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Archive for the ‘CAMPANIA’ Category

Aversa – D.O.C.

Zona di produzione e storia

La denominazione di origine controllata “Aversa”, seguita dal nome del vitigno Asprinio è riservata ai vini delle seguenti tipologie:
“Aversa” Asprinio
“Aversa” Asprinio spumante.

Le uve destinate alla produzione del vino a DOC “Aversa Asprinio” devono essere prodotte nella zona che comprende tutto il territorio amministrativo dei comuni di:
In provincia di Caserta:
Aversa, Carinaro, Casal di Principe, Casaluce, Casapesenna, Cesa, Frignano, Gricignano di Aversa, Lusciano, Orta di Atella, Parete, San Cipriano d’Aversa, San Marcellino, Sant’Arpino, Succivo, Teverola, Trentola – Ducenta, Villa di Briano, Villa Literno.
In provincia di Napoli:
Giugliano, Qualiano, Sant’Antimo.

Di fondamentale rilievo sono i fattori umani legati al territorio di produzione, che per consolidata tradizione hanno contribuito ad ottenere il vino “ Aversa”.
L’agro aversano, ricadente nelle province di Napoli e Caserta, è delimitato, a guisa di barriere vegetali, dalle tipiche alberate (o festoni) che ne caratterizzano il paesaggio.
La vite maritata a tutori vivi, in genere il pioppo, raggiunge anche i venti metri di altezza dando origine a prodotti di pregio e spiccata tipicità che possono vantare una tradizione antichissima e saldamente radicata nelle popolazioni locali.
Infatti il vitigno Asprinio è presente in Campania da epoca remota ma varie e diversificate sono le ipotesi formulate sulla sua origine, come pure diverse sono le sinonimie da più parti segnalate.
Secondo alcuni ampelografi in Puglia il vitigno riceverebbe il nome di “Olivese”, “Ragusano” e “Ragusano bianco”. Nelle aree aversane, maddalonese e casertana, invece, è ricorrente la denominazione di “Asprinio” – “Asprino” – “Uva Asprinia”. Più consona risulta, comunque, la terminologia di “Asprinio di Aversa”, la cui codificazione è ormai accettata dagli operatori agricoli dagli Enti locali preposti alla tutela ed alla valorizzazione della produzione viticola. La coltura del vitigno Asprinio, diffusa un po’ dappertutto nel Mezzogiorno d’Italia, ha sempre trovato in Campania, e più specificatamente in Agro Aversano, la più ampia collocazione.
Circa l’ introduzione in Italia di tale vitigno, le ipotesi formulate sono molto diverse ed anche il particolare sistema di allevamento è oggetto delle più svariate considerazioni, non esclusa qualcuna chiaramente frutto di pura fantasia, in quanto collegata ad una probabile funzione di più o meno valida barriera bellica per contrastare le cariche della cavalleria degli eserciti avversi ai Borboni.
Più consono, ci sembra invece, collocare il particolare sistema di allevamento della vite alla coltura della canapa, tipica dell’area di Terra di Lavoro. La canapa, infatti, raggiungendo altezze variabili intorno ai due metri dal suolo, creava condizioni sfavorevoli ad un allevamento basso della vite, soprattutto in considerazione che la coltura della vite veniva condotta in consociazione.
Secondo Violante e Bordignon sembra che la diffusione della coltura dell’Asprinio abbia avuto la maggiore espansione nelle Puglie ed in Campania. In particolare, poi, l’incidenza più elevata si sarebbe registratta nella provincia di Caserta, un po’ meno in quella di Napoli.
Secondo Giampaglia, il vitigno Asprinio deriverebbe dalla “tribù dei Pinot” e sarebbe stato introdotto nel Napoletano nel secolo scorso durante la dominazione francese. A sostegno di questa ipotesi vale la considerazione avallata dagli stessi agricoltori, secondo i quali, nel passato, l’uva asprinia veniva acquistata da commercianti francesi e ungheresi, per poi utilizzarla nella preparazione di vino spumante.
Altri sostengono che il vitigno in parola derivi direttamente dal “Greco” e ciò verrebbe confermato da quanto scriveva, nel 1804, Nicola Columella Onorati che elencando le principali varietà di uva che si coltivano nell’agro alifano, cosi si esprimeva: “L’uva asprinia, della quale varietà di uva bianca si fa il Greco in buona parte in Campania è conosciuta sotto il nome di Asprinio di Aversa”.
Ma gli stessi cultori dell’epoca non sembrano condividere tali affermazioni, perché le differenze morfologiche tra “Greco” ed “Asprinio” risulterebbero tali da non lasciare alcun dubbio.
Secondo notizie tramandate da Sante Lancerio, cantiniere di S.S. Papa Paolo III Farnese, la coltura del vitigno risalirebbe agli inizi del ‘500, cioè in un’epoca anteriore alla dominazione francese.
Infatti, ne “I Viaggi di Papa Paolo III”, il Lancerio dice che S.S. usava l’Asprinio come bevanda dissetante servendosene prima di coricarsi. Lo stesso autore facendo le lodi a questo vino “diuretico” dice che il migliore è quello di Aversa, apprezzato dai commercianti perché “li cortigiani et cortigiane corrono volentieri alla foglietta” (la “foglietta” è una misura di capacità del vino, circa mezzo litro).
Questa la descrizione: “Il vino Asprinio vien da un luogo vicino Napoli. Li migliori sono quelli di Aversa, città unica e buona. Ce ne sono delli bianchi et delli rossi, ma questi sono meglio. Tali vini sono molto crudi, sono vini da podagrosi. L’estate è sana bevanda. Di questa sorta di S.S. usava bere alcuna volta per cacciare la sete avanti che andasse a dormire, et diceva farlo per rosicare la flemma. A volere conoscere la sua perfetta bontà vuole essere odorifero, di colore dorato, et non del tutto crudo. Volendolo per le state, bisogna metterelo, la primavera, nella cantina, et sia si crudo che il caldo lo maturi, et prima faccisi la prova del colore. Tali vini sono stimati assai dagli osti, che li Cortigiani et Cortigiane corrono volentieri alla foglietta. Anco questo vino è lodato dai Medici, sicchè e buono.”
Anche la tradizione popolare vuole far risalire la coltivazione dell’Asprinio nella zona ai primi del ‘500. Si vuole, ma senza alcuna prova storica, che Luigi XII di Valais, Re di Francia detto “Padre del Popolo” (nato a Blais 1462 – morto a Parigi 1515), disceso nella penisola italiana all’inizio del 1500 ed impadronitosi prima del Ducato di Milano e quindi del Regno di Napoli che, poi, dovette cedere agli Spagnoli (1504), importasse dalla Francia una certa quantità di vitigni che, avendoli fatti mettere a sito nelle terre del Casertano, ne ottenne l’Asprinio.
Questo vino chiaro, color verdolino, asciutto e frizzante è gradevolissimo e dissetante per cui i napoletani presero a berne ben fresco anche fuori pasto per meglio sopportare le arsure estive. Sta di fatto che questo vino giovane, prodotto all’epoca di bassa gradazione alcoolica (dagli 8 ai 10 gradi), ebbe vasta diffusione nel napoletano talché nelle antiche e più rinomate taverne della Napoli prima spagnola e poi borbonica quali quelle: del Cerriglio: della Vicaiola: di Porta Capuana: di Florio a Chiaia e del Crispano, la bionda bevanda “scorreva a fiumi” con grande sussiego dei tavernari e grande gioia dei festosi chiassosi consumatori.
A convalidare l’antichità di questo gradevole prodotto enologico va ricordato che da un “Assisa del vino” in data 15 febbraio 1640 risulta che il prezzo dell’Asprinio era di denari nove la caraffa, (la “caraffa” equivalente a trentatre once di liquido, poco meno di un litro).
Questo tipico prodotto partenopeo che, forse, aveva in un certo qual modo colpito l’attenzione della moglie del Re Gioacchino Murat, portò la Regina Carolina a scrivere in una lettera: “Questa e la terra promessa, nella campagna si vedono festoni di viti attaccati agli alberi con sparsi grappoli di uva assai più belli di quelli che gli Ebrei portarono a Mosè. Spero che quanto ti dico ti ispiri il desiderio di venire a vedere questo paese, vale la pena di fare cinquecento leghe per vederlo.”
Non si può escludere che la principessa napoleonica fosse stata attratta proprio dal vitigno Asprinio allevato secondo il sistema classico ad alberata, detto anche “Sistema Aversano”.
E poiché, se è vero, che tutto torna alle origini giova ricordare che dall’Asprinio si ottennero i primi spumanti secchi che, prodotti con le più pregiate uve dei Siti Reali dell’aversano, trovarono favorevole accoglienza nella vicina Francia.
Pare che lo stesso Garibaldi lo abbia apprezzato in una rustica colazione dopo la battaglia del Volturno.
Diversamente dagli altri il Redi evidenzia , con un certo dispregio, la caratteristica acidità del Vini Asprinio, definendolo “bevanda agreste”: ma, ricorda il Monelli, forse per ripicca a seguito di contrasti con l’Avvocato napoletano Francesco d’Andrea.
Rendella, a sua volta, riferisce di un vino Asprinio facile a digerirsi, ma poco serbevole per cui ne consiglia il consumo prima dei forti calori estivi, raccomandandone la conservazione in grotte scavate nel tufo a profondità di 15-20 metri, affinché la temperatura si mantenga costantemente bassa. In queste cantine, tutt’ora esistenti, il vino si conserva bene e si presenta frizzante a causa dell’anidride carbonica che si svolge dalla fermentazione lenta che, favorita dall’ambiente fresco, si dissolve facilmente nella massa.
Da rilevare, la testimonianza di Vincenzo Sammola, secondo il quale il maggior consumo di vino a Napoli era appannaggio del tipo rosso mentre “solo nell’estate avanzata” la preferenza era accordata al vino bianco “Asprinio di Aversa”.
Nel 1839 nel suo “Corricolo”, interessante tra l’altro per una classificazione delle pizze d’epoca, Alessandro Dumas, definì l’Asprinio come l’unico vino capace di andar bene con la pizza e gli spaghetti.
Il Bruno Bruno, invece lo definisce atto su lucci e anguille, riportando un giudizio di Veronelli, che è rimasto affascinato dall’Asprinio di Aversa:
“Quando l’ho bevuto, mi sono emozionato. Ero in campagna da un contadino, dalle parti di Aversa, e quell’ Asprinio era eccezionalmente buono. Ben lavorato, fragile, elegante. Quello che i fa rabbia è la consapevolezza di non poterlo ritrovare. L’Asprinio di Aversa sarebbe un vino splendido se venisse valorizzato”.

Vitigni – Grado alcolometrico minimo – Invecchiamento e qualifiche

Base ampelografica
Il vino a denominazione di origine controllata “Aversa” Asprinio deve essere ottenuto da uve provenienti da vigneti aventi, in ambito aziendale, la seguente composizione varietale:
Asprinio minimo 85%;
Possono concorrere alla produzione di detto vino le uve di altri vitigni a bacca bianca, non aromatici, idonei alla coltivazione per le rispettive province di Caserta e di Napoli, da soli o congiuntamente, fino ad un massimo del 15%.
Il vino a denominazione di origine controllata “Aversa” Asprinio spumante deve essere ottenuto da uve provenienti da vigneti aventi, in ambito aziendale, la seguente composizione varietale:
Asprinio minimo 100%.

I vini a denominazione di origine controllata «Aversa» all’atto dell’immissione al consumo devono rispondere alle seguenti caratteristiche:

“Aversa” Asprinio:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 10,50% vol.;
acidità totale minima: 6,0 g/l;
estratto non riduttore minimo: 15,0 g/l.

“Aversa” Asprinio spumante:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,00% vol;
acidità totale minima: 7,0 g/l;
estratto non riduttore minimo: 15,0 g/l.

E’ facoltà del Ministero per le politiche agricole alimentari e forestali modificare, con proprio decreto, i limiti sopra indicati per l’acidità totale e l’estratto non riduttore minimo.

Caratteristiche organolettiche

I vini a denominazione di origine controllata «Aversa» all’atto dell’immissione al consumo devono rispondere alle seguenti caratteristiche:

“Aversa” Asprinio:
colore: giallo paglierino più o meno carico;
profumo: intenso, fruttato, caratteristico;
sapore: secco, fresco, caratteristico.

“Aversa” Asprinio spumante:
spuma: fine e persistente;
colore: giallo paglierino più o meno intenso;
profumo: fine, fragrante, caratteristico;
sapore: secco, fresco, caratteristico.

Abbinamenti e temperatura di servizio

Aversa Asprinio: si accompagna a piatti fritti, mozzarella di bufala, primi piatti col sugo di pesce. Temperatura di servizio 8° – 10°C.
Aversa Asprinio spumante: si accompagna a piatti a base di pesce, crostacei, ostriche. Temperatura di servizio 8°C.

Fonte: Agraria.org

Aversa Asprinio D.O.C. - per la foto si ringrazia

Aversa Asprinio D.O.C. – per la foto si ringrazia

Fior di Latte Appennino Meridionale

Carta d’identità

Protezione transitoria
Formaggio fresco a pasta filata, molle, a fermentazione lattica

Caratteristiche

  • forma tondeggiante, anche con la testina ( è consentito l’uso di forme a nodino, a treccia e a parallelepipedo
  • pasta dura cotta a lenta maturazione
  • crosta è assente
  • la superficie è liscia e lucente di colore bianco latteo ed è presente una pelle di consistenza tenera ed omogenea
  • la pasta ha un colore bianco-latte a struttura fibrosa, a fogli sottili, ha una consistenza morbida e lievemente elastica, più accentuata all’inizio; al taglio o per compressione leggera rilascia un liquido lattiginoso, omogeneo privo di striature o chiazze. Al taglio sono ammesse occhiature ripiene di latticello, purché non dovute a fermentazioni gassose
  • il sapore è caratteristico di latte piacevolmente acidulo
  • l’odore è di latte delicatamente acidulo
  • peso tra i 20 e i 500 g
  • viene prodotto tutto l’anno

La zona di produzione

Nei comuni della Campania :Avellino, Benevento, Caserta, Napoli, Salerno, nei comuni del Lazio: Latina e Frosinone, in un comune del Molise: Campobasso, in Puglia nei comuni di Bari, Foggia e Taranto, in Basilicata: nel comune di Potenza ed in Calabria, nel comune di Cosenza.

La lavorazione

Il Fior di Latte Appennino Meridionale prevede una lavorazione nella quale il latte intero crudo, proveniente da 1 o più mungiture consecutive (che devono essere effettuate nell’arco di 16 ore) sia ricavato da bestiame bovino alimentato con essenze tipiche della zona di produzione e costituite prevalentemente da leguminose e da cereali conservate allo stato fresco e conservato. È consentito l’uso di mangimi concentrati ed integratori. Il latte deve giungere al caseificio entro le 36 ore dalla prima mungitura e non può essere termizzato o pastorizzato.

Il latte viene scaldato a 33-38°C e vengono aggiunti , prima siero-innesto naturale proveniente dalla zona di produzione e poi caglio naturale liquido di vitello. La coagulazione avviene in 20-40 minuti , quindi la cagliata viene rotta fino alla riduzione della massa caseosa in granuli della dimensione di una nocciola. Quindi la cagliata viene fatta fermentare naturalmentefino alla sua maturazione sotto siero che avviene in 3-5 ore dall’aggiunta del caglio. Non è consentito l’uso di acidi organici ovvero di correttori di pH di natura chimica.

Al termine della maturazione il pH risulta compreso tra i 5 e i 5,3, a questo punto la cagliata viene ridotta in listarelle poste in appositi recipientinei quali con aggiunta di acqua quasi bollente la cagliata viene fatta filare.

La pasta che si ottiene in questo modo viene tagliata in piccoli pezzi e modellata. Una volta ottenuta la forma questa viene fissata tramite l’immersione in vasche contenenti acqua fredda e poi le forme vengono immerse in salamoia ( la salatura può essere anche effettuata durante la filatura). Non è ammesso l’utilizzo dei conservanti.

Note

Con il Decreto Ministeriale 1 marzo 2002 è stata concessa la protezione transitoria a livello nazionale alla denominazione d’origine Fior di Latte Appennino Meridionale , per il cui riconoscimento in sede europea è in atto il relativo procedimento.

