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Archive for the ‘Prodotti agricoli e derivati’ Category

Mela della Valle del Giovenco – P.A.T.

Le coltivazioni di ecotipi locali di melo sono ancora diffuse in moltissime zone interne d’Abruzzo, mentre altrove sono completamente scomparse. La località di elezione storica è quella di Ortona dei Marsi, in provincia di L’Aquila, situata a 1003 m s.l.m. sulla Valle del fiume Giovenco, da sempre nota per la qualità delle sue mele. Dalle vecchie cronache ottocentesche si apprende che per le popolazioni di campagna la primavera era, almeno nelle annate povere di raccolti, la stagione della fame. Così il giorno della mietitura era un momento di grande festa, perché era sinonimo di pane e abbondanza.

 Fonti locali fanno sapere che proprio in occasione della mietitura la gente del posto era solita preparare “l’acquata”, vino molto leggero ricavato dalla torchiatura di mele e dalla seconda torchiatura dei raspi d’uva. Questa bevanda, conservata con grande cura, veniva portata dalle donne agli uomini che lavoravano nei campi verso le nove del mattino, perché molto dissetante e poco alcolica. Si deve aggiungere che fino a non molto tempo fa tra i boscaioli di Bisegna e di San Sebastiano, da una parte, e i contadini di Ortona dei Marsi, dall’altra, esisteva una forma di baratto in base al quale gli uomini dei boschi scambiavano le pianticelle di melo selvatico con i prodotti della campagna.

Fonte: Atlante dei prodotti tradizionali D’Abruzzo – ARSSA – Agenzia Regionale per i servizi di sviluppo agricolo-abruzzo

Mela della Valle del Giovenco P.A.T. - per la foto si ringrazia

Mela della Valle del Giovenco P.A.T. – per la foto si ringrazia

Castagno roscetta della Valle del Roveto – P.A.T.

I castagneti della Valle Roveto si estendono alla destra del fiume Liri, lungo tutta la valle, e sono localizzati principalmente nei territori dei comuni di Canistro, Capistrello, Morino, Civitella Roveto, Civita d’Antino e Balsorano. La Roscetta della Valle Roveto è di colore bruno rossastro, liscia nella superficie e di volume rilevante, caratterizzata anche dalla particolare dolcezza del sapore dovuto al più alto valore dei glucidi solubili. La sua raccolta, rimasta inalterata nel corso degli anni, comincia in settembre con le operazioni di pulitura del bosco e a metà ottobre si effettua a mano in maniera tradizionale, raccogliendo i frutti nei cesti. Le castagne vengono conservate seguendo un trattamento particolare tramandato di generazione in generazione: dapprima tenute in acqua per circa 18 giorni, poi messe ad asciugare al sole, infine conservate in luogo rigorosamente asciutto. Possono anche essere abbrustolite (cosiddette “infornatelle”) e conservate per tutto l’inverno.

I castagneti che, insieme alle numerose sorgenti di acqua caratterizzano il suggestivo paesaggio naturale dell’alta Valle Roveto, hanno un’età variabile, ma ci sono numerosi esemplari con diametro superiore ai due metri e altezze rilevanti (30/35 metri) che sicuramente superano i 200 anni. È difficile stabilire quando sia iniziata la coltivazione del castagno in questa zona. Esistono documenti che attestano la presenza del castagno nella valle già dalla metà del ’600 come il saggio in cui il Febonio indica le castagne tra i prodotti che le donne rovetane portavano ai mercati romani dentro i famosi “canistri” (cesti realizzati con giunchi di vimini che costituivano la principale attività degli abitanti di Canistro).

L’esistenza lungo l’alta e la media valle del Liri di folte selve, popolate anche da castagni, è testimoniata da alcune iscrizioni rinvenute nel territorio di Antinum (oggi Civita d’Antino), comune della Valle Roveto, antico municipio romano da cui dipendevano tutti i comuni dell’alta Valle Roveto. Inoltre, sulla base delle statistiche murattiane, pubblicate nel 1811 nel capitolo “sussistenza della popolazione”, nell’alta Valle Roveto si rileva che erano abbondanti i raccolti di castagne, che costituivano spesso l’unico cibo della popolazione, accanto alle ghiandaie e ai semi di faggio. La storia, la cultura, l’economia, il paesaggio della valle sono strettamente legati al castagno. L’importanza nel passato dei castagneti è dimostrata anche dall’ampia legislazione comunale ad essi dedicata.

Fonte: Atlante dei prodotti tradizionali D’Abruzzo – ARSSA – Agenzia Regionale per i servizi di sviluppo agricolo-abruzzo

Castagna roscetta della Valle del Roveto P.A.T. - per la foto si ringrazia

Castagna roscetta della Valle del Roveto P.A.T. – per la foto si ringrazia

Farro d’Abruzzo – P.A.T.

La zona di produzione del farro comprende la fascia collinare interna e le zone pedemontane e montane delle quattro province d’Abruzzo. II farro esprime il suo potenziale produttivo anche in ambienti difficili e marginali; è tradizionalmente una coltura a bassissimo apporto energetico per il limitato numero di interventi colturali e, proprio per tale peculiarità, può essere annoverato tra i prodotti che più facilmente possono essere ottenuti con le metodologie dell’agricoltura biologica. Il farro in Abruzzo è sin dall’antichità coltivato per il consumo famigliare su piccoli appezzamenti soprattutto nelle zone montane, dove sono presenti, in cascinali abbandonati, i resti di vecchi mulini a pietra.

Altro elemento che attesta la presenza storica del farro in Abruzzo può essere considerato l’uso, comune in talune zone agricole della regione, della parola “livesa” termine dialettale che sta appunto a indicare il farro e distingue la “livesa bianca” (T. spelta) dalla “livesa rossa” (T. dicoccum). Teodoro Bonanni in Le antiche industrie della provincia di Aquila, 1888 evidenzia la presenza del farro nel territorio dell’Aquila, notando che i prodotti annui oltrepassano i 60.000 tomoli, un terzo dei quali è segale, che vegeta e cresce in quei terreni ove non prospera bene il grano.

Fonte: Atlante dei prodotti tradizionali D’Abruzzo – ARSSA – Agenzia Regionale per i servizi di sviluppo agricolo-abruzzo

Farro d'Abruzzo P.A.T. - per la foto si ringrazia

Farro d’Abruzzo P.A.T. – per la foto si ringrazia

Pomodoro a pera – P.A.T.

Questo pomodoro, coltivato principalmente nei comuni di Francavilla al Mare, Miglianico e Ripa Teatina, in provincia di Chieti, e in quelli di Roseto e Silvi Marina, in provincia di Teramo, prende il nome dalla caratteristica forma “a pera” o “cuor di bue”. Di colore rosso intenso e di consistenza media a piena maturazione, si presenta di forma globosa o lievemente allungata, con costole più o meno pronunciate e può raggiungere anche 600 g di peso.

Tra le caratteristiche organolettiche, si evidenzia un giusto equilibrio fra zuccheri e acidità. Si pela facilmente quando è pienamente maturo. Il gusto dolce e la ricca carnosità del frutto, con scarsa presenza d’acqua e di semi nelle logge seminali, rendono il pomodoro a pera particolarmente adatto alla produzione di conserve e di salse in bottiglia. Il frutto non eccessivamente maturo, invece, si presta ottimamente a essere consumato fresco: eccellente per le insalate, si caratterizza per il colore verde del dosso (parte superiore). Il prodotto viene confezionato in campo durante la raccolta ed avviato subito al commercio.

Fonte: Atlante dei prodotti tradizionali D’Abruzzo – ARSSA – Agenzia Regionale per i servizi di sviluppo agricolo-abruzzo

Pomodoro a pera P.A.T. - per la foto si ringrazia

Pomodoro a pera P.A.T. – per la foto si ringrazia

Cece abruzzese – P.A.T.

I territori interessati alla produzione di questa leguminosa sono gli altopiani e le vallate interne della Provincia di L’Aquila. I semi della leguminosa Cicer arietinum hanno ottime caratteristiche organolettiche. La tecnica di produzione prevede, normalmente, la semina primaverile su terreno già preparato e affinato prima dell’inverno. La semina viene effettuata in corrispondenza della luna mancante di marzo, altrimenti la pianta continua a fiorire, rimane verde tutta l’estate e non chiude il ciclo. I semi conservano la loro vitalità per due o più anni.

Dopo la trebbiatura, il cece viene raccolto (di solito nella prima metà di agosto) e conservato in sacchi di juta posti in locali asciutti. Un riferimento sulla coltivazione di legumi di vario tipo nella Provincia di L’Aquila, si trova nel libro di Teodoro Bonanni Le antiche industrie della provincia di Aquila (1888) che parla di numerose “civaie” coltivate in tutta la provincia. Nel periodo di impianto del catasto, 1923-1928, si annoverano 32 ettari di ceci coltivati nella zona di Navelli, con una produzione di 395 quintali. La resa per ettaro era di 12-13 quintali, e da allora è rimasta praticamente invariata. Le recenti ricerche effettuate dall’ARSSA, nell’ambito del “Programma regionale di recupero del germoplasma di specie di interesse agrario” (POM 3.2), dimostrano l’antica radicazione dalla coltura sul territorio, e hanno fatto rinvenire diverse accessioni di cece autoctono oltre che a Navelli, a Collepietro, Castelvecchio Subequo e Pacentro (dove era pervenuto da Castel di Ieri). Si hanno notizie di coltivazioni rimarchevoli, in passato, nella Marsica, sui terreni asciutti che costeggiavano il lago Fucino.

Fonte: Atlante dei prodotti tradizionali D’Abruzzo – ARSSA – Agenzia Regionale per i servizi di sviluppo agricolo-abruzzo

Cece abruzzese P.A.T. - per la foto si ringrazia

Cece abruzzese P.A.T. – per la foto si ringrazia

Tartufo d’Abruzzo – P.A.T.

La produzione del tartufo coltivato e, più in generale di quello spontaneo, si estende sull’intero territorio regionale con una concentrazione delle varie specie nei diversi ambienti, a seconda delle varietà arboree e delle caratteristiche pedoclimatiche del territorio. In Abruzzo se ne trovano diversi tipi: il TuberMelanosporum (Tartufo nero pregiato), TuberMagnatum (Tartufo bianco pregiato), Tuber Brumale (Tartufo nero invernale), Tuber Aestivum (Tartufo nero estivo o Scorzone). La conoscenza e l’apprezzamento del tartufo in Abruzzo affonda le sue radici all’inizio dell’800. Luigi Marra nel libro Del Tartufo riporta gli scritti di Ignazio Niccolò Vicentini il quale, nella Memoria sulla coltura de’ tartufi, recitata nell’adunanza della Società Economica de l’Aquila del dì 19 del mese di Aprile dell’anno 1828 (Tip. Grossi, Aquila 1833), così scrive riferendosi all’uso del tartufo: “L’aroma de’ Tartufi, e forse l’astringente sostanza che contengono, basta per conservare la carne; mentre si osserva che i polli ripieni di Tartufi non si guastano così prestamente. Il liquore coi Tartufi si fa, impregnando l’acqua dell’aroma, che dà medesimi esala, fatti in pezzi: ma conviene prepararla a freddo: perché il menomo calore ne deteriora la qualità e la delicatezza.

I Tartufi freschi par che contengano un acido: pestati e messi nel latte bollente lo coagula, e ne viene un cacio chiamato Formaggio al Tartufo di un odore particolare e di un cibo gradevole. Si apparecchiano i Tartufi in diversa maniera, sia cotti nell’acqua o sotto le ceneri, sia crudi in insalata fettati, e conditi coll’olio, aglio ed acciughe o alici. Finalmente si usano secchi, dopo conservati nel modo che si andrà a dire”. Paolo Urbani, Amministratore Delegato della ditta Urbani s.n.c., un importante gruppo agroindustriale nel mondo per la coltivazione, ricerca, raccolta, lavorazione, e commercializzazione di tartufi e prodotti con aroma di tartufo, nell’ambito del Convegno Internazionale sul Tartufo (L’Aquila, 5-8-marzo 1992) sosteneva: “Egli (Carlo Urbani) fu presente in Abruzzo ed in particolare nella provincia di L’Aquila sin dagli anni Trenta, venendo a contatto con molte centinaia di cavatori, presso i quali la stima, la fiducia, la riconoscenza di cui godeva, andavano ben al di là del semplice rapporto di scambio”. Gli esempi citati dimostrano la conoscenza del tubero sin da tempi remoti e, con essa, forme diverse di utilizzazione e trasformazione.

In anni più recenti gran parte della produzione abruzzese è stata acquisita da industrie di trasformazione extraregionali e commercializzata in tutto il mondo con marchi diversi. La raccolta del tartufo è effettuata con l’aiuto di cani idoneamente addestrati per la ricerca, ma in passato veniva utilizzata anche la femmina del suino, più resistente e meno distratto da altri odori lasciati dalla selvaggina rispetto al cane. Tuttavia la difficