La Indicazione Geografica Protetta “Uva da Tavola di Mazzarrone” è riservata all’uva prodotta nella zona delimitata al successivo art. 3 del presente disciplinare di produzione riferibile alle seguenti tipologie di frutto:
Uva nera;
Uva rossa;
Uva bianca
coltivate in purezza varietale, nel territorio idoneo della Sicilia Orientale definito nel successivo art.3.

Articolo 3.
Zona di produzione
La zona di produzione dell”‘Uva da Tavola di Mazzarrone” comprende il territorio idoneo della Sicilia Orientale per la coltivazione dell’Uva da tavola ed è così individuato:
Provincia di Catania – territorio delimitato in apposita cartografia 1:25000, carta I.G.M. 273 III N.O. “Mazzarrone”; 273 IV S.E. “Grammichele”; 273 III N.B. “Licodia Eubea” dei seguenti comuni:
Caltagirone, Licodia Eubea e Mazzarrone.
Provincia di Ragusa – territorio delimitato in apposita cartografia 1:25000, carta I.G.M. 273 III S.E. “Chiaromonte Gulfi”; 273 III S.O. “Acate”; 276IV N.B. “Comiso”.
dei seguenti comuni: Acate, Chiaromonte Gulfi e Comiso.
Tale territorio è così delimitato: da una linea che, partendo a nord dall’incrocio tra la strada comunale “Mascalucia – Don Giovanni” e la S.P. 63 prosegue verso sud fino all’incrocio con la S.P. per Grammichele, da dove si prosegue in direzione Grammichele per circa Km 0,800 fino all’incrocio con la strada comunale “Vaito” che la si percorre in direzione est fino al torrente vallone “I Margi” proseguendo, poi, in direzione nord – est, lungo il torrente, fino alla S.P. 75 (Grammichele- Licodia E.) al Km.6,500 da dove si prosegue fino al Km. 4,200dove incrocia la strada comunale S. Giovanni che si percorre tutta in direzione sud fino all’incrocio con la S.P. 38 al Km. 3,500 per proseguire fino al Km 4,800 dove incontra il “vallone Salito”, percorrendo il
quale, si arriva alla strada consortile “Camilla” che si percorre in direzione nord-est fino alla strada provinciale Licodia E. – Vittoria, da qui in direzione sud si arriva alla casa cantoniera “Filo Zingaro” dove si imbocca la comunale “Dicchiara – Piano dell’Acqua”che la si percorre tutta fino all’incrocio con la S.S. 514 di Chiaromonte G. al Km. 16 la quale si percorre in direzione sudfino all’incrocio “Coffa” (Km. 11,000) dove si imbocca la S.P. 7 al Km. 8 che si percorre fino al Km 2,800 dove incrocia la strada comunale “Cifali – Cannamellito”, che si percorre, costeggiando la base militare ex Nato di Comiso, fino all’incrociocon la S.P. 7 al Km.7,000, dal quale in direzione sud si arriva all’incrocio con la S.P. 4 al Km.2,800 da dove in direzione nord (sulla S.P. 4) si arriva al ponte sul fiume “Dirillo”(che costituisce limite tra la provincia di Ragusa e Catania). La linea di delimitazione prosegue lungo il fiume “Dirillo” , in direzione ovest, fino al ponte sulla S.P. 2 al Km. 10,000 da dove si prosegue in direzione nord fino al confine di provincia Catania – Ragusa al Km. 14,800 della stessa S.P., da qui si prosegue in direzione ovest lungo il confine di provincia fino alla strada comunale “Bosco Piano Stella” che costeggiando il bosco arriva al fiume “Ficuzza” lungo il quale continua la linea di delimitazione in direzione nord – est fino al ponte sulla S.P. 34 al Km. 18,000, sulla S.P. 34 si prosegue in direzione nord fino al Km 7,000dove si incrocia la strada comunale “Mascalucia – Don Giovanni “percorrendo il quale in direzione est si arriva di nuovo alla S.P. 63, punto dal quale la delimitazione ha avuto inizio.

