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Archive for the ‘MARCHE’ Category

Bianchello del Metauro – D.O.C.

Zona di produzione e storia

La zona di produzione delle uve destinate alla produzione dei vini di cui all’art. 1 comprende gli interi territori dei comuni di: Fano, Cartoceto, Saltara, Serrungarina, Montefelcino, Isola del Piano, Fossombrone, S. Ippolito, Montemaggiore, S. Giorgio, Piagge, S. Costanzo, Orciano, Barchi, Fratterosa, l’isola amministrativa del comune di Mondavio denominata Cavallara, compresa tra i territori comunali di Serrungarina, Montemaggiore, Piagge, S. Giorgio e Orciano, e parte dei territori comunali di Urbino e di Fermignano.

Dall’unione dei due fiumi che scendono dall’Appennino marchigiano: “Meta” ed “Auro” prende il via nei pressi di Mercatello sul Metauro il fiume Metauro.
Lungo la valle di questo fiume sono presenti dei municipi romani: S. Angelo in Vado, Fossombrone e Fano e la parte verso questo fiume della piana di Urbino L’area fu oggetto d’insediamenti monastici benedettini con la creazione delle abbazie (anni 1050/1122), nella stessa area avvenne l’espansione delle aristocrazie rurali ed il diffondersi della nobiltà rurale. Tutte componenti che trovavano nell’attività agricola e nel mondo rurale il loro sostentamento e la loro ricchezza.
Nei secoli a seguire la presenza politica del Ducato di Urbino, le ricchezze derivanti dalle condotte militari e l’economia agricola creano la capillare diffusione della vigna accanto alle altre colture.
L’istituto mezzadrile, che prevede l’insediamento sul fondo, ben si adatta all’area di che trattasi per la possibilità del controllo, ove i campi sono intersecati da filari di viti sorrette da oppi, aceri, gelsi.
Sante Lancerio, bottigliere del Papa Paolo III nel 1536, di passaggio a Fano esprime “città bella, ma piccola, che fa buon vino”.
Il medico Andrea Bacci, archiatra pontificio, marchigiano, nel 1596 pubblica il “De naturali vinorum historia” in sette libri. Nel collegare l’ambiente al vitigno e nel descrivere il vino derivante dai vitigni distingue Greco e Trebbiano, nota la differenza se coltivati nel Piceno o in Urbino o in Toscana.
Nel V libro “De vinis Italiae” la parte descrittiva “In Picenis” Bacci giunge a Fano che giudica città “deliziosa con vini di alta qualità prodotti anche da viti importate quali Trebbiani e Malvasie”.
Riferisce, inoltre, di aver assaggiato nelle campagne di Urbino, Fano e Pesaro e nei castelli di Mondolfo e San Costanzo “qualificati Trebbiani”.
Da tale realtà storica ed agricola la richiesta della denominazione è stata una ovvia conseguenza sostenuta dai numerosi produttori presenti nel territorio.
La quasi esclusività del vitigno diffuso, le tecniche di produzione delle uve in un territorio omogeneo, con filari e poi vigneti specializzati, tecniche di trasformazione abbastanza semplici applicate in un tessuto sociale mezzadrile con appoderamento diffuso e poi di conduzione diretta con la soppressione -ope legis – del vecchio contratto, hanno consentito la totale partecipazione dei viticoltori allo sviluppo della denominazione.

Vitigni – Grado alcolometrico minimo – Invecchiamento e qualifiche

Base ampelografica
La Denominazione di origine controllata “Bianchello del Metauro” è riservata ai vini ottenuti dalle uve provenienti da vigneti che, nell’ambito aziendale, abbiano la seguente base ampelografica:
– Bianchello (Biancame) almeno per il 95%;
– Malvasia bianca lunga fino ad un massimo del 5%.

I vini a denominazione di origine controllata «Bianchello del Metauro» all’atto dell’immissione al consumo devono rispondere alle seguenti caratteristiche:

«Bianchello Del Metauro»:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50% vol;
acidità totale minima: 4,50 g/l;
estratto non riduttore minimo: 14,0 g/l.

«Bianchello Del Metauro» superiore:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 12,50% vol;
acidità totale minima: 4,50 g/l.
estratto non riduttore minimo: 17,0 g/l.

«Bianchello Del Metauro» spumante:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 14,0 g/l.

«Bianchello Del Metauro» passito:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 15,00% vol di cui almeno il 12,00% vol effettivo;
acidità totale minima: 4,0 g/l;
estratto non riduttore minimo: 22,0 g/l;
acidità volatile massima: 25 meq/l.

È in facoltà del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali modificare con proprio decreto il limite minimo dell’estratto non riduttore e dell’acidità totale.

Caratteristiche organolettiche

I vini a denominazione di origine controllata «Bianchello del Metauro» all’atto dell’immissione al consumo devono rispondere alle seguenti caratteristiche:

«Bianchello Del Metauro»:
colore: giallo paglierino;
odore: delicato, caratteristico;
sapore: secco, fresco, armonico, gradevole.

«Bianchello Del Metauro» superiore:
colore: giallo paglierino;
odore: delicato, caratteristico;
sapore: secco, fresco, armonico, gradevole.

«Bianchello Del Metauro» spumante:
spuma: fine e persistente;
colore: paglierino più o meno intenso;
odore: proprio, delicato, fine, ampio, composito;
sapore: da extra dry a brut, sapido, fresco, fine, armonico.