Ad essa è possibile aggiungere una menzione che specifichi la provenienza del prodotto, purchè essa sia veritiera e documentabile, da riportare immerdiatamente dopo l’indicazione obbligatoria della sede dello stabilimento di produzione.

Fonte: Atlante Caseario.com

Fior di Latte Appennino Meridionale - per la foto si ringrazia

Fior di Latte Appennino Meridionale – per la foto si ringrazia

Melannurca Campana – I.G.P.

Zona di produzione

Comprende ben 137 comuni appartenenti a tutte le province campane. Le aree ove si concentra la maggior parte della produzione sono: nel napoletano la Giuglianese-Flegrea, nel casertano la Maddalonese, l’Aversana e l’Alto Casertano, nel beneventano la Valle Caudina-Telesina e il Taburno, nel salernitano l’Irno e i Picentini.

Caratteristiche

L’Annurca è definita “la regina delle mele” soprattutto per le caratteristiche qualitative dei suoi frutti, dalla polpa croccante, compatta, bianca, gradevolmente acidula e succosa, aroma caratteristico e profumo finissimo, vera delizia per il palato dei consumatori.

Disciplinare di produzione – Melannurca Campana IGP

Articolo 1.
L’Indicazione Geografica Protetta (I.G.P.) “Melannurca Campana” è riservata ai frutti che rispondono alle condizioni ed ai requisiti stabiliti dal regolamento (CEE) n.2081/1992 e dal presente Disciplinare di Produzione.

Articolo 2.
L’Indicazione Geografica Protetta (I.G.P.) “Melannurca Campana” designa i frutti dei biotipi riferibili alle cultivar di melo “Annurca” e “Annurca Rossa del Sud”, prodotti nel territorio ricadente nella regione Campania e definito nel successivo art.3.