Articolo 4.
Modalità di coltivazione
Le condizioni ambientali e di coltura dei vigneti destinati alla produzione dell'”Uva da Tavola di Mazzarrone” devono essere quelle tradizionali della zona e comunque atte a conferire, al prodotto che ne deriva, le specifiche caratteristiche di qualità.
La forma di allevamento è il tendone. Può essere utilizzata, anche, la forma di allevamento a controspalliera.
I sesti di impianto ed i sistemi di potatura devono essere quelli in uso generalizzato atti a mantenere un perfetto equilibrio e sviluppo della pianta oltre ad una normale aerazione e soleggiamento della stessa. La densità di piantagione è compresa tra 800 e 1600 piante per ettaro per il tendone e tra le 1800 e 2500 piante per ettaro per la controspalliera.
I portainnesti idonei devono essere esenti da virosi.
Nel caso di reimpianto, si deve attendere almeno due anni per il riposo del terreno, durante i quali è opportuno che vengano eseguite colture cerealicole.
Prima del reimpianto è obbligatorio effettuare l’analisi nematologica. In caso di accertata presenza di Xiphinema index nel precedente impianto, la durata del riposo dovrà essere di almeno cinque anni.
Le operazioni colturali e le modalità di raccolta, devono essere quelle generalmente utilizzate.
La produzione unitaria massima consentita di “Uva da Tavola di Mazzarrone” varietà, è fisssata in quintali 300 per ettaro per i vigneti allevati a tendone ed in quintali 200 per ettaro per i vigneti allevati a controspalliera. A detti limiti, anche in annate eccezionalmente favorevoli, la resa deve essere riportata attraverso un accurato diradamento dei grappoli.
E’ consentita la copertura del vigneto con materiali idonei al fine di consenite di anticipare l’epoca di maturazione o di posticitare quella di raccolta dell’uva.

Articolo 5.
Adempimenti
L’accertamento della sussistenza delle condizioni tecniche di idoneità ed i relativi controlli saranno effettuati nel rispetto delle condizioni stabilite dall’art.10 del Reg. (CEE) n. 2081/92.
I vigneti idonei alla produzione dell'”Uva da Tavola di Mazzarrone” devono essere iscritti in un apposito Elenco attivato, tenuto ed aggiornato dall’Organismo di Controllo. L’Organismo di Controllo è tenuto a verificare, attraverso opportuni sopralluoghi, i requisiti richiesti per l’iscrizione all’Elenco di cui sopra. I produttori sono tenuti a comunicare all’Organismo di controllo la data indicativa di inizio raccolta dieci giorni prima che avvenga la stessa. Entro trenta giorni dalla data di fine raccolta, il produttore deve presentare all’Organismo di controllo una denuncia finale di produzione annuale.

Articolo 6.
Caratteristiche al consumo
I frutti di “Uva da Tavola di Mazzarrone”, all’atto dell’immissione al consumo, devono rispondere, oltre alle norme comuni di qualità, alle seguenti caratteristiche:
“Uva da Tavola di Mazzarrone”
Varietà di uva nera:
• forma del grappolo: la forma del grappolo deve essere quella tipica della varietà, esente da difetti.
« dimensioni del grappolo: minimo 400 gr.
Al fine di completare le confezioni è consentito il 10% di grappoli di dimensioni inferiori.
• peso medio dell’acino: minimo 3 gr per varietà ad acino piccolo e 5 gr per varietà ad acino grosso;
• caratteristiche della buccia: colore nero – blu intenso, vellutato con riflessi perlacei, ricoperti di pruina;
• contenuto di solidi solubili totali: minimo 13,00 espresso in gradi Brix;
• caratteristiche del rachide: non deve presentare imbrunimenti da invecchiamento né sintomi di oidio.
“Uva da Tavola di Mazzarrone”
Varietà di uva rossa
• forma del grappolo: la forma del grappolo deve essere quella tipica della varietà, esente da difetti;
• dimensioni del grappolo: minimo 350 gr.;
Al fine di completare le confezioni è consentito il 10% di grappoli di dimensioni inferiori.
• peso medio dell’acino: minimo 3 gr. per varietà ad acino piccolo e 5 gr per varietà ad acino grosso;
• caratteristiche della buccia: colore rosso – palissandro, blu – rosso, ricoperti di pruina;
• contenuto di solidi solubili totali: minimo 13,00 espresso in gradi Brix;.
• caratteristiche del rachide: non deve presentare imbrunimenti da invecchiamento né sintomi di
oidio.
“Uva da Tavola di Mazzarrone”
Varietà di uva bianca
• forma del grappolo: la forma del grappolo deve essere quella tipica della varietà, esente da difetti.
• Dimensioni del grappolo: minimo 400 gr.
Al fine di completare le confezioni è consentito il 10% di grappoli di dimensioni inferiori.
• peso medio dell’acino: minimo 3 gr. per varietà ad acino piccolo e 5 gr per varietà ad acino grosso;
• caratteristiche della buccia: colore da bianco – crema a giallo – dorato, ricoperto di pruina;
• contenuto di solidi solubili totali: minimo 13,00 espresso in gradi Brix;
• caratteristiche del rachide: non deve presentare imbranimenti da invecchiamento né sintomi di oidio.