«Bianchello Del Metauro» passito:
colore: dal paglierino intenso all’ambrato;
odore: caratteristico, intenso;
sapore: dolce, armonico, vellutato, caratteristico.

In relazione alla eventuale conservazione in recipienti di legno il sapore dei vini può rilevare lieve sentore di legno.

Abbinamenti e temperatura di servizio

Variano a seconda della tipologia di vino.

Fonte: Agraria.org

Bianchello del Metauro D.O.C. - per la foto si ringrazia

Bianchello del Metauro D.O.C. – per la foto si ringrazia

Vernaccia di Serrapetrona – D.O.C.G.

Zona di produzione e storia

Zona di produzione: tutto il territorio del comune di Serrapetrona e in parte quello dei comuni di Belforte del Chienti e di San Severino Marche (provincia di Macerata).
La Vernaccia di Serrapetrona è una perla dell’enologia marchigiana tanto rara (dato che se ne producono quantitativi limitatissimi) quanto antica. Si racconta che già nel Medioevo un soldato polacco, al seguito di truppe mercenarie, fosse rimasto così affascinato dal vino di Borgianastri, piccolo paese vicino a Serrapetrona, da coniare un detto sulla fortuna di questi luoghi che ancora è rimasto nel dialetto locale. Diverse sono le storie sull’origine del nome Serrapetrona, forse derivato da Petronius, nobile esule romano stabilitosi in queste terre, oppure più semplicemente desunto dalle molte pietre che si trovano nei dintorni della città.
Nonostante l’eccellenza di questo spumante rosso naturale, frutto di una vendemmia particolare dove metà dell’uva viene messa ad essiccare su graticci prima di essere spremuta, la produzione è rimasta molto limitata anche dopo il riconoscimento della Doc nel 1971 (poche decine di ettari).

Vitigni – Grado alcolometrico minimo – Invecchiamento e qualifiche

Vitigni: Vernaccia nera per almeno l’85%; possono concorrere alla produzione di detto vino anche uve provenienti da vitigni a bacca rossa, idonei alla coltivazione nella provincia di Macerata, da soli o congiuntamente, in misura non superiore al 15% del totale.
Titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,50% vol.
Acidità totale minima: 4,5 g/l.
Estratto non riduttore minimo: 22,0 g/l.
Le uve vengono sottoposte a leggero appassimento in locali idonei o mediante l’uso di impianti di ventilazione. Il mosto ottenuto da queste uve può essere unito al prodotto derivante dalle uve fresche o fermentare prima di essere assemblato. Il vino cosi ottenuto viene poi sottoposto a spumantizzazione mediante fermentazione naturale. L’immissione al consumo non può avvenire prima del 30 giugno dell’anno successivo alla raccolta delle uve.
Sono ammesse due versioni: secco e dolce.

Caratteristiche organolettiche

Spuma: persistente a grana fine.
Colore: dal granato al rubino.
Odore: caratteristico vinoso.
Sapore: caratteristico, da secco a dolce, con fondo gradevolmente amarognolo.

Abbinamenti e temperatura di servizio

La Vernaccia di Serrapetrona in versione secca è considerata un vino da fuori pasto o da meditazione (ma si accompagna bene anche ad arrosti di carni); la versione amabile è indicata coi dessert e con la pasticceria. Si degusta a 12°-14°C, stappando la bottiglia al momento, avendo cura di inclinare leggermente in avanti la stessa.

Fonte: Agraria.org

Vernaccia di Serrapetrona D.O.C.G. - per la foto si ringrazia

Vernaccia di Serrapetrona D.O.C.G. – per la foto si ringrazia

 

Verdicchio di Matelica Riserva – D.O.C.G.

Zona di produzione e storia

Decreto di riconoscimento: Dm. 18.02.2010

Il verdicchio è un pregiato vitigno autoctono delle Marche. La sua origine non è certa, ma la sua coltivazione, soprattutto nell’ alta valle dell’ Esino, ha radici antichissime e lo troviamo citato già da Columella.
La zona di produzione delle uve atte a produrre i vini a Denominazione di Origine Controllata e garantita “Verdicchio di Matelica Riserva” comprende parte del territorio dei comuni di Matelica, Esanatoglia, Gagliole, Castelraimondo, Camerino e Pioraco in provincia di Macerata e parte del territorio dei comuni di Cerreto d’Esi e Fabriano in provincia di Ancona.

Vitigni – Grado alcolometrico minimo – Invecchiamento e qualifiche

Il vino a Denominazione di Origine Controllata e garantita “Verdicchio di Matelica Riserva” deve essere ottenuto dalle uve del vitigno Verdicchio, presente in ambito aziendale, per un minimo dell’85%.
Possono concorrere altri vitigni a bacca bianca, presenti in ambito aziendale, idonei alla coltivazione nella regione Marche, congiuntamente o disgiuntamente per un massimo del 15%.

– Titolo alcolometrico volumico totale minimo 12,50% vol.
– Acidità totale minima 5 g/l
– Estratto non riduttore minimo: 18g/l
In relazione all’eventuale conservazione in recipienti in legno il sapore del vino può rivelare lieve sentore di legno.

Caratteristiche organolettiche

– Colore: giallo paglierino
– Odore: delicato, caratteristico
– Sapore: asciutto, armonico con retrogusto leggermente amarognolo

Abbinamenti e temperatura di servizio

Può essere utilizzato come aperitivo o abbinato a piatti di pesce o a primi piatti con condimenti vegetali o di mare. Si accompagna spesso a zuppe di pesce e a pesci al cartoccio o al forno; è ottimo anche con le carni bianche.

