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Archive for the ‘SICILIA’ Category

Formaggio di capra “Padduni” – P.A.T.

Questo caprino a pasta cruda ha origini che risalgono al XI secolo a.C. , viene prodotto nell’intero territorio siciliano da latte intero crudo caprino da bestiame allevato al pascolo con alimentazione prevalentemente spontanea e raramente integrata con alimentazione in stalla

La microflora è naturale e viene utilizzato caglio di pasta di agnello, a volte di capretto

Il Padduni (formaggio di capra siciliano) si differisce dal “Formaggiu ri capra” per alcune caratteristiche:
la forma (palla invece che cilindrica),
il peso (300 g. invece che 3 Kg.),
la salatura
soprattutto per la stagionatura (fresco invece che 3 mesi)

La forma di questo caprino è a palla di circa 300 gr e viene consumato fresco

Durante la lavorazione il latte coagula in una tina di legno a circa 37°C con caglio in pasta di agnello e/o capretto in circa 45 minuti. La cagliata viene rotta poi con la “rotula”

Si può aggiungere all’impasto pepe nero in grani o fiocchi di peperoncino. La cagliata viene quindi spurgata manualmente in un recipiente di legno , la “cisca”, viene quindi scottata con scotta calda, quindi messa in forma e salata;

La salatura avviene a secco sull’intera superficie della forma.

Fonte: Atlante Caseario.com

Formaggio di capra "Padduni" P.A.T. - per la foto si ringrazia

Formaggio di capra “Padduni” P.A.T. – per la foto si ringrazia

Oliva Nocellara del Belice – D.O.P.

Zona di produzione

La zona di produzione delle olive da tavola “Nocellara del Belice” comprende i territori vocati per caratteristiche pedologiche e climatiche, individuati dagli organi tecnici dalla Regione Sicilia, nei comuni di Castelvetrano, Campobello di Mazara e Partanna in provincia di Trapani.

Caratteristiche

L’Oliva Nocellara del Belice DOP, nella varietà verde o nera, ha una pezzatura grande con polpa consistente. Le sue caratteristiche organolettiche la rendono ideale per la conservazione in salamoia.

Disciplinare di produzione – Oliva Ascolana del Piceno DOP

Articolo 1.
La denominazione d’origine “Nocellara del Belice” è riservata alle olive da tavola che rispondono ai
requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
La denominazione d’origine “Nocellara del Belice” designa le olive da tavola prodotte negli oliveti costituiti dalla omonima varietà con presenza di eventuali doni locali e di varietà impollinatrici autoctone.

Articolo 3.
La zona di produzione delle olive da tavola “Nocellara del Belice” comprende i territori vocati per caratteristiche pedologiche e climatiche, individuati dagli organi tecnici dalla Regione Sicilia, nei comuni di Castelvetrano, Campobello di Mazara e Partanna in provincia di Trapani.

Articolo 4.
I terreni idonei per la coltivazione dell’olivo atto alla produzione della “Nocellara del Belice” sono prevalentemente sciolti, a tessitura sabbiosa ma anche argillosi e profondi. L’utilizzo dell’irrigazione, delle pratiche di concimazione e l’effettuazione delle altre pratiche colturali ed agronomiche devono essere effettuate secondo le modalità tecniche indicate dalla Regione Sicilia.
Sono ammesse forme di allevamento in volume, riconducibili al vaso, di densità massima pari a 300 piante per ettaro; altre forme quali il monocono, il fuso, il monocaule libero, la palmetta e la Y devono essere specificatamente autorizzate per i nuovi impianti da parte dei competenti servizi tecnici della Regione Sicilia. La produzione massima ad ettaro è di 70 quintali. La Regione Sicilia tenuto conto dei sesti di impianto e delle altre condizioni di coltivazione può fissare, di anno in anno, limiti di produzione idonei purché il livello qualitativo sia rispettato. La raccolta delle olive deve essere effettuata a mano (brucatura). È vietato l’impiego di cascolanti. La conservazione e il trasporto delle olive deve avvenire in cassette a rete o graticci, in strati che non superino i 20 cm.
Le olive debbono essere avviate alla lavorazione entro e non oltre 24 ore dalla raccolta. La concia delle olive, ai fini dell’acquisizione delle caratteristiche previste per l’immissione al consumo, deve essere effettuata con uno dei seguenti sistemi nell’ambito territoriale della provincia di Trapani:
Olive verdi
a) fermentazione lattica (sistema sivigliano);
b) cangianti al naturale;
c) sistema Castelvetrano.
Limitatamente ai sistemi a) e b) è consentita la successiva elaborazione ad oliva intera, schiacciata, snocciolata, affettata, incisa, condita.
Olive nere
a) mature senza trattamenti in mezzo alcalino;
b) con trattamento in mezzo alcalino.
Limitatamente al sistema a) è consentita la successiva elaborazione in salamoia al naturale, in salamoia all’aceto, disidratazione al sale secco, infornatura.
Limitatamente al punto b) è consentito il sistema californiano, al sale secco.

Articolo 5.
La sussistenza delle condizioni tecniche di idoneità di cui al precedente art. 4 è accertata dalla Regione Sicilia. Gli oliveti idonei alla produzione della “Nocellara del Belice” sono inseriti in apposito Albo attivato, aggiornato e pubblicato ogni anno. Copia di tale Albo viene depositata presso tutti i comuni compresi nel territorio di produzione. Il Ministero delle Risorse Agricole, Alimentari e Forestali indica le modalità da adottarsi per l’iscrizione, per l’effettuazione delle denunce annuali di produzione e per le certificazioni conseguenti ai fini di un corretto ed opportuno controllo della produzione riconosciuta e commercializzata annualmente con la denominazione d’origine protetta.

Articolo 6.
Le olive da mensa designate con la denominazione d’origine protetta “Nocellara del Belice” all’atto dell’immissione al consumo devono avere le caratteristiche indicate dalle norme di settore, in accordo con le caratteristiche delle olive da tavola contenute nel “Codex Alimentarius”.

Articolo 7.
La commercializzazione delle olive da mensa a denominazione d’origine “Nocellara del Belice” ai fini dell’immissione al consumo deve essere effettuata nel modo seguente: in recipienti di vetro o di banda stagnata; in sacchetti di materiale plastico, quale pellicola termo saldante; in contenitori in plastica per alimenti; in contenitori di terracotta. I contenitori e i recipienti devono consentire l’apposizione di un eventuale specifico contrassegno. In tutti i casi il prodotto deve essere sigillato in modo tale da impedire che il contenuto possa essere estratto senza la rottura del contenitore. Le capacità di tali recipienti e contenitori vengono stabilite seguendo le disposizioni in tal senso adottate dalla Regione Sicilia. Sui contenitori e recipienti dovranno essere indicate in caratteri di stampa delle medesime dimensioni le diciture “Nocellara del Belice”, seguita immediatamente dalla dizione “Denominazione di Origine Protetta”. Nel medesimo campo visivo deve comparire nome, ragione sociale ed indirizzo del confezionatore nonché il peso lordo all’origine. La dizione “Denominazione di Origine Protetta” può essere ripetuta in. altra parte del contenitore o dell’etichetta anche in forma di acronimo “D.O.P.”. A richiesta dei produttori interessati può essere utilizzato un simbolo grafico relativo alla immagine artistica, compresa la base colorimetrica eventuale, del logo figurativo o del logotipo specifico ed univoco da utilizzare in abbinamento inscindibile con la denominazione di origine. Deve inoltre figurare la dizione “prodotto in Italia” per le partite destinate all’esportazione.

Fonte: Agraria.org

Oliva Nocellara del Belice D.O.P. - per la foto si ringrazia

Oliva Nocellara del Belice D.O.P. – per la foto si ringrazia

Fiore Sicano – P.A.T.

Questo formaggio molle a pasta cruda, unico ad essere caratterizzato da muffe autoctone, viene prodotto nel cuore dei pascoli dei Monti Sicani.

Si tratta di un prodotto tipico che è stato inserito dalla regione Sicilia  con Decreto del 28/12/98 tra i formaggi storici siciliani prodotti tradizionalmente, questo ha fatto sì che fosse salvaguardato dalle direttive della Comunità Europea, che prevede la pastorizzazione del latte destinato alla produzione di formaggi.

Soltanto nei periodi di siccità , caratterizzati dalla mancanza del pascolo spontaneo, viene effettuata un’integrazione dell’alimentazione in stalla, utilizzando concentrati e fieno.

La zona di produzione è quella del comune di Castronovo di Sicilia (PA)  in Cammarata e Santo Stefano Quisquina (AG).

Il Fiore sicano si presenta con una crosta sottile, piuttosto elastica di colore grigio-verde e segnata per la presenza di muffe autoctone
La pasta è invece morbida, compatta di color bianco latte, tendente al paglierino con il protrarsi della stagionatura. Il sapore denota una leggera acidità con un retrogusto dolce non troppo intenso.

Il profumo è delicato che riporta al latte e alla crema, presenta inoltre buona elasticità e deformabilità ed una serie di caratteristiche tra cui la scarsa adesività e la buona solubilità che lo rendono facilmente masticabile ed appetibile.

Questo formaggio è prodotto ancora oggi con le tecniche tradizionali, il latte proviene da 2 mungiture e viene coagulato in una “tina” di legno detta “chiscuni” ad una temperatura di 37-39°C aggiunto a caglio in pasta di capretto (30 gr per 100 litri di latte) per circa 1 ora.

La cagliata viene successivamente rotta con l’utilizzo della “ruotula” (la “rotula” in siciliano) di legno; vengono effettuate due rotture:
una prima rottura viene fatta grossolanamente e poco energicamente.
la seconda rottura si effettua dopo 3 minuti ed è più energica, quest’ultima riduce la cagliata delle dimensioni di chicchi di riso.

La cagliata viene poi separata dal siero e messa in apposite forme, sopra un tavoliere di legno, successivamente viene sottoposta a stufatura, utilizzando scotta di ricotta,anche per un’intera ora, tempo che varia in rapposrto alla temperatura dell’ambiente, dopo questo tempo la cagliata raggiunge l’acidificazione ottimale.
Trascorse 24 ore il formaggio viene immerso in salamoia satura.

La salatura avviene solitamente eseguita a secco sull’intera superficie della forma, a volte, solo in casi eccezionali, viene effettuata la salatura in salamoia satura per un periodo di 10 ore per ogni chilogrammo di formaggio.

La stagionatura avviene in speciali ambienti in pietra calcarea con muri molto spessi e solitamente seminterrati; le forme vengono poste su scaffali di legno di leccio o quercia, dove poi si insediano le muffe, tra cui la più importante è del genere Penicillium , la temperatura dei locali è compresa tra i 9-13 ° C, l’umidità relativa è dell’80-90%.

La maturazione va da un minimo di 60 giorni fino a 18-20 mesi, con la maturazione diminuisce la morbidezza del formaggio ma aumenta il sapore.

Questo formaggio, è noto prevalentemente con il nome di “Tumazzu ri vacca” che tradotto letteralmente significa “tuma di vacca”,la leggenda, narra come il suo primo produttore, a causa di un imprevisto, non riuscì a portare a termine la lavorazione del formaggio come aveva sempre fatto. Per non buttare la “tuma” la mise ugualmente nella forma, lasciandola maturare per un lungo periodo. Il casaro, non credendo di poterla più utilizzare, la trascurò, permettendo così alle muffe della frutta vicina di insediarsi in essa, da qui nacquero le muffe che contraddistinguono questo formaggio.

Fonte: Atlante Caseario.com

Fiore Sicano P.A.T. - per la foto si ringrazia

Fiore Sicano P.A.T. – per la foto si ringrazia

Cosacavaddu Ibleo – D.O.P.

Il Cosacavaddu ibleo, a pasta filata dura, è un formaggio siciliano prodotto tutto l’anno sull’altipiano ragusato, è un formaggio di antica tradizione, già conosciuto nel 1400, anno nel quale iniziò la produzione che fu subito molto diffusa, tanto da diventare nel 1550 uno dei prodotti tipici siciliani più veduti.

Il sapore di questo formaggio è forte e ricco, con aroma deciso che rimane nel palato. Il gusto è corposo, molto ricco e pieno perchè prodotto da latte intero di bestiame allevato sui pascoli dell’altopiano ragusano, la razza utilizzata per la produzione del latte è quella Bruna (Frisona) che nel tempo ha sostituito la razza Modicana precedentemente utilizzata e quasi completamente scomparsa.

La lavorazione prevede che il latte intero vaccino crudo venga trattato con caglio di pasta di capretto o agnello. Il latte viene fatto coagulare in una “tina” e dopo circa un’ora la cagliata viene rotta e viene aggiunta acqua calda (80° circa) per ottenere la prima cottura.

La cagliata così prodotta viene separata dal siero mediante pressatura, dopo circa 2 ore si taglia in grosse fette e si cuoce una seconda volta aggiungendo la scotta ottenuta dalla ricotta.

Nella fase successiva si verificano la maturazione e l’acidificazione della pasta, durante questi processi la pasta viene posta sulla “mastredda” dove sosta per 20 ore. Quando il grado di acidità viene raggiunto la psta viene tagliata a strisce e posta nello “staccio” per la filatura. La tipica forma rettangolare del Cosacavaddu ibleo si ottiene lavorando la pasta nella “mastredda” di legno in cui resta per una intera giornata, dopodichè viene messa in salamoia.

Dopo la salatura le forme di Cosacavaddu ibleo vengono legate a due a due con le “liame” cordicelle molto sottili ed appese ad una trave di legno, proprio da questo deriva infatti il nome del formaggio che letteralmente significa “cacio a cavallo”

La stagionatura varia dai: 3 ai 12 mesi e si ottiene così un caciocavallo semistagionato o stagionato.

Esiste una variazione di questo formaggio con olio e pomodoro, il Cosacavaddu ibleo viene in questo caso cappato con estratto di pomodoro ed olio extravergine di oliva, questo trattamento rende la crosta più lucida ed elastica e tinge di un giallo acceso la pasta del formaggio.

Il Cosacavaddu Ibleo semi stagionato è consigliato con vini bianchi, mentre quello stagionato è più indicato con vini rossi. Il Cosacavaddu Ibleo è particolarmente adatto ad accompagnare i vini tipici siciliani come Nero d’Avola, Merlot, Syrah, e il Cerasuolo di Vittoria.

Fonte: Atlante Caseario.com

Cosacavaddu Ibleo D.O.P. - per la foto si ringrazia

Cosacavaddu Ibleo D.O.P. – per la foto si ringrazia

Ericino – P.A.T.

Il nome di questo formaggio si riferisce alla città di Erice (TR) che nell’antichità era nota per il culto a Venere, tra i doni votivi che venivano offerti alla dea si dice che ci fosse anche questo formaggio e che avesse il potere di aumentare l’ardore virile.

Il formaggio si presenta in forma compatta da 2-7 kg, prodotto da latte ovino di razza Val del Belice (80%) e vaccino di razza Cinisara (20%) .

L’area di produzione comprende: Erice, Val D’Erice, Custonaci, San Vito lo Capo, Castellamare del Golfo, Calatafimi e dintorni.

Fonte: Atlante Caseario.com

Ericino P.A.T. - per la foto si ringrazia

Ericino P.A.T. – per la foto si ringrazia

Alcamo – D.O.C.

Zona di produzione e storia

La denominazione di origine controllata <<Alcamo>> e’ riservata ai vini che rispondono alle condizioni e ai requisiti prescritti dal disciplinare di produzione per le seguenti tipologie:
bianco, anche spumante, bianco classico, vendemmia tardiva, Catarratto, Ansonica o Inzolia, Grillo, Grecanico, Chardonnay, Muller Thurgau, Sauvignon, rosato, anche spumante, rosso, anche riserva e novello, Calabrese o Nero d’Avola, Cabernet sauvignon, Merlot e Syrah.
La specificazione classico e’ riservata al vino bianco che segue le specifiche norme di produzione e non puo’ essere abbinata ad alcuna altra menzione.

La zona di produzione delle uve atte alla preparazione dei vini a denominazione di origine controllata “Alcamo” ricade nelle province di Trapani e Palermo e comprende i terreni vocati alla qualita’ di tutto il territorio del comune di Alcamo ed in parte il territoriodei comuni di Calatafimi, Castellammare del Golfo, Gibellina, Balestrate, Camporeale, Monreale, Partinico, San Cipirello e San Giuseppe Jato.

L’origine del “Bianco di Alcamo” ha una tradizione di pregio: dalla Rassegna Agricoltura Siciliana, anno IV, II edizione 1856, si rileva che il suddetto vino figura nell’elenco dei vini pregiati da pasto ed ancora nel 1887 ottenne il diploma di onore alla Fiera Vini di Venezia. La viticoltura ha occupato sempre un posto di rilevante importanza nell’agricoltura alcamese ed il commercio ha dimostrato notevole interesse per questo vino tanto che è nata l’esigenza di espandere alle contrade dei comuni limitrofi, aventi le stesse caratteristiche pedoclimatiche la zona di produzione.
Tale espansione è stata anche accompagnata da una innovazione della compagine varietale mediante l’introduzione di varietà cosmopolite e altre tipologie di vino.