Articolo 7.
Designazione e presentazione
Le confezioni devono essere chiuse in maniera tale da impedire che il contenuto possa essere estratto senza la rottura del contenitore stesso.
L”‘Uva da Tavola di Mazzarrone” deve essere immessa al consumo con il logo comunitario previsto dal Reg. (CE) n. 1726/98 della Indicazione Geografica Protetta, confezionata nel rispetto delle norme generali e metrologiche del commercio ortofrutticolo e deve comparire il logo più avanti descritto.
Sulle confezioni, o in alternativa direttamente sul grappolo, deve figurare, in caratteri chiari, indelebili e nettamente distinguibile da ogni altra scritta la denominazione “Uva da Tavola di Mazzarrone” immediatamente seguita dalla indicazione varietale.
Nello spazio immediatamente sottostante deve comparire la menzione “Indicazione Geografica Protetta”. E’ vietata l’aggiunta alla indicazione di cui al comma precedente di qualsiasi qualificazione o menzione diverse da quelle espressamente previste nel presente disciplinare di produzione ivi compresi gli aggettivi: Tipo, Fine, Extra, Superiore; Selezionato, Scelto e similari.
E’ tuttavia consentito l’utilizzo di indicazioni che facciano riferimento a nomi o ragioni sociali o marchi privati, purché non abbiano significato laudativo e non siano tali da trarre in inganno l’acquirente; nonché l’eventuale nome d’aziende o vigneti dai quali effettivamente provenga l’uva.
Debbono inoltre comparire gli elementi atti ad individuare nome , ragione sociale ed indirizzo del confezionatore, ed il peso lordo all’origine. E’ facoltativa l’indicazione della data di raccolta.
Debbono inoltre comparire gli elementi atti ad individuare nome, ragione sociale ed indirizzo del confezionatore, ed il peso lordo all’origine. E’ facoltativa l’indicazione della data di raccolta.
II logo “Uva da tavola di Mazzarrone – I.G.P. ” rappresenta, nella combinazione dei simboli grafici, un campo ovale tracciato da una linea azzurra (il mare) con all’interno: il contorno della Sicilia, tracciato da una linea verde (l’agricoltura); 5 cerchi gialli delimitati da contomo giallo-oro (acini di uve chiare), con al centro un sesto cerchio, sempre giallo a contomo giallo-oro, leggermente più grande degli altri, a richiamare il territorio di sei Comuni produttori e posizionato con congruo riferimento geografico sulla metà destra, in basso, del tracciato raffigurante la Sicilia; la dicitura I.G.P., in alto, centrata, all’interno del campo ovale, di colore blu-scuro; la dicitura uva da tavola di, viola scuro (le uve nere(, subito sopra l’altra dicitura MAZZARRONE, viola più chiaro (altri colori di uve nere). Le diciture Uva da tavola di Mazzarrone sono sovrapposte al contomo della Sicilia ed occupano i due terzi, mediano e inferiore, del campo ovale.
Dati tecnici:
Tre dimensioni:
1. Normale (disponibile su file Word) formato 9,65 x 13,46 cm.
2. Riduzione 1 (disponibile su file Jpeg) formato 3,89 x 3,71 cm.
3. Riduzione 2 (disponibile su file Jpeg) formato 2,8 x 2,67 cm.
Caratteri:
1. I.G.P.: arial black grass.
2. Uva da tavola….: arial black grass .-corsivo.
3. Mazzarrone: out-line, arial black grass.
Colore:
1. Ovale: R98, G192,B194.
2. Contomo Sicilia: R160, G208, B146.
3. Acini : R248, G226, Β15 (campo intemo) ; R245, G203, Β18 (contorno).
4. I.G.P.: R48, G29, B92.
5. Uva da tavola di: R125,G21,B125.
6. Mazzarrone: R151, G77, B148.

Fonte: Agraria.org

Uva da tavola di Mazzarrone I.G.P. - per la foto si ringrazia

Uva da tavola di Mazzarrone I.G.P. – per la foto si ringrazia

Olio extravergine di oliva Valle del Belice – D.O.P.

 Disciplinare di produzione – Valle del Belice DOP

Articolo 1.
Denominazione
La denominazione di origine protetta «Valle del Belice» è riservata all’olio extravergine di oliva che risponde alle condizioni ed ai requisiti stabiliti dal regolamento CEE 2031/92 ed indicati nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
Zona di produzione
La D.O.P. «Valle del Belice» è riservata all’olio extravergine di oliva ottenuto dalla molitura delle olive prodotte negli oliveti ricadenti nei territori dei comuni di Castelvetrano, Campobello di Mazara, Partanna, Poggioreale, Salaparuta e Santa Ninfa.

Articolo 3.
Varietà di olivo
La cultivar che concorre principalmente alla produzione dell’olio D.O.P. extravergine di oliva «Valle del Belice» è la «Nocellara del Belice», cultivar a duplice attitudine, che è presente negli impianti tradizionali per almeno il 70%. Le altre cultivar, che concorrono alla composizione dell’olio extravergine D.O.P., sono quelle coltivate nell’areale di produzione ed in particolare: la Giarraffa, la Biancolilla, la Cerasuola, la Buscionetto, la Santagatese, l’Ogliarola Messinese ed altre cultivar minori. Singolarmente o complessivamente esse non potranno superare il 30%. I nuovi impianti dovranno rispettare la composizione varietale sopra descritta.