Articolo 3.
La zona di produzione della I.G.P. “Melannurca Campana”, comprende i territori, interi o parziali, dei seguenti comuni ricadenti nelle province di Avellino, Benevento, Caserta, Napoli e Salerno.
Provincia di Avellino
Comuni parzialmente interessati:
Cervinara, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine con il comune di Montesarchio; Est dal confine con il comune di S. Martino V.Caudina fino all’altezza della strada provinciale Rotondi-S. Martino V.C.; Sud dalla strada provinciale Rotondi-S. Martino V.C.; Ovest dal confine con il comune di Rotondi fino alla provinciale Rotondi-S. Martino V.C.. Montoro Inferiore, l’area interessata è delimitata a: Nord dalla via Pescarola per l’intero tratto tra l’innesto con la via Marconi della frazione Preturo e l’innesto con la via Mercatello della frazione Borgo, inoltre, dalla via Marconi della frazione Preturo per il tratto che va dall’innesto con via Pescarola all’innesto con la via Variante; Est dalla SP 90 (detta Borgo) dall’innesto con via Pescarola fino al congiungimento con la SP Turci nella frazione Piazza di Pandola e seguendo tale strada fino alla frazione Misciano all’altezza del ponte del raccordo autostradale SA-AV; Sud dal confine con la provincia di Salerno nel tratto compreso tra la SP Turci e la SS 18; Ovest dalla linea ferroviaria BN-AV-SA nel tratto compreso tra il punto d’intersezione di questa con via Granaro fino al passaggio a livello di Casa Pellecchia e da qui lungo la SS 18 fino al confine con la provincia di Salerno.
Montoro Superiore, l’area interessata è delimitata a: Nord dalla strada vicinale “Vallone delle Macchie”, nel tratto compreso dall’incrocio con la SP 90 fino all’incrocio con la SP 104 che collega la frazione Banzano; Est dalla SP 104 tra l’innesto di questa con la via vicinale “Vallone delle Macchie” fino all’altezza di via dell’Aia della frazione Caliano e da questa fino all’incrocio con la SP Piano-S. Pietro, quindi, partendo da quest’incrocio lungo via Leone fino al congiungimento con via Turci; Ovest dalla strada provinciale Borgo nel tratto compreso dall’innesto con via Pescarola fino a quello con via Turci.
Rotondi, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine con la provincia di Benevento; Est dal confine con il comune di Cervinara fino all’altezza della strada ex SS 374;
Sud dalla strada ex SS 374; Ovest dal confine con il comune di Paolisi fino all’altezza della linea ferroviaria Valle Caudina.
S. Lucia di Serino, l’area interessata è delimitata a: Nord-Est dalla strada provinciale che attraversa il centro abitato di S. Lucia collegandolo con Atripalda; Sud dal confine comunale di Serino; Ovest dai confini con i comuni di S. Michele di Serino e S. Stefano del Sole.
S. Martino Valle Caudina, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine con la provincia di Benevento; Est dal confine con il comune di Pannarano fino all’altezza della strada provinciale Rotondi-Pannarano; Sud dalla strada provinciale Rotondi-Pannarano; Ovest dal confine con il comune di Cervinara.
S. Michele di Serino, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine con il comune di Cesinali; Est dai confini con i comuni di S. Stefano del Sole e S. Lucia di Serino; Sud dal confine con il comune di Serino; Ovest dalla linea ferroviaria Avellino-Mercato S. Severino.
S. Stefano del Sole, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine con il comune di Cesinali; Est dalla strada provinciale che collega S. Lucia ad Atripalda; Sud dal confine con il comune di S. Lucia di Serino; Ovest dal confine comunale con S. Michele di Serino.
Serino, l’area interessata è delimitata a: Nord dai confini con i comuni di S. Michele di Serino e S. Lucia di Serino; Est dalla SP 28 che collega la frazione Ponte del comune di Serino al comune di S. Lucia di Serino; Sud dal punto di confluenza della SP 28 “frazione Ponte di Serino-S. Lucia di Serino” e della strada provinciale “frazione Ponte di Serino-S. Michele di Serino”; Ovest dalla strada che collega la frazione Ponte del comune di Serino al centro abitato di S. Michele di Serino.
Provincia di Benevento
Comuni interamente interessati: Amorosi, Dugenta, Limatola, Puglianello, S. Salvatore Telesino, Telese.
Comuni parzialmente interessati:
Airola, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine con i comuni di Moiano e Bucciano, a partire dalla rotabile Moiano-Airola; Est dal confine comunale con il comune di Bonea e dal confine amm.vo provinciale; Sud dal confine col comune di Paolisi; Ovest dalla rotabile Moiano-Airola e dalla strada provinciale Caudina per il tratto che collega il centro abitato di Airola con la Nazionale Appia nei pressi del cavalcavia della linea ferroviaria “Valle Caudina”.
Bonea, l’area interessata è delimitata a: Nord nel primo tratto dalla strada comunale che dalla C.da Fizzo porta al centro abitato passando per le località “Cavarena”, “Guide” e “San Biagio”; nel secondo tratto dalla strada comunale che collega il comune di Bonea con la C.da “Varoni” del comune di Montesarchio passando per C.da “Mosca”; Est dal confine col comune di Montesarchio partendo dall’intersezione della strada Bonea-Varoni fino al limite provinciale;
Sud dal confine amm.vo con la provincia di Avellino; Ovest dal confine col comune di Airola fino all’intersecazione della strada Bucciano-Montesarchio.
Bucciano, l’area interessata è delimitata a: Nord dalla strada provinciale Frasso Telesino-Bucciano-Montesarchio; Est e Sud dal confine col comune di Airola; Ovest dal confine col comune di Moiano.
Durazzano, l’area interessata comprende tutta l’area pianeggiante adiacente la strada Sant’Agata dei Goti-Durazzano-Cervino, delimitata a: Nord dal rilievo di M. Longano; a Est dal confine con il comune di Sant’Agata dei Goti e dai rilievi di M. Buzzano e M. Aglio, a Sud ed Ovest dal confine amm.vo con la Provincia di Caserta.
Faicchio, l’area interessata è delimitata a: Nord dalla strada statale che collega Gioia Sannitica con Faicchio fino al centro abitato, successivamente del torrente Titerno nel tratto che va dal centro abitato al confine col comune di S. Lorenzello; Est dal confine col comune di S.Lorenzello; Sud dal confine con i comuni di S. Salvatore Telesino e Puglianello; Ovest dal confine amm.vo con la Provincia di Caserta.
Frasso Telesino, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine col comune di Melizzano; Est dalla rotabile Solopaca-Frasso Telesino-Bucciano; Sud dal confine col comune di S.Agata dei Goti; Ovest dal confine col comune di Dugenta.
Melizzano, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine con i comuni di Amorosi, Telese e Solopaca; Est dalla strada che collega Solopaca con Frasso Telesino; Sud dal confine con i comuni di Frasso Telesino e Dugenta; Ovest dal confine amm.vo con la provincia di Caserta.
Moiano, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine col comune di S.Agata dei Goti; Nord-Est dalla strada provinciale FrassoT.-Bucciano; Est dal confine col comune di Bucciano; Sud dal confine col comune di Airola; Ovest dalla provinciale Airola-Moiano-S.Agata dè Goti.
Montesarchio, l’area interessata è delimitata a: Nord-Est per un primo tratto dal confine con Bonea ed il centro abitato di Montesarchio, dalla strada che collega Bonea con Montesarchio passando per C.da Varoni; per un secondo tratto dalla statale Appia fino al limite provinciale; Sud dal confine amm.vo con la Provincia di Avellino; Ovest dal confine col comune di Bonea.
Paolisi, l’area interessata è delimitata a: dal confine col comune di Airola; Est dal confine amm.vo con la Provincia di Avellino; Sud dalla linea ferroviaria “Valle Caudina”; Ovest dal confine col comune di Arpaia.
S. Lorenzello, l’area interessata è delimitata a: Nord dal torrente Titerno; Est dal confine con i comuni di Cerreto Sannita e Guardia Sanframondi; Sud dal confine con il comune di Castelvenere; Ovest dal confine con i comuni di Faicchio e S. Salvatore Telesino.
Sant’Agata dei Goti, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine con i comuni di Frasso Telesino e Dugenta; Est dalla strada provinciale Frasso Telesino-Bucciano, da un tratto del confine con il comune di Moiano e dalle strade provinciali Durazzano-S.Agata dei Goti e S.Agata dei Goti-Moiano; Sud dal confine col comune di Durazzano; Ovest dal confine amm.vo con la Provincia di Caserta.
Provincia di Caserta
Comuni interamente interessati: Aversa, Bellona, Caianello, Calvi Risorta, Camigliano, Carinaro, Casal di Principe, Casaluce, Casapesenna, Cesa, Frignano, Grazzanise, Gricignano, Lusciano, Orta di Avella, Parete, Pastorano, Pignataro Maggiore, Riardo, S. Arpino, S. Cipriano d’Aversa, S. Maria la Fossa, S. Marcellino, S. Tammaro, Sparanise, Succivo, Teano, Teverola, Trentola-Ducenta, Villa di Briano, Vitulazio.
Comuni parzialmente interessati:
Ailano, l’area interessata è delimitata a: Nord-Est dalla strada comunale S.Maria Zanneto lungo la curva livello di 275 m. s.l.m., sino al nucleo abitato di Ailano e da qui lungo la strada comunale del comune di Raviscanina sino a raggiungerlo; Sud dal confine col comune di Vairano Patenora.
Alvignano, l’area interessata è delimitata a: Nord dalla vicinale che collega masseria Melone con mass. la Vecchia; Est dal confine col comune di Ruviano; Sud dai confini con i comuni di Ruviano e Caiazzo; Ovest seguendo la curva di livello del monte Caracciolo, quota 108 m. s.l.m., fino alla strada SS. 158, poi seguendo il rio Tella fino a mass. Melone.
Baia e Latina, l’area interessata è delimitata a: Nord-Ovest dalla strada vicinale che staccandosi dalla prov. Dragoni-Baia e Latina collega mass. Burrelli a mass. le Morecine fino al confine com.le con Alife; Nord-Est dal confine col comune di Alife; Sud-Est dal confine col comune di Dragoni; Sud-Ovest dalla strada prov. Dragoni-Baia e Latina nel tratto dal confine con Dragoni fino a ponte Murato.
Caiazzo, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine col comune di Alvignano; Est dal confine col comune di Ruviano; Sud-Est dalla strada SS.78 Sannitica nel tratto da mass. Fasulo a mass. Pisciacchione; si segue poi la comunale per mass. Pietramarino- la Torre- mass. Santoro, da qui si segue la strada Caiazzo-Alvignano fino a mass. Pescara, proseguendo in direzione S.Pietro-Trappeto fino a Mondrone.
Capua, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine con i comuni di Vitulazio, Bellona e Pontelatone; Est dalla vicinale che dal Volturno porta a mass. Conte Mauro, da qui seguendo la SS. Sannitica N.87 in direzione c.da Mazzarella fino a S.Angelo in Formis; da qui, in direzione sud, seguendo la curva di livello, a quota 50 m.s.l.m., del monte Tifata fino al confine con S. Prisco; Sud dai confini con i comuni di S. Maria la Fossa, S. Tammaro, S. Maria C.V. e S. Prisco; Ovest dal confine col comune di Cancello Arnone.
Carinola, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine con Sessa A. lungo la SS Appia fino all’incrocio per Ventaroli, da qui seguendo la strda per S.Ianni, risalendo lungo la strada per Cappelle fino al confine con Teano; Est dai confini con i comuni di Teano e Francolise; Sud dalla Ciamprisco-Nocelleto-Carinola; Ovest dalla strada Carinola-Cascano.
Castel di Sasso, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine con il comune di Pontelatone e dalla strada Cisterna-Strangolagalli nel tratto mass. Adinolfi-S.Marco- Strangolagalli; Est dalla strada Strangolagalli-mass. Lombardi fino al confine con Piana di Caiazzo, seguendo poi questo confine (in direzione sud) fino alla strada Taverna Nuova-Piana di Caiazzo; Sud lungo la strada Taverna Nuova-Piana di Caiazzo nel tratto da mass. S.Berardino a mass. Castagna; Ovest dal confine col comune di Pontelatone.
Cellole, l’area interessata è delimitata a: Nord, Est e Ovest dal confine con il comune di Sessa Aurunca; a Sud-Ovest dalla SS n. 7-quater Domitiana fino ad incontrare il comune di Sessa Aurunca.
Conca della Campania, l’area interessata è delimitata a: Nord-Est con la SS 6 Casilina;
Nord-Ovest dal confine col comune di Mignano Montelungo; Ovest dal confine col comune di Galluccio; Sud a partire dal confine com.le con Galluccio in loc. Selva Seggi lungo la vicinale che porta a Vezzuola, loc. Pantanello, loc. Gli Stagli, loc. Viapiano; da qui lungo la strada Orchi-Tuoro di Teano fino al confine comunale con Tora e Piccilli.
Dragoni, l’area interessata è delimitata a: Nord-Ovest dal confine col comune di Baia e Latina; Nord-Est dal confine col comune di Alife; Sud-Est dalla SS. 158 nel tratto da ponte Margherita a loc.Pantano; Sud-Ovest dalla strada provinciale Dragoni-Baia e Latina, nel tratto loc.Pantano- confine com.le di Baia e Latina.
Falciano del Massico, l’area interessata è delimitata a: Nord-Ovest dalla strada Mondragone-Falcione del Massico fino al confine comunale con quest’ultimo; ad Est con il confine di Carinola; a Sud-Est dal confine con il comune di Mondragone.
Formicola, l’area interessata è delimitata a: Nord/Nord-Est dalla strada che collega Rocchetta e Croce a Fondola, Cavallari, Formicola fino in loc. mass. Campo ad incontrare il confine con Pontelatone; Sud dal confine col comune di Pontelatone; Ovest dai confini con i comuni di Giano Vetusto, Camigliano e Bellona.
Francolise, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine con i comuni di Teano e Sparanise; Est dal confine col comune di Sparanise; Sud dal confine con il comune di Cancello A. fino all’incrocio con la strada Brezza-S.Andrea-Pizzone-Ciamprisco, e dalla suddetta strada fino al confine con Carinola; Ovest dai confini con i comuni di Carinola e Teano.
Galluccio, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine con i comuni di Rocca d’Evandro e Mignano M.; Est dal confine col comune di Conca della Campania; Sud a partire dal confine con Conca della Campania dalla vicinale che congiunge loc. Madonna del Sorbello, Fortinelli, Spicciano e Fulighi; e dal confine col comune di Sessa Aurunca; Ovest dal confine col comune di Rocca d’Evandro.
Giano Vetusto, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine con il comune di Rocchetta fino all’incrocio con la strada comunale Selva a quota 275 m. s.l.m.; Nord-Est dalla strada comunale Selva e dalla strada comunale Capitolo fino al centro abitato di Giano. Si prosegue lungo la strada vicinale Fontana e per la strada comunale che collega Giano a Camigliano sino al confine amm.vo di tale comune; Sud-Ovest dai confini con i comuni di Pignataro e Pastorano; Ovest dal confine col comune di Calvi Risorta.
Maddaloni, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine col comune di Valle di Maddaloni; Est/Sud-Est dalla curva di livello, quota 200 m. s.l.m., del colle Castellone passando per mass. Garofalo, loc. la Crocella, e si chiude in corrispondenza della intersezione della via Sannitica con la strada che porta alla stazione ferroviaria di Maddaloni Inferiore; Ovest dalla curva di livello, quota 195 m. s.l.m., del monte S. Michele.
Marzano Appio, l’area interessata è delimitata a: Nord Ovest dal confine con i comuni di Tora e Piccilli e Presenzano; Est dal confine col comune di Vairano P.; Sud dal confine col comune di Caianello; Ovest dal confine col comune di Caianello, poi da Tuoro Casale dalla strada per Fragoni, Piedituoro, Mass. Vespasiano, Mass. Santi, Boiani, Ameglio, Centella, mass. Ciorlano fino alla SS.n.6 e proseguendo in direzione nord lungo la vicinale che costeggia la loc.Castagneto fino al confine col comune di Tora e Piccilli.
Mignano Montelungo, l’area interessata è delimitata a: Nord dalla strada ferrata, dal fiume Peccia fino a Vaco, poi dalla vicinale costeggiando loc. Romano fino alla SS Casilina; da qui lungo la curva di livello del monte Rotondo a quota 150 m. s.l.m. fino a mass. Porcaro; Est da mass. Porcaro lungo la curva di livello del monte Cavallo, monte Cesina, quota 200 m. s.l.m., e del colle Amato; Sud dai confini con i comuni di Conca della Campania e Galluccio; Ovest dal confine con Galluccio lungo la vicinale per Caspoli, la strada per Campo, Casale, loc.Teroni, di qui seguendo Fosso Camponi ed il Fosso del Lupo fino al confine regionale col Lazio.
Mondragone, l’area interessata è delimitata ad Ovest dalla strada che congiunge la località Masseria del Papa con la località Casino della Starza; di qui al confine Nord prosegue lungo la strada per Falciano del Massico, fino al relativo confine comunale; a Nord-Est dal confine con il comune di Falciano del Massico; a Sud dal canale Savane nel tratto compreso tra il confine con detto comune e la località Masseria del Papa.
Pietramelara, l’area interessata è delimitata a: Nord dalla strada Riardo-Pietramelara- Baia; Est dal confine col comune di Roccaromana; Ovest dal confine del comune di Riardo; Sud dalla curva di livello di 300 m. s.l.m. sino a località Ceraselle e da qui sino alla località di Valle di Trabucco, lungo la curva di livello di 400 m. s.l.m., quindi lungo la strada comunale tra Pietramelara ed il comune di Rocchetta, in direzione di quest’ultimo a quota 500 m. s.l.m. e infine, lungo la curva di livello di 300 m. s.l.m. fino al confine con il comune di Riardo.
Pietravairano, l’area interessata è delimitata a: Nord-Ovest dal confine col comune di Vairano P.; Nord-Est: dai confini con i comuni di Raviscanina, S. Angelo d’Alife; Sud-Est dal confine con i comuni di Pietramelara, Roccaromana, Baia e Latina; dal confine col comune di Baia e Latina -in loc.Santoianni- si segue la vicinale a quota 133 m.s.l.m. per mass.
Vaccareccia, questa costeggia il bosco di monte Fossato, per raggiungere poi mass.Brunori, mass.Starze, loc.Puglianello, loc.Bocca della Petrosa, infine costeggia monte Monaco fino ad incontrare il confine col comune di Pietramelara; Sud dal confine con i comuni di Riardo e Pietramelara.
Pontelatone, l’area interessata è delimitata a: Nord-Ovest dal confine col comune di Formicola; Est partendo dal confine con Formicola seguendo la strada per Savignano- Casalicchio, da qui lungo la vicinale per mass. Corterosa, poi lungo la curva di livello del monte Nizzola, quota 130 m. s.l.m, .fino a Prea; da Prea a Cisterna si segue il confine con comune di Castel di Sasso; da Cisterna si segue la strada per mass. Aia Vecchia-mass. Adinolfi fino ad incontrare nuovamente e seguire (verso sud) il confine comunale di Castel di Sasso fino a mass. Castagna; Sud dalla strada che, proveniente dalla Fagianeria congiunge mass.
Castagna-Taverna Nuova-mass. Uranno fino al confine con Bellona; Ovest dal confine con i comuni di Bellona e Camigliano.
Pratella, l’area interessata è delimitata a: Nord dalla strada che collega la località mass. Quattro Stradoni con località Mastrati per poi proseguire per il vallone che costeggia il colle di Mastrati sino al crinale del Monte Cappella a quota 650 m. s.l.m., continuando lungo il vallone Rava della Stella fino in prossimità dell’abitato di Pratella ed infine verso località Colle Pizzuto sino al confine del comune di Ailano; Sud-Est dal confine del comune di Ailano; Sud dal confine col comune di Vairano-Patenora; Ovest dai confini con i comuni di Sesto Campano e Presenzano.
Presenzano, l’area interessata è delimitata a: Nord-Ovest dalla strada comunale che parte dal km 164 della SS N. 6 Casilina sino alla località mass. Quercia al centro abitato di Presenzano, per poi seguire la curva di livello di 300 m. s.l.m., sino alle condotte della centrale idroelettrica di Presenzano e da qui lungo la curva di livello di 200 m. s.l.m. fino al confine comunale di Sesto Campano; Nord-Est dai confini con i comuni di Sesto Campano e Pratella;
Est/Sud-Est dal confine col comune di Vairano P.; Sud dal confine col comune di Marzano Appio; Sud-Ovest dal confine col comune di Tora e Piccilli.
Rocca d’Evandro, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine regionale con il Lazio (comune di Cassino); Est dal confine col comune di Mignano M., seguendo poi il fiume Peccia fino alla vicinale che porta a loc. Colli e da qui a Rocca d’Evandro; da qui lungo la strada vicinale per Campolongo, Cucuruzzo, loc. Campanara fino al confine con Galluccio; Sud dal confine col comune di Sessa Aurunca; Ovest dal confine regionale con il Lazio (comuni di Castelforte, S. Andrea, S. Ambrogino, S. Apollinare).
Roccamonfina, l’area interessata è delimitata a: Nord dalla strada Fontanafredda- S.Domenico-Roccamonfina-Tavola-Tuoro di Tavola; Est dal confine col comune di Marzano Appio, poi dalla vicinale Tuoro di T.-Garofali fino ad incontrare e seguire il confine con il comune di Teano; Sud dalla vicinale che staccandosi dal confine con Teano in loc. Cambre giunge, lambendo il monte Torrecastiello fino a loc. mass. Perrotta; da qui segue il confine comunale con Sessa A. fino a loc. “le Forche”; Ovest dalla vicinale che congiunge “le Forche”-m. di Sotto-Fontanafredda.
Roccaromana, l’area interessata è delimitata a: Est e Sud dal confine amministrativo, al 1994, della Comunità Montana Monte Maggiore; Ovest dal confine col comune di Petramelara.
Ruviano, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine col comune di Alvignano; Est dalla vicinale che collega mass. Franco a loc. Ponte Nuovo; Sud-Est dalla strada SS. 87 Sannitica nel tratto Ponte Nuovo-Mass. Fasulo; Ovest dal confine con i comuni di Alvignano e Caiazzo.
S. Pietro Infine, l’area interessata è delimitata a: Nord-Est dal confine amm.vo, al 1994, della Comunità Montana Monte S. Croce; Sud dal confine col comune di Mignano M.; Nord- Ovest dal confine regionale con il Lazio (comune di S. Vittore).
Sessa Aurunca, l’area interessata è delimitata a: Nord-Ovest dal confine regionale col Lazio; Nord-Est dal fiume Garigliano in loc. Taverna Vecchia lungo la mulattiera TavernaV.- mass. Tonda, Aconursi, Corigliano; da Corigliano lungo la strada che congiunge Corigliano-Li Paoli- Fontanaradina-Ponte; Est dalla strada che congiunge Ponte-Sessa A. fino all’incrocio con la SS. Appia in loc. S.Rocco; Sud dalla strada che staccandosi dalla SS. Appia raggiunge la frazione Avezzano e prosegue verso le frazioni Corbello, Carano e Piedimonte Massicano, fino all’incrocio con la SS n. 7-quater Domiziana, da qui il confine Ovest prosegue lungo la medesima SS n. 7-quater Domiziana fino al confine con il comune di Cellole.
Tora e Piccilli, l’area interessata è delimitata a: Nord-Ovest dal confine con il comune di Conca della Campania; Nord-Est dal confine col comune di Presenzano; Sud dalla strada Conca della Campania-Tuoro di Teano-Piccilli fino a loc.Convento S. Antonio; poi lungo la vicinale che da Convento S. Antonio raggiunge Piccilli; da qui lungo la strada che da Piccilli lambisce loc. Fontana Caponi, e poi lungo la vicinale che raggiunge il confine di Marzano Appio.
Vairano Patenora, l’area interessata è delimitata a: Nord dai confini con i comuni di Pratella e Ailano; Est dal confine con il comune di Pietravairano, poi da mass. S. Pasquale segue la strada per Cirelli, Marzanello, Acquarelli; da qui segue la vicinale per loc. il Palazzone, loc. Cava, contrada Pizzomonte fino a costeggiare l’abitato di Vairano P.; da qui segue la strada per Greci fino a loc. Marcone; da loc. Marcone segue la curva di livello, quota 144 m. s.l.m., costeggiando mass. Pacchiadiello, mass. del Parco, mass. Ferraro, loc. Falso Piano, fino a Scafa di Vairano; da qui lungo il tratturo, a quota 112 m. s.l.m., fino ad incontrare il confine col comune di Ailano; Sud dal confine con i comuni di Pietravairano e Riardo; Ovest dai confini con i comuni di Caianello, Marzano Appio, Presenzano.
Valle di Maddaloni, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine col comune di Caserta; Est dal confine amm.vo con la Provincia di Benevento fino alla strada pedemontana che collega mass. Benzi a mass. Papa; Sud-Est dalla pedemontana mass. Pepe-mass. Benzi in direzione loc. Molino; poi dalla curva di livello del monte Airola, quota 200 m. s.l.m., fino alla intersezione col confine con Maddaloni; Sud dal confine col comune di Maddaloni; Nord-Est a partire dal confine con Maddaloni lungo la curva di livello, quota 195 m. s.l.m., della dorsale monte Calvi, monte Manio, fino da incontrare il confine con il comune di Caserta.
Villa Literno, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine col comune di Cancello Arnone; Est dai confini con i comuni di Casal di Principe e S. Cipriano d’Aversa; Sud dal confine col comune di Qualiano; Ovest dalla strada di bonifica proveniente dal lago Patria, che a partire da loc. Scorza di Radice, in direzione nord incrocia le provinciali Trentola-Ischitella in loc. “le Trenta moggia”, e Villa Literno-Domitiana in loc. “Giardino”, fino al raggiungimento dei Regi Lagni, al confine con comune di Cancello Arnone.
Provincia di Napoli
Comuni interamente interessati: Acerra, Brusciano, Caivano, Calvizzano, Castello di Cisterna, Marano di Napoli, Mariglianella, Marigliano, Mugnano di Napoli, Nola, Pomigliano d’Arco, Qualiano, Quarto, Saviano, S. Antimo, S. Vitaliano, Villaricca.
Comuni parzialmente interessati:
Bacoli, l’area interessata è delimitata a: Nord dalla Masseria Strigari; Est dalle Masserie Baccalà, Coppola e Salemme; Sud dalla C. Scamardella proseguendo per la cava di tufo; Ovest dalla loc. Trippitello e dal Castello di Baia.
Cercola, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine con i comuni di Volla e Pollena-Trocchia; Est dal confine col comune di Pollena Trocchia; Sud dal confine con il comune di Massa di Somma; Ovest dal confine col comune di S. Sebastiano al Vesuvio, dalla strada che congiunge Massa di Somma a S. Sebastiano al Vesuvio e dal confine col comune di Napoli.
Giugliano, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine amm.vo con la Provincia di Caserta; Est dai confini con i comuni di S.Antimo, Melito, Mugnano, Villaricca, Qualiano, Frazione di Villaricca e Quarto; Sud dal confine col comune di Pozzuoli; Ovest il limite è costituito dal Canale Vico Patria, dal punto in cui incontra il confine con la provincia di Caserta fin dove incrocia la Tangenziale di Napoli; dalla Tangenziale di Napoli, dal punto in cui incontra il canale suddetto al quadrivio di Patria; dalla Circumvallazione Esterna di Napoli dal quadrivio di Patria fino all’incrocio con la via Domitiana; dalla stessa via Domitiana, dall’incrocio con la Circumvallazione di Napoli, in direzione sud, fino al punto in cui la stessa incrocia la via Madonna di Pantano in località Licola.
Massa di Somma, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine con il comune di Cercola; Est dal confine con Pollena T. fino alla SS n. 268; Sud dalla SS n. 268; Ovest dal confine con il comune di S. Sebastiano al Vesuvio.
Ottaviano, l’area interessata è delimitata a: Nord ed Est dal confine con i comuni di Nola e S. Gennaro Vesuviano; Sud dal confine con il comune di S. Giuseppe Vesuviano; Ovest dalla statale n. 268 variante del Vesuvio e dal confine col comune di Somma Vesuviana.
Napoli, la prima area interessata è delimitata a: Nord dal confine con i comuni di Marano e di Quarto; Est dalla strada provinciale Marano-Pianura; Sud da via Pallucci, via Provinciale Pianura fino al confine con il comune di Pozzuoli; Ovest dal confine col comune di Pozzuoli. La seconda area interessata confina a: Nord con il confine del comune di Mugnano di Napoli passando per via Cupa della Filanda proseguendo in direzione Sud-Est per via Piedimonte d’Alife, via Vicinale Vecchia Miano-Piscinola, in direzione Sud per via Miano, in direzione Est per viale Colli Aminei, via M. Pietravalle, in direzione Sud per via Pansini, via Montesano, in direzione Nord per via G. Quagliariello, strada comunale Santa Croce ad Orsolone, via Cupa della Paradina, strada comunale Margherita, Cupa 1° Vrito sino ad incontrare il comune di Marano di Napoli.
Pollena Trocchia, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine con i comuni di Volla e Casalnuovo; Est dal confine con il comune di S. Anastasia; Sud dalla statale n. 268 variante
del Vesuvio; Ovest dal confine con il comune di Massa di Somma.
Pozzuoli, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine col comune di Quarto; Est dal confine col comune di Napoli; Sud il limite è costituito da via Cofanara, dal punto in cui incontra il confine con il comune di Napoli fino alla sua immissione in via Pietrarsa; da via Pietrarsa fino alla sua immissione in via S. Vito; da via S. Vito fino alla sua immissione sulla via Campana all’altezza del raccordo della Tangenziale di Napoli; Ovest da via Campana dall’incrocio con il raccordo della Tangenziale di Napoli fino al confine col comune di Quarto.
S. Anastasia, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine con i comuni di Casalnuovo e Pomigliano; Est dal confine col comune di Somma Vesuviana; Sud dalla strada statale n. 268 variante del Vesuvio; Ovest dal confine col comune di Pollena Trocchia.
S. Giuseppe Vesuviano, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine col comune di Ottaviano; Est dal confine con i comuni di S. Gennaro V. e Poggiomarino; Sud dal confine con i comuni di Poggiomarino e Terzigno; Ovest dalla statale n. 268 variante del Vesuvio.
S. Sebastiano al Vesuvio, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine col comune di Cercola; Est dal confine con Massa di Somma; Sud ed Ovest dalla statale n. 268 variante del Vesuvio.
Somma Vesuviana, l’area di interesse è delimitata a: Nord-Ovest dal confine con i comuni di Castello di Cisterna e Brusciano; Nord dal confine con i comuni di Mariglianella e Marigliano; Est dal confine con i comuni di Scisciano, Saviano, Nola e Ottaviano; Sud dalla strada statale n. 268 variante del Vesuvio; Ovest dal confine col comune di S. Anastasia.
Provincia di Salerno
Comuni interamente interessati: Bellizzi, Montecorvino Pugliano.
Baronissi, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine comunale con Fisciano – tratto che, partendo dal km. 10 della SS n. 88, costeggia Bolano fino a giungere poco sopra Orignano-; Est dalla strada che da sopra Orignano costeggia Caprecano e Fusara; Sud dalla curva di livello che da Fusara costeggia Ervanita, Vissiniello, quindi da strada che attraversa Aiello giunge sulla SS n. 88 tra il km 6 e il km 7; Ovest dalla strada che, partendo dalla statale
n. 88, nei pressi di Acquamela, attraversa Saragnano, Capo Saragnano, Casa Napoli, si immette sulla SS 88 all’altezza di Baronissi fino a giungere al confine comunale con Fisciano.
Battipaglia, l’area interessata è delimitata a: Sud, partendo dal punto nei pressi del podere S. Donato, dal fiume Tusciano che passa sotto Cifariello, si immette, prima di Fosso, sulla strada che attraversa Tavernola, Tenente Santa Lucia, S. Lucia inferiore, risale fino a S. Lucia superiore, si immette sulla SS n. 18 tra il km 76 e il km 77, risale lungo la SS 18 fino al km 73, prosegue verso Battipaglia che costeggia immettendosi sulla SS n. 19 tra il km 1 e il km 2 fino al confine con il comune di Eboli dopo il km 3 della SS 19; Est lungo il confine con il comune di Eboli fino all’intersezione dei comuni di Eboli e Olevano; Nord lungo il confine con il comune di Olevano e di Montecorvino Rovella fino all’intersezione tra i comuni di Montecorvino R., Bellizzi e Battipaglia; Ovest lungo il confine con il comune di Bellizzi e poi di Pontecagnano lungo il torrente Lama fino ad immettersi nel fiume Tusciano.
Campagna, l’area interessata è delimitata a: Nord dal punto di intersezione tra la SS n. 91 al km 126 e la strada prov.le proveniente da Verticelli e Rofigliani in corrispondenza di Quadrivio; Ovest dalla SS n. 91 da Quadrivio fino al confine del comune di Eboli e da questo fino all’intersezione dei comuni di Eboli, Serre e Campagna sul fiume Sele nei pressi della piana di Vicario; Sud dal fiume Sele attraverso il Ponte Sele lungo la strada che immette alla località Verticelli; Est da località Verticelli lungo la strada provinciale fino a loc. Quadrivio.
Eboli, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine con il comune di Olevano al di sotto di Monticelli dalla strada che passando al di sopra di Vallone del Lupo costeggia Melito, Tranna e giunge ad Eboli si immette alla SS n. 19 tra il km 8 e il km 9, si immette sulla SS 91 sino al confine con il comune di Campagna; Est dal confine con il comune di Campagna sino all’intersezione dei comuni di Campagna, Serre ed Eboli; Sud dal confine con Serre lungo il fiume Sele da cui, all’altezza di Lagaro, si immette sulla strada in direzione Le Chiuse che, poi, attraversa Masseria Rosale di sopra e le Canoniche fino a Consiglio, da qui costeggiando Scorziello di sotto, giunge nei pressi della Cava di Rena; Ovest da Cava di R. lungo la strada che costeggia la Francesia fino alla SS 19 in cui si immette all’altezza del km 5 per poi ripiegare sempre lungo la SS 19 fino al confine con il comune Battipaglia che segue fino al confine con Olevano.
Fisciano, l’area interessata è delimitata a: Sud dal confine comunale con Baronissi, dal tratto che partendo dal km 10 della SS n. 88 costeggia Bolano fino a giungere a Orignano; Ovest dal confine comunale con Mercato S. Severino; Nord dal confine comunale con Montoro Inferiore da Piazza di Pandola sino al confine con Mercato S. Severino; Est dalla strada che partendo da Orignano costeggia Penta, Fisciano, Carpineto, Villa, Pizzolano, Madonna del Soccorso fino al confine con Montoro Inferiore.
Giffoni Sei Casali, l’area interessata è delimitata a: Nord dalla strada provinciale che da S. Cipriano Picentino passa per Prepezzano, Capitignano, fino al confine con il comune di Giffoni Valle Piana; Est dal confine con il comune di Giffoni Valle Piana; Sud dal confine con il comune di Giffoni Valle Piana lungo il fiume Picentino; Ovest dal confine con il comune di S. Cipriano Picentino.
Giffoni Valle Piana, l’area interessata è delimitata a: Nord dalla strada provinciale che da Capitignano passando per Mercato S.S. fino al confine con il comune di Montecorvino R.; Est dal confine con il comune di Montecorvino R. fino all’intersezione dei confini tra il comune di Montecorvino Pugliano, di Montecorvino R. e di Giffoni V. P.; Sud dal confine con Montecorvino P., di Pontecagnano fino al punto in cui si intersecano i confini dei comuni di Giffoni V.P., di Salerno e di Pontecagnano; Ovest dal suddetto punto di intersezione, dal confine con Salerno, di S. Cipriano (lungo il fiume Picentino) e di Giffoni Sei Casali.
Mercato S. Severino, l’area interessata è delimitata a: Sud dalla strada provinciale che partendo tra il km.11 e km.12 della statale n. 88 costeggia le frazioni di Corticelle e Spiano; Ovest dalla strada provinciale che da Spiano prosegue per Oscato, Curteri, Mercato S. Severino, Pandola, Acigliano fino al confine con il comune di Montoro Inferiore; Nord dal confine con il comune di Montoro Inferiore -tra il km 16 e 17 della SS n. 88-; Est confine con il comune di Fisciano.
Montecorvino Rovella, l’area interessata è delimitata a: Nord dalla strada provinciale che da Montecorvino Rovella arriva al confine con il comune di Olevano sul Tusciano; Ovest dal confine con il comune di Montecorvino Pugliano e di Giffoni Valle Piana; Sud dal confine con il comune di Bellizzi e, poi, di Battipaglia fino all’intersezione con il comune di Bellizzi, Montecorvino P. e Montecorvino R.; ad Est dal confine con il comune di Olevano sul Tusciano fino all’intersezione dei confini di Olevano, Battipaglia e Montecorvino R..
Olevano sul Tusciano, l’area interessata è delimitata a: Nord dalla strada provinciale che dal confine con il comune di Montecorvino Rovella arriva fino alla frazione di Salitto; Est dalla strada provinciale che da Salitto, passando per frazione Monticelli, e per un tratto del confine con Eboli arriva al confine con il comune di Battipaglia; Ovest dal confine con il confine di Montecorvino Rovella; Sud dal confine con Battipaglia.
Pontecagnano Faiano, l’area interessata è delimitata a: Nord dal confine col comune di Giffoni Valle Piana; Est dal confine con il comune di Bellizzi e poi di Montecorvino Pugliano fino all’intersezione dei confini di Montecorvino P., Giffoni V.P. e Pontecagnano; Ovest dal confine con il comune di Salerno e, salendo, dal confine con il comune di Giffoni Valle Piana fino alla linea ferroviaria FFSS, segue tale linea ferroviaria immettendosi sulla strada che va in direzione della litoranea, attraversando la C.da Fra Diavolo quindi prosegue parallelamente alla litoranea a partire da Piantanova in direzione Picciola e del confine con Battipaglia sul fiume Tusciano al podere S. Donato; Sud dal confine con Battipaglia.
Salerno, l’area interessata è delimitata a: Nord dall’intersezione del confine tra il comune di S. Cipriano Picentino, Giffoni Valle Piana e Salerno; Ovest da tale punto lungo la strada provinciale che passa per Staglio e giunge a Fuorni; Sud dalla statale n.18 -km 61/62- da Fuorni sino al confine con il comune di Pontecagnano Faiano; Est dal confine con Pontecagnano con il comune di Giffoni V.P. sino al punto di intersezione sopra menzionato.
S. Cipriano Picentino, l’area interessata è delimitata a: Sud dalla strada provinciale che costeggia Porte di Ferro, Contrada Alfani fino al confine con S. Mango Piemonte; Ovest dalla strada provinciale che da S. Mango Piemonte costeggia la frazione di Pezzano fino a S. Cipriano Picentino; Nord fino al confine con il comune di Giffoni Sei Casali; Sud-Est dal confine con il comune di Giffoni Valle Piana lungo il fiume Picentino.
S. Mango Piemonte, l’area interessata è delimitata a: Ovest ed a Sud dal confine con il comune di Salerno lungo il Rio Sordina; Est confine con il comune di S. Cipriano Picentino fino all’intersezione con il comune di Salerno; Nord dalla strada provinciale che dal confine con Salerno, sopra Sordina, attraversa S. Mango e giunge fino al confine con S. Cipriano.