Vitigni – Grado alcolometrico minimo – Invecchiamento e qualifiche

Base ampelografica
I vini della denominazione di origine <<Alcamo>> devono essere ottenuti dalle uve prodotte dai vigneti aventi, nell’ambito aziendale, la seguente composizione ampelogafica:
Bianco, bianco spumante e vendemmia tardiva:
Catarratti, non meno del 60%;
Ansonica o Inzolia, Grillo, Grecanico, Chardonnay, Muller Thurgau e Sauvignon, da soli o congiuntamente, fino ad un massimo del 40%.
Possono concorrere alla produzione di detti vini, fino ad un massimo del 20%, le uve di uno o piu’ vitigni idonei alla coltivazione nella regione Sicilia, iscritti nel registro nazionale delle varietà di vite per uve da vino approvato, riportati nel disciplinare.
Classico: Catarratto bianco comune e/o catarratto bianco lucido non meno dell’80%.
Possono concorrere alla produzione di detto vino, fino a un massimo del 20%, le uve di uno o piu’ vitigni idonei alla coltivazione nella regione Sicilia, come sopra specificato.
Rosato e rosato spumante:
Tali vini devono essere ottenuti dalla vinificazione in bianco dei eguenti vitigni: Nerello mascalese, Calabrese o Nero d’Avola, Sangiovese, Frappato, Perricone, Cabernet sauvignon, Merlot e Syrah, da soli o congiuntamente.
Rosso, rosso novello e rosso riserva: Calabrese o Nero d’Avola, non meno del 60%;
Frappato, Sangiovese, Perricone, Cabernet Sauvignon, Merlot o Syrah, da soli o congiuntamente, fino ad un massimo del 40%.
Possono concorrere alla produzione di detti vini, fino ad un massimo del 10%, le uve di uno o piu’ vitigni idonei alla coltivazione nella regione Sicilia, come sopra specificato.
Catarratto, Ansonica o Inzolia, Grillo, Grecanico, Chardonnay, Muller Thurgau, Sauvignon, Calabrese o Nero d’Avola, Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah: le uve dei rispettivi vitigni per non meno dell’85%.
Possono concorrere alla produzione di detti vini, fino ad un massimo del 15%, le uve di uno o piu’ vitigni idonei alla coltivazione nella regione Sicilia, come sopra specificato.

I vini a denominazione di origine <<Alcamo>> devono rispondere, all’atto dell’immissione al consumo alle seguenti caratteristiche:

“Alcamo” Bianco:
– -titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,00% vol;
– -acidita’ totale minima: 4,5 grammi/litro;
– -estratto non riduttore minimo: 15,0 grammi/litro.

“Alcamo” Classico:
– – titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50% vol;
– – acidita’ totale minima: 4,5 grammi/litro;
– – estratto non riduttore minimo: 15,0 grammi/litro.

“Alcamo” Bianco spumante:
– – titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,00% vol;
– – acidita’ totale minima: 5,0 grammi/litro;
– – estratto non riduttore minimo: 16,0 grammi/litro.

“Alcamo” Vendemmia tardiva:
– – titolo alcolometrico volumico totale minimo: 14,00% vol di cui almeno l’11,00% vol svolto;
– – acidita’ totale minima: 4,0 grammi/litro;
– – estratto non riduttore minimo: 20,0 grammi/litro.

“Alcamo” Catarratto:
– – titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50% vol;
– – acidita’ totale minima: 4,5 grammi/litro;
– – estratto non riduttore totale minimo: 16,0 grammi/litro.

“Alcamo” Ansonica o Inzolia:
– – titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,00% vol;
– – acidita’ totale minima: 4,5 grammi/litro;
– – estratto non riduttore totale minimo: 15,0 grammi/litro.

“Alcamo” Grillo:
– -titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50% vol;
– – acidita’ totale minima: 4,5 grammi/litro;
– – estratto non riduttore totale minimo: 15,0 grammi/litro.

“Alcamo” Grecanico:
– – titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50% vol;
– – acidita’ totale minima: 4,5 grammi/litro;
– – estratto non riduttore minimo: 15,0 grammi litro.

“Alcamo” Chardonnay:
– – titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50% vol;
– – acidita’ totale minima: 4,5 grammi/litro;
– – estratto non riduttore minimo: 15,0 grammi/litro.

“Alcamo” Muller Thurgau:
– – titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,00% vol;
– – acidita’ totale minima: 4,5 grammi/litro;
– – estratto non riduttore minimo: 15,0 grammi/litro.

“Alcamo” Sauvignon:
– – titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50% vol;
– – acidita’ totale minima: 4,5 grammi/litro;
– – estratto non riduttore minimo: 15,0 grammi/litro.

“Alcamo” Rosato:
– – titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,00% vol;
– – acidita’ totale minima: 4,5 grammi/litro;
– – estratto non riduttore minimo: 16,0 grammi/litro.

“Alcamo” Rosato spumante:
– – titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,00% vol;
– – acidita’ totale minima: 4,5 grammi/litro;
– – estratto non riduttore minimo: 16,0 grammi/litro.

“Alcamo” Rosso:
– – titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50% vol;
– – acidita’ totale minima: 4,5 grammi/litro;
– – estratto non riduttore minimo: 19,0 grammi/litro.

“Alcamo” Novello:
– – titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,00% vol;
– – acidita’ totale minima: 4,5 grammi/litro;
– – estratto non riduttore minimo: 17,0 grammi/litro.

“Alcamo” Riserva:
– – titolo alcolometrico volumico totale minimo: 12,00% vol;
– – acidita’ totale minima: 4,5 grammi/litro;
– – estratto non riduttore minimo: 22,0 grammi/litro.

“Alcamo” Calabrese o Nero d’Avola:
– – titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50% vol;
– – acidita’ totale minima: 4,5 grammi/litro;
– – estratto non riduttore minimo: 19,0 grammi/litro.

“Alcamo” Cabernet sauvignon:
– – titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50% vol;
– – acidita’ totale minima: 4,5 grammi/litro;
– – estratto non riduttore minimo: 19,0 grammi/litro.

“Alcamo” Merlot:
– – titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50% vol;
– – acidita’ totale minima: 4,5 grammi/litro;
– – estratto non riduttore minimo: 19,0 grammi/litro.

“Alcamo” Syrah:
– – titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50% vol;
– – acidita’ totale minima: 4,5 grammi/litro;
– – estratto non riduttore minimo: 19,0 grammi/litro.

E’ facolta’ del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali modificare i limiti dell’acidita’ totale e dell’estratto non riduttore con proprio decreto.
In relazione all’eventuale ammessa conservazione in recipienti di legno, il sapore dei vini puo’ rivelare lieve sentore di legno.

Caratteristiche organolettiche

I vini a denominazione di origine <<Alcamo>> devono rispondere, all’atto dell’immissione al consumo alle seguenti caratteristiche:

“Alcamo” Bianco:
– colore: paglierino piu’ o meno carico, talvolta con riflessi verdolini;
– -odore: vinoso, intenso, fruttato, armonico;
– -sapore: asciutto, fresco, equilibrato.

“Alcamo” Classico:
– colore: paglierino piu’ o meno carico;
– – odore: fragrante, fruttato, con sentori vegetali;
– – sapore: gradevole, con retrogusto amarognolo, strutturato.

“Alcamo” Bianco spumante:
– – spuma: fine, persistente;
– – colore: paglierino piu’ o meno carico, talvolta con riflessi verdolini;
– – odore: intenso, fruttato, armonico;
– – sapore: da semisecco a molto secco, fresco, equilibrato.

“Alcamo” Vendemmia tardiva:
– – colore: dal giallo paglierino al giallo dorato;
– – odore: caratteristico, delicato, persistente;
– – sapore: dal dolce al secco, tipico, armonico.

“Alcamo” Catarratto:
– – colore: paglierino piu’ o meno carico, con riflessi verdolini;
– – odore: fragrante, fruttato, con lievi sentori vegetali;
– – sapore: gradevole, con retrogusto leggermente amarognolo, strutturato.

“Alcamo” Ansonica o Inzolia:
– – colore: paglierino piu’ o meno carico;
– – odore: intenso, fruttato;
– – sapore: morbido, equilibrato.

“Alcamo” Grillo:
– – colore: paglierino piu’ o meno carico;
– – odore: tipico, con sentori fruttati, con note vegetali;
– – sapore: asciutto, fresco, equilibrato.

“Alcamo” Grecanico:
– – colore: paglierino piu’ o meno carico;
– – odore: delicato, fruttato, gradevole;
– – sapore: secco, tipico, fresco.

“Alcamo” Chardonnay:
– – colore: paglierino piu’ o meno intenso;
– – odore: intenso, fruttato, tipico;
– – sapore: asciutto, pieno, armonico.

“Alcamo” Muller Thurgau:
– – colore: paglierino piu’ o meno carico;
– – odore: intenso, caratteristico, con sentori erbacei;
– – sapore: sapido, equilibrato, tipico.

“Alcamo” Sauvignon:
– – colore: paglierino piu’ o meno intenso;
– – odore: delicato, caratteristico;
– – sapore: tipico, secco, aromatico.

“Alcamo” Rosato:
– – colore: rosa piu’ o meno intenso;
– – odore: fine, fruttato;
– – sapore: fresco, armonico.