Articolo 4.
Caratteristiche pedo-climatiche
Il clima della zona è di tipo mediterraneo, caratterizzato da inverni miti ed estati calde. Le temperature massime del periodo 1972-94 superano spesso i 32 °C (con punte di 40 °C) e si verificano nei mesi di Luglio e di Agosto, con maggiore frequenza in Luglio. La media delle temperature minime, verificatesi nel periodo 1972-94, è di 24 °C. Nei mesi invernali la temperatura minima scende sotto i 10°C per più giorni. Le escursioni termiche non sono tali da provocare danni alla cultura; generalmente non si verificano eventi meteorici eccezionali, tranne qualche grandinata di breve durata. Le precipitazioni sono distribuite irregolarmente e concentrate in pochi mesi, principalmente in autunno ed in inverno. L’areale della Valle del Belice è caratterizzato da ben cinque mesi di siccità e i mesi più asciutti sono Giugno, Luglio e Agosto. La piovosità si attesta tra i 500 e i 700 mm/anno. L’irrigazione nella zona e’ quindi da considerare utile per la coltura. La ventosità e’ piuttosto forte e persistente, sia in autunno/inverno che in primavera/estate. I terreni della zona di produzione dell’olio extravergine di oliva D.O.P. «Valle del Belice» manifestano, dal punto di vista pedologico, una nota comune rappresentata dalla presenza di suoli bruni più o meno lisciviati associati con le terre rosse nelle aree litoranee (unità 29 della carta dei suoli della Sicilia) e con i suoli vertici, regosuoli e litosuoli nelle aree interne (unità 11, 12, 13 e 16 della carta dei suoli della Sicilia).

Articolo 5.
Caratteristiche di coltivazione
Negli impianti in produzione devono essere effettuate le tradizionali cure colturali: lavorazioni meccaniche del terreno, la concimazione di produzione, le cure fitosanitarie del tipo integrato o biologico, la potatura di produzione annuale, l’irrigazione semplice e/o la fertirrigazione nelle zone irrigue, nonché, tutte le altre pratiche colturali compatibili con i moderni indirizzi agronomici. La raccolta delle olive è effettuata a mano (brucatura) e/o con strumenti agevolatori a partire dal mese di ottobre e non oltre il mese di dicembre. E’ consentito l’impiego di macchine per la raccolta agevolata e/o meccanica, a condizione che durante l’operazione sia evitato il contatto delle drupe con il terreno. E’ vietato l’impiego di cascolanti. Le olive raccolte sono conservate in modo tale da garantire la qualità del prodotto all’atto della trasformazione. E’ comunque vietato il trasporto e la conservazione delle olive in sacchi di qualsiasi materiale. Le olive sono conservate in ambienti freschi ed aerati fino alla fase di molitura e molite entro due giorni dalla raccolta. La produzione massima di olive conseguibile nell’annata di carica da un oliveto specializzato è di 100 quintali per ettaro. Se l’oliveto è in promiscuo (vite-olivo e altre associazioni), la produzione massima non potrà superare i 60 kg per pianta. Negli oliveti intensivi specializzati sono consentite produzioni superiori a 100 quintali per ettaro in accordo con gli attuali dati sperimentali. La resa massima ammissibile in olio è fissata fino al 23%.

Articolo 6.
Modalità di oleificazione
L’oleificazione delle olive destinate alla produzione di olio D.O.P., deve essere effettuata con tutti i sistemi di estrazione meccanica rispondenti ai requisiti di legge ed atti a mantenere la qualità originale. Le operazioni di oleificazione delle olive destinate alla produzione di olio D.O.P. «Valle del Belice» devono essere effettuate in impianti di molitura posti nel territorio dei comuni ricadenti nell’ambito della zona di cui all’art. 2. I frantoi devono disporre di opportuni dispositivi per il lavaggio e la defogliazione cui sottoporre obbligatoriamente le drupe. E’ vietata la pratica di ripasso delle paste estratte. Le paste lavorare non devono superare, comunque, i 30 °C verificabili mediante opportuni strumenti di controllo. La conservazione dell’olio deve essere effettuata in ambienti che consentano il mantenimento delle temperature costanti al variare delle stagioni e al riparo da aria e luce. L’olio deve essere conservato in recipienti a norma di legge.

