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Archive for the ‘Dolci, pani, focacce e pizze’ Category

Coppia Ferrarese – I.G.P.

Zona di produzione

Riconoscimento CE:  Reg. CE n. 2036 del 17.10.01 (GUCE L. 275 del 18.10.01)

Zona di produzione: intero territorio della provincia di Ferrara.

Caratteristiche

La Coppia Ferrarese (denominata in dialetto “ciupeta”) è il risultato di un’antica tradizione del rapporto esistente tra il pane e la città di Ferrara. Già nel 1200 gli statuti comunali volevano il pane confezionato nelle forme con gli “orletti”, ritenute le antenate della classica coppia ferrarese.
Quattro sono le fasi di produzione:
– impastamento degli ingredienti (farina di grano tenero tipo “0”, strutto di suino, olio extravergine di oliva, lievito naturale, sale, acqua e malto) insieme al lievito-madre;
– formazione delle coppie;
– lievitazione per circa un’ora e mezza
– cottura in forni (con calore dal basso verso l’alto).
La Coppia Ferrarese è formata da due pezzi di pasta uniti a forma di nastro nella parte centrale, ciascuno con le estremità ritorte in modo da formare un ventaglio di quattro corna, le cui estremità sono dette crostini.
Ogni forma ha un peso tra gli 80 e i 250 grammi.
Il colore è dorato con venature quasi bionde e un odore penetrante e gustoso.
Il pane può essere conservato anche per diversi giorni dopo la cottura.

Disciplinare di produzione – Coppia Ferrarese IGP

Articolo 1.
L’indicazione geografica protetta “Coppia ferrarese” è riservata al pane che risponde alle condizioni ed ai requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
L’indicazione geografica protetta “Coppia ferrarese” è riservata al pane confezionato con farina di grano tenero di tipo “0”, acqua, strutto di puro suino, olio extra vergine di oliva, lievito naturale, sale alimentare, malto o come tale o sotto forma di estratto.

Articolo 3.
La zona di produzione della “Coppia ferrarese” comprende tutto il territorio della provincia di Ferrara.

Articolo 4.
Le condizioni di produzione della “Coppia ferrarese” devono essere quelle tipiche della zona e comunque atte a conferire al prodotto le specifiche caratteristiche. Le modalità di produzione sono le seguenti:
l’impasto degli ingredienti per ottenere la cosiddetta “pasta dura” avviene mediante l’immissione, in una impastatrice a forcella, di farina di grano tenero di tipo “0”, acqua, strutto di puro suino, olio extra vergine di oliva, lievito naturale denominato “di madre”, lievito, sale, malto;
il rapporto acqua/farina è calcolato al 35% di acqua rispetto alla farina impiegata (in lavorazioni diverse, quali le paste tenere, il rapporto acqua/farina è pari al 50% ed oltre);
il rapporto strutto di puro suino/farina è pari al 6% di strutto rispetto alla farina impiegata; quello di olio extra vergine di oliva/farina 3-4%;
il rapporto lievito di madre/farina corrisponde al 10% di farina impiegata.
Tutti gli ingredienti vengono immessi nell’impastatrice a forcella per un tempo variabile da 15 a 20 minuti primi.
Si utilizza, in questa fase, l’impastatrice a forcella in quanto la stessa, avendo un movimento in senso orario lento, favorisce la miscelazione delle materie prime in modo omogeneo e consente alle sostanze grasse di distribuirsi uniformemente. Il movimento lento della macchina evita il riscaldamento dell’impasto, condizione ritenuta indispensabile per la realizzazione del pane denominato a pasta dura, il quale risulta essere l’unico pane che deve essere completamente formato prima che inizi la fase di lievitazione.
L’impasto così come anzi indicato, viene successivamente passato, per la fase di raffinatura, nel cilindro automatico, compiendo dai 15 ai 20 passaggi; la pasta, ultimata la fase della raffinatura, viene posta su di un desco e tagliata a strisce dell’altezza desiderata (da un minimo di cm 1,0 ad un massimo di cm 2,0) a seconda del formato del prodotto che si intende realizzare; successivamente le strisce di pasta vengono immesse nella trafila, quindi nella macchina per la
formazione delle coppie, da cui escono già formate in due “mezze coppie”.
L’intervento conclusivo è rappresentato dalla unione dei due pezzi di pasta (stretta), operazione eseguita manualmente.
Il procedimento in alternativa è realizzato in modo completamente manuale nel seguente modo: ultimata la fase di raffinatura, a mano, si spezzano i pezzi di pasta del peso desiderato, gli stessi, successivamente, vanno frazionati in due ulteriori pezzi.
Mediante pressione delle mani, i due pezzi di pasta vengono lavorati sino a quando non assumono la forma ovale, denominata pastella.
Il panettiere, lavorando contemporaneamente con entrambe le mani le due “pastelle”, arrotola la pasta sino a quando non ottiene la forma definitiva dei crostini, quindi congiunge le due “mezze coppie”, così ottenendo il prodotto finito.
Il pane una volta formato, viene disposto su assi di legno, coperto da un telo ed immesso nella cella di lievitazione per completare la fase di lievitazione (durata dai 70 ai 90 minuti a seconda della temperatura ambientale).
La fase di lievitazione si ottiene attraverso l’immissione del lievito naturale denominato “di madre”. Per ottenere il lievito di madre è necessario seguire il procedimento di cui al successivo art. 5.