Articolo 4.
Le condizioni e i sistemi di coltivazione dei meleti destinati alla produzione della I.G.P.
“Melannurca Campana” tradizionalmente attuati nel comprensorio tendono ad ottenere produzioni di qualità e, in special modo per i nuovi impianti, atti a non modificare le specifiche caratteristiche qualitative dei frutti.
Nei meleti è ammessa la presenza di altre varietà di melo, oltre l’Annurca e l’Annurca Rossa del Sud, ai fini di idonea impollinazione, nella misura massima del 10% delle piante.
Oltre al Franco di melo e alle forme di allevamento “a vaso a pieno vento”, sono considerati idonei anche i portinnesti clonali e le forme di allevamento “a parete” o obbligate (palmetta, fusetto, e forme simili), con un numero di piante per ettaro variabile, ma comunque mai superiore a 1200 piante /Ha.
La produzione unitaria massima consentita di mele aventi diritto alla I.G.P. “Melannurca Campana”, pur con le variabili annuali in funzione dell’andamento climatico, è fissata in 33 tonnellate ad ettaro.
Fermo restando il limite massimo sopra indicato, la resa per ettaro di un meleto in coltura promiscua dovrà essere calcolata in rapporto alla superficie effettivamente investita a melo.
L’acqua di irrigazione deve presentare valori di salinità non superiori a 1,1 ECW; non è ammesso il diradamento chimico dei frutti.
La raccolta dei frutti dalla pianta deve essere effettuata a mano.
Successivamente alla raccolta, al fine di completare la colorazione rossa dei frutti, questi vengono posti in “melai” costituiti da piccoli appezzamenti di terreno, sistemati adeguatamente in modo da evitare ristagni idrici, di larghezza non superiore a metri 1,50 su cui sono stesi strati di materiale soffice vario. I frutti sono disposti su file esponendo alla luce la parte meno arrossata, i melai sono protetti dall’eccessivo irraggiamento solare con apprestamenti di varia natura.
Le operazioni di arrossamento sono obbligatorie per entrambe le varietà.
Non sono ammessi trattamenti fitosanitari alle mele durante la fase di arrossamento.
Le operazioni di raccolta e di arrossamento dei frutti vanno completate entro il 15 dicembre.
Le mele raccolte devono presentarsi sane, indenni da attacchi parassitari, prive di residui antiparassitari, come per legge e di sapori estranei.

Articolo 5.
Gli impianti idonei alla produzione della I.G.P. “Melannurca Campana” sono iscritti nell’apposito Elenco, attivato, tenuto e aggiornato da un apposito organismo di controllo, che risponda ai requisiti di cui alle vigenti norme in materia; questi è tenuto a verificare, attraverso opportuni sopralluoghi, la sussistenza delle condizioni tecniche e dei requisiti richiesti per l’iscrizione all’elenco di cui sopra.
Qualora l’iniziativa di tenere un analogo Elenco sia già stata assunta, per altri scopi da un soggetto pubblico, l’organismo di controllo potrà avvalersi delle informazioni e delle risultanze dei relativi accertamenti in esso contenute.
L’accertamento della sussistenza delle condizioni tecniche di idoneità delle produzioni ed i relativi controlli, di cui all’art.10 del Regolamento CEE 2081/1992, saranno comunque effettuati dall’organismo di controllo all’uopo designato.
Le strutture di condizionamento del prodotto devono risiedere operativamente nel territorio delimitato nell’art. 3 ed essere iscritte in altro apposito Elenco, tenuto ed aggiornato dall’organismo di controllo, secondo le modalità di cui al primo comma.

Articolo 6.
All’atto dell’immissione al consumo, il prodotto, allo stato fresco, ammesso a tutela deve avere le seguenti caratteristiche:
Per la varietà “Annurca”:
forma del frutto: appiattita-rotondeggiante o tronco conico breve, simmetrica o leggermente asimmetrica;
dimensioni: 60 mm di diametro ed un peso di 100 g. a frutto (valori minimi ammessi), nel caso sia prodotto su Franco è ammesso un diametro di 55 mm ed un peso di 80 g. a frutto (valori minimi ammessi);
buccia: di medio spessore o spessa; di colore, alla raccolta, giallo-verdastro con striature rosse sul 50-80% della superficie e con sovraccolore rosso sul 90-100% della superficie dopo il periodo di arrossamento a terra; nel caso sia prodotto su Franco è ammessa una buccia di medio spessore o spessa, di colore, alla raccolta, giallo-verdastro con striature rosse sul 40-70% della superficie e con sovraccolore rosso sul 85-95% della superficie dopo il periodo di arrossamento a terra;
epidermide: liscia, cerosa, con piccole lenticelle numerose ma poco evidenti, mediamente rugginosa, in particolare nella cavità peduncolare;
polpa: bianca, molto compatta, croccante, mediamente dolce-acidula, abbastanza succosa, aromatica e profumata, di ottime qualità gustative;
resistenza alle manipolazioni: ottima;
durezza al penetrometro (con puntale di 11 mm): alla raccolta: 8,5 kg; a fine conservazione: 5 kg (valori minimi ammessi); nel caso sia prodotto su Franco è ammessa una durezza al penetrometro alla raccolta di 9 kg e a fine conservazione 5 kg (valori minimi ammessi);
residuo refrattometrico: alla raccolta 11,5°Bx; a fine conservazione 12°Bx (valori medi);
acidità titolabile: alla raccolta 9,0 meq/100 ml di succo; a fine conservazione 5,6 meq/100 ml di succo (valori minimi ammessi).
Per la varietà “Rossa del sud”:
forma del frutto: appiattita-rotondeggiante o tronco conico breve, simmetrica o leggermente asimmetrica;
dimensioni: 60 mm di diametro ed un peso di 100 g. a frutto (valori minimi ammessi);
buccia: di medio spessore, di colore giallo con sovraccolore rosso sul 90-100% della superficie;
epidermide: liscia, cerosa, con piccole lenticelle numerose ma poco evidenti, con tracce di rugginosità, in particolare nella cavità peduncolare;
polpa: bianca, compatta, croccante, mediamente dolce-acidula e succosa, aromatica e profumata, di buone qualità gustative;
resistenza alle manipolazioni: ottima;
durezza al penetrometro: (con puntale di 11 mm): alla raccolta: 8,5 kg; a fine conservazione: 5 kg (valori minimi ammessi);
residuo refrattometrico: alla raccolta 12°Bx; a fine conservazione 12,5°Bx (valori medi);
acidità titolabile: alla raccolta 7,7 meq/100 ml di succo; a fine conservazione 5,0 meq/100 ml di succo (valori minimi ammessi).