Articolo 7.
Caratteristiche al consumo
L’olio D.O.P. deve rispondere, all’atto dell’immissione al consumo, ai parametri previsti dal regolamento CEE 2568/91 e successive aggiunte e modificazioni, e inoltre deve presentare le seguenti caratteristiche fisiche, chimiche ed organolettiche:
panel test (punteggio): \geq 7 o comunque nei limiti previsti dalle norme vigenti;
acidità massima, espressa in % acido oleico \leq = 0,5%;
perossidi \leq= 12 meq/kg;
polifenoli \geq= 100 ppm;
sapore: fruttato da medio ad intenso;
sensazione di amaro: da leggero ad intenso;
sensazione di piccante: da leggero ad intenso;
odore: fruttato di oliva da acerbo a maturo;
colore: da verde a giallo con riflessi verdognoli.

Articolo 8.
Designazione e presentazione
Alla denominazione di origine protetta di cui all’art. 1 è vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione non espressamente prevista dal presente disciplinare di produzione ivi compresi gli aggettivi: «fine», «scelto», «selezionato», «superiore». E’ consentito l’uso veritiero di nomi, ragioni sociali, marchi privati purché non abbiano significato laudativo o non siano tali da trarre in inganno il consumatore.
L’uso di nomi di aziende, tenute, fattorie e loro localizzazione territoriale, nonché il riferimento al confezionamento nell’azienda olivicola o nell’associazione di aziende olivicole o nell’impresa olivicola, situate nell’area di produzione, è consentito solo se il prodotto e’ stato ottenuto esclusivamente con olive raccolte negli oliveti facenti parte dell’azienda. L’olio D.O.P. deve essere confezionato e commercializzato in recipienti a norma di legge. La capacità di ogni confezione non potrà essere superiore a litri cinque. La confezione dovrà recare un’etichetta principale così come previsto dalla legislazione vigente.

Fonte: Agraria.org

Olio extravergine di oliva Valle del Belice D.O.P. - per la foto si ringrazia

Olio extravergine di oliva Valle del Belice D.O.P. – per la foto si ringrazia

Limone interdonato di Messina Jonica – I.G.P.

Zona di produzione

La zona di produzione dell’IGP «Limone Interdonato Messina» comprende interamente i seguenti territori comunali della Provincia jonica Messinese: Messina, Scaletta Zanclea, Itala, Alì, Alì’ Terme, Nizza di Sicilia, Roccalumera, Fiumedinisi, Pagliara, Mandanici, Furci Siculo, S.Teresa di Riva, Letojanni, S. Alessio Siculo, Forza D’Agrò, Taormina e Casalvecchio Siculo; Giardini Naxos e Savoca.

Caratteristiche

Tale denominazione è riservata alla cultivar «Interdonato», ibrido naturale tra un clone di cedro e un clone di limone.

Disciplinare di produzione – Limone Interdonato Messina Jonica IGP

Articolo 1.
L’indicazione geografica protetta «Limone Interdonato Messina Jonica» e’ riservata ai frutti di limone che rispondono alle condizioni ed ai requisiti stabiliti dal presente Disciplinare.

Articolo 2.
Descrizione del prodotto
L’indicazione geografica protetta «Limone Interdonato Messina Jonica» e’ riservata alla cultivar «Interdonato», ibrido naturale tra un clone di cedro e un clone di limone, appartenente alla Fam. Rutacee; Gen: Citrus; Sp: C. limon.
All’atto della sua immissione al consumo l’indicazione geografica protetta «Limone Interdonato Messina Jonica» presenta le seguenti caratteristiche:
frutto: (esperidio) di pezzatura medio-elevata compresa tra 80 e 350 gr.;
forma: tipicamente ellittica con umbone pronunciato e cicatrice stilare poco depressa;
epicarpo: sottile, poco rugoso con ghiandole oleifere distese;
colore: ad inizio della maturazione commerciale verde opaco con viraggio sul giallo e alla maturazione fisiologica colore giallo ad eccezione delle estremita’ che mantengono una colorazione verde opaco;
polpa: di colore giallo, tessitura media e deliquescente con semi rari o assenti.
succo: di colore giallo citrino, con resa non inferiore al 25% e acidita’ totale inferiore al 5%.
Possono ottenere la denominazione IGP Limone Interdonato Messina Jonica solo i limoni appartenenti alla categoria commerciale «Extra» e «I».

Articolo 3.
Zona di produzione
La zona di produzione e condizionamento dell’IGP «Limone Interdonato Messina Jonica» comprende interamente i seguenti territori comunali della provincia jonica messinese:
Messina, Scaletta Zanclea, Itala, Ali’, Ali’ Terme, Nizza di Sicilia, Roccalumera, Fiumedinisi, Pagliara, Mandanici, Furci Siculo, S. Teresa di Riva, Letojanni, S. Alessio Siculo, Forza D’Agro’, Taormina e Casalvecchio Siculo.