Fonte: Agraria.org

Per saperne di più:

  • Consorzio Tutela Vino Verdicchio Di Matelica
    P.zza E. Mattei I
    62024 Matelica (MC)
Verdicchio di Matelica Riserva D.O.C.G. - per la foto si ringrazia

Verdicchio di Matelica Riserva D.O.C.G. – per la foto si ringrazia

Oliva Ascolana del Piceno – D.O.P.

Zona di produzione

La zona di coltivazione delle olive destinate alla produzione di “Oliva Tenera Ascolana del Piceno” D.O.P. copre 60 Comuni della provincia di Ascoli Piceno e 26 della provincia di Teramo.

Caratteristiche

La Denominazione di Origine Protetta DOP “Oliva Ascolana del Piceno” designa le olive, in salamoia o ripiene, ottenute dalla varietà d’olivo “Ascolana tenera”. L’oliva in salamoia ha un colore uniforme dal verde al giallo paglierino, il sapore è leggermente acido con un leggero retrogusto amarognolo. L’oliva ripiena ha forma leggermente allungata (ellittica) irregolare con presenza di aree verdi percettibili; è caratterizzata da percezioni olfattive di media intensità con note fruttate di oliva verde e spezie.

Disciplinare di produzione – Oliva Ascolana del Piceno

Articolo 1.
Denominazione
La denominazione di origine protetta “Oliva Ascolana del Piceno” è riservata alla olive, in salamoia o ripiene, che rispondono ai requisiti e alle condizioni stabilite dal Regolamento comunitario n. 2081/92 ed indicate nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
Piattaforma varietale
La denominazione d’origine protetta “Oliva Ascolana del Piceno” designa le olive. In salamoia o ripiene, prodotte nella zona delimitata al successivo art. 3 del presente disciplinare, ottenute dalla varietà d’olivo “Ascolana Tenera”.

Articolo 3.
Zona di produzione
La zona di produzione della denominazione d’origine protetta “Oliva Ascolana del Piceno” comprende per intero i territori dei seguenti comuni.
Comuni della provincia di Ascoli Piceno:
Acquaviva Picena, Altidona, Appignano del Tronto, Ascoli Piceno, Belmonte Piceno, Campofilone, Carassai, Castel di Lama, Castignano, Castorano, Colli del Tronto, Cossignano, Cupramarittima, Falerone, Fermo, Folignano, Francavilla d’Ete, Grottammare, Grottazzolina, Lapedona, Magliano di Tenna, Maltignano, Massa Fermana, Massignano, Monsampietro Morico, Monsampolo del Tronto, Montalto delle Marche, Montappone, Monte Rinaldo, Monte S. Pietrangeli, Monte Urano, Monte Vidon Combatte, Monte Vidon Corrado, Montedinove, Montefiore dell’Aso, Montegiberto, Montegiorgio, Montegranaro, Monteleone di Fermo, Montelparo, Monteprandone, Monterubbiano, Montottone, Moresco, Offida, Ortezzano, Pedaso, Petritoli, Ponzano di Fermo, Porto S. Giorgio, Porto S. Elpidio, Rapagnano, Ripatransone, Rotella, Servigliano, Spinetoli, San Benedetto del Tronto, S. Elpidio a Mare, S. Vittoria in Matenano, Torre S. Patrizio, Venarotta;
Comuni della provincia di Teramo:
Martinsicuro, Colonnella, Alba Adriatica, Corropoli, Controguerra, Ancorano, Nereto, Torano Nuovo, S. Egidio alla Vibrata, Civitella del Tronto, S. Omero, Tortoreto, Giulianova, Mosciano S. Angelo, Bellante, Campli, Valle Castellana, Torricella Sicura, Rocca S. Maria, Teramo, Castellalto, Canzano, Notaresco, Morro d’Oro, Roseto degli Abruzzi, Cortino, Montorio al Vomano.