Articolo 5.
Per ottenere il lievito “madre” si miscela una farina di grano tenero di tipo “0” (W220 – P/L 0,45 – 0,50), con acqua (rapporto acqua/farina 45%). Per avviare il principio della lievitazione è necessario aggiungere all’impasto, aceto di vino rosso o luppolo o mosto d’uva.
La dose per la realizzazione di lievito di madre in ragione di 1 kg di farina si ottiene con l’aggiunta di 1 cucchiaio di aceto di vino rosso o di mosto d’uva o di luppolo, oltre all’acqua indicata al punto precedente.
L’impasto va eseguito a mano, avendo cura di mantenerlo abbastanza tenero e malleabile; al termine della lavorazione che richiede 10 minuti primi, si forma una palla che dovrà riposare per 24 ore nell’ambiente del laboratorio e lontano da fonti di calore.
Successivamente, il composto, andrà nuovamente manipolato, aggiungendo un quantitativo di circa 200 gr di farina ed un po’ d’acqua; l’acqua da immettere varierà da 9 a 10 centilitri, quindi lo stesso dovrà riposare per ulteriori 12 ore nel medesimo ambiente.
Quest’ultimo procedimento andrà ripetuto ogni dodici ore per cinque giorni consecutivi.
Un giorno prima della completa maturazione il composto andrà immesso nell’impastatrice a forcella ed amalgamato, quindi riposto entro un contenitore ricoperto da un canovaccio di cotone.

Articolo 6.
Ultimata la fase di lievitazione, si procede all’infornamento in forni a platea fissa, in quanto la cottura del pane avviene secondo il metodo tradizionale con riscaldamento del piano e successivo trasferimento del calore dal basso verso l’alto.
Nella fase di infornamento, le valvole del camino, devono rimanere aperte per consentire l’espulsione di vapore acqueo eventualmente presente in camera, ultimato l’infornamento di tutto il pane, si serrano le valvole e si chiudono le porte, venendo in questo modo a bloccare l’emissione di vapore che si viene a formare durante la prima fase di cottura, al fine di favorire lo sviluppo del pane. Le valvole andranno riaperte al momento dello sfornamento per facilitare la fuoriuscita dell’umidità accumulata all’interno della camera.

Articolo 7.
La “Coppia ferrarese” all’atto dell’immissione al consumo deve rispondere alle seguenti caratteristiche:
– essere formata in pezzature comprese tra gli 80 gr ed i 250 gr;
– l’aspetto esteriore è formato da due pezzi di pasta legati assieme a forma di nastro nel corpo centrale, ciascuno con le estremità ritorte in modo da formare un ventaglio di quattro corna, le cui estremità sono chiamate “crostini”;
– il colore è dorato, con venature quasi bionde in corrispondenza delle zone ritorte;
– l’odore è penetrante, appetitoso;
– il sapore sapido;
– umidità massima 19% a seconda delle pezzature prodotte.