“Alcamo” Rosato spumante:
– – spuma: fine, persistente;
– – colore: rosa piu’ o meno carico;
– – odore: fine, fruttato;
– – sapore: dal semisecco al molto secco, fresco, armonico.

“Alcamo” Rosso:
– – colore: rubino piu’ o meno intenso;
– – odore: speziato, fruttato, caratteristico;
– – sapore: asciutto, armonico, pieno.

“Alcamo” Novello:
– – colore: rubino piu’ o meno carico, con riflessi violacei;
– – odore: fruttato, tipico, intenso;
– – sapore: armonico, equilibrato.

“Alcamo” Riserva:
– – colore: rubino tendente al granato;
– – odore: caratteristico, vinoso, intenso;
– – sapore: armonico, pieno, equilibrato.

“Alcamo” Calabrese o Nero d’Avola:
– – colore: rubino piu’ o meno acceso;
– – odore: intenso, fruttato, speziato;
– – sapore: pieno, armonico.

“Alcamo” Cabernet sauvignon:
– – colore: rubino intenso;
– – odore: caratteristico, gradevole, intenso;
– – sapore: asciutto, rotondo, armonico.

“Alcamo” Merlot:
– – colore: rubino piu’ o meno carico;
– – odore: fruttato, caratteristico;
– – sapore: secco, armonico, tipico.

“Alcamo” Syrah:
– – colore: rubino piu’ o meno acceso;
– – odore: caratteristico, con note speziate;
– – sapore: intenso, pieno, armonico.

In relazione all’eventuale ammessa conservazione in recipienti di legno, il sapore dei vini puo’ rivelare lieve sentore di legno.

Abbinamenti e temperatura di servizio

Variano a seconda della tipologia di vino.

Fonte: Agraria.org

Alacamo D.O.C. - per la foto si ringrazia

Alacamo D.O.C. – per la foto si ringrazia

Pomodoro di Pachino – I.G.P.

Zona di produzione

Riconoscimento CE: aprile 2003.

La zona di produzione del “Pomodoro di Pachino” comprende l’intero territorio comunale di Pachino e Portopalo di Capo Passero e parte dei territori comunali di Noto (provincia di Siracusa) ed Ispica (provincia di Ragusa). I consumatori potranno riconoscere il pomodoro Pachino IGP grazie ad un logo, posto sulle confezioni, raffigurante la Sicilia con un cerchio nella punta estrema, dove e’ collocata la zona di produzione, all’interno di un rombo dagli angoli tondeggianti di colore verde scuro.
Il “Pomodoro di Pachino” è prodotto in una zona caratterizzata da temperature elevate e da una elevata quantità totale di radiazioni solari, mentre la vicinanza del mare determina una mitigazione del clima ed una scarsa frequenza delle gelate invernali-primaverili. Un insieme di fattori che ha favorito lo sviluppo delle colture sotto serra e che, grazie alla qualità dell’acqua di irrigazione, determina le peculiari qualità organolettiche. La rintracciabilità e l’origine del prodotto è garantita dal fatto che i produttori devono iscrivere i terreni in un apposito elenco e sono tenuti a presentare annualmente all’Organismo di controllo una denuncia di produzione. Anche le strutture di confezionamento devono essere iscritte in un altro apposito elenco e presentare una denuncia annuale di prodotto lavorato.

Disciplinare di produzione – Pomodoro di Pachino IGP

Articolo 1.
Denominazione
L’Indicazione geografica protetta ”Pomodoro di Pachino” e riservata ai frutti di pomodoro che rispondono alle condizioni e ai requisiti stabiliti dal regolamento (CE) n. 510/2006 e indicati nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
Tipologie di frutto
L’Indicazione geografica protetta I.G.P. Pomodoro di Pachino designa pomodori allo stato fresco prodotti nella zona delimitata al successivo art. 3 del presente disciplinare di produzione, riferibili alla specie botanica Lycopersicum esculentum Mill.
L’I.G.P. ”Pomodoro di Pachino” e rappresentato dalle seguenti tipologie di frutto:
– tondo liscio;
– costoluto;
– cherry (o ciliegino).

Articolo 3.
Zona di produzione
La zona di produzione dell’I.G.P. “Pomodoro di Pachino”, di cui al presente disciplinare, comprende l’intero territorio comunale di Pachino e Portopalo di Capo Passero e parte dei territori comunali di Noto (prov. di Siracusa) ed Ispica (provincia di Ragusa). Per la delimitazione dei confini sono state utilizzate le carte I.G.M. 1:25000 ricadenti sui fogli:
Torre Vendicari 277 III N.E., Pachino 277 III S.E., Pantano Longarini 277 III S.O., Pozzallo 276 II S.E.
Tale zona e cosi delimitata:
dalla carta I.G.M. Torre Vendicari 277 III N.E., l’area interessata alla coltivazione del pomodoro di Pachino inizia dalla foce del canale Saia Scirbia e prosegue lungo tale canale fino alla intersezione con la strada provinciale Pachino-Noto. Prosegue tale strada in direzione Pachino fino alla strada provinciale Barracchino, carta I.G.M. Pachino 277 III S.E.
Carta I.G.M. Pantano Longarini 277 III S.O. Si prosegue lungo la strada Barracchino fino alla intersezione con la strada provinciale Pachino-Rosolini. Si prosegue lungo tale strada, in direzione Rosolini, fino all’incrocio con la strada provinciale Agliastro-Buonivini. Da qui, si prosegue fino ad imboccare la strada vicinale Coste Fredde che si percorre fino ad intersecare la strada provinciale n. 22 Pachino-Ispica.
La strada provinciale 22 si percorre fino al canale di bonifica Lavinaro Passo Corrado.
L’area interessata costeggia tale canale fino alla intersezione con la strada Fondo Panze Saline che si percorre fino ad immettersi sulla strada provinciale n. 44 Pachino-Marza.
La strada provinciale 44 si percorre fino all’incrocio con la strada provinciale della Marza n. 67 e prosegue lungo la strada provinciale n. 50 (Bufali-Marza). Carta I.G.M. Pozzallo 276 II S.E., la strada provinciale n. 50 (Bufali-Marza) si percorre fino al Km VII/6, all’incrocio con la strada Iannuzzo che costeggia l’omonimo canale di Bonifica.
Si prosegue lungo tale strada fino a raggiungere il mare in prossimita della foce Vecchio al Km 5,50 della strada provinciale 67.

Articolo 4.
Modalita’ di coltivazione
La coltivazione della Indicazione geografica protetta I.G.P. ”Pomodoro di Pachino” deve essere effettuata in ambiente protetto (serre e/o tunnel ricoperti con film di polietilene o altro materiale di copertura); quando la coltivazione viene effettuata nel periodo estivo la coltura puo essere protetta da idonee strutture ricoperte con rete anti insetto. La tecnica di coltivazione, tradizionalmente attuata nel comprensorio, tende ad ottenere produzioni di qualita, seguendo le seguenti fasi:
– il trapianto si esegue da agosto a febbraio, tranne per la tipologia cherry che si può effettuare tutto l’anno;
la densita di impianto e di n. da 1,5-6 piante per mq;
le piantine devono essere fornite da vivai specializzati ed autorizzati dall’Osservatorio per le malattie delle piante. E consentito l’uso di piantine innestate;
– la forma di allevamento deve essere in verticale, ad una o piu branche;
– durante il ciclo si esegue la potatura verde consistente nell’asportazione delle foglie senescenti e germogli ascellari;
– e ammessa l’operazione colturale di cimatura;
– l’irrigazione e effettuata con acque di falda prelevate da pozzi ricadenti nel comprensorio delimitato.
La qualita’ dell’acqua e caratterizzata da una salinita che varia da 1.500 a 10.000 μs/cm;
– l’impollinazione puo essere agevolata per via fisica, chimica o entomofila; e vietato l’uso di qualsiasi sostanza ormonale che abbia azione diversa da quella allegante;
– la raccolta viene effettuata manualmente ogni 3-4 giorni a seconda delle condizioni climatiche.
Il ”Pomodoro di Pachino” I.G.P. puo essere condizionato direttamente in azienda o presso idonee strutture di condizionamento lo stesso giorno della raccolta.
Le operazioni di confezionamento ed imballaggio devono essere effettuate presso strutture ubicate nei territori dei comuni, anche parzialmente compresi nella zona di produzione, individuati all’art. 3 del presente disciplinare.
La produzione massima consentita di I.G.P. ”Pomodoro di Pachino” non deve superare i seguenti quantitativi per tipologia:
– pomodoro tondo liscio: ton 120/Ha;
– pomodoro costoluto: ton 90/Ha;
– pomodoro ciliegino o cherry: ton 70/Ha;
– Non sono ammesse, per le produzioni IGP ”Pomodoro di Pachino”, coltivazioni fuori suolo.

Articolo 5.
Adempimenti
L’accertamento della sussistenza delle condizioni tecniche di idoneita ed i relativi controlli, di cui all’art.10 e 11 del Regolamento (CE) n. 510/2006, saranno curati dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Sicilia gA.Mirrih – via Gino Marinuzzi, 3 – 90129 – Palermo
tel : 091 6565328 – fax : 091 6565437.
I produttori dell’I.G.P. ”Pomodoro di Pachino” devono iscriversi in un apposito elenco, attivato, tenuto ed aggiornato dall’Organismo di controllo con l’indicazione della superficie complessiva aziendale e di quella adibita alla produzione della denominazione.
L’Organismo di controllo e tenuto a verificare, attraverso opportuni sopralluoghi, i requisiti richiesti per l’iscrizione all’Elenco di cui sopra.
Annualmente i produttori sono tenuti a presentare una denuncia di produzione entro il mese di settembre.
Le strutture di condizionamento devono essere iscritte in altro apposito elenco con le medesime modalita e prescrizione sopra indicate, comprese la denuncia annuale di prodotto lavorato.

Articolo 6.
Caratteristiche al consumo
All’atto dell’immissione al consumo i pomodori I.G.P. Pomodoro di Pachino devono presentare le caratteristiche di seguito indicate.
In tutte le tipologie riportate all’art. 2, i frutti devono appartenere alle categorie merceologiche di extra e prima e devono essere:
– interi;
– di aspetto fresco;
– sani (sono esclusi i prodotti affetti da marciume o che presentino alterazione tali da renderli inadatti al consumo);
– puliti, privi di sostanze estranee visibili;
– privi di odori e/o sapori estranei.
Le principali caratteristiche del ”Pomodoro di Pachino” sono le seguenti:
– polpa soda;
– cavita placentare piccola;
– elevato contenuto zuccherino, determinato da una quantita di solidi solubili maggiore di 4,5‹ brix.

Articolo 7.
Designazione e presentazione
L’immissione al consumo dell’I.G.P. Pomodoro di Pachino deve avvenire secondo le modalita’ di seguito descritte.
Tutto il pomodoro, conforme ai requisiti riportati nel presente disciplinare ed immesso al consumo come I.G.P. Pomodoro di Pachino, deve essere confezionato utilizzando imballaggi nuovi, monouso, di diversa tipologia, ammessi dalla normativa vigente, che non superino il peso di 10 Kg.
Sugli imballaggi deve essere apposta una copertura tale da impedire l’estrazione del contenuto senza che ne venga evidenziata la sua rottura.
Tale copertura deve riportare il contrassegno distintivo di seguito descritto.
Ef ammessa, altresi, l’immissione al consumo in confezioni aperte purche i singoli frutti siano identificati con l’apposizione di etichette adesive che riportino il logo distintivo dell’I.G.P. Pomodoro di Pachino in ogni caso sono fatti salvi gli obblighi sull’etichettatura da riportare sugli imballaggi, cosi come di seguito riportati.
Il contenuto di ciascun imballaggio deve essere omogeneo e contenere pomodori provenienti della stessa varieta, tipologia, categoria e calibro ed i frutti devono essere omogenei per quanto riguarda maturita e colorazione.
Gli imballaggi devono essere identificati con la seguente dicitura I.G.P., anche per esteso, Pomodoro di Pachino e, nel caso che il contenuto non sia visibile dall’esterno e per la tipologia cherry o ciliegino, con l’indicazione delle tipologie di frutto.
Sugli imballaggi deve essere altresi riportato:
il logo distintivo, che costituisce parte integrante del presente disciplinare;
– il nome dell’imballatore e/o speditore;
– le caratteristiche commerciali: tipologia, categoria, peso del collo;
– la dicitura: pomodoro prodotto in coltura protetta;
– il simbolo comunitario ai sensi del regolamento (CE) n. 1898/2006 della Commissione del 14 dicembre 2006.
I caratteri con cui e indicata la dicitura I.G.P. Pomodoro di Pachino o le altre diciture previste dal presente disciplinare, devono essere raggruppati nel medesimo campo visivo e presentati in modo chiaro, leggibile e indelebile e sufficientemente grandi da risaltare sullo sfondo sul quale sono riprodotti cosi da poter essere distinti nettamente dal complesso delle altre indicazioni e/o disegni.
E vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione non espressamente prevista nel presente disciplinare di produzione e/o eventuali indicazioni complementari aventi carattere laudativo o tali da trarre in inganno il consumatore sulla natura e caratteristiche del prodotto.
Logo distintivo dell’IGP ”Pomodoro di Pachino”
Il logo ha forma di rombo dagli angoli tondeggianti di colore verde scuro Pantone 356 CVC, contenente una sagoma circolare interna di colore paglierino Pantone 607 CVC e dai contorni di colore verde chiaro Pantone 369 CVC.
La figura geometrica e tagliata sulla parte inferiore da una scritta di colore bianco recante la dicitura ”POMODORO DI PACHINO”â inserita in una striscia rettangolare di colore nero.
La sagoma circolare interna contiene il disegno dell’isola di Sicilia di colore salmone Pantone 1595 CVC e contorno nero contrassegnato da un punto di colore giallo Pantone 123 CVC e dal contorno nero sull’estrema punta in basso.
Il logo reca nella zona piu bassa la scritta ”IGP” di colore paglierino Pantone 607 CVC.

Fonte: Agraria.org

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Pomodoro Pachino I.G.P. - per la foto si ringrazia

Pomodoro Pachino I.G.P. – per la foto si ringrazia

Pomodoro Pachino I.G.P

Pomodoro Pachino I.G.P

Olio extravergine di oliva Val di Mazara – D.O.P.

Disciplinare di produzione – Val di Mazara DOP

Articolo 1.
Denominazione
La denominazione di origine controllata “Val di Mazara” e’ riservata all’olio di oliva extravergine rispondente alle condizioni ed ai requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
Varieta’ di olivo
La denominazione di origine controllata “Val di Mazara” deve essere ottenuta dalle seguenti varieta’ di olivo presenti, da sole o congiuntamente negli oliveti, per almeno il 90%: Biancolilla, Nocellara del Belice, Cerasuola. Possono, altresi’, concorrere in misura non superiore al 10% altre varieta’ presenti nella zona come “Ogliarola Messinese”, “Giaraffa” e “Santagatese” o eventualmente piccole percentuali di altre cultivar tipiche locali.

Articolo 3.
Zona di produzione
Le olive destinate alla produzione dell’olio di oliva extravergine della denominazione di origine controllata “Val di Mazara” devono essere prodotte, nell’ambito delle province di Palermo ed Agrigento, nei territori olivati idonei alla produzione di olio con le caratteristiche e livello qualitativo previsti dal presente disciplinare di produzione, che comprende, il territorio amministrativo dei seguenti comuni: provincia di Palermo: tutti i comuni; provincia di Agrigento: l’intero territorio amministrativo dei seguenti comuni: Alessandria della Rocca, Bivona, Burgio, Calamonaci, Caltabellotta, Cattolica Eraclea, Cianciana, Lucca Sicula, Menfi, Montallegro, Montevago, Ribera, Sambuca di Sicilia, Santa Margherita del Belice, Sciacca, Villafranca Sicula. La zona predetta e’ delimitata in cartografia 1:25.000.

Articolo 4.
Caratteristiche di coltivazione
1. Le condizioni ambientali e di coltura degli oliveti devono essere quelle tradizionali e caratteristiche della zona e, comunque, atte a conferire alle olive ed all’olio derivato le specifiche caratteristiche. Pertanto, sono da considerarsi idonei gli oliveti situati fino a 700 m.s.l. i cui terreni risultino di medio impasto, profondi, permeabili, asciutti ma non aridi e siano caratterizzati da un clima mediterraneo sub-tropicale, semiasciutto, con una piovosita’ media che supera i 500 mm anno e concentrata per il 90% nel periodo autunno-vernino. 2. I sesti di impianto, le forme di allevamento ed i sistemi di potatura, devono essere quelli generalmente usati o, comunque, atti a non modificare le caratteristiche delle olive e dell’olio. 3. La produzione massima di olive/Ha non puo’ superare kg 8000 per ettaro negli oliveti specializzati. 4. Per la coltura consociata o promiscua la produzione massima non puo’ superare i kg 6000 per ettaro. 5. Anche in annate eccezionalmente favorevoli la resa dovra’ essere riportata attraverso accurata cernita purche’ la produzione globale non superi di oltre il 20% il limite massimo sopra indicato. 6. La raccolta delle olive viene effettuata a partire dall’inizio dell’invaiatura e non deve protrarsi oltre il 30 dicembre di ogni campagna oleicola.

Articolo 5.
Modalita’ di oleificazione
1. Le operazioni di estrazione dell’olio e di confezionamento devono essere effettuate nell’ambito dell’area territoriale delimitata nel precedente art. 3. 2. La raccolta delle olive destinate alla produzione dell’olio extravergine di oliva a denominazione di origine controllata “Val di Mazara” puo’ avvenire con mezzi meccanici o per brucatura. 3. La resa massima di olive in olio non puo’ superare il 22%. 4. Per l’estrazione dell’olio sono ammessi soltanto processi meccanici e fisici atti a produrre oli che presentino il piu’ fedelmente possibile le caratteristiche peculiari originarie del frutto. 5. Le olive raccolte devono essere conservate in recipienti rigidi ed aerati, fino alla fase di molitura, disposti in strati sottili ed in locali che garantiscono condizioni di bassa umidita’ relativa (50 – 60%) e temperature massime di 15o. 6. Le olive devono essere molite entro i due giorni successivi alla raccolta.

Articolo 6.
Caratteristiche al consumo
1. L’olio di oliva extravergine a denominazione di origine controllata “Val di Mazara” all’atto dell’immissione al consumo, deve rispondere alle seguenti caratteristiche: colore: giallo oro con sfumature di verde intenso; odore: di fruttato e a volte anche di mandorla; sapore: fruttato, vellutato con retrogusto dolce; punteggio minimo al panel test > = 6,5; acidita’ massima totale espressa in acido oleico, in peso, non eccedente grammi 0,5 per 100 grammi di olio; numero perossidi < = 11; K232 < = 2,10; K270 < = 0,15; Delta K < = 0,005; acido linolenico < = 0,9%; acido linoleico < = 10%. 2. Altri parametri chimico-fisici non espressamente citati devono essere conformi alla attuale normativa U.E. 3. In ogni campagna oleicola il consorzio di tutela individua e conserva in condizioni ideali un congruo numero di campioni rappresentativi dell’olio a denominazione di origine controllata “Val di Mazara” da utilizzare come standard di riferimento per l’esecuzione dell’esame organolettico.

Articolo 7.
Designazione e presentazione
1. Alla denominazione di cui all’art. 1 e’ vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione non espressamente prevista dal presente disciplinare di produzione ivi compresi gli aggettivi: fine, scelto, selezionato, superiore, genuino. 2. E’ vietato l’uso di menzioni geografiche aggiuntive, indicazioni geografiche o toponomastiche che facciano riferimento a comuni, frazioni e aree geografiche comprese nell’area di produzione di cui all’art. 3. 3. E’ tuttavia consentito l’uso di nomi, ragioni sociali, marchi privati, purche’ non abbiano significato laudativo e non siano tali da trarre in inganno l’acquirente su nomi geografici ed in particolar modo su nomi geografici di zone di produzione di oli a denominazione di origine controllata. 4. L’uso di nomi di aziende, tenute, fattorie ed il riferimento al confezionamento nell’azienda olivicola o nell’associazione di aziende olivicole o nell’impresa oleicola situate nell’area di produzione e’ consentito solo se il prodotto e’ stato ottenuto esclusivamente con olive raccolte negli oliveti facenti parte dell’azienda e se l’oleificazione e il confezionamento sono avvenuti nell’azienda medesima. 5. Il nome della denominazione di origine controllata “Val di Mazara” deve figurare in etichetta in caratteri chiari, indelebili con colorimetria di ampio contrasto rispetto al colore dell’etichetta e tale da poter essere nettamente distinto dal complesso delle indicazioni che compaiono in etichetta. 6. I recipienti in cui e’ confezionato l’olio di oliva extravergine “Val di Mazara” ai fini dell’immissione al consumo non devono essere di capacita’ superiore a litri 5 in vetro o in banda stagnata. 7. E’ obbligatoria l’indicazione in etichetta dell’anno della campagna oleicola di produzione delle olive da cui l’olio e’ ottenuto. REGOLAMENTO (CEE) N. 2081/92 DEL CONSIGLIO DOMANDA DI REGISTRAZIONE ART. 5 – DOP(x) IGP.( ) Numero nazionale del fascicolo: 80 1. Servizio competente dello Stato membro: nome: Ministero delle politiche agricole e forestali; indirizzo: via XX Settembre n. 20, I-00187 Roma; tel.: (39-06) 4819968 begin_of_the_skype_highlighting (39-06) 4819968 end_of_the_skype_highlighting; fax: (39-06) 42013126. 2. Associazione richiedente: 2.1. Nome: Assolivo [(Associazioni produttori olivicoli (PA) und (TR)]; 2.2. Indirizzo: via Generale Arimonti, 48, I-90143 Palermo; 2.3. Composizione: produttori – trasformatori. 3. Tipo di prodotto: Classe 1.5 – Olio extra vergine di oliva. 4. Descrizione del disciplinare: (riepilogo delle condizioni di cui all’art. 4, paragrafo 2): 4.1. Nome: “Val di Mazara”; 4.2. Descrizione: olio extra vergine di oliva con le seguenti caratteristiche chimiche ed organolettiche; acidita’ max 0,5%; numero perossidi < o = 11,00 < o = Meg O /kg; 2 colore giallo oro con sfumature di verde intenso; odore fruttato e a volte anche di mandorla; sapore fruttato vellutato con retrogusto dolce. 4.3. Zona geografica: la zona geografica comprende tutti i comuni della provincia di Palermo e i seguenti comuni della provincia di Agrigento: Alessandria della Rocca, Bivona, Burgio, Calamonaci, Caltabellotta, Cattolica Eraclea, Cianciana, Lucca Sicula, Menfi, Montallegro, Montevago, Ribera, Sambuca di Sicilia, Santa Margherita del Belice, Sciacca, Villafranca Sicula. 4.4. Prova dell’origine: le prime notizie fanno risalire la diffusione dell’olivo come pianta domestica al tempo della colonizzazione greca quando – stante alle testimonianze di Diodoro Siculo, che ricorda gli Uliveti di Agrigento – il suo prodotto acquisto’ una notevole importanza economica e comincio’ ad alimentare una discreta esportazione soprattutto da Agrigento. Attorno al XII secolo – secondo lo storico francese Henry Bresc – vennero impiantati oliveti nelle colline di Cefalu’, Conca d’Oro, piana di Carini e di Partinico. Sempre nel palermitano per il Trecento si ricordano l’uliveto del Chiaramonte a Passo di Rigano, capace di una produzione di 300 quintali di olive, l’uliveto di Giovanni de Frisello in contrada Sabucia e ancora l’Olivetum Magnum del Monastero di Santa Caterina. Fra il Quattro e il Cinquecento esistevano parecchi trappeti (frantoi) a Palermo, mentre a Monreale, nelle cui campagne l’olivicoltura appare abbastanza diffusa, gli abitanti lamentavano nel 1516 di dover molire le olive nell’unico frantoio dell’Arcivescovo, dove avvenivano, “e’ fama notoria, li arrobbari et vexaccioni”. Proprio a Monreale, nel 1538-1539, i Benedettini cedettero in affitto un loro uliveto in contrada Costiera, impiantato da pochissimi decenni per un canone di 3 cantari d’olio, che equivalgono a quintali 29,35. “Val di Mazara” e’ l’antico nome con cui era denominato il piu’ vasto dei compartimenti in cui era divisa la Sicilia nell’alto medioevo e nell’eta’ moderna. La zona delimitata dalla DOP “Val di Mazara” comprende la parte piu’ significativa del territorio coincidente con quella parte della suddivisione amministrativa dell’isola denominato appunto Val di Mazara. Le olive provengono da uliveti situati nella zona di produzione e a tal fine i produttori iscrivono i propri oliveti in un albo debitamente attivato ed aggiornato. Le operazioni di estrazione dell’olio e di confezionamento sono effettuate nell’ambito dello stesso territorio delimitato, da impianti ritenuti idonei ed iscritti in un albo apposito. L’organismo di controllo verifica che siano soddisfatti i requisiti tecnici richiamati dal disciplinare di produzione per l’iscrizione agli albi e siano espletati gli adempimenti a carico dei diversi soggetti della filiera con lo scopo di identificare in modo adeguato i lotti di prodotto. 4.5. Metodo dell’ottenimento: l’olio extra vergine di oliva Val di Mazara e’ prodotto da olive sane, staccate direttamente dalle piante a mano ovvero meccanicamente e provenienti per almeno il 90%, dalle varieta’ Biancolilla, Nocellara del Belice, Cerasuola congiuntamente o disgiuntamente. Possono, altresi’, concorrere in misura non superiore al 10% le altre varieta’ presenti nella zona ed in particolare “Ogliarola Messinese”, “Giaraffa” e “Santagatese”. La produzione di olive per ettaro non puo’ essere superiore a 8000 kg negli oliveti specializzati, con una resa in olio massima del 22%. La raccolta delle olive inizia all’invaiatura e termina entro il 30 dicembre di ogni anno. Le olive raccolte devono essere conservate in recipienti rigidi ed aereati, fino alla fase di molitura, disposti in strati sottili ed in locali che garantiscono condizioni di bassa umidita’ relativa e temperature massime di 15oC. La molitura delle olive avviene entro due giorni dalla raccolta. 4.6 Legame: la produzione dell’olio di oliva nella zona in esame ha contribuito in modo notevole allo sviluppo economico e alle attivita’ commerciali che hanno distinto nei secoli il territorio del Val di Mazara. L’affermazione dell’olivicoltura in questa zona e’ dovuta in gran parte all’ambiente pedoclimatico particolarmente vocato alla coltivazione dell’olivo. Inoltre le varieta’ presenti, che si adattano perfettamente all’ambiente di coltivazione; permettono di ottenere una produzione dotata di peculiari caratteristiche qualitative. Per quanto riguarda le peculiari caratteristiche qualitative del prodotto, le stesse sono determinate da: a) cultivar presenti esclusivamente nell’area interessata; b) specifiche tecniche di coltivazione con particolare riferimento alle forme di allevamento (vaso cespugliato o cespuglio), alla concimazione (prevalentemente organica), alla raccolta manuale o con l’ausilio di agevolatrici di raccolta su reti di plastica, ecc.; c) caratteristici aromi dell’olio ottenuto, che gli vengono conferiti dalla presenza, ampiamente diffusa sul territorio delimitato, di carciofeti, agrumenti e mandorleti; d) caratteristiche di microclima e di morfologia dei terreni: sono da considerarsi idonei gli oliveti situati fino a 700 m.s.l., i cui terreni risultino di medio impasto, profondi, permeabili, asciutti ma non aridi e siano caratterizzati da un clima mediterraneo subtropicale, semiasciutto, con una piovosita’ media che supera i 500 mm/anno e concentrata per il 90% nel periodo autunno-inverno. 4.7. Struttura di controllo: Nome: Cermet – Certificazione e ricerca per la qualita’ – Soc. cons. ar. 1. Indirizzo: via Aldo Moro, 22 – I-S. Lazzaro di Savena (Bologna). 4.8. Etichettatura: Olio extra vergine di oliva “Val di Mazara”; denominazione di origine controllata. 4.9. Condizioni nazionali: N.CE:IT/00061/97.12.22. Data di ricevimento del fascicolo integrale: 25 novembre 1999.