Articolo 4.
Tecniche colturali
Il territorio su cui insiste la produzione della denominazione d’origine protetta “Oliva Ascolana del Piceno” ha le seguenti caratteristiche pedo-climatiche: terreni di natura variabile dal calcareo-argilloso all’arenacco, con pH mediamente sub-alcalini; altitudine delle aree di produzione variabile dai 20 ai 500 metri slm.
Le tecniche colturali adottate sono le seguenti: gli impianti hanno sesti posizionati in modo tale da favorire una buona areazione ed illuminazione per permettere l’allegagione;
la densità di impianto non deve superare le 300 piante/ha (sesto di impianto 6×6). Negli impianti deve essere presente almeno il 60% di ascolana tenera ed un max 40% di piante impollinatici; le
forme di allevamento da utilizzare sono quelle libere (vaso, globo, monocono, ecc); l’irrigazione è consentita, ma va interrotta almeno 20 giorni prima della raccolta; la raccolta va effettuata tra il 10 settembre ed il 20 ottobre.
1. deamarizzazione delle olive con immersione in soluzione di idrato sodico (NaOH) la cui concentrazione può variare dall’1,5 al 3%; la durata del processo è compresa tra un minimo di 8 ed un massimo di 12 ore;
2. lavaggi per la riduzione dell’alente residuo;
3. fermentazione e conservazione in salamoia, alla concentrazione compresa tra l’8 e il 10% di Cloruro di Sodio (NaCl).
E’ ammessa la deamarizzazione delle olive definita “al Naturale” ponendole direttamente in salamoia alla concentrazione compresa tra l’8 e il 10% di Cloruro di Sodio; la durata del processo, legata allo stato di maturazione della varietà, richiede tempi di fermentazione e stoccaggio non inferiori ai 10 mesi.
Caratteristiche della Salamoia: i caratteri della salamoia di conservazione devono essere contenuti nei limiti previsti dalla norma CODEX ALIMENTARIUS STAN 66-1981.
Oliva ripiena
La denominazione “Oliva Ascolana del Piceno” ripiena viene prodotta secondo le modalità tipiche e tradizionali sotto riportate.
a) caratteristiche degli ingredienti
Carni fresche: carni di bovino maturo provenienti dalla zona di cui all’art. 3, minimo 40%, massimo 70%; carni suine mature provenienti dalla zona di cui all’art. 3, minimo 30%, massimo 50%; è tollerata l’aggiunta di carni di pollo provenienti dalla zona di cui all’art. 3 e/o tacchino fino ad un massimo del 10%.
Ingredienti aggiuntivi: uova (da 2 a 4, secondo necessità per kg di impasto); formaggio stagionato grattugiato per aroma ed amalgama, minimo gr 100 per kg di impasto, olio extravergine e/o strutto quanto basta per la cottura delle carni, è consentito l’uso del burro nella cottura delle carni purché indicato in etichetta; vino bianco secco; cipolla, carota, costa di sedano, noce moscata, sale, quanto basta per l’insaporimento delle carni in cottura.
Ingredienti facoltativi: è ammesso l’utilizzo di piccole quantità di salsa di pomodoro per l’insaporimento delle carni; chiodi di garofano, pepe; buccia di limone grattugiata ed altri aromi di minore entità.
Ingredienti per la panatura: uova, farina di grano, pangrattato, in quantità sufficienti per la formazione di una leggera copertura dell’oliva ripiena.
Il prodotto finito deve contenere almeno il 40% in peso di oliva denocciolata.
b) Lavorazione
Le carni sopraccitate, tagliate in pezzi, vengono rosolate con cipolla, carota e sedano in olio extravergine di oliva e/o strutto (è consentito l’uso del burro) e portate a cottura a fuoco lento con aggiunta di vino bianco secco e sale. A cottura ultimata la carne e gli ingredienti aggiuntivi vengono triturati. L’impasto viene legato con uova, formaggio grattugiato e aggiunta di noce moscata.
La produzione unitaria massima di olive per impianti specializzati è di 7 ton/ha, per piante in coltura promiscua è pari a 50 kg/pianta.

Articolo 5.
Elementi storici
Il nucleo originario di diffusione della coltivazione va ricondotto ai comuni di Ascoli Piceno, Folignano, Venarotta, Castel di Lama, in provincia di Ascoli Piceno e S. Egidio alla Vibrana, Civitella del Tronto in provincia di Teramo. Le olive da tavola provenienti da questi territori erano conosciute dai classici latini come <<Olivae Picenae>>. Notevole l’incidenza della tecnica di trasformazione adottata nei comprensori di storica diffusione, sui caratteri del prodotto originario e relativa all’uso di un carbonato alcalino per estrarre dalle olive, insieme al grasso, le sostanze amare. I monaci Benedettini Olivetani del Piceno, furono i primi ad operare la concia delle olive e a testimoniare il carattere di un’industria locale basata proprio sulla preparazione delle olive da tavola. Le prime notizie circa la farcitura dell’oliva ascolana risalgono al 1600, periodo in cui queste, una volta denocciolate, venivano riempite di erbe (olive giudee). La ricetta attuale invece ha origine nel XIX secolo con farcitura a prevalente base di carne, quale specialità in uso in famiglie agiate.

Articolo 6.
Metodo di ottenimento
Oliva in salamoia:
a) caratteristiche del frutto: il frutto fresco ammesso alla lavorazione per la produzione di oliva ascolana tenera deve presentare i seguenti caratteri: frutto sano; lesioni o ammaccature nei limiti previsti dalla norma CODEX ALIMENTARIUS STAN 66-1981 e per ciascuna categoria commerciale, di seguito indicata, la somma delle tolleranze non sarà superiore, in nessun caso, a: Extra il 7%, Prima il 12%, Secondo o Standard il 17%; rapporto polpa nocciolo in peso non inferiore a 4; polpa di facile distacco dal nocciolo; colore verde paglierino, proprio, caratteristico del frutto maturo.
Lavorazione. Il trattamento di deamarizzazione deve iniziare non oltre le 48 ore della raccolta delle olive. La lavorazione ed il confezionamento devono avvenire nell’area di produzione indicate all’art. 3, seguendo le riconosciute e sperimentate tecniche di trasformazione connesse allo stato di maturazione della varietà ed alla temperatura dell’ambiente.
La lavorazione comprende le seguenti fasi: le olive preventivamente denocciolate vengono riempite con l’impasto così ottenuto. Le olive ripiene vengono passate nella farina, nell’uovo battuto ed infine pangrattato. Il prodotto finale è destinato alla frittura.