Articolo 4.
Origine del prodotto
Ogni fase del processo produttivo viene monitorata documentando per ognuna gli input e gli output. In questo modo e attraverso l’iscrizione in appositi elenchi, gestiti dall’organismo di controllo, delle particelle catastali sulle quali avviene la coltivazione, dei produttori e dei confezionatori, nonche’ attraverso la denuncia tempestiva, alla struttura di controllo, delle quantita’ prodotte, e’ garantita la tracciabilita’ del prodotto. Tutte le
persone, fisiche e giuridiche iscritte nei relativi elenchi saranno assoggettate al controllo da parte della struttura di controllo.

Articolo 5.
Metodo di ottenimento
La produzione della IGP «Limone Interdonato Messina Jonica» avviene in impianti condotti con il metodo di coltivazione:
a) integrato: che e’ quello in uso nella zona, con l’osservanza delle norme di «Normale buona pratica agricola»; previste dalla regione Siciliana in conformita’ ai regolamenti comunitari in materia agroambientale;
b) biologico: in conformita’ al Reg. CE 2092/91, e successive modifiche ed integrazioni.
Tecniche di allevamento Per la produzione della IGP «Limone Interdonato Messina Jonica» sono utilizzate due tecniche di allevamento: costituzione di nuovi impianti tramite la messa a dimora di giovani piante da vivaio e la riconversione varietale di agrumeti gia’ esistenti con la cv. Interdonato tramite reinnesto. Entrambe le tecniche prevedono che il materiale di propagazione utilizzato (marze, portinnesti, piante innestate) sia certificato.
Nuovo impianto Il sesto adottato deve essere tale da consentire un’agevole esecuzione delle principali operazioni colturali e il transito delle attrezzature agricole e al contempo garantire un equilibrato sviluppo vegeto-produttivo delle piante. A tal fine la densita’ d’impianto e’ compresa tra 400 e 500 piante/Ha.
La messa a dimora viene effettuata dal 1° settembre al 30 giugno con piante di uno o due anni e punto di innesto ad un altezza compresa tra 50 e 60 cm avendo cura di lasciare parzialmente scoperto il colletto per prevenire l’insorgenza di fitopatie.
Reinnesto
La tecnica del reinnesto della cv. Interdonato si esegue su impianti di agrumeto preesistenti che rispondano ai seguenti requisiti minimi:
densita’ e sesti d’impianto compresa tra 400 e 500 piante/ha;
buone condizioni vegetative e fitosanitarie.
I reinnesti si effettuano nella stagione primaverile o autunnale adottando la tecnica «a penna» «a corona» o «a pezza».
Il reinnesto deve essere preceduto da una energica potatura che induca il futuro portainnesto all’emissione di nuovo apparato radicale e al contempo contenga lo sviluppo dell’apparato vegetativo.
Il soggetto (portinnesto) viene sezionato orizzontalmente ad un’altezza compresa tra 50-100 cm e sul piano di sezione si eseguono piccole incisioni verticali corticali quante sono le marze che si desidera innestare (generalmente da 4 a 6).
Le marze vengono in precedenza preparate eseguendo una sezione trasversale e perfettamente liscia e vengono inserite sulle incisioni della corteccia avendo cura che le porzioni del cambio siano a diretto contatto. Successivamente la corona viene fasciata con del filo elastico per mantenere saldo il contatto tra le porzioni e successivamente si pennellano i punti di innesto con del mastice medicato adatto all’uso. Il reinnesto cosi’ ottenuto viene coperto con un sacchetto di plastica, per mantenere un tasso di umidita’ ideale per l’attecchimento, che si attesta tra 70% e l’80%, ed uno di carta per impedire l’azione termica del sole. Tale copertura viene rimossa ad attecchimento avvenuto che si ottiene generalmente dopo 3 – 4 settimane.
Gestione della flora spontanea Le piante infestanti vanno distrutte prima che producano semi attraverso lavorazioni superficiali o mediante l’impiego dei diserbanti.
Nutrizione e concimazione Si distinguono due differenti tecniche a seconda che si adotti il metodo integrato o il metodo biologico:
metodo integrato: la concimazione invernale si esegue con concimi granulari complessi organo-minerali o minerali che andranno interrati tramite una leggera lavorazione del terreno.
Nel periodo primaverile-estivo, nel caso in cui lo stato di accrescimento dei frutti non consenta di prevedere il raggiungimento delle caratteristiche di cui all’art. 2 del presente disciplinare, potra’ essere eseguita una concimazione azotata con concimi granulari da distribuire localmente attorno alle piante o tramite prodotti idrosolubili da apportare in fertirrigazione;
metodo biologico: la concimazione si esegue con prodotti certificati ai sensi del reg. UE 2092/91. Quella invernale si esegue con concimi organici o organo-minerali che andranno interrati tramite una leggera lavorazione del terreno unitamente ad eventuali leguminose da sovescio o letame maturo. Nel periodo primaverile-estivo nel caso in cui lo stato di accrescimento dei frutti non consente di prevedere il raggiungimento delle caratteristiche di cui all’art. 2 del presente disciplinare, potra’ essere eseguita una fertirrigazione con concimi idrosolubili ammessi.
Irrigazione
L’irrigazione viene praticata da aprile ad ottobre al fine di garantire un apporto idrico ottimale in quanto la cv. Interdonato risulta essere particolarmente soggetta a danni da stress idrico e termico.
Le tecniche utilizzate sono: a scorrimento, ad aspersione localizzata, a microirrigazione.
Difesa fitosanitaria
Negli agrumeti la prevenzione ed il controllo fitosanitario dai fitopatogeni, insetti e acari fitofagi, si differenzia a seconda della tecnica di produzione attuata in metodo integrato e metodo biologico.
Metodo integrato: e’ attuata in conformita’ alle «Norme di Buona Pratica Agricola» definite nel piano di sviluppo rurale regione Sicilia e periodicamente aggiornate.
Metodo biologico: e’ attuata in conformita’ al reg. UE 2091/92 e succ.
Potatura
Gli interventi di potatura vengono eseguiti dal 15 febbraio al 15 settembre e devono conseguire l’apertura di spazi all’interno della chioma, in modo da consentire il passaggio dell’aria, e per quanto possibile, dei raggi solari. Si tratta, quindi, di operazioni di sfoltimento di branche superflue che occupano spazi gia’ impegnati da altra vegetazione.
Raccolta
La raccolta avviene dal 1° settembre al 15 aprile e avviene manualmente con l’utilizzo di forbici al fine di evitare il distacco della porzione calicina. La resa in prodotto fresco e’ compresa tra 80-130 kg/pianta.
Condizionamento
Per i frutti non commercializzati immediatamente dopo la raccolta e’ permessa la conservazione a basse temperature. Si impiegano a tal fine celle frigorifere in cui l’umidita’ relativa si mantiene elevata (75 – 95%), per mantenere la turgidita’ del frutto, mentre va ricambiata l’aria (5 volte il volume della cella per 24 ore), al fine di allontanare l’anidride carbonica e l’etilene che si sviluppano durante la respirazione dei frutti. Le temperature di conservazione sono comprese tra 6 e 11 °C. I tempi di condizionamento non devono superare i trenta giorni dalla raccolta.