Articolo 8.
Il pane dovrà essere posto in vendita entro 24 ore da quando è stato prodotto e non potrà essere sottoposto a procedimento di surgelazione, congelazione od altro processo di conservazione neppure se realizzato in fasi produttive intermedie.
Le aziende produttrici dovranno marchiare ogni forma di pane in modo da caratterizzarlo rispetto agli altri formati secondo il logo allegato al presente disciplinare di produzione.
Nel caso si effettui la vendita della “Coppia ferrarese” in confezione, la stessa dovrà riportare tutte le informazioni relative al prodotto, con le indicazioni degli ingredienti caratterizzanti e con l’applicazione sulla confezione stessa del logo allegato al presente disciplinare di produzione. A parziale deroga di quanto indicato al primo comma del presente articolo, il pane confezionato potrà essere commercializzato anche oltre le ventiquattro ore da quando è stato prodotto, a condizione che la confezione destinata a contenerlo risulti idonea a garantire la perfetta conservazione dello stesso senza alcun utilizzo di sostanze conservanti o additivanti.
All’indicazione geografica protetta “Coppia ferrarese” è vietata l’aggiunta di qualsiasi menzione o qualificazione aggiuntiva ivi compresi gli aggettivi “extra”, “fine”, “selezionato”, “superiore” e similari.
È consentito l’uso di indicazioni che facciano riferimento a nomi, ragioni sociali o marchi privati purché non abbiano significato laudativo e non siano tali da trarre in inganno l’acquirente.

Articolo 9.
Il logo identificativo del prodotto realizzato secondo il presente disciplinare è composto da una forma di coppia di pane di colore giallo tenue, iscritto all’interno di un quadrato di colore azzurro in testa al quadrato, su fondo nero, insiste la scritta “Coppia” in lettere bianche, in basso, sempre sul fondo nero, la scritta “ferrarese I.G.P.”.

Articolo 10.
L’organismo di controllo di cui all’art. 10 del registro CEE n. 2081/1992 è: Cermet Certificazione e ricerca per la qualità Soc. Cons. a r.l., con sede a San Lazzaro di Savena, via Aldo Moro, 22

Fonte: Agraria.org

Coppia Ferrarese I.G.P. - per al foto si ringrazia

Coppia Ferrarese I.G.P. – per al foto si ringrazia

Piadina romagnola – I.G.P.

Riconoscimento UE: 2014

La denominazione “Piadina Romagnola / Piada Romagnola” identifica il prodotto della panetteria ottenuto dalla lavorazione e successiva cottura su piastre di un impasto a base di farina, grassi, sale e alcuni ingredienti opzionali. Al momento dell’immissione al consumo si presenta a forma di disco, di color bianco-avorio con macchie caratteristiche ambrate di varie dimensioni e tonalità sui due lati, con sapore fragrante e odore caratteristico simile a quello del pane appena sfornato.

La zona di lavorazione e confezionamento comprende il territorio della Romagna storica e più precisamente l’intero territorio delle Provincie di Rimini, Forlì Cesena e Ravenna e di alcuni Comuni della Provincia di Bologna (Borgo Tossignano, Casalfiumanese, Castel del Rio, Castel Guelfo, Castel San Pietro, Dozza, Fontanelice, Imola, Mordano).

Disciplinare di produzione – Piadina Romagnola IGP

Articolo 1.
(Denominazione)
L’indicazione geografica protetta (I.G.P.) “Piadina Romagnola” o “Piada Romagnola” è riservata al prodotto di panetteria che risponde alle condizioni e ai requisiti indicati dal presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
(Descrizione del prodotto)
La “Piadina Romagnola” o “Piada Romagnola” è un prodotto a base di farina di grano tenero con aggiunta di acqua, grassi, sale, ed alcuni ingredienti opzionali.
Il prodotto all’atto dell’immissione al consumo così ottenuto si presenta di color bianco-avorio con macchie caratteristiche ambrate di varie dimensioni e tonalità sui due lati, e con sapore fragrante e odore caratteristico simile a quello del pane appena sfornato. Esso può essere immesso in commercio per un consumo immediato, eventualmente avvolto in semplici involucri cartacei non sigillati.
Il prodotto “Piadina Romagnola” o “Piada Romagnola”, pronto per il consumo, si presenta in 2 tipologie:
“Piadina Romagnola” o “Piada Romagnola” le cui caratteristiche sono: macchie ambrate di cottura di piccole dimensioni sulla superficie con una distribuzione omogenea, compatta, rigida e friabile, diametro da 15 a 25 centimetri spessore da 4 a 8 millimetri.
“Piadina Romagnola” o “Piada Romagnola” alla Riminese le cui caratteristiche sono: vesciche di cottura di grandi dimensioni sulla superficie, con una distribuzione non omogenea, morbida e flessibile, diametro da 23 a 30 centimetri spessore fino a 3 millimetri.

Articolo 3.
(Delimitazione della zona geografica)
La zona di produzione della “Piadina Romagnola” o “Piada Romagnola” è rappresentata dai Comuni di seguito riportati:
Provincia di Rimini: Bellaria-Igea Marina, Casteldelci, Cattolica, Coriano, Gemmano, Maiolo, Misano Adriatico, Mondaino, Monte Colombo, Montefiore Conca, Montegridolfo, Montescudo, Morciano di Romagna, Novafeltria, Pennabilli, Poggio Berni, Riccione, Rimini, Saludecio, San Clemente, San Giovanni in Marignano, San Leo, Sant’Agata Feltria, Santarcangelo di Romagna, Talamello, Torriana, Verucchio.
Provincia di Forlì-Cesena: Bagno Di Romagna, Bertinoro, Borghi, Castrocaro Terme e Terra Del Sole, Cesena, Cesenatico, Civitella di Romagna, Dovadola, Forlì, Forlimpopoli, Galeata, Gambettola, Gatteo, Longiano, Meldola, Mercato Saraceno, Modigliana, Montiano, Portico e San Benedetto, Predappio, Premilcuore, Rocca San Casciano, Roncofreddo, San Mauro Pascoli, Santa Sofia, Sarsina, Savignano sul Rubicone, Sogliano al Rubicone, Tredozio, Verghereto.
Provincia di Ravenna: Alfonsine, Bagnacavallo, Bagnara di Romagna,Brisighella, Casola Valsenio, Castel Bolognese, Cervia, Conselice, Cotignola, Faenza, Fusignano, Lugo, Massa Lombarda, Ravenna, Riolo Terme, Russi, Sant’Agata Sul Santerno, Solarolo.
Provincia di Bologna (fino ai comuni tracciati dal corso storico del fiume Sillaro): Borgo Tossignano, Casalfiumanese, Castel del Rio, Castel Guelfo, Castel San Pietro, Dozza, Fontanelice, Imola, Mordano.

Articolo 4.
(Prova dell’origine)
Ogni fase del processo produttivo viene monitorata documentando per ognuna gli input e gli output. In questo modo, e attraverso l’iscrizione in appositi elenchi, gestiti dalla struttura di controllo, dei produttori/trasformatori e confezionatori nonché attraverso la denuncia tempestiva alla struttura di controllo dei quantitativi prodotti è garantita la tracciabilità del prodotto. Tutte le persone, fisiche o giuridiche, iscritte nei relativi elenchi, sono assoggettate al controllo da parte della struttura di controllo, secondo quanto disposto dal disciplinare di produzione e dal relativo piano dei controlli.