Articolo 7.
Caratteristiche al consumo
Il prodotto finito deve avere le seguenti caratteristiche, fino alla data di scadenza indicata:
a) Oliva in Salamoia
Caratteristiche organolettiche:
Visive: colore uniforme dal verde al giallo paglierino;
Olfattive: odore caratteristico di fermentato;
Gustative: sapore lievemente acido, leggero retrogusto amarognolo; fragranza e croccantezza in bocca.
Caratteristiche microbiologiche:
Conformi alle disposizioni vigenti in materia di igiene alimentare.
Caratteristiche fisiche:
Polpa piena, fine, compatta, non raggrinzita, non granulosa.
b) Oliva Ripiena
Caratteristiche organolettiche:
Visive: forma leggermente allungata (ellittica) irregolare; presenza di aree verdi percettibili; alla rottura la panatura rimane aderente all’oliva, con impasto che si presenta compatto;
Olfattive: percezioni olfattive di media intensità con note fruttate di oliva verde e spezie; Gustative: il prodotto risulta croccante per la presenza della varietà oliva ascolana tenera, di sapore delicato con retrogusto amaro da intenso a mediamente intenso.
Caratteristiche microbiologiche:
Conformi alle disposizioni vigenti in materia di igiene alimentare.
Caratteristiche fisiche:
1 kg di olive ripiene deve contenere da un minimo di 65 ad un massimo di 95 unità.

Articolo 8.
Conservazione
Alle olive in salamoia possono essere aggiunti acidificanti naturali, parti di pianta come aromatizzanti, infusi di finocchio selvatico, privi di residui cellulosici ottenuti utilizzando piante spontanee o piante provenienti da coltivazioni ricadenti nell’area indicata all’art. 3, è vietata l’aggiunta di coloranti, conservanti ed acidificanti ad eccezione dell’acido L-ascorbico (E300) e dell’acido citrico (E330). Le olive in salamoia ripiene fresche o parzialmente cotte, sono conservate nel rispetto delle condizioni igienico – sanitarie, rispondenti alle vigenti normative in materia alimentare, assicurate dalle tecnologie di produzione e condizionamento adottate. In caso di conservazioni per periodi lunghi debbono essere surgelate immediatamente dopo la produzione, secondo le norme di legge vigenti.

Articolo 9.
Adempimenti
Al fine di garantire la rintracciabilità della denominazione di origine, i singoli componenti la filiera produttiva devono essere identificati attraverso la loro iscrizione nei seguenti appositi elenchi:
a) dei produttori olivicoli con l’identificazione catastale degli oliveti idonei;
b) dei trasformatori con l’ubicazione degli impianti idonei di trasformazione delle olive;
c) degli allevatori di carni bovine, suino e di pollame con l’indicazione del numero dei
capi allevati;
d) dei trasformatori di olive ripiene con l’ubicazione degli impianti idonei di
trasformazione delle olive.
Questi elenchi sono attivati, tenuti ed aggiornati dall’Organismo di controllo.

Articolo 10.
Designazione e presentazione
Il nome della denominazione di origine protetta “Oliva Ascolana del Piceno” deve figurare in etichetta con caratteri chiari, indelebili e di dimensioni almeno doppie rispetto alle indicazioni di ditta, ragione sociale ed altre, in modo da poter essere ben distinguibile. Sull’etichetta dovrà, inoltre, figurare la dicitura “in salamoia”, “in salamoia al naturale” o “ripiena” secondo la tipologia di prodotto cui si riferisce.
La denominazione “Oliva Ascolana del Piceno” è contraddistinta dal logo che segue
MARCHIO
Descrizione:
l’immagine del logo “Oliva Ascolana del Piceno” si presenta come un cubo in prospettiva piatta, visto dal basso. Visualizza n. 3 facce in dimensioni diverse. In quella frontale, quadrato perfetto, vi sono realizzate n. 2 foglie di olivo stilizzate costruite esternamente da un cerchio inscritto al quadrato e internamente delimitate dall’ovale che a sua volta rappresenta un’oliva tagliata orizzontalmente da tre linee ondulate che separano l’oliva stessa in quattro parti, l’asse centrale
dell’oliva (ovale) e la costruzione delle foglie rispetto alla base hanno una inclinazione verso destra di 30_, l’oliva e le foglie sono unite da un rametto che si tronca nello spigolo del quadrato basso a sinistra. Nella faccia sotto a quella centrale, di medio sviluppo, vi è riportata l’immagine grafica di un castello con prospettiva scolpita su trama travertino, con inclinazione d’asse rispetto alla faccia frontale di 30_. Nella terza faccia laterale sinistra, di piccolo sviluppo, con inclinazione d’asse rispetto alla faccia frontale di 60_, vi è riportato solo la trama travertino.
Colore: il logo è in bianco e nero, ma potrà essere riprodotto in qualsiasi colore o combinazione di colori.
La denominazione “Oliva Ascolana del Piceno” in salamoia o ripiena va confezionata con recipienti o involucri conformi alle disposizioni vigenti in materia di igiene alimentare.
L’aggiunta di qualsiasi qualificazione alla denominazione di cui all’art. 1, non espressamente prevista dal presente disciplinare è vietata. Tale divieto è esteso anche ad aggettivi quali eccelsa, fine, superiore, selezionato, genuino, tradizionale, etc.

Fonte: Agraria.org

Oliva Ascolana del Piceno D.O.P. - per la foto si ringrazia

Oliva Ascolana del Piceno D.O.P. – per la foto si ringrazia

Casciotta di Urbino – D.O.P.

Carta d’identità

Formaggio di latte intero di pecora al 70% e di vacca al 30% a pasta semicotta

Caratteristiche

  • forma tonda di 5-7 cm di altezza e 12-16 cm di diametro
  • crosta sottile, colore paglierino
  • pasta molle friabile di colore bianco paglierino con lieve occhiatura
  • peso di 8-12 kg
  • viene lasciata maturare dai 15 ai 30 giorni

La zona di produzione

L’intera provincia di Pesaro-Urbino costituisce la zona di produzione di questo formaggio

La lavorazione

La coagulazione del latte viene effettuata ad una temperatura di 35°C. Il formaggio viene pressato manualmente in appositi stampi ; la salatura si effettua a secco, alternandola alla salamoia.

Come si conserva

Il prodotto va conservato ad una temperatura compresa tra i 4° e gli 8°C e va riportato per alcune ore, prima di essere consumato, a temperatura ambiente.

Come si acquista

Sia la pasta che la crosta devono presentare un colore poco intenso, indice questo di una corretta stagionatura, colore più intenso è sinonimo di superamento della stagionatura ideale
Da controllare inoltre che la forma presenti sia il marchio del Consorzio che l’etichetta che ne garantiscono tutte le caratteristiche e la stessa provenienza .

Fonte: Atlante Caseario.com

Per saperne di più: Casciotta di Urbino D.O.P.
Casciotta d'Urbino D.O.P. - per la foto si ringrazia

Casciotta d’Urbino D.O.P. – per la foto si ringrazia

Castello di Jesi Verdicchio Riserva – D.O.C.G.

Zona di produzione e storia

La vite nelle Marche fu coltivata dai Piceni che probabilmente impararono dagli Etruschi. Il Verdicchio è un vitigno di probabile origine veneta, portato dai coloni veneti che alla fine del 1400 si trasferirono nelle Marche. Il grappolo è di media grandezza, abbastanza compatto, di colore giallo-verde con buccia consistente, pruinosa e sottile (anche se alcuni cloni hanno la buccia più spessa). E’ poco resistente alle crittogame (vedi oidio e botrite) e la produzione è vigorosa e costante con maturazione medio tardiva.
La zona di produzione, poco distante dal mare, è composta da colline che arrivano a 500 metri di altezza, da fiumi quali l’Esino, il Musone ed il Misa che scorrono nelle valli ed è impreziosito da cittadelle fortificate. La collocazione ideale della vite è sulle assolate colline, rinfrescate dalla costante ventilazione che arriva dall’Adriatico e che impedisce il formarsi di umidità sui grappoli e sono formate da terreni argillosi e calcarei ricchi di limo e sabbia con banchi di salnitro.

Vitigni – Grado alcolometrico minimo – Invecchiamento e qualifiche

Si ottiene con uve del vitigno Verdicchio, una varietà autoctona, che esprime solo nelle assolate colline dello Jesino le sue caratteristiche migliori. E’ consentito l’impiego di uve provenienti dai vitigni Trebbiano Toscano e Malvasia Toscana in misura non superiore al 15%.

All’atto dell’immissione al consumo devono rispondere alle seguenti caratteristiche:
Castelli di Jesi Verdicchio Riserva (anche con la specificazione classico)
– titolo alcolometrico totale minimo: 12.50% vol;
– acidità totale minima: 4,5 g/lt;
– estratto non riduttore minimo: 17,0 g/l.

Caratteristiche organolettiche

All’atto dell’immissione al consumo devono rispondere alle seguenti caratteristiche:
Castelli di Jesi Verdicchio Riserva (anche con la specificazione classico)
– colore: giallo paglierino più o meno intenso;
– odore: delicato, caratteristico;
– sapore: asciutto, armonico con retrogusto gradevolmente amarognolo.

Abbinamenti e temperatura di servizio

Si accompagna bene a tutti i piatti della cucina di mare come le triglie all’anconetana, pesci in umido o al forno, baccalà, stoccafisso, crostacei, molluschi, risotti di mare, cotture alla griglia, fritti di verdure, funghi, carni bianche. La temperatura di servizio ottimale è sugli 8°–10° C per i vini giovani e bevuti come aperitivo, 10°-12° C per i vini più strutturati e maturati nel legno.

Fonte: Agraria.org

Salamini italiani alla Cacciatora – D.O.P.

Storia

L’origine di questo prodotto si fa risalire al periodo delle invasioni longobarde. Durante le loro migrazioni, infatti, le popolazioni barbariche avevano la necessità di consumare cibi altamente conservabili, in particolare a base di carne suina. Così, la produzione dei salamini è iniziata nell’area collinare del territorio lombardo, per poi diffondersi nelle regioni confinanti della fascia settentrionale. Fu proprio la tradizione dei cacciatori di portare questi prodotti durante le battute di caccia a determinare sia il nome con cui sono comunemente conosciuti che la piccola dimensione, richiesta perché fossero facili da trasportare nelle sacche durante la caccia.

Zona di produzione

Comprende l’intero territorio delle regioni Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Umbria, Toscana, Marche, Abruzzo, Lazio e Molise.

Caratteristiche

Sono un prodotto di salumeria dalla forma cilindrica ottenuto con carne magra e grassa di suino, di lunghezza di circa 20 cm, un peso in media di 350 grammi ed un diametro di 6 cm. Compatti e di consistenza non elastica, presentano una fetta compatta e omogenea, di colore rosso rubino con granelli di grasso ben distribuito. Il sapore è dolce e delicato, mai acido. Anche il profumo è delicato e caratteristico.