Articolo 7.
L’immissione al consumo della “Melannurca Campana” deve avvenire solo con il logotipo di seguito descritto, in abbinamento inscindibile con la Indicazione Geografica Protetta e solo se il prodotto risulta confezionato nel rispetto delle norme generali e metrologiche del commercio ortofrutticolo.
Il logotipo della “Melannurca Campana” (IGP) è il seguente: una mela stilizzata su fondo bianco, il cui bordo inferiore e il superiore sinistro sono rossi, mentre il superiore destro è verde (e non chiude la mela); la mela è sormontata dal picciolo verde e da una foglia bianca bordata di verde; nel corpo della mela è riportata la sigla I.G.P. in nero. Il bordo esterno superiore del logotipo è di colore rosso ed internamente riporta la scritta “Melannurca Campana” in bianco; il bordo esterno inferiore è di colore bianco e, a seconda dei casi, riporta la dicitura varietale “Annurca” o “Rossa del Sud”. I colori, di riferimento sono: rosso pantone 485 C; verde pantone 348 C; per la scritta I.G.P.: Pantone, Process, Black C.
Sulle confezioni contrassegnate ad I.G.P., o sulle etichette apposte sulle medesime, devono essere riportate, in caratteri di stampa chiari, indelebili, delle medesime dimensioni e nettamente distinguibili da ogni altra scritta, le seguenti indicazioni:
a) la dicitura “MELANNURCA CAMPANA”, immediatamente seguita dall’indicazione varietale “ANNURCA” o “ROSSA DEL SUD”.
Nello spazio immediatamente sottostante deve comparire la menzione “INDICAZIONE GEOGRAFICA PROTETTA” (o la sua sigla I.G.P.);
b) il nome, la ragione sociale, e l’indirizzo dell’azienda confezionatrice e/o produttrice;
c) la quantità di prodotto effettivamente contenuta nella confezione, espressa in conformità alle norme merceologiche vigenti.
All’Indicazione Geografica Protetta, di cui all’art. 1 è vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione aggiuntiva diversa da quelle previste dal presente disciplinare, ivi compresi gli aggettivi: tipo, gusto, uso, selezionato, scelto, fine extra, superiore e similari.
E’ altresì vietato utilizzare nomi di varietà diverse da quelle espressamente previste nel presente disciplinare di produzione.
E’ tuttavia consentito l’uso di indicazioni che facciano riferimento ad aziende, nomi, ragioni sociali, marchi privati, consorzi, non aventi significato laudativo e non siano stati tali da trarre in inganno l’acquirente. Tali indicazioni potranno essere riportate in etichetta con caratteri di altezza e di larghezza non superiori alla metà di quelli utilizzati per indicare l’Indicazione Geografica Protetta.
I prodotti trasformati potranno utilizzare, nella designazione degli ingredienti il riferimento alla denominazione a patto che:
1) i frutti utilizzati siano esclusivamente quelli conformi al presente disciplinare ad eccezione dei valori di calibratura e di residuo refrattometrico che possono essere inferiori a quelli dell’art. 6, ma mai al di sotto dei 50 mm per la calibratura e dei 10,5° Bx per il residuo;
2) sia esattamente indicato il rapporto ponderale tra la quantità utilizzata della I.G.P. Melannurca Campana e quantità di prodotto elaborato ottenuto;
3) venga dimostrato l’utilizzo della I.G.P. Melannurca Campana mediante l’acquisizione delle ricevute di produzione rilasciate dai competenti organi;
4) gli utilizzatori del prodotto a Indicazione Geografica Protetta siano autorizzati dai titolari del diritto di proprietà intellettuale conferito dalla registrazione della I.G.P. riuniti in Consorzio incaricato alla tutela dal Ministero delle politiche agricole. Lo stesso Consorzio incaricato provvederà anche ad iscriverli in appositi registri ed a vigilare sul corretto uso della Indicazione Geografica Protetta. In assenza di un Consorzio di tutela incaricato le predette funzioni saranno svolte dal Mipaf in quanto autorità nazionale preposta all’attuazione del Reg. (CEE) 2081/92.

Fonte: Agraria.org

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Melannurca Campana I.G.P. - per la foto si ringrazia

Melannurca Campana I.G.P. – per la foto si ringrazia

 

Nocciola di Giffoni – I.G.P.

Zona di produzione

L’area di produzione della “Nocciola di Giffoni” IGP è concentrata nel salernitano, soprattutto nella valle dell’Irno e nella zona dei Monti Picentini dove sono ubicati i 12 comuni interessati che sono: Acerno, Baronissi, Calvanico, Castiglione del Genovesi, Fisciano, Giffoni Sei Casali, Giffoni Valle Piana, Montecorvino Pugliano, Montecorvino Rovella, Olevano sul Tusciano, S. Cipriano Picentino, S. Mango Piemonte.

Caratteristiche

Le caratteristiche distintive della “Nocciola di Giffoni” IGP sono rappresentate: dalla forma perfettamente rotondeggiante del seme (che è la nocciola sgusciata), che ha polpa bianca, consistente, dal sapore aromatico, e dal perisperma (la pellicola interna) sottile e facilmente staccabile. E’ inoltre particolarmente idonea alla tostatura, alla pelatura e alla calibratura, anche per la pezzatura media e omogenea del frutto. Per queste sue caratteristiche pregiate essa è particolarmente adatta alla trasformazione industriale ed è pertanto fortemente richiesta dalle industrie per la produzione di pasta e granella, nonché, come materia prima, per la preparazione di specialità dolciarie di grande consumo.

Disciplinare di produzione – Nocciola di Giffoni IGP

Articolo 1.
L’indicazione geografica protetta “Nocciola di Giffoni” è riservata ai frutti che
rispondono alle condizioni ed ai requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
L’indicazione “Nocciola di Giffoni” designa esclusivamente il frutto del biotipo corrispondente alla cultivar di nocciolo “Tonda di Giffoni”, prodotto nel territorio definito nel successivo art. 3.

Articolo 3.
La zona di produzione comprende la parte del territorio della provincia di Salerno atta alla coltivazione di tale nocciolo e comprende l’intero territorio dei seguenti comuni: Giffoni Valle Piana, Giffoni Sei Casali, San Cipriano Picentino, Fisciano, Calvanico, Castiglione del Genovesi, Montecorvino Rovella nonché parzialmente i seguenti comuni: Baronissi, Montecorvino Pugliano, Olevano sul Tusciano, San Mango Piemonte, Acerno.

Articolo 4.
Le condizioni ambientali di coltura dei noccioleti destinati alla produzione della “Nocciola di Giffoni” sono quelle tradizionali della zona, atte a conferire al prodotto le specifiche caratteristiche. I sesti e le distanze di impianto e le forme di allevamento utilizzabili sono quelli generalmente usati nella zona interessata, riconducibili alle coltivazioni cosiddette a “cespuglio policaule” (ceppaia), al “vaso cespugliato” e ad “alberello”, con una densità per ettaro non superiore a 660 piante. Sono ammesse anche forme di allevamento diverse e cioè: la “siepe” (cespuglio binato) e la “Y”, condotte nel rispetto delle caratteristiche proprie del prodotto.
In ogni caso non può essere superato il limite di 1.000 piante ad ettaro.
Negli impianti è ammessa la presenza di varietà di nocciolo diverse dalla “Tonda di Giffoni”, nella misura massima del 10% per consentire una adeguata impollinazione.
La produzione unitaria massima è di q.li 40 ad ettaro.
La eventuale conservazione dei frutti designabili con la indicazione geografica protetta “Nocciola di Giffoni” deve avvenire in locali idonei, in quanto rispondenti alle norme igieniche vigenti, e in grado di garantire condizioni di umidità ed areazione adeguate.

Articolo 5.
I noccioleti idonei alla produzione della “Nocciola di Giffoni” sono inseriti in apposito Albo attivato, aggiornato e pubblicato ogni anno.
Copia di tale Albo viene depositata presso tutti i Comuni compresi nel territorio di produzione. La prova dell’origine, inoltre, è comprovata attraverso la tenuta di registri di produzione e la denuncia tempestiva delle quantità prodotte.

Articolo 6.
La “Nocciola di Giffoni” all’atto dell’immissione al consumo deve avere le seguenti caratteristiche:
forma della nucula: subsferica;
dimensioni della nucula: medie, con calibri non inferiori a 18 mm;
guscio: di medio spessore (1,11-1,25mm), presenta colore nocciola più o meno intenso con striature color marrone più scuro;
seme: di forma subsferica, con rara presenza di fibre, calibro non inferiore a 13 mm; ottima pelabilità, non inferiore all’85%;
polpa: di colore bianco, consistente e aromatica;
resa alla sgusciatura: non inferiore al 43%;
umidità relativa al seme dopo l’essiccazione: non superiore al 6%.

Articolo 7.
La commercializzazione della “Nocciola di Giffoni”, ai fini dell’immissione al consumo, deve essere effettuata dopo apposito confezionamento che consenta di apporre un eventuale specifico contrassegno. In tutti i casi i contenitori debbono essere sigillati in modo tale da impedire che il contenuto possa essere estratto senza la rottura del contenitore stesso.
Il confezionamento deve essere effettuato secondo le seguenti modalità:
a) per prodotto in guscio: in sacchi di tessuto e/o altro materiale idoneo;
b) per prodotto sgusciato: in sacchi di carta o di tessuto, in scatole di cartone o in altri materiali idonei.
Sui contenitori dovranno essere indicate, in caratteri di stampa delle medesime dimensioni le diciture “Nocciola di Giffoni”, seguita immediatamente dalla dizione“Indicazione geografica protetta”.
Nel medesimo campo visivo deve comparire nome, ragione sociale ed indirizzo del confezionatore, annata di produzione, nonché il peso netto all’origine.
La dizione “Indicazione geografica protetta” può essere ripetuta in altra parte del contenitore o dell’etichetta anche in forma di acronimo “I.G.P.”.
In etichettatura deve essere utilizzato il logo distintivo dell’Indicazione geografica protetta, costituito da un ovale con su scritto “Nocciola di Giffoni”. In basso a destra sono rappresentate due nocciole sovrapposte, mentre in basso a sinistra è riportato il simbolo grafico dell’indicazione geografica protetta.

Fonte: Agraria.org

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Nocciola di Giffoni I.G.P. - per la foto si ringrazia

Nocciola di Giffoni I.G.P. – per la foto si ringrazia

Marrone di Roccadaspide – I.G.P.

Zona di produzione

La zona di produzione è localizzata nella provincia di Salerno ed in particolare nell’areale che comprende gli Alburni, il Calore salernitano e una parte del Cilento, coincidente in larga misura con il territorio del Parco del Cilento e Vallo di Diano. I Comuni interessati sono 70, anche se il territorio considerato è solo quello posto al di sopra dei 250 m. s.l.m.

Caratteristiche

Le caratteristiche distintive del “Marrone di Roccadaspide IGP” sono rappresentate da una pezzatura media dei frutti (80-85 frutti per Kg) di forma prevalentemente semisferica, a volte rotondeggiante. La buccia (pericarpo) è sottile e di colore castano bruno, tendenzialmente rossastra, con strie scure poco evidenti, facilmente distaccabile. Il seme ha un episperma sottile, liscio, poco approfondito nel seme, abbastanza aderente con settatura inferiore al 5% e polpa bianco-lattea, consistente. Un carattere distintivo di questo prodotto è il notevole contenuto zuccherino che lo rende molto gradito anche per il consumo allo stato fresco e la tessitura croccante e poco farinosa.

Disciplinare di produzione – Marrone di Roccadaspide IGP

Articolo 1.
Nome del prodotto
L’Indicazione geografica protetta (I.G.P.) “Marrone di Roccadaspide” è riservata ai frutti che rispondono alle condizioni e ai requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione, elaborato ai sensi del Reg. CEE n. 2081/92.

Articolo 2.
Varietà
L’Indicazione geografica protetta “Marrone di Roccadaspide” designa il frutto ottenuto dagli ecotipi Anserta, Abate e Castagna Rossa riconducibili alla varietà “Marrone”.

Articolo 3.
Caratteristiche del prodotto
Il prodotto recante la I.G.P. “Marrone di Roccadaspide”, all’atto dell’immissione al consumo allo stato fresco, deve avere le seguenti caratteristiche:
forma del frutto: tendenzialmente semisferica, talvolta leggermente ellissoidale;
pericarpo: di colore castano bruno, tendenzialmente rossastro, con strie scure generalmente poco evidenti;
episperma: sottile, poco approfondito nel seme, tendenzialmente aderente;
pezzatura: non più di 85 frutti per Kg. di prodotto selezionato e/o calibrato;
seme: bianco latteo, con polpa consistente, di sapore dolce, settato per non più del 5%.
Il prodotto recante la I.G.P. “Marrone di Roccadaspide”, commercializzato allo stato essiccato (in guscio o sgusciato), deve rispondere alle seguenti caratteristiche:
a) castagne essiccate in guscio:
umidità nei frutti interi: non superiore al 15%;
il prodotto deve essere immune da infestazione attiva di qualsiasi natura (larve di insetti, muffe, etc.);
resa in secco con guscio: non superiore al 50% in peso.
b) castagne essiccate sgusciate:
devono essere sane, di colore bianco paglierino e con non più del 20% di difetti (tracce di bacatura, deformazioni, etc.).
L’indicazione geografica protetta “Marrone di Roccadaspide” è caratterizzato da uno spiccato sapore dolce e da un elevato contenuto di zuccheri. Tra gli altri aspetti organolettici è da mettere in evidenza una texture croccante e poco farinosa.
Le caratteristiche organolettiche sono verificate da un panel di degustatori individuato dalla struttura di controllo.

Articolo 4.
Area geografica di produzione
La zona di produzione dell’I.G.P. “Marrone di Roccadaspide” di cui al presente disciplinare comprende il territorio al di sopra dell’altitudine di 250 metri s.l.m. dei seguenti comuni della provincia di Salerno, per intero:
ALFANO, AQUARA, AULETTA, BELLOSGUARDO, BUONABITACOLO, CAMPORA, CANNALONGA, CASALBUONO, CASALETTO SPARTANO, CASELLE IN PITTARI, CASTEL SAN LORENZO, CASTELCIVITA, CELLE DI BULGHERIA, CERASO, CICERALE, CONTRONE, CORLETO MONFORTE, CUCCARO VETERE, FELITTO, FUTANI, GIOI, LAUREANA CILENTO, LAURINO, LAURITO, LUSTRA, MAGLIANO VETERE, MOIO DELLA CIVITELLA, MONTANO ANTILIA, MONTE SAN GIACOMO, MONTEFORTE CILENTO, MORIGERATI, NOVI VELIA, OMIGNANO, ORRIA, OTTATI, PERDIFUMO, PERITO, PETINA, PIAGGINE, POLLA, POSTIGLIONE, ROCCADASPIDE, ROCCAGLORIOSA, ROFRANO, ROSCIGNO, SACCO, SAN MAURO LA BRUCA, SAN PIETRO AL TANAGRO, SAN RUFO, SANT’ANGELO A FASANELLA, SANT’ARSENIO, SANZA, SASSANO, SESSA CILENTO, SICIGNANO DEGLI ALBURNI, STELLA CILENTO, STIO, TEGGIANO, TORRACA, TORTORELLA, TRENTINARA, VALLE DELL’ANGELO, VALLO DELLA LUCANIA.
I comuni parzialmente interessati sono:
ASCEA, CAMEROTA, CAPACCIO, PISCIOTTA, POLLICA, SAN GIOVANNI A PIRO, SAN MAURO CILENTO.
La zona di produzione risulta delimitata, partendo da Nord, da una linea che, dal punto di intersezione tra il confine dei comuni di Postiglione, Sicignano degli Alburni e Contursi Terme (foglio I.G.M. 1:50.000 N. 468 di Eboli), in corrispondenza del fiume Tanagro, prosegue verso Ovest lungo il confine tra i comuni di Postiglione e di Contursi Terme – immettendosi nel fiume Sele – poi continua lungo il confine tra i comuni di Postiglione e di Campagna – sempre lungo il fiume Sele – quindi scende fino al punto di intersezione tra i comuni di Postiglione, di Campagna e di Serre. Da qui la linea di delimitazione scende lungo il confine tra i comuni di Postiglione e di Serre passando tra Bosco Lagarelli e Macchia Soprana; prosegue lungo il confine tra i sopraindicati comuni tagliando la Statale 19 tra il Km. 24 e il Km. 25 (siamo passati alla carta I.G.M. 1:50.000 N. 487 di Roccadaspide) fino a giungere al punto di intersezione tra i comuni di Postiglione, di Serre e di Altavilla Silentina. Prosegue lungo il confine tra i comuni di Postiglione e di Altavilla Silentina, corrispondente al fiume Calore – quindi lungo il confine tra i comuni di Altavilla Silentina e di Controne, di Altavilla Silentina e di Castelcivita – passando per Tempa di Cianci – di Castelcivita e di Albanella, poi di Roccadaspide e di Albanella, quindi, per breve tratto, lungo il confine tra i comuni di Roccadaspide e di Capaccio. La linea di delimitazione si immette sulla Statale 166 tra il Km. 5 e il Km. 6 lungo cui prosegue fino ad immettersi, tra il Km. 3 ed il Km. 2, sulla strada che, costeggiando Torricelle e Pisciolo giunge fino a Varco Cilentano (carta I.G.M. 1: 50.000 di Vallo della Lucania N. 503), al punto di intersezione tra i comuni di Capaccio, di Ogliastro Cilento e di Cicerale; continua, quindi, lungo il confine tra i comuni di Capaccio e di Cicerale, prima, di di Capaccio e di Giungano poi, fino al punto di intersezione tra i comuni di Capaccio, di Giungano e di Trentinara (si è ritornati per breve tratto al foglio I.G.M. 1: 50.000 di Roccadaspide). Prosegue, poi, lungo il confine tra i comuni di Trentinara e di Giungano (si ritorna al foglio I.G.M. 1:50.000 di Vallo della Lucania), quindi lungo il confine tra i comuni di Giungano e di Cicerale; ripassa lungo il fiume Solofrone fino al punto di intersezione tra i comuni di Capaccio, di Ogliastro Cilento e di Cicerale. La linea di delimitazione della zona interessata prosegue lungo il confine tra i comuni di Cicerale e di Ogliastro Cilento costeggiando Ramata e il colle Torrito;
prosegue lungo il confine, prima tra i comuni di Cicerale e di Prignano Cilento, poi di Prignano Cilento e di Perito, poi lungo il confine tra i comuni di Perito e Rutino, di Lustra e di Rutino passando per Vallone Ponte Rosso. Continua, poi, lungo il confine tra i comuni di Laureana Cilento e di Torchiara – passando per Fossa dell’Acquasanta – quindi lungo il confine tra i comuni di Laureana Cilento e di Agropoli (foglio I.G.M. 1: 50.000 di Agropoli N. 502), di Perdifumo e di Castellabate, di Perdifumo e di Montecorice (si rientra nel foglio I.G.M. 1: 50.000 di Vallo della Lucania), di Perdifumo e di Serramezzana, di San Mauro Cilento e di Serramezzana fino alla Strada Statale 267 tra il Km. 34 e il Km. 35; quindi prosegue lungo la Statale 267 nel territorio dei comuni di San Mauro Cilento (si passa al foglio I.G.M. 1: 50.000 di Capo Palinuro N. 519), poi di Pollica fino al confine con il comune di Casalvelino tra il Km. 46 e il Km. 47 della Statale 267. La linea di delimitazione risale lungo il confine tra i comuni di Pollica e di Casalvelino attraversando Collina Porrazzi (si rientra nel foglio I:G.M 1: 50.000 di Vallo della Lucania), poi lungo il confine tra i comuni di Stella Cilento e di Casalvelino, di Omignano e di Casalvelino, di Omignano e di Salento, attraversando Fasana, quindi lungo il confine tra i comuni di Perito e di Salento, di Orria e di Salento, di Gioi e di Salento, di Vallo della Lucania e Salento – lungo il Torrente Fiumicello -, di Vallo della Lucania e di Castelnuovo Cilento, di Ceraso e di Castelnuovo Cilento – lungo il Torrente Badolato-; quindi procede lungo il confine tra i comuni di Ascea e di Castelnuovo Cilento (si ritorna al foglio I.G.M. 1: 50.000 di Capo Palinuro) di Ascea e di Casalvelino – lungo il fiume Alento -; la linea di delimitazione si immette sulla Statale 447 nei pressi di Velina; prosegue lungo la Statale 447 costeggiando prima Ascea, poi Pisciotta; si immette sulla strada che prosegue fino a Santa Caterina; riprende a salire, da questo punto, lungo il confine tra i comuni di Pisciotta e di Centola, di San Mauro la Bruca e di Centola, di Montano Antilia e di Centola (si passa al foglio I.G.M. 1:50.000 di Sapri N. 520), di Celle di Bulgheria e di Centola lungo il fiume Mingardo; prosegue lungo il confine tra i comuni di Camerota e di Centola – sempre lungo il fiume Mingardo – (ritornando al foglio I.G.M. 1:50.000 di Capo Palinuro); si immette sulla Statale 562 tra il Km. 2 e il Km. 3; prosegue lungo la Statale 562 nel territorio del comune di Camerota (si ritorna al foglio I.G.M.1: 50.000 di Sapri) fino al confine con il comune di San Giovanni a Piro tra il Km. 20 e il Km. 21. Prosegue lungo il confine tra i comuni di Camerota e di San Giovanni a Piro passando per Vallone Marcellino. Da qui, sempre nel territorio comunale di San Giovanni a Piro, costeggia Toppa del Piombo, Costa San Carlo, Grotta del Monaco; risale passando per Pietrasanta fino a San Giovanni Piro dove si reimmette sulla Statale 562, tra il Km. 26 e il Km. 27, lungo cui prosegue. Dopo il Km. 34 della Statale 562, in corrispondenza di Torre Oliva, risale lungo il confine tra i comuni di San Giovanni a Piro con Santa Marina, prima, e Torre Orsaia, poi; quindi – in corrispondenza di Villaggio Isca – continua lungo il confine tra i comuni di Roccagloriosa e di Torre Orsaia – costeggiando Castel Ruggero – e arriva a Cerreto, in corrispondenza del punto di intersezione tra i comuni di Roccagloriosa, di Rofrano e di Torre Orsaia; prosegue lungo il confine tra i comuni di Rofrano e di Torre Orsaia, di Caselle in Pittari e di Torre Orsaia, di Morigerati e di Torre Orsaia – in corrispondenza del Torrente Sciarapotamo -, di Morigerati e Santa Marina – in corrispondenza del fiume Bussento – di Tortorella e di Santa Marina, di Tortorella e di Vibonati, quindi lungo il confine tra la frazione del Comune di Casaletto Spartano nei pressi del Vallone della Marotta ed il comune di Vibonati . La linea di delimitazione prosegue lungo il confine tra i comuni di Torraca e di Vibonati, di Torraca e di Sapri, di Tortorella e di Sapri (si passa nella carta I.G.M. 1:50.000 di Lauria N. 521); risale lungo il confine tra i comuni della provincia di Potenza con i comuni di Tortorella – passando per Vallone della Freddosa e Serralunga -, di Casaletto Spartano e di Casalbuono. Si passa alla carta I.G.M. 1: 50.000 N. 505 di Moliterno dove la linea di confine passa tra i comuni di Casalbuono e di Montesano sulla Marcellana – in corrispondenza del Vallone delle Donnole- prosegue tagliando Piana La Teglia, costeggia Temparelle, giunge a Rupe di Chiavico (si è passati al Foglio I.G.M. 1: 50.000 N. 504 di Sala Consilina). Da qui la linea di delimitazione risale lungo il confine tra i comuni di Sanza e di Montesano sulla Marcellana in corrispondenza del Torrente Chiavico, poi lungo il confine tra i comuni di Buonabitacolo e di Montesano sulla Marcellana, di Buonabitacolo e di Padula in corrispondenza del fiume Calore, poi lungo il confine tra i comuni di Sassano e di Padula in corrispondenza del fiume Tanagro; quindi lungo il confine tra i comuni di Sassano e di Sala Consilina, di Teggiano e di Sala Consilina costeggiando Mezzana e Pantano Grande. La linea (siamo passati nel foglio I.G.M. 1: 50.000 di Polla N. 488) prosegue sempre lungo il confine tra i comuni di Teggiano e di Sala Consilina, poi passa lungo il confine tra la frazione del comune di S. Rufo situata in corrispondenza di Scafa e il comune di Atena Lucana, poi lungo il confine tra la frazione del comune di Sant’Arsenio situata in corrispondenza di Canalecchia ed il comune di Atena Lucana. La delimitazione prosegue lungo il confine tra i comuni di San Pietro al Tanagro e di Atena Lucana, di Sant’Arsenio e di Atena Lucana in corrispondenza di Fiumicello, di Polla e di Atena Lucana in corrispondenza di Fosso Secco, tagliando la Statale 19 tra il Km. 60 ed il Km. 61. La delimitazione prosegue, a partire dal Vallone delle Coppelle, lungo il confine tra il comune di Polla e la provincia di Potenza fin nei pressi di Fosse di Salinas, quindi lungo il confine tra i comuni di Polla e di Caggiano passando per Monte Pozzillo, di Polla e di Pertosa, di Auletta e di Pertosa , di Auletta e di Caggiano tagliando la Statale 19 ter tra il Km. 6 e il Km. 7; prosegue, poi, lungo il confine tra i comuni di Auletta e di Salvitelle in corrispondenza di Serra San Giacomo, poi lungo il confine tra i comuni di Auletta e di Buccino passando per la Statale 19 ter tra il Km. 2 e il Km. 3, quindi lungo il confine tra i comuni di Sicignano degli Alburni e di Buccino costeggiando il fiume Tanagro e il Bosco dei Preti.
Si ritorna al foglio I.G.M. 1:50.000 di Eboli dove la linea di delimitazione prosegue passando per il Raccordo Autostradale con la A3 nei pressi di S. Monica, quindi continua lungo il confine tra i comuni di Sicignano degli Alburni e di Palomonte, poi lungo il confine tra i comuni di Sicignano degli Alburni e di Contursi Terme fino al punto di intersezione di questi due ultimi comuni con Postiglione in corrispondenza del fiume Tanagro.

Articolo 5.
Metodo di ottenimento
Le condizioni colturali dei castagneti da frutto destinati alla produzione dell’I.G.P. “Marrone di Roccadaspide” devono essere quelle tradizionali della zona e, comunque, atte a conferire al prodotto che ne deriva, le specifiche caratteristiche di qualità, di cui all’art. 3. Sono, pertanto, esclusi i castagneti da frutto impiantati o convertiti da cedui, ubicati ad un’altitudine inferiore ai 250 metri s.l.m.
I sesti e le distanze di impianto, le forme di allevamento ed i sistemi di potatura devono essere quelli in uso generalizzato nella zona, ove sono prevalenti castagneti tradizionali di tipo estensivo, con una densità per ettaro, comunque, non superiore a 130 piante ad ettaro, riferita alla fase di piena produzione.
La tecnica colturale da adottare per gli impianti di castagneto da frutto, fatta salva la tecnica d’impianto che interessa la preparazione della particella da impiantare, i lavori preparatori, quelli complementari e l’eventuale concimazione, è la seguente:
cultivar: la scelta per i nuovi impianti e per quelli da infittire va rigorosamente eseguita nel rispetto delle indicazioni riportate negli articoli 2 e 3. Negli impianti di cui sopra è ammessa la presenza di altre varietà di castagno, oltre al “Marrone”, ai fini della idonea impollinazione, nella misura massima del 10% delle piante. Gli impollinatori non concorrono alla produzione della I.G.P.;
portinnesti: franco da seme appartenente preferibilmente agli ecotipi locali. Possono essere utilizzati anche i selvatici nati spontaneamente nei boschi dell’area interessata alla presente I.G.P.;
sistemi e distanze di piantagione: nei nuovi impianti le piante vanno distribuite secondo una disposizione geometrica che preveda la costituzione di filari paralleli tra loro. I sesti d’impianto potranno essere a quadrato, a rettangolo o a quinconce, purché il numero non sia superiore a 130 piante per ettaro. Tale densità per ettaro va rispettata anche nei lavori di diradamento o infittimento di castagneti da frutto già esistenti.
potatura e forma d’allevamento: la forma d’allevamento è del tipo a volume con vaso semi libero. L’impalcatura è di norma posta a circa 200 cm dal suolo. Per la formazione delle branche sono utilizzate preferibilmente rami anticipati nei mesi estivi/autunnali, evitando in tal modo un accorciamento della branca da fare durante il periodo invernale. La potatura di produzione deve essere eseguita razionalmente con turni di non oltre 5 anni, in modo da assicurare la migliore qualità del prodotto ed al fine di evitare l’invecchiamento precoce della pianta. Sulle piante di castagno vecchie e semi abbandonate, su cui abbondano rami vecchi e secchi, si deve effettuare una potatura più intensa, tale da stimolare un ringiovanimento della pianta con la fuoruscita di nuovi rami che entreranno in produzione dopo 2-3 anni.
lavorazione del terreno: la superficie dei castagneti da frutto non è lavorata. Il terreno, essendo molto permeabile, non necessita di particolari opere idrauliche per evitare la stagnazione d’acque meteoriche. Per tali ragioni si utilizza la tecnica della non lavorazione del suolo. Il manto erboso deve essere tagliato ogni qual volta raggiunge i 30-40 cm. Ciò è fatto generalmente con falciatrici, o con decespugliatori meccanici. Là dove è possibile (assenza di pietre affioranti) si usano le lame rotanti o a martello (trinciatrici) per sminuzzare finemente le erbe infestanti, i ricci e le foglie dell’anno precedente.
operazioni di raccolta: la raccolta va effettuata nel periodo autunnale non oltre la prima decade di novembre, con turni di raccolta che non devono superare le due settimane. La raccoltaè effettuata a mano o con macchine raccoglitrici e raccattatrici idonee a salvaguardare l’integrità del prodotto.
limite produttivo: la produzione unitaria massima annua di frutti è fissata in 3,5 tonnellate ad ettaro di coltura specializzata (4 tonnellate per il prodotto destinato all’essiccazione). Le operazioni di cernita, di calibratura, di trattamenti del prodotto con la “cura” e con la“disinfestazione”, secondo le tecniche già acquisite localmente e, comunque, nel rispetto della normativa vigente, devono essere effettuate nell’ambito del territorio di produzione.
Il prodotto allo stato fresco, trattato con le operazioni indicate al comma precedente, può essere commercializzato fino a tre mesi dalla raccolta. Le castagne essiccate in guscio sono ottenute attraverso diverse tecniche di essiccazione, tra cui è compresa l’essiccazione su metati o graticci, a fuoco lento e continuo, alimentato da fascine e da legna di qualunque essenza, secondo le tecniche locali tradizionali; e sempre nel rispetto delle specifiche caratteristiche di qualità del prodotto prescritte nell’ art. 3.
Tutte le fasi della produzione e lavorazione del prodotto, con la sola esclusione del confezionamento, sono effettuate nell’intero territorio dei comuni riportati nell’art. 4 e ciò garantisce la rintracciabilità e il controllo del prodotto.