Articolo 5.
(Metodo di ottenimento del prodotto)
Composizione ed ingredienti (su 1000 g di farina di grano tenero)
Materie prime obbligatorie
Farina di grano tenero;
Acqua: quanto basta per ottenere un impasto omogeneo;
Sale: pari o inferiore a 25 grammi;
Grassi: strutto, e/o olio di oliva e/o olio di oliva extravergine fino a 250 grammi.
Materie prime opzionali
Agenti lievitanti: carbonato acido di sodio, difosfato disodico, amido di mais o frumento, fino a 20 grammi;
È vietata l’aggiunta di conservanti, aromi e/o altri additivi.
Preparazione dell’impasto
La preparazione avviene mescolando gli ingredienti sopra descritti con acqua fino ad ottenere un impasto.
Porzionatura
L’impasto viene suddiviso manualmente o meccanicamente in pani o palline con dimensioni diverse a seconda della piadina o piada romagnola che si intende ottenere.
Laminatura
Il processo di appiattimento dei pani o palline per la formatura della piadina o piada romagnola avviene solo ed esclusivamente attraverso laminazione.
Il processo di laminazione può avvenire sia convogliando l’impasto direttamente a laminatrici meccaniche che provvedono, tramite il passaggio fra rulli aventi “luce” progressivamente più ristretta, a formare un laminato che poi viene suddiviso in dischi di sfoglia mediante stampaggio che si esplica attraverso una pressione meccanica di apposita matrice, sia appiattendo il pane o la pallina manualmente a mattarello, o a mezzo laminatrice meccanica incrociata, fino ad attenere un disco con lo spessore ed il diametro desiderato.
Cottura
La cottura avviene mediante il trattamento termico del disco di sfoglia su entrambi i lati. Il ribaltamento del disco può avvenire sia con mezzo meccanico che manualmente. Le temperature per la cottura variano da 200 a 250 °C con una permanenza sulla piastra di cottura fino a 4 minuti complessivi.
Raffreddamento
Al termine della cottura si procede al raffreddamento del prodotto o alla somministrazione. La piadina o piada raffreddata viene confezionata in sacchetti o in buste termosaldate in atmosfera protettiva.
Per il prodotto che dovrà essere conservato in regime di refrigerazione e/o congelazione, il processo di refrigerazione e/o congelazione, potrà essere eseguito sia sul singolo disco di piadina o piada, sia sulle confezioni che contengono più dischi di piadina o piada.
Confezionamento
Al fine di garantire un uniforme contenuto di umidità caratteristico dell’aree a salvaguardia della fragranza del prodotto, il confezionamento dovrà avvenire nella zona di produzione indicata all’articolo 3, immediatamente a seguito del raffreddamento post-cottura, anche nel caso del prodotto congelato, al fine di garantire la qualità, la freschezza e le tipiche caratteristiche organolettiche.
Sono consentiti, nella sola fase di confezionamento, l’impiego dell’atmosfera modificata e/o l’aggiunta di alcool naturale, nella misura massima del 2% in peso espresso in sostanza secca.
La “Piadina romagnola” o “Piada romagnola” confezionata deve riportare, al momento dell’immissione sul mercato, i termini massimi di conservazione di seguito riportati: per il prodotto conservato in regime di refrigerazione, 60 giorni; per il prodotto conservato a temperatura ambiente, 90 giorni; per il prodotto conservato in regime di congelazione o surgelazione, 12 mesi.

Articolo 6.
(Elementi che comprovano il legame con l’ambiente)
La richiesta di registrazione IGP ‘Piadina Romagnola’ / ‘Piada Romagnola’ è fondata sulla reputazione del prodotto, che è attestata dagli inizi del XIV secolo e che deriva da particolari ed unici fattori territoriali, culturali, sociali ed economici.
La “Piadina Romagnola” o “Piada Romagnola” ha origini antichissime e racconta la storia della gente della Romagna. Si tratta di un cibo semplice che nel corso dei secoli ha identificato e unificato la terra di Romagna sotto un unico emblema passando da simbolo della vita rustica e campagnola, “pane dei poveri”, a prodotto di largo consumo.
Il termine “piada” è stato ufficializzato per merito di Giovanni Pascoli il quale italianizzò la parola dialettale romagnola “piè”. In un suo famoso poemetto il poeta tesse un elogio della piadina, alimento antico “quasi quanto l’uomo”, e la definisce “il pane nazionale dei Romagnoli” creando un binomio indissolubile tra Piadina e Romagna.
Fino a cent’anni fa, la “piadina” era un sostituto del pane a cui si ricorreva tra un’infornata settimanale del pane e l’altra.
Accanto alle “piadine” povere ad formantòuon o armés-ci (di farina di mais o di farina di grano e mais mescolate) esistevano già, beninteso, le “piadine” “ricche” di pura farina di frumento, ulteriormente arricchite con strutto di maiale.
Nel secondo dopoguerra, la “Piadina Romagnola” si diffonderà, sia nelle campagne che nelle città, e non sarà più considerata un surrogato del pane, ma una golosa alternativa. A partire dagli anni Settanta, alle “piadine” casalinghe si accompagneranno quelle di produzione artigianale, che venivano effettuate presso piccoli locali (chioschi) per poi essere somministrate. La presenza ormai diffusa ed evidente in Romagna dei chioschi che producono e vendono piadine per il pronto consumo è diventata una caratteristica del territorio assai nota ai locali e ai turisti e su di essa si è inserita la produzione della ‘Piadina Romagnola’ / ‘Piada Romagnola’ confezionata per il consumo differito.
Il legame di questo prodotto con il territorio quindi va al di là della semplice preparazione e consumo. Il radicamento nella cultura materiale è talmente forte da intrecciarsi con la storia, le tradizioni locali e persino con i modi di dire e con le credenze popolari. Nei secoli passati, la Piada o Piadina, in tutta la Romagna e in particolare nei territori dove era maggiore la diffusione – Forlì, Cesena e Rimini – veniva cucinata esclusivamente su lastre di pietra o sulle teglie di argilla prodotte unicamente nella zona di Montetiffi, piccola località della montagna romagnola. Ancora oggi a Montetiffi vengono prodotte tali teglie secondo la stessa tradizione e con la stessa argilla.
Varie opere, spesso monografiche, documentano le caratteristiche della piadina romagnola, dando atto della sua provenienza originaria attraverso fonti storiche, illustrando la differenza fra le due tipologie, e arricchendo la notorietà del prodotto con suggerimenti sulla sua preparazione e consigli sugli abbinamenti. Nel 1913, sul periodico “Il Plaustro”, Antonio Sassi definisce le “Piadine” come le “tradizionali e gustose schiacciate dei Romagnoli”. Una ulteriore fonte dell’origine della Piadina Romagnola è la definizione che Alfredo Panzini ne da nel suo Dizionario Moderno del 1918, dove alla voce Piada scrive: “Specie di pane azzimo in forma schiacciata o spianata sottile, cotta sul testo”. Nell’editoriale della rivista d’illustrazione romagnola, “La Piê” del gennaio del 1920 la piadina veniva esplicitamente identificato come il pane simbolo della Romagna. Il Vocabolario Romagnolo Italiano di Adelmo Masotti, edito da Zanichelli nel 1996 definisce la piada come “una sottile focaccia di pane azzimo, cotta nel testo rovente, tipica della Romagna”. Nel 2004 una pubblicazione presenta per la prima volta la ricetta della piadina romagnola anche in arabo, francese, inglese, giapponese, cinese, russo, spagnolo e tedesco. Sono presenti diverse citazioni che distinguono la ‘Piadina Romagnola’ / ‘Piada Romagnola’ alla Riminese per diametro e spessore. Di seguito riportiamo le più recenti ed autorevoli. Graziano Pozzetto nel libro La Piadina Romagnola Tradizionale, Panozzo Editore, Rimini, 2005 e nel libro Cucina di Romagna, Ed. Franco Muzzio, 2004. a p.298 presenta distinzione fra le due tipologie “Ovviamente le diversità più marcate ed evidenti riguardano l’aspetto fisico della piadina, la dimensione, il diametro e lo spessore, nonché una variabilità trasversale (che riguarda entrambe le tipologie) del peso del prodotto finale…. Nella versione riminese le dimensioni e il diametro sono caratterialmente ampi… lo spessore è tradizionalmente e tipicamente sottile…. La versione romagnola è di dimensione più piccola, meno ampia,…..; di spessore è più grossa ..”
Nello stesso testo l’autore raccoglie testimonianze di: Piero Meldini pag.300 il quale ….. L’unica cosa certa è che Ravenna ha scoperto la piadina molto tardi, nel Novecento. ….Le preferenze personali di Meldini sono ovviamente legate alla sue consuetudini cioè la piada sottile, che si farcisce meglio. Quando gli accade tuttavia di avvicinarsi a Ravenna e gli viene servita la piada grossa, la taglia col coltello per riempirla. Ma correttamente ammette che non si può dire che anche quest’ultima non sia vera piadina.”……
Giancarlo Mondini pag. 302 “…Grandezza e spessore caratterizzano la diversità di piadine. Nel riminese è più sottile e più stesa fino a raggiungere anche 30 cm di diametro; morbida con l’aggiunta di miele a Cervia; croccante e più friabile con più olio a Forli-Cesena; più saporita con l’aiuto di solo strutto nel ravennate; più grossa e spessa nell’imolese con l’aggiunta di latte….”
Infine, in Romagna si svolgono da tempo eventi e manifestazioni dedicate alla Piadina Romagnola:
A partire dal 1993, si tiene ogni anno a Cervia, in provincia di Ravenna, la manifestazione “Piadina d’Autore”, manifestazione che premia la miglior piadina prodotta nei chioschi del territorio. il cui debutto è avvenuto a Forlimpopoli nel 1991.
Dal 1998 si svolge a Santarcagelo di Romagna il “Palio della Piadina” con lo scopo di mantenere viva la tradizione di questo autentico prodotto della tradizione gastronomica romagnola.
Tra le manifestazioni più recenti:
5
– “Lo Sposalizio della Piadina”, nata nel 2002 a Cesena con l’intento di valorizzare la tradizione della Piadina Romagnola.
– “Piadina Days”, è una manifestazione che dal 2010 organizza, all’interno del cartellone Wine Food Festival della Regione Emilia-Romagna, 2 giorni di eventi, spettacoli, concerti e degustazioni di Piadina in tutta la Romagna.
– La Sagra della Piadina è una manifestazione nata nel 2013 a Bagnacavallo, con l’intento di promuovere e rendere omaggio al “pane di Romagna”.