Fonte: Agraria.org

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Olio extravergine di oliva Val di Mazara D.O.P. - per la foto si ringrazia

Olio extravergine di oliva Val di Mazara D.O.P. – per la foto si ringrazia

Canestrato – P.A.T.

Il tipico formaggio Canestrato detto anche “vacchino” viene citato in contratti di gabella sin dal 1400 come uno dei prodotti da consegnare annualmente al gabellotto come prezzo d’affitto del latifondo. E’ un formaggio a pasta dura semicotta ancora prodotto, con tecniche tradizionali ed utilizzando antichi utensili. Questo formaggio è ottenuto da latte vaccino oppure ovino o, a volte, caprino e viene prodotto in tutto il territorio siciliano.

Nella lavorazione il latte intero vaccino a volte misto con latte ovino e/o caprino, coagula all’interno di una tina di legno a 35°C con caglio in pasta di agnello o capretto. La cagliata viene fatta spurgare manualmente dopo essere stata trasferita nelle “fascedde” ( fascere) di giunco che lasciano sulla superficie del formaggio una particolare solcatura. Alla massa casoesa prima dell’incanestratura può essere aggiunto pepe nero in grani o peperoncino in fiocchi.

La cagliata viene scottata con scotta ( siero residuo) a circa 80°C e posta su tavolieri di legno.

La salatura viene effettuata a secco il giorno dopo, utilizzando sale marino, fino a quando il formaggio non ne assorbe più e si crea sulla forma uno strato di sale, la quantità di sale utilizzata varia comunque in funzione delle caratteristiche del prodotto e non è facilmente quantificabile, in ogni caso si ha cura di creare sulla forma uno strato di sale compatto. La stagionatura di questo formaggio avviene in cantine o grotte naturali, dove le forme restano, appoggiate ad assi di legno, per un periodo variabile a seconda del grado di affinamento che si vuole raggiungere.

Esistono di questo tipo di formaggio denominazioni ricorrenti derivanti da diversi stadi di salatura / stagionatura:
Tuma fresca indica il formaggio che non ha subito alcuna salatura.
Primosale indica un formaggio fresco di 8-10 giorni circa che ha già subito la salatura a secco esterna.
Secondosale indica un formaggio semi-stagionato di 2-4 mesi circa che ha subito la salatura a secco.
Stagionato indica un formaggio, salato a secco, la cui maturazione supera i 4 mesi.

Anche questo formaggio compare nel 1407 nel calmiere dei latticini come “tumazza“. Il Trasselli lo riscontra ancora in un calmiere del 1412 alla voce “cacio vacchino” da vendere ad una quotazione inferiore “4 vs 5 grani di rotolo” rispetto al caciocavallo palermitano. Viene ancora citato nella dieta delle monache del monastero di San Castrenze del 1562, alle quali invece veniva centelinato l’uso del Caciocavallo palermitano, più pregiato.

Fonte: Atlante Caseario.com

Canestrato P.A.T. - per la foto si ringrazia

Canestrato siciliano P.A.T. – per la foto si ringrazia

Pescabivona – I.G.P.

Zona di produzione

Riconoscimento CE: 2014

La zona di produzione comprende porzioni del comune di Bivona (AG) e di altri limitrofi comuni quali Alessandria della Rocca (AG), S. Stefano Quisquina (AG), S. Biagio Platani (AG) e Palazzo Adriano (PA). La coltivazione del pesco nella zona geografica d’interesse risale ai primi anni ’50 ed i primi pescheti specializzati furono impiantati a Nord del paese di Bivona, utilizzando come materiale di propagazione le migliori linee locali nate da seme.

Caratteristiche

La denominazione “Pescabivona” indica i frutti dei quattro ecotipi di pesco (Murtiddara o Primizia Bianca, Bianca, Agostina, Settembrina) originati ed evoluti nella zona di produzione.
Caratteristiche peculiari della “Pescabivona” sono la limitata estensione del sovracolore rosso dell’epidermide che deve essere inferiore al 50% e l’elevata dolcezza della polpa che si accompagna a una notevole consistenza e a livelli alti di rapporto zuccheri/acidi. L’epoca di maturazione in funzione dei quattro ecotipi, parte dalla prima metà di giugno spingendosi fino alla fine di ottobre.

Pescabivona I.G.P. - per la foto si ringrazia

Pescabivona I.G.P. – per la foto si ringrazia

Disciplinare di produzione – Pescabivona IGP

Articolo 1.
Denominazione
L’indicazione geografica protetta “Pescabivona” è riservata ai frutti di pesco (Prunus persica L. Batsch) a polpa bianca che soddisfano le condizioni e i requisiti definiti nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
Caratteristiche del prodotto
La denominazione “Pescabivona” indica i frutti di quattro ecotipi di pesco originati ed evoluti nella zona geografica descritta al successivo art. 3 ed indicati e suddivisi per epoca di maturazione in tabella 1.

All’atto dell’immissione al consumo i frutti IGP “Pescabivona” devono rispettare le cogenti norme di commercializzazione e presentare le seguenti caratteristiche qualitative:
– Pesche duracine a polpa bianca non fondente di forma sferoidale con colore di fondo della buccia bianco-giallo-verde e sovracolore di tonalità rosso (l’ecotipo Settembrina presenta frutti con una striscia rossa lungo la linea di sutura).
– Caratteristica peculiare è la limitata estensione del sovracolore rosso dell’epidermide che deve essere inferiore al 50%.
– L’elevata dolcezza dell’IGP “Pescabivona” accompagna una notevole consistenza della polpa. I valori minimi dei parametri chimico-fisici d’interesse devono essere quelli indicati in tabella 2 per ciascun ecotipo.

– possono essere commercializzate, con riferimento alla normativa cogente applicabile alla commercializzazione di pesche e nettarine Reg. (CE ) n. 1221/08, parte 5.