Articolo 6.
Elementi che comprovano l’origine
La presenza di castagneti coltivati in Campania risale all’epoca dei Romani. In provincia di Salerno, in particolare, questa presenza viene documentata a partire dall’epoca medievale grazie ad antichi contratti tra coloni e proprietari – conservati nell’archivio della Badia Benedettina di Cava de’ Tirreni, il famoso “Codex diplomaticus cavensis” – con i quali si stabiliscono le norme per i miglioramenti fondiari.
I castagneti di Roccadaspide posseduti dall’Abbadia erano così importanti che vi era sul posto un apposito amministratore chiamato Giuliani. Anche i monaci Basiliani contribuirono alla diffusione della coltivazione del castagno in alcune aree del Cilento: ritrovamenti archeologici in agro di Moio della Civitella e Gioi Cilento (convento dei monaci Basiliani) e la presenza di una pianta di castagno stimata intorno a 7-800 anni, costituiscono una testimonianza dell’importanza che il castagno ha assunto in questa zona fin dai secoli passati.
Alla fine del 1800, gli alberi maestosi e secolari furono abbattuti o capitozzati e, su tali cedui rimasti, si innestò materiale di propagazione delle cosiddette “Castagne ‘ra Rocca”. Tale ecotipo fu scelto dagli esperti della “Società Ravera” proprio per la maggiore produttività dell’albero e la migliore qualità del frutto. Questa castagna, dalla forma tipica, si presentava più grande di quelle locali, con caratteristiche organolettiche migliori anche per quanto attiene alla sua conservazione.
A partire dalla fine dell’800 le produzioni castanicole dell’area, date le loro caratteristiche pregiate, si sono affermate sui mercati non solo nazionali ed il comparto e’ stato interessato da un ulteriore miglioramento di tecniche di coltivazione e standard qualitativi.
La rinomanza acquisita dal “Marrone di Roccadaspide” continuò a favorirne la diffusione anche in altri areali della provincia di Salerno già interessate, da secoli, dalla coltivazione del castagno. Negli anni ’40 fu effettuata una massiccia azione di innesto a zufolo su portinnesto”franco” o selvatico, utilizzando marze provenienti dalla zona di Roccadaspide.
Rintracciabilità – A livello di controlli per l’attestazione di provenienza (origine) della produzione I.G.P., la prova dell’origine del “Marrone di Roccadaspide” dalla zona geografica di produzione delimitata è certificata dall’organismo di controllo di cui all’art. 8, sulla base di numerosi adempimenti cui si sottopongono i produttori interessati nell’ambito dell’intero ciclo produttivo.
I fondamentali di tali adempimenti, che assicurano la rintracciabilità del prodotto, in ogni fase della filiera, sono costituiti da:
iscrizione degli impianti idonei alla produzione dell’I.G.P. “Marrone di Roccadaspide” in un apposito registro, attivato, tenuto ed aggiornato dall’Organismo di controllo autorizzato;
elenco dei produttori;
elenco dei confezionatori;
denuncia annuale all’organismo di controllo, a cura dei produttori e/o trasformatori dei quantitativi prodotti;
annotazione dei quantitativi prodotti;
l’organismo di controllo verifica che il prodotto possieda le caratteristiche qualitative descritte agli articoli 2 e 3, e che le quantità che vengono cedute ai confezionatori corrispondano alle quantità prodotte e confezionale;
conseguente certificazione da parte dell’organismo di controllo di tutte le partite di prodotto confezionato ed etichettato con la Indicazione geografica protetta prima della commercializzazione ai fini dell’immissione al consumo.

Articolo 7.
Elementi che comprovano il legame con l’ambiente
Vasti territori del Cilento possiedono le condizioni favorevoli alla coltivazione del castagno, quali terreni a reazione acida o tutt’al più neutra (pH compreso tra 4,5 e 6,5) di origine vulcanica, con limitata presenza di calcare attivo, ricchi di minerali (fosforo e potassio essenzialmente), profondi e freschi, non ristagnati né asfittici; temperatura compresa tra + 8° C e + 15° C di media annuale, – 1° C e 0° C di media del mese più freddo; e precipitazioni annue superiori a 600 – 800 mm. Il territorio risulta caratterizzato da una duplice natura geologica delle rocce: quella del “Flysch del Cilento”, in corrispondenza del bacino idrogeologico del fiume Alento e dei principali monti del Cilento occidentale (Monte Centaurino) e quella delle rocce calcaree che costituiscono i complessi montuosi interni (Alburni – Cervati) e meridionali (Monte Bulgheria, Monte Cocuzzo).
La zona e’ caratterizzata da clima tipicamente mediterraneo con inverni piuttosto miti ed estati con periodi, anche lunghi, siccitosi. I castagneti presenti in zone collinari e mediomontane beneficiano di un apporto idrico, dovuto agli eventi climatici, maggiore rispetto ai dati medi.
In questi ambienti anche le temperature alquanto basse favoriscono una elevata produzione di frutti di ottima qualità.
Non si può non evidenziare inoltre che buona parte del territorio interessato da questa coltura fa parte del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano. Questo significa che si tratta di una zona a spiccata valenza ambientale.

Articolo 8.
Regime dei controlli
L’accertamento della sussistenza delle condizioni tecniche di idoneità ed i relativi controlli, di cui all’art. 10 del Reg. CEE n. 2081/92, saranno effettuati ai sensi delle normative vigenti in materia, da organismi privati di controllo autorizzati o da autorità pubbliche designate.

Articolo 9.
Confezionamento
L’immissione al consumo dell’I.G.P. “Marrone di Roccadaspide” deve avvenire con le seguenti modalità di confezionamento:
A) per prodotto in guscio: in sacchi di tessuto idoneo in contenitori di vimini, legno o altro materiale di origine vegetale; è obbligatorio procedere alla calibratura per la vendita;
B) per prodotto sgusciato: in sacchi di carta o di tessuto idoneo ed in scatole di materiale di origine vegetale ed altro materiale riciclabile.
Sono ammesse le confezioni sotto vuoto, quelle in vetro ed in idonei materiali.
In tutti i casi i contenitori in cui avviene la commercializzazione dovranno essere sigillati in modo tale da impedire che il contenuto possa essere estratto senza la rottura del sigillo.
Le confezioni possono essere di peso variabile in relazione alla richiesta del mercato sempre che siano conformi alle normative vigenti.

Articolo 10.
Etichettatura
Sulle confezioni contrassegnate con l’I.G.P. o sulle etichette apposte sulle medesime devono essere riportate, a caratteri di stampa chiari e leggibili, delle medesime dimensioni, le indicazioni:
“Marrone di Roccadaspide” seguita dalla dicitura: “Indicazione geografica protetta (o la sua sigla I.G.P.);
a) il nome, la ragione sociale e l’indirizzo dell’azienda confezionatrice o produttrice; i caratteri di cui alla lettera b) devono essere di dimensioni inferiori a quelli della lettera a);
b) la quantità di prodotto effettivamente contenuto nella confezione, espressa in conformità alle norme vigenti.
c) il simbolo grafico relativo all’immagine artistica del logotipo specifico ed univoco descritto nell’art. 12, da utilizzare in abbinamento inscindibile con l’indicazione geografica protetta.
Alla indicazione geografica protetta di cui all’art. 1 è vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione aggiuntiva diversa da quelle previste dal presente disciplinare, ivi compresi gli aggettivi: tipo, gusto, uso selezionato, scelto e similari.
E’, tuttavia, consentito l’uso di indicazioni che facciano riferimento ad aziende, nomi, ragioni sociali, marchi privati, non aventi significato laudativo e non idonei a trarre in inganno l’acquirente. Tali indicazioni potranno essere riportate in etichetta con caratteri di altezza e di larghezza non superiori alla metà di quelli utilizzati per indicare l’indicazione geografica protetta, in ogni caso adeguate alle norme di etichettatura comunitarie.

Articolo 11.
Utilizzo del marchio su prodotti elaborati
I prodotti per la cui preparazione è utilizzata la denominazione “Marrone di Roccadaspide”, anche a seguito di processi di elaborazione e di trasformazione, possono essere immessi al consumo in confezioni recanti il riferimento a detta denominazione senza l’apposizione del logo comunitario, a condizione che:
il prodotto a denominazione “Marrone di Roccadaspide”, certificato come tale, costituisca il componente esclusivo della categoria merceologica di appartenenza;
gli utilizzatori del prodotto a denominazione protetta siano autorizzati dai titolari del diritto di proprietà intellettuale conferito dalla registrazione della denominazione “Marrone di Roccadaspide” riuniti in Consorzio incaricato alla tutela dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Lo stesso Consorzio incaricato provvederà anche ad iscriverli in appositi registri e a vigilare sul corretto uso della denominazione protetta. In assenza di un Consorzio di tutela incaricato le predette funzioni saranno svolte dal MiPAF in quanto autorità nazionale preposta all’attuazione del Reg. CEE 2081/92.
L’utilizzazione non esclusiva di castagne a denominazione “Marrone di Roccadaspide” consente soltanto il riferimento alla denominazione, secondo la normativa vigente, tra gli ingredienti del prodotto che lo contiene, o nel quale è trasformato o elaborato.

Articolo 12.
Logotipo
I criteri seguiti per la realizzazione del marchio sono stati l’utilizzo di forme arrotondate (ellissi) e di costruzioni vettoriali (una castagna stilizzata) con la scelta accurata di cinque tinte pantone.
Il marchio consta di due ellissi: l’ellisse esterna di tinta pantone 354 e di proporzioni vettoriali 1:0,79; l’ellisse interna di tinta pantone 1205 (85% di tinta) e di proporzioni vettoriali 1:0,91, spostata verso sinistra rispetto all’ellisse esterna del 55%.
Segue la costruzione vettoriale dell’immagine raffigurante la castagna che risulta essere inclinata di 41,6° in senso orario e delineata da due tinte pantone: pantone 438 per le linee di contorno e pantone 729 per il corpo interno della costruzione. Lo stesso pantone 729 colora il carattere istituzionale (carattere utilizzato Dauphin) del testo “Marrone di Roccadaspide” e il carattere istituzionale IGP (carattere utilizzato Times New Roman) del testo “Indicazione Geografica Protetta”. Sotto l’immagine raffigurante la castagna è stata inserita una costruzione vettoriale a stella di colore pantone 382 tagliata sul lato sinistro dall’ellisse interna.
Per la scelta dei caratteri tipografici si è utilizzato il carattere Dauphin, mentre per la dicitura“Indicazione Geografica Protetta” si è mantenuto il carattere istituzionale Times New Roman presente nel marchio istituzionale IGP.

Fonte: Agraria.org

Per saperne di più:

Marrone di Roccadaspide I.G.P. - per la foto si ringrazia

Marrone di Roccadaspide I.G.P. – per la foto si ringrazia

 

Caciocavallo farcito

Questo caciocavallo, formaggio a pasta filata, si produce, su ordinazione solitamente nei mesi si marzo, aprile e maggio, nella zona della Comunità Montana del Bussento e Mingardo (SA).

La forma di questo caciocavallo è a goccia la pezzatura è di 0,8-2 kg, la crosta è molto sottile, liscia e di colore bianco avorio, al taglio la pasta appare contornata da un alone di pasta filata sottile di alcuni mm di spessore, l’interno è cavo e viene riempito con una sopprassata stagionata, il sapore è deciso e saporito.

La tecnologia lavorazione è la stessa del caciocavallo classico, la pasta filata viene modellata a forma di goccia allungata con l’interno cavo,la soppressata stagionata del peso di 0,5-0,8kg. viene inserita dopo la formazione della pasta filata. Successivamente avviene la salatura in salamoia per molte ore.

La maturazione avviene in 10 giorni in ambiente fresco ed aerato, dove le forme vengono appese a coppie come i caciocavalli ed appese ad asciugare.

La stagionatura avviene in due mesi in un ambiente fresco a temperatura costante.

Fonte: Atlante Caseario.com

Caciocavallo farcito - per la foto si ringrazia

Caciocavallo farcito – per la foto si ringrazia

Pizza Napoletana – S.T.G.

Articolo 1.
Nome del prodotto

L’attestazione di specificita’ «Pizza Napoletana STG», secondo la tradizione italiana e con la dicitura esclusivamente in lingua italiana, e’ riservata al prodotto da forno proveniente da aziende dedicate alla produzione, definite Pizzerie, e destinato al consumatore finale, con le caratteristiche individuate nel presente disciplinare.
La «Pizza Napoletana» e’ una preparazione alimentare costituita da un supporto di pasta lievitata, condita e cotta in forno a legna.
Il prodotto si caratterizza per l’impiego di materie prime selezionate direttamente dal produttore e per le tecniche di lavorazione.
Nella designazione «Pizza Napoletana» rientrano a seconda delle differenti farciture le seguenti denominazioni: «Pizza Napoletana Marinara», «Pizza Napoletana Margherita Extra» e «Pizza Napoletana Margherita».

Articolo 2.
Ingredienti
Le materie prime di base caratterizzanti la «Pizza Napoletana» sono farina di grano tenero tipo «00» con l’eventuale aggiunta di farina tipo «0», lievito di birra, acqua naturale potabile, pomodori pelati e/o pomodorini freschi, sale marino o sale da cucina, olio d’oliva extravergine.
Agli ingredienti base devono essere aggiunti, per la «Pizza Napoletana Marinara», l’aglio e l’origano; per la «Pizza Napoletana Margherita Extra», mozzarella di bufala campana DOP, basilico fresco e pomodoro fresco; per la «Pizza Napoletana Margherita», la mozzarella STG o fior di latte Appennino meridionale e basilico fresco.

Articolo 3.
Metodo specifico di produzione e di lavorazione
La preparazione della «Pizza Napoletana» comprende esclusivamente le seguenti fasi da realizzarsi con le materie prime elencate nell’art. 2 in ciclo continuo nello stesso esercizio.
1) Preparazione dell’impasto:
si mescolano farina, acqua, sale e lievito. Si versa un litro di acqua nell’impastatrice, si scioglie una quantita’ di sale marino compresa tra i 50 e i 55 g, si aggiunge il 10% della farina rispetto alla quantita’ complessiva prevista, successivamente si stemperano 3 g di lievito di birra, si avvia l’impastatrice e si aggiungono gradualmente 1800 g di farina W 220-380 fino al raggiungimento della consistenza desiderata, definita punto di pasta. Tale operazione deve durare 10 minuti.
L’impasto deve essere lavorato nell’impastatrice preferibilmente a forcella per 20 minuti a bassa velocita’ fino a che non si ottiene un’unica massa compatta. Per ottenere un’ottimale consistenza dell’impasto, e’ molto importante la quantita’ d’acqua che una farina e’ in grado di assorbire. L’impasto deve presentarsi al tatto non appiccicoso, morbido ed elastico.
Le caratteristiche merceologiche della farina utilizzata per la«Pizza Napoletana» permettono alla stessa di assorbire dal 50 al 55% del suo peso in acqua e di raggiungere un ottimo «punto di pasta», che viene individuato grazie all’abilita’ del pizzaiolo. Nella vasca dell’impastatrice l’operazione di lavorazione degli ingredienti deve avvenire senza surriscaldamento.
2) Lievitazione:
prima fase: l’impasto, una volta estratto dall’impastatrice, viene posto su un tavolo da lavoro della pizzeria dove si lascia riposare per 2 ore, coperto da un panno umido, in modo che la superficie non possa indurirsi, formando una sorta di crosta causata dall’evaporazione dell’umidita’ rilasciata dall’impasto stesso.
Trascorse le 2 ore di lievitazione si passa alla formatura del panetto, che deve essere eseguita dal pizzaiolo esclusivamente a mano. Con l’ausilio di una spatola si taglia dall’impasto deposto sul bancone una porzione di pasta lievitata e successivamente le si da’ una forma di panetto. Per la «Pizza Napoletana», i panetti devono avere un peso compreso tra i 180 ed i 250 g; seconda fase della lievitazione: una volta formati i panetti (staglio), avviene una seconda lievitazione in cassette per alimenti, della durata da 4 a 6 ore. Tale impasto, conservato a temperatura ambiente, e’ pronto per essere utilizzato entro le 6 ore successive.
3) Formatura della pizza:
passate le ore di lievitazione il panetto viene estratto con l’aiuto di una spatola dalla cassetta e posto sul bancone della pizzeria su un leggero strato di farina per evitare che la pagnotta aderisca al banco di lavoro. Con un movimento dal centro verso l’esterno e con la pressione delle dita di entrambe le mani sul panetto, che viene rivoltato varie volte, il pizzaiolo forma un disco di pasta in modo che al centro lo spessore sia non superiore a 0,3 cm e al bordo non superi 1-2 cm, formando cosi’ il «cornicione».
Per la preparazione della «Pizza Napoletana STG» non sono consentiti altri tipi di lavorazione, in particolar modo l’utilizzo di matterello e/o di macchina a disco tipo pressa meccanica.
Caratteristiche della farina:

===============================================================
W…. | 220 – 380
===============================================================
P/L…. | 0,50 – 0,70
G…. | 22
Assorbimento…. | 55 – 62
Stabilita’…. | 4 – 12
Caduta E10…. | max 60
Falling number…. | 300 – 400
Glutine secco…. | 9,5 – 11 g%
Proteine…. | 11 – 12,5 g%

Caratteristiche dell’impasto:

===============================================================
Temperatura di fermentazione…. | 25 °C
===============================================================
pH finale…. | 5,87
Acidita’ totale titolabile…. | 0,14
Densita’…. | 0,79 g/cc (+34%)

4) Farcitura: la farcitura differisce a seconda del tipo di pizza.
Pizza napoletana marinara:
con un cucchiaio si depongono al centro del disco di pasta g 80 di pomodori pelati frantumati; con movimento a spirale il pomodoro viene sparso su tutta la superficie centrale; con un movimento a spirale si aggiunge del sale sulla superficie del pomodoro; allo stesso modo si sparge un pizzico di origano; si taglia uno spicchio di aglio; precedentemente privato della pellicola esterna, a fettine e lo si depone sul pomodoro; con una oliera a becco e con movimento spirale si distribuisce sulla superficie, partendo dal centro, 4-5 grammi di olio extra vergine di oliva.
Pizza napoletana Margherita extra:
con un cucchiaio si depongono al centro del disco di pasta g da 60 a 80 di pomodori pelati frantumati e/o pomodorini freschi tagliati; con un movimento a spirale il pomodoro viene sparso su tutta la superficie centrale; con un movimento a spirale si aggiunge del sale sulla superficie del pomodoro; 80-100 g di mozzarella di bufala campana DOP tagliata a listelli vengono appoggiati sulla superficie del pomodoro; si depongono sulla pizza alcune foglie di basilico fresco; con una oliera a becco e con un movimento spirale si distribuisce sulla superficie, partendo dal centro, 4-5 grammi di olio extra vergine di oliva.
Pizza napoletana Margherita: con un cucchiaio si depongono al centro del disco di pasta g da 60 a 80 di pomodori pelati frantumati; con un movimento a spirale il pomodoro viene sparso su tutta la superficie centrale; con un movimento a spirale si aggiunge del sale sulla superficie del pomodoro; 80-100 g di mozzarella STG o fior di latte Appennino meridionale tagliata a listelli vengono appoggiati sulla superficie del pomodoro; si depongono sulla pizza alcune foglie di basilico fresco; con un’oliera a becco e con movimento spirale si distribuisce sulla superficie, partendo dal centro, 4-5 grammi di olio extra vergine d’oliva.
5) Cottura:
il pizzaiolo trasferisce su una pala di legno (o di alluminio), aiutandosi con un poco di farina e con movimento rotatorio, la pizza farcita, che viene fatta scivolare sulla platea del forno con un movimento rapido del polso tale da impedire la fuoriuscita della farcitura. La cottura della «Pizza Napoletana STG» avviene esclusivamente in forni a legno, dove si raggiunge una temperatura di cottura di 485 °C, essenziale per ottenere la pizza napoletana.
Il pizzaiolo deve controllare la cottura della pizza sollevandone un lembo, con l’aiuto di una pala metallica, e ruotando la pizza verso il fuoco, utilizzando sempre la stessa zona di platea iniziale per evitare che la pizza possa bruciarsi a causa di due differenti temperature.
E’ importante che la pizza venga cotta in maniera uniforme su tutta la sua circonferenza.
Sempre con la pala metallica, al termine della cottura, il pizzaiolo prelevera’ la pizza dal forno e la deporra’ sul piatto da portata. I tempi di cottura non devono superare i 60-90 secondi.
Dopo la cottura la pizza si presentera’ con le seguenti caratteristiche: il pomodoro, persa la sola acqua in eccesso, restera’ denso e consistente; la mozzarella di bufala campana DOP o la mozzarella STG si presentera’ fusa sulla superficie della pizza; il basilico cosi’ come l’aglio e l’origano svilupperanno un intenso aroma, apparendo alla vista non bruciati.
Temperatura di cottura platea: 485 °C circa.
Temperatura della volta: 430 °C circa.
Tempo di cottura: 60-90 secondi.
Temperatura raggiunta dalla pasta: 60-65 °C.
Temperatura raggiunta dal pomodoro: 75-80 °C.
Temperatura raggiunta dall’olio: 75-85 °C.
Temperatura raggiunta dalla mozzarella: 65-70 °C.

Articolo 4.
Carattere tradizionale
La pizza, rappresentata dal disco di pasta sul quale puo’ essere messo qualsiasi prodotto alimentare, per il quale svolgera’ funzione di piatto, e’ probabilmente presente negli scavi di quasi tutte le piu’ antiche civilta’ conosciute, sotto le forme piu’ varie. Il termine «pizza» comincia a circolare in Italia, per la prima volta nel 997 nel Codex cajetanus di Gaeta.
La vera «pizza napoletana», cosi’ come viene intesa a Napoli, e’ un disco di pasta su cui viene sparso il pomodoro e nasce dopo un determinato momento storico: la scoperta, nel 1492 dell’America da parte di Cristoforo Colombo. E fu proprio il navigatore genovese a portare in Europa la pianta del pomodoro, che solo nel 1596 verra’ esportata a Napoli dalla Spagna, dove era utilizzata come pianta ornamentale La prima notizia storica e’ storicamente dimostrabile dall’uso in cucina del pomodoro e si ritrova nel «Cuoco galante» (Napoli – Ed. Raimondiane 1733) dell’Oritano Vincenzo Corrado, Cuoco generale del Principe Emanuele di Francavilla. E lo stesso Corrado, in un successivo trattato sui cibi piu’ comunemente utilizzati a Napoli, dichiara che il pomodoro viene impiegato per condire la pizza e i maccheroni, accomunando due prodotti che hanno fatto nel tempo la fortuna di Napoli e la sua collocazione nella storia della cucina. Da cio’ si riconduce la comparsa ufficiale della «pizza napoletana», un disco di pasta condito con il pomodoro.
Le prime pizzerie, senza dubbio, sono nate a Napoli e fino a meta’ del ‘900 il prodotto era un’esclusiva di Napoli e delle Pizzerie. Fin dal 1700 erano attive nella citta’ diverse botteghe, denominate «pizzerie», la cui fama era arrivata sino al re di Napoli, Ferdinando di Borbone, che per provare questo piatto tipico della tradizione napoletana, violo’ l’etichetta di corte entrando in una tra le piu’ rinomate pizzerie. Da quel momento la «pizzeria» si trasformo’ in un locale alla moda, luogo deputato alla esclusiva preparazione della «pizza». Le pizze piu’ popolari e famose a Napoli erano la «marinara» nata nel 1734 e la «margherita» del 1796-1810, che venne offerta alla Regina d’Italia in visita a Napoli nel 1889 proprio per il colore dei suoi condimenti (pomodoro, mozzarella e basilico) che ricordano la bandiera dell’Italia.
Nel tempo le Pizzerie sono nate in tutte le citta’ d’Italia e anche all’estero, ma ognuna di queste, se sorta in una citta’ diversa da Napoli, ha sempre legato la sua stessa esistenza alla dizione«Pizzeria Napoletana» o, in alternativa, utilizzando un termine che potesse rievocare in qualche modo il suo legame con Napoli, dove da quasi 300 anni questo prodotto e’ rimasto pressoche’ inalterato.
Nel 1984 nel mese di maggio, quasi tutti i vecchi pizzaioli napoletani procedettero alla stesura di un breve disciplinare firmato da tutti e registrato con atto ufficiale per notar Antonio Carannante di Napoli.

Articolo 5.
Caratteristiche del prodotto finale
a. Descrizione del prodotto:
La «Pizza Napoletana» STG si presenta come un prodotto da forno tondeggiante, con diametro variabile che non deve superare 35 cm, con il bordo rialzato (cornicione) e con la parte centrale coperta dalla farcitura. La parte centrale sara’ spessa 0,3 cm, il cornicione 1-2 cm. La pizza nel suo insieme sara’ morbida, elastica, facilmente piegabile a «libretto».
b. Aspetto:
La «Pizza Napoletana» STG e’ caratterizzata da un cornicione rialzato, di colore dorato, proprio dei prodotti da forno, morbida al tatto e alla degustazione, da un centro con la farcitura, dove spicca il rosso del pomodoro, cui si e’ perfettamente amalgamato l’olio e per la: Pizza marinara, il verde dell’origano e il bianco dell’aglio; Pizza Margherita, il bianco della mozzarella a chiazze piu’ o meno ravvicinate, il verde del basilico in foglie, piu’ o meno scuro per la cottura.
La consistenza deve essere morbida, elastica, facilmente piegabile, il prodotto si presenta morbido al taglio, dal sapore caratteristico, sapido, derivante dal cornicione, che presenta il tipico gusto del pane ben cresciuto e ben cotto, mescolato al sapore acidulo del pomodoro, all’aroma, rispettivamente, dell’origano, dell’aglio o del basilico, e al sapore della mozzarella cotta. La pizza, alla fine del processo di cottura, emanera’ un odore caratteristico, profumato, fragrante.
c. Caratteristiche chimiche:
Pizza napoletana STG tipo Marinara

ANALISI DI PRODOTTO CARATTERISTICHE NUTRIZIONALI

===============================================================
| g/100 g | Kcal/100 g | Kjoule/100 g
===============================================================
Carboidrati…. | 25,48 | 102 | 432,4
Proteine…. | 4,04 | 16,16 | 68,5
Lipidi…. | 3,48 | 31,31 | 132,8
Valore energetico/100 g…. | | 149,47 | 633,79

Pizza napoletana STG tipo Margherita
ANALISI DI PRODOTTO CARATTERISTICHE NUTRIZIONALI

===============================================================
| g/100 g | Kcal/100 g | Kjoule/100 g
===============================================================
Carboidrati…. | 19,31 | 77,26 | 327,58
Proteine…. | 8,05 | 32,21 | 136,6
Lipidi…. | 7,39 | 66,56 | 282,21
Valore energetico/100 g…. | | 176,03 | 746,39

Pizza napoletana STG tipo Margherita extra
ANALISI DI PRODOTTO CARATTERISTICHE NUTRIZIONALI

===============================================================
| g/100 g | Kcal/100 g | Kjoule/100 g
===============================================================
Carboidrati…. | 19,31 | 77,24 | 327,5
Proteine…. | 8,82 | 35,28 | 149,58
Lipidi…. | 8,39 | 75,52 | 320,20
Valore energetico/100 g…. | | 188,04 | 797,28

Articolo 6.
Conservazione
La pizza napoletana va consumata immediatamente, appena sfornata, negli stessi locali di produzione.
L’eventuale asporto del prodotto verso abitazioni o locali differenti dalla Pizzeria determina la perdita del marchio.

Articolo 7.
Marchio
I locali nei quali viene prodotta la «Pizza Napoletana» STG appongono il marchio di seguito descritto.
Il profilo del golfo di Napoli con il Vesuvio di colore rosso, infine la Pizza composta dagli ingredienti. Il tutto e’ racchiuso in una circonferenza di colore verde.
Sotto il disegno, sopra descritto, compare la scritta Pizza (di colore verde) Napoletana (di colore rosso) e nella seconda stanghetta della lettera N, compare l’acronimo STG (colore bianco).

Articolo 8.
Controlli
I controlli previsti per la STG «Pizza Napoletana» riguarderanno i seguenti aspetti:
presso le aziende, nella fase d’impasto, lievitazione e preparazione, seguendo il corretto svolgimento e la corretta successione delle fasi descritte; controllando attentamente i punti critici dell’azienda (HACCP); verificando la corrispondenza delle materie prime a quelle previste nel disciplinare di attuazione; verificando la perfetta conservazione e immagazzinamento delle materie prime da utilizzare (HACCP); controlli eseguibili da strutture di controllo ai sensi dell’art. 14 del regolamento (CEE) n. 2082/92.

Fonte: Agraria.org

Pizza Napoletana S.T.G. - per la foto si ringrazia

Pizza Napoletana S.T.G. – per la foto si ringrazia

 

Caciocavallo affumicato

E’ un formaggio a pasta filata prodotto in tutte le province campane, è ottenuto da latte vaccino di bestiame allevato al pascolo oppure a stabulazione fissa.

La forma è globosa con la testina legata nella parte più allungata, la legatura avviene con fibre vegetali ed il peso varia da 0,5 a 2 kg. Questo tipo di caciocavallo subisce un’affumicatura con fuoco a legna e/o paglia naturale.

Il latte nella lavorazione tradizionale viene scaldato e poi aggiunto al caglio di capretto o di agnello in tini di legno. Dopo la coagulazione la cagliata viene rotta mediante l’utilizzo dello “spino” di legno.

La fase successiva è quella dello spurgo del siero in cui il siero viene separato dalla cagliata , segue un altro periodo di riposo in cui la cagliata matura e acidifica, dopo questo periodo la massa caseosa viene tagliata a fette mediante l’uso di coltelli di acciaio; le fette di cagliata vengono maneggiate con cura affinché non si rompano ed aggiunte al siero bollente per essere “filate” manualmente mediante l’utilizzo di mestoli di legno.

Segue la formatura del caciocavallo e l’immersione della forma, per 1 ora circa, in acqua fredda per il rassodamento.

La salatura avviene in salamoia; le forme vengono poi legate ed appese in locali appositi dove vengono affumicate. La stagionatura avviene in locali ben aerati e freschi che, per un primo periodo di almeno 60 giorni, devono avere un’umidità relativa dell’80%, in seguito il prodotto vieneconservato in locali freschi e ben aerati fino al momento della vendita.

Fonte: Atlante Caseario.com

Caciocavallo affumicato - per la foto si ringrazia

Caciocavallo affumicato – per la foto si ringrazia

Caciocavallo podolico picentino – P.A.T.

Questo caciocavallo è un formaggio a pasta filata, prodotto soprattutto in provincia di Avellino da latte bovino intero crudo o pastorizzato di una o più mungiture.

La forma si presenta ovale con testina verso l’estremità apicale, il diametro della parte maggiore, verso la base, è di circa 10-20 cm, l’altezza varia dai 20 ai 30 cm. Il peso oscilla tra 1 e 3 kg. La crosta è liscia dura di colore giallo ocra e racchiude una pasta di colore paglierino che presenta una consistenza uniforme che tende a sfogliarsi e presenta occhiature irregolari. Le forme prodotte non sono uniformi tra loro per forma e pezzatura.

Nella lavorazione il latte intero pastorizzato a 72°C per 15 secondi viene portato in caldaia e raffreddato a temperatura di 36-37°C, viene poi aggiunto il caglio di vitello o di capretto liquido o in pasta. La coagulazione avviene in 30 minuti dopo i quali la cagliata viene rotta a “chicco di riso” e poi lasciata riposare fino al suo deposito in fondo al siero.

Quindi avviene l’estrazione del siero e successivamente la cagliata viene riscaldata con il siero caldo a 60°C, sminuzzata e poi nuovamente ricoperta da siero caldo a 60°C. A questo punto la cagliata viene lasciata a riposare sotto il siero per 6-8 ore. Passato questo periodo la cagliata viene tagliata a fette e filata in acqua a 80-85°C, poi modellata a mano. La rassodatura avviene in acqua fredda per 15-20 minuti.

La salatura avviene in salamoia per 6-12 ore. Le forme vengono poi legate a coppie con la corda ed appese a coppie e fatte stagionare su pertiche.

Fonte: Atlante Caseario.com

Caciocavallo podolico picentino P.A.T. - per la foto si ringrazia

Caciocavallo podolico picentino P.A.T. – per la foto si ringrazia

Caciottina canestrata di Sorrento – P.A.T.

La Caciottina canestrata di Sorrento è un formaggio fresco a pasta tenera la cui antica zona di origine è la zona di Sorrento e di tutta la penisola; è ottenuto da latte vaccino.

La forma di questa caciottina è piccola e cilindrica di pezzatura di 20-50 gr.

Nella lavorazione il latte vaccino utilizzato è quello locale di una sola mungitura, che viene riscaldato e poi viene aggiunto il caglio che fa coagulare il latte. Dopo la produzione della cagliata questa poi messa in forma in piccoli cesti di vimimni chiamati “canestri” da cui deriva il nome di “caciottina canestrata”.

Il formaggio viene poi lasciato ad asciugare e, in seguito, confezionato in carta pergamenata. È un formaggio molto fresco e delicato di sapore che ricorda il sapore del latte, in cucina è l’accostamento ideale per pomodori sott’olio e verdure alla brace e sott’olio.

Fonte: Atlante Caseario.com

Caciottina canestrata di Sorrento P.A.T. - per la foto si ringrazia

Caciottina canestrata di Sorrento P.A.T. – per la foto si ringrazia

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