Articolo 6.
Legame con l’ambiente
Il «Limone Interdonato Messina Jonica» ha colonizzato e caratterizzato in modo naturale l’areale ionico messinese, che si contraddistingue per particolari e peculiari elementi pedologici, orografici, climatici ed ambientali. Grazie a tali caratteristiche il«Limone Interdonato Messina Jonica» presenta un frutto invernale con un ritmo di accrescimento molto elevato ed un periodo di maturazione molto precoce, che consente la sua immissione al consumo gia’ da settembre sfruttando i vantaggi economici derivanti dall’assenza di offerta di prodotti sostituibili.
Per tale motivo la coltivazione del «Limone Interdonato Messina Jonica» riveste tuttora una grandissima importanza sociale ed economica per tutto il territorio.
I profili pedologici sono in prevalenza di tipo alluvionale, risultando estremamente fertili sotto il profilo agricolo. Sotto l’aspetto idrologico e’ da porre in evidenza la diffusa presenza di torrenti di cui solo alcuni rivestono una certa importanza ai fini irrigui, mentre gli altri assumono carattere torrentizio solo eccezionalmente in presenza di forti precipitazioni. Il clima e’ quello tipico temperato con inverni miti ed estati siccitose e una
particolare rilevanza assume la ventosita’ caratterizzata da venti dominanti di maestrale, libeccio e di scirocco.
Il limone come pianta ornamentale e per il consumo locale in Sicilia ha ormai una storia millenaria, la sua presenza risale infatti al periodo bizantino-arabo.
Si puo’ cominciare a parlare di limonicoltura, come comparto economico vero e proprio, solo dopo la meta’ del sec. XVI, quando i prodotti agricoli siciliani divennero strategici per l’approvvigionamento delle truppe di Carlo V, impegnato nella lunga guerra per l’egemonia in Europa. La storia del «Limone Interdonato», ha inizio nel 1875 quando l’eroe dell’epopea garibaldina, il colonnello Giovanni Interdonato, seleziono’ questa particolare cultivar i cui frutti si distinguevano per il periodo di maturazione precoce, le dimensioni elevate, forma allungata e cilindrica, con umbone conico, discreto contenuto in succo, buccia molto liscia e colore giallo-chiaro, che gli valsero la denominazione anche «limone speciale» o «fino». Cosi’ gia’ nel XIX sec. e’ il «Limone Interdonato» a dare il proprio volto al paesaggio dell’intera fascia ionica della provincia di Messina, che acquista la nomea di «terra dai giardini sempre verdi»; e l’economia, le abitudini, influenzandone la composizione sociale, le vicende, la cultura, i riti, le tradizioni, i ritmi di vita.