Articolo 3.
Zona di produzione
La zona di produzione dell’IGP “Pescabivona” ricade all’interno del bacino idrografico del fiume Magazzolo a sud-ovest dei Monti Sicani e comprende porzioni del comune di Bivona (AG) e di altri limitrofi quali Alessandria della Rocca (AG), S. Stefano Quisquina (AG), S. Biagio Platani (AG) e Palazzo Adriano (PA).
Partendo dal centro abitato del comune di S. Stefano Quisquina, la linea di delimitazione è rappresentata dalla S.S. 118 fino ad arrivare in c/da S. Pietro, dove si incrocia la omonima strada vicinale che congiunge la S.S. 118 con l’ex strada ferrata Lercara Bassa-Magazzolo, che diventa il nuovo confine dell’areale di produzione. In c/da Canfuto, all’incrocio con la strada che conduce alle sorgenti S. Rosalia, il limite diventa detta strada per un primo tratto; successivamente, seguendo il confine con la zona forestata, il confine punta verso ovest fino ad incrociare il vallone S. Margherita in c/da Cava. Proseguendo verso Sud-Ovest il confine corre lungo le pendici del Pizzo Scavarrante, fino a raggiungere il vallone di Gebbia, per poi proseguire lungo detto vallone fino alla confluenza con il fiume Magazzolo. Si risale il Fiume Magazzolo in direzione Nord-Est fino a superare la fascia forestata di c/da Mailla. Da questo punto, volgendo verso est in direzione Pizzo Ferraria, si va ad incrociare la S.S. 118; il confine segue questa strada fino all’incrocio con la strada provinciale Alessandria della Rocca-S. Biagio Platani e segue questa ultima fino ad arrivare al Vallone Fratta, in c/da Pietranera. Inglobando tutta l’isola Mulino Nuovo, si sale lungo il Fiume Turboli fino all’incrocio con l’acquedotto del Voltano e la strada vicinale Molinazzo. Proseguendo verso Nord lungo quest’ultima strada si arriva alle sorgenti Gragotta da dove, proseguendo lungo le pendici delle Liste Sibettine in direzione Nord-Ovest, si arriva alla strada vicinale Misita-Voltano. All’incrocio con la Regia trazzera Noro, si prosegue lungo quest’ultima fino alla strada vicinale S. Vito. Da questo punto, passando lungo il confine del centro abitato di S. Stefano Quisquina si va ad allacciare alla S.S. 118 nonché l’inizio del percorso descritto.

Articolo 4.
Prova dell’Origine
Ogni fase del processo produttivo deve essere monitorata documentando per ognuna gli input e gli output. In questo modo, e attraverso l’iscrizione in appositi elenchi, gestiti dalla struttura di controllo, delle particelle catastali sulle quali avviene la coltivazione, dei produttori, e dei condizionatori, nonché attraverso la denuncia tempestiva alla struttura di controllo dei quantitativi prodotti è garantita la tracciabilità del prodotto. Tutte le persone, fisiche o giuridiche, iscritte nei relativi elenchi, saranno assoggettate al controllo da parte della struttura di controllo, secondo quanto disposto dal disciplinare di produzione e dal relativo piano di controllo.

Articolo 5.
Metodo di ottenimento
Gli operatori, che ben conoscono l’habitat di produzione, hanno definito nel tempo il metodo di ottenimento della “Pescabivona”. Il sistema di produzione deve essere praticato secondo le norme di buona prassi agricola, attraverso le tradizionali tecniche colturali seguite dalle fasi di raccolta e post-raccolta.
Tecniche colturali
Gli impianti hanno una densità che varia da 400 a 1250 piante per ettaro. I portainnesti da impiegare sono il Franco, il GF 677, l’MRS 2/5 e il Cadaman. Le forme d’allevamento da adottare devono essere il vaso, il vaso ritardato ed il fusetto.
La concimazione organica e/o minerale può essere effettuata sia durante la stagione invernale sia durante la fase vegetativa anche attraverso la tecnica della fertirrigazione e della concimazione fogliare.
I trattamenti fitosanitari possono essere effettuati con finalità preventive e curative sempre secondo le norme di buona prassi agricola.
Al fine di ottenere produzioni di qualità può essere praticata l’irrigazione.
La produzione massima consentita dell’IGP “Pescabivona” non deve superare 350 ql/ha.
Raccolta e post-raccolta
La raccolta deve essere effettuata manualmente con più passaggi in campo per ogni ecotipo. Il momento della raccolta deve essere scelta in considerazione della necessità di mantenere frutti con caratteristiche qualitative tipiche, di cui all’art. 2, fino al consumo allo stato fresco.
Può essere effettuata la tecnica della frigoconservazione per un periodo non superiore a 20 giorni.

Articolo 6.
Legame con la zona geografica
L’IGP “Pescabivona” identifica i frutti di varietà autoctone di pesco che appartengono al comprensorio di cui all’art. 3 e sono l’espressione fenotipica dell’interazione tra genotipo, selezione umana ed ambiente.
L’identità della “Pescabivona” è spiegata scientificamente, attribuendo a possibili mutazioni genetiche la sua origine. L’autenticità genetica e la selezione operata dagli agricoltori hanno determinato un adattamento del pesco all’habitat e la comparsa di caratteri fenotipici peculiari. La “Pescabivona” si distingue per la limitata estensione del sovracolore rosso dell’epidermide e per la persistenza della consistenza della polpa a livelli elevati di rapporto zuccheri/acidi. La limitata estensione del sovracolore rosso dell’epidermide è legata al genotipo e al relativo adattamento alla zona geografica di provenienza. Le condizioni pedoclimatiche e le risorse idriche, influenzando la fisiologia delle piante, determinano risvolti positivi sulle caratteristiche indicate nell’articolo 2.
L’areale di produzione della “Pescabivona” è adatto alla coltura del pesco, tanto da ottenere produzioni di ottima qualità anche in periodi dell’anno (fine settembre primi di ottobre) in cui, per ragioni essenzialmente di ordine climatico, diminuisce l’offerta e la qualità dei frutti di pesco. Il clima è mite con minime invernali che assicurano il giusto fabbisogno in freddo ed i suoli sono porosi, permeabili e provvisti di sostanza organica. La zona geografica è protetta dal massiccio dei Monti Sicani e ricade all’interno del bacino idrografico del fiume Magazzolo. L’ambiente biologico del corso d’acqua influenza notevolmente le caratteristiche pedoclimatiche del territorio con risvolti sulla peschicoltura.
Oltre a queste considerazioni, molto importanti sono quelle di natura storica. La coltivazione del pesco nella zona geografica d’interesse risale ai primi anni ’50 ed i primi pescheti specializzati furono impiantati a Nord del paese di Bivona, utilizzando come materiale di propagazione le migliori linee locali nate da seme. Tra le diverse piante una si dimostrò particolarmente pregiata e, data l’epoca di maturazione, venne chiamata Agostina. Nel tempo, grazie alla vocazione della zona geografica alla coltura del pesco, gli agricoltori hanno selezionato altri tre ecotipi: Murtiddara e Bianca a maturazione intermedia e Settembrina a maturazione tardiva.
Anche da un punto di vista culturale, possiamo trovare riferimenti utili a comprendere il legame della “Pescabivona” con la zona geografica. La storia, la tradizione e l’economia, dell’area geografica d’interesse, risentono della reputazione della “Pescabivona”. Ne sono prova il riscontro positivo dei consumatori in occasione della Sagra, i riconoscimenti presenti nella letteratura scientifica e nell’editoria divulgativa, la pubblicizzazione del prodotto anche attraverso il noto slogan “Pescabivona, si dice in giro che è la più buona”, la realizzazione di strutture per la gestione delle fasi post-raccolta, l’impegno economico pubblico per la valorizzazione del prodotto, i tentativi di distribuzione attraverso i sistemi della grande distribuzione. È importante, inoltre, ricordare che il panorama peschicolo siciliano comprende numerose varietà autoctone che, a differenza della “Pescabivona”, sono state abbandonate e progressivamente sostituite dalle moderne cultivar di origine alloctona. D’altronde, i consumatori riconoscono ed apprezzano la “Pescabivona”, sicuri di gustare un prodotto autentico e con una reputazione che il nome stesso evoca.

Articolo 7.
Controlli
Il controllo sulla conformità del prodotto al disciplinare è svolto, da una struttura di controllo, conformemente a quanto stabilito dall’articolo 37 del Reg. (UE) n. 1151/2012. gli. Tale struttura è l’Autorità pubblica designata Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Sicilia “A. Mirri” via G. Marinuzzi n. 3 – 90129 Palermo – tel. 091 6565328, fax: 091 6565437 e-mail: serviziocertificazioni@izssicilia.it.

Articolo 8.
Etichettatura
I criteri da rispettare sono quelli indicati dalla normativa cogente in materia di commercializzazione di pesche. In etichetta devono figurare, nello stesso campo visivo, la dicitura “indicazione geografica protetta”, il simbolo comunitario dell’IGP ed il logo che identifica il prodotto costituito dalla dicitura “pescabivona” come riportato in figura.
Logotipo IGP “Pescabivona”. Le due parole sono scritte in modo continuo ed in minuscolo. Dimensione: mm 60 × mm 147. Stile di carattere: Catanio bt stilizzato a mano con bordino di colore nero. Indici colorimetrici: riempimento sfumato, rappresentato da un colore arancio (17% magenta e 27% giallo) nella parte inferiore che sfuma in un colore giallo al 25% nella parte superiore. La lettera “o” è sostituita da una pesca stilizzata a mano in cui sono evidenti il nocciolo ed il picciolo in nero, una fetta di pesca tagliata a spicchio ed una foglia di colore verde. Il colore della foglia è costituito dal 10% di giallo con gradazione del colore ciano fino al 90%.
È ammesso l’utilizzo di indicazioni che facciano riferimento a marchi privati, purché questi siano di dimensioni ridotte rispetto al marchio “pescabivona” e non abbiano significato laudativo o siano tali da trarre in inganno il consumatore.

Fonte: Agraria.org

 

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