Disciplinare di produzione – Provvedimento 23.10.2001 – GURI n. 258 del 6.11.2001

Articolo 1.
Denominazione
La denominazione d’origine è riservata, ai sensi dell’art. 2, comma 3 del regolamento CEE 2081/92, al prodotto di salumeria che risponde alle condizioni e ai requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
Zona di produzione
Gli allevamenti dei suini destinati alla produzione dei salamini italiani alla cacciatora debbono essere situati nel territorio delle seguenti regioni: Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Umbria, Toscana, Marche, Abruzzo, Lazio e Molise.
I suini nati, allevati e macellati nelle suddette regioni debbono rispondere alle caratteristiche produttive già stabilite dai decreti del Ministero dell’industria, del commercio e dell’artigianato del 18 dicembre 1993 per i prosciutti di Parma e S. Daniele. I suini devono essere di peso non inferiore ai 160 kg, più o meno 10%, di età non inferiore ai nove mesi, aventi le caratteristiche proprie del suino pesante italiano definite ai sensi del regolamento CEE n. 3220/84 concernente la classificazione commerciale delle carcasse suine. Da tali suini si ottengono carni aventi le caratteristiche necessarie per la produzione dei salamini italiani alla cacciatora. Il macellatore è responsabile della corrispondenza qualitativa e di origine dei tagli. Il certificato del macello, che accompagna ciascuna partita di materia prima e ne attesta la provenienza e la tipologia, deve essere conservato dal produttore. I relativi controlli vengono effettuati direttamente dall’Autorità di controllo indicata nel successivo art. 7.
I salamini italiani alla cacciatora sono ottenuti nella zona tradizionale di produzione che comprende l’intero territorio delle seguenti regioni, esattamente corrispondenti a quelle di provenienza dei suini: Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Umbria, Toscana, Marche, Abruzzo, Lazio e Molise.

Articolo 3.
Materie prime
I salamini italiani alla cacciatora sono prodotti con carni magre ottenute da muscolatura striata appartenente alla carcassa di suino, grasso suino duro, sale, pepe a pezzi e/o macinato, aglio.
Non possono essere impiegate carni separate meccanicamente.
Possono essere addizionati vino, zucchero e/o destrosio e/o fruttosio e/o lattosio, latte magro in polvere o caseinati, colture di avviamento alla fermentazione, nitrato di sodio e/o potassio alla dose massima di 195 parti per milione, nitrito di sodio e/o potassio alla dose massima di 95 parti per milione, acido ascorbico e suo sale sodico.

Articolo 4.
Metodo di elaborazione
La produzione dei salamini italiani alla cacciatora, compreso il confezionamento, l’affettamento ed il porzionamento deve avvenire nella zona delimitata nell’art. 2, con la seguente metodologia di elaborazione: le frazioni muscolari e adipose, ottenute da carni macellate secondo le vigenti disposizioni, sono mondate accuratamente asportando le parti connettivali di maggior dimensioni ed il tessuto adiposo molle e devono essere fatte sostare in apposite celle frigorifere a temperatura di congelazione o refrigerazione e comunque non superiore ai 7°C.
La macinatura deve essere effettuata in tritacarne con stampi con fori compresi tra i 3 e gli 8 mm o con altri sistemi che garantiscano analoghi risultati.
L’eventuale impastatura di tutti gli ingredienti deve essere effettuata in macchine sottovuoto o a pressione atmosferica.
L’insaccatura avviene in budelli naturali o artificiali di diametro non superiore a 75 mm, eventualmente legati in filza.
L’asciugamento dei salamini è effettuato a caldo (temperatura compresa tra 18° e 25°C) e deve consentire una rapida disidratazione delle frazioni superficiali nei primi giorni di trattamento, non possono comunque essere adottate tecniche che prevedano una fermentazione accelerata.

Articolo 5.
Stagionatura
I salamini italiani alla cacciatora devono essere stagionati per almeno dieci giorni in locali dove sia assicurato un sufficiente ricambio di aria a temperatura compresa fra 10° e 15°C. La stagionatura, periodo comprendente anche l’asciugamento, deve garantire la conservazione e la salubrità in condizioni normali di temperatura ambiente.

Articolo 6.
Caratteristiche
I salamini italiani alla cacciatora all’atto dell’immissione al consumo devono avere le seguenti caratteristiche organolettiche, chimiche e chimico-fisiche e microbiologiche:

Caratteristiche organolettiche:
– aspetto esterno: forma cilindrica;
– consistenza: il prodotto deve essere compatto di consistenza non elastica;
– aspetto al taglio: la fetta si presenta compatta ed omogenea, con assenza di frazioni aponeurotiche evidenti;
– colore: rosso rubino uniforme con granelli di grasso ben distribuiti;
– odore: profumo delicato e caratteristico;
– sapore: gusto dolce e delicato mai acido.

Caratteristiche chimiche e chimico-fisiche:
– proteine totali, min. 20%;
– rapporto collageno/proteine, max. 0,15;
– rapporto acqua/proteine, max. 2,30;
– rapporto grasso/proteine max. 2,00;
– pH maggiore o uguale 5,3.

Caratteristiche microbiologiche: carica microbica mesofila 41 x 10 alla settima unità formanti colonia/grammo con prevalenza di lattobacillacee e coccacee.
Il prodotto finito presenta diametro di circa 60 mm, lunghezza di circa 200 mm e peso in media di 350 grammi.

Articolo 7.
Controlli
L’attività di controllo dei “Salamini italiani alla cacciatora” viene esercitata, ai sensi dell’art. 10 del regolamento (CEE) 2081/92, da un’autorità pubblica designata o da un organismo privato autorizzato.
Restano valide le competenze attribuite al medico veterinario ufficiale della USL dal decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 537 (di recepimento della direttiva 92/5/CE) in materia di ispezioni e controlli dei prodotti a base di carne.