Articolo 7.
Controlli e struttura di controllo
Il controllo sulla conformita’ del prodotto e’ svolto conformemente a quanto stabilito dall’art. 10 del reg. CEE n. 2081/92.

Articolo 8.
Etichettatura e logotipo
Confezionamento
L’IGP «Limone Interdonato Messina Jonica» e’ immesso al consumo nei seguenti modi:
1) in contenitori e/o vassoi di: legno, plastica e/o cartone;
2) in sacchi retinati di peso massimo di 5 Kg;
3) bins alveolari;
4) allo stato sfuso.
Le confezioni, i sacchetti e i bins devono essere sigillati in modo tale da impedire che il contenuto possa esser estratto senza la rottura del sigillo.
Per il prodotto venduto allo stato sfuso e’ prevista la bollinatura del singolo frutto.
Etichettatura
La confezioni recano obbligatoriamente sulla etichetta a caratteri di stampa chiari e leggibili:
1) la denominazione IGP «Limone Interdonato Messina Jonica» e il Logo, con caratteri superiori a quelli delle altre diciture presenti in etichetta;
2) il nome, la ragione sociale, l’indirizzo dell’azienda produttrice e/o confezionatrice;
3) la categoria commerciale di appartenenza «Extra» o «I».
E’ vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione non espressamente prevista. E’ tuttavia ammesso l’utilizzo di indicazioni che facciano riferimento a marchi privati, purche’ questi non abbiano significato laudativo o siano tali da trarre in inganno il consumatore, dell’indicazione del nome dell’azienda dai cui appezzamenti il prodotto deriva, nonche’ di altri riferimenti veritieri e documentabili che siano consentiti dalla normativa vigente e non siano in contrasto con le finalita’ e i contenuti del presente disciplinare.
Logo
Il logo risulta composto da due cerchi concentrici.
All’interno del primo cerchio lo sfondo verde richiama il colore del limone Interdonato ad inizio maturazione che fa da base alla scritta: LIMONE INTERDONATO, e alle due estremita’ delle stesse sono raffigurate due foto dello stesso limone.
Il secondo cerchio ha per sfondo il colore azzurro raffigurante il mare che lambisce le aree costiere ove la cultivar e’ presente e racchiude i seguenti elementi:
– una striscia di colore azzurro raffigurante un orizzonte immaginario;
– una effige in scala di grigio raffigurante l’immagine del Colonnello Interdonato selezionatore della omonima cultivar;
– nella porzione centrale si rappresenta la Sicilia di colore giallo paglierino con il tratto della riviera ionica messinese evidenziata in giallo piu’ scuro;
– la scritta: MESSINA JONICA che completa la denominazione IGP.
– il logo comunitario di indicazione geografica protetta sovrastato dall’acronimo: I.G.P. Infine sulla parte inferiore del logo sovrapposta ad entrambi i cerchi, compare un’immagine fotografica in quadricromia di forma ovale che raffigura un particolare di albero di limone Interdonato con frutti e foglie.

Articolo 9.
Prodotti trasformati
I prodotti per la cui preparazione e’ utilizzata la I.G.P.«Limone Interdonato Messina Jonica» anche a seguito di processi di elaborazione e di trasformazione, possono essere immessi al consumo in confezioni recanti il riferimento alla detta Indicazione geografica, protetta senza l’apposizione del logo comunitario, a condizione che: il prodotto a Indicazione geografica protetta «Limone Interdonato Messina Jonica» certificato come tale, costituisca il componente esclusivo della categoria merceologica; gli utilizzatori del prodotto a Indicazione geografica protetta «Limone Interdonato Messina Jonica» siano autorizzati dai titolari del diritto di proprieta’, intellettuale conferito dalla registrazione della I.G.P. riuniti in Consorzio di Tutela incaricato dal Ministero delle politiche agricole e forestali. Lo stesso Consorzio incaricato provvedera’ anche ad iscriverli in appositi registri ed a vigilare sul corretto uso della Indicazione geografica protetta. In assenza di un Consorzio di tutela incaricato le predette funzioni saranno svolte dal MIPAF in quanto autorita’ nazionale preposta ll’attuazione del reg. CE 2081/92.

Fonte: Agraria.org

Limone Interdonato di Messina I.G.P. - per la foto si ringrazia

Limone Interdonato di Messina I.G.P. – per la foto si ringrazia

Limone Interdonato di Messina Jonica I.G.P. - foto si ringrazia

Limone Interdonato di Messina Jonica I.G.P. – per la foto si ringrazia

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