Articolo 7.
(Controlli)
Il controllo sula conformità del prodotto al disciplinare è svolto, conformemente a quanto stabilito dagli articoli 10 e 11 del regolamento CE n. 510/06, da Bioagricert Srl con sede legale in Via Dei Macabraccia, 8 – 40033 Casalecchio di Reno (BO).

Articolo 8.
(Confezionamento ed etichettatura)
Ogni confezione di “Piadina Romagnola” o “Piada Romagnola” IGP deve riportare, a caratteri di stampa chiari e leggibili, indelebili e nettamente distinguibili i seguenti elementi:
– il logo dell’Unione;
– la denominazione “Piadina Romagnola” o “Piada Romagnola” seguita dalla dicitura Indicazione
Geografica Protetta, o dal suo acronimo IGP.
– LOGO
Per la variante della “Piadina Romagnola” o “Piada Romagnola” alla Riminese di cui all’articolo 2 è obbligatorio, aggiungere l’indicazione sulla confezione in caratteri di stampa uguali a quelli della denominazione “Piadina Romagnola” o “Piada Romagnola” chiari e leggibili, indelebili e nettamente distinguibili, le parole “alla Riminese” al fine di fornire maggiore chiarezza al consumatore.

Fonte: Agraria.org

Per saperne di più:

Piadina Romagnola I.G.P. - per la foto si ringrazia

Piadina Romagnola I.G.P. – per la foto si ringrazia

Piadina Romagnola I.G.P.

Piadina Romagnola I.G.P.

Piadina Romagnola I.G.P. - per la foto si ringrazia

Piadina Romagnola I.G.P. – per la foto si ringrazia

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