Articolo 8.
Designazione e presentazione
La designazione della denominazione di origine controllata “Salamini italiani alla cacciatora” deve essere fatta in caratteri chiari e indelebili, nettamente distinguibili da ogni altra scritta che compare in etichetta ed essere immediatamente seguita dalla menzione “Denominazione di origine protetta”. Per il prodotto destinato ai mercati internazionali può essere utilizzata la menzione “Denominazione di origine protetta” nella lingua del Paese di destinazione.
È vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione non espressamente prevista.
È tuttavia consentito l’utilizzo di indicazioni che facciano riferimento a nomi o ragioni sociali o marchi privati purché non abbiano significato laudativo o tali da trarre in inganno l’acquirente, nonché l’eventuale nome di aziende suinicole dai cui allevamenti il prodotto deriva, purché la materia prima provenga interamente dai suddetti allevamenti.
I “Salamini italiani alla cacciatora” possono essere commercializzati sfusi ovvero confezionati sottovuoto o in atmosfera modificata, interi, in tranci o affettati. Le operazioni di confezionamento, affettamento e porzionamento devono avvenire, sotto la vigilanza dell’autorità di controllo indicata all’art. 7, esclusivamente nella zona di elaborazione del prodotto.

Fonte: Agraria.org

Salamini Italiani alla Cacciatora D.O.P. - per la foto si ringrazia

Salamini Italiani alla Cacciatora D.O.P. – per la foto si ringrazia

Soppressata di Fabriano

Tradizionale della zona di Fabriano e di tutto il suo hinterland, la soppressata viene preparata con un misto di carni magre di maiale macinate più volte al quale viene aggiunto lardo a dadini. L’impasto è condito con sale e pepe e insaccato in un budello di vitello detto rosetta. Nella tradizione familiare veniva tenuto ad asciugare per tre o quattro giorni al fumo del camino, per facilitare l’operazione di stagionatura, senza lo scopo di dargli un sapore affumicato.

Fonte: Sapori e Viaggi nelle Marche

Soppressata di Fabriano - per la foto si ringrazia

Soppressata di Fabriano – per la foto si ringrazia

Cacio in forma di limone

Carta d’identità

Cacio a forma di limone o Cascio a forma di limoncello, proviene dalle Marche, prodotto da aprile a settembre, il nome deriva dalla forma caratteristica, appunto di limone ed è ricoperto di scorza di limone grattugiata. E’ un formaggio tipico della Vallata di Metauro prodotto da aprile a settembre.

Si tratta di un formaggio a pasta cruda prodotto da latte ovino crudo di provenienza locale

Caratteristiche

  • La pasta, di colore bianco, si presenta con occhiatura rotonda, molto diffusa, tra 1,5 e 3 cm ed è morbida ed elastica,
  • La crosta è ricoperta di limone grattugiato l’aroma è tipico del limone
  • La forma è ovale e le facce si presentano lisce e curve
  • Il peso varia dai 100 ai 150 gr
  • La stagionatura a volte non si presenta ma può durare dai 4 ai 10 giorni

La zona di produzione

Questo formaggio è prodotto nelle Marche nella vallata del Metauro

Fonte: Atlante Caseario.com

Cacio in forma di limone - per la foto si ringrazia

Cacio in forma di limone – per la foto si ringrazia

Conero – D.O.C.G.

Zona di produzione e storia

Il Comitato nazionale per la tutela e la valorizzazione delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche tipiche dei vini nella riunione del 27 maggio 2004 ha espresso parere favorevole alla concessione della DOCG al vino “Rosso Conero” e alla revoca della denominazione di origine controllata del vino “Rosso Conero” Riserva”. Il parere è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 138 del 15 giugno 2004. Se non ci saranno opposizioni sarà presto pubblicata la versione definitiva del nuovo disciplinare
Zona di produzione: intero territorio comunale di Ancona, Offagna, Camerano, Sirolo, Numana e parte dei comuni di Castelfidardo ed Osimo.
La produzione di vino nella Marca Dorica (l’area del Conero) fonda le sue radici già intorno al X sec. a.c., avviata dagli Etruschi. Da allora la viticoltura è andata via via sviluppandosi, facendo crescere la qualità del prodotto enologico del Conero.

Vitigni – Grado alcolometrico minimo – Invecchiamento e qualifiche

Il vino a denominazione di origine controllata e garantita «Conero» deve essere ottenuto dalle uve prodotte dai vigneti aventi, nell’ambito aziendale, la seguente composizione ampelografica: Montepulciano minimo 85%; Sangiovese massimo 15%.

– Titolo alcolometrico volumico totale minimo: 12,50% vol.;
– Acidita’ totale minima: 4,5 g/l;
– Estratto non riduttore minimo: 24,0 g/l.
Il vino prima di essere immesso al consumo deve essere sottoposto ad un periodo d’invecchiamento di almeno 2 anni. Il periodo d’invecchiamento decorre dal 1° novembre dell’anno di produzione delle uve.

Caratteristiche organolettiche

All’atto dell’immissione al consumo alle seguenti caratteristiche:
– colore: rosso rubino;
– odore: gradevole, vinoso;
– sapore: armonico, asciutto, ricco di corpo.

Abbinamenti e temperatura di servizio

Si sposa con i sapidi salumi Marchigiani ed alle paste condite con sughi di carne,alla selvaggina, agli arrosti, al brasato ed è ottimo con il pecorino di fossa. Temperatura di degustazione: 18°-20°C.

Fonte: Agraria.org

Conero D.O.C.G. - per la foto si ringrazia

Conero D.O.C.G. – per la foto si ringrazia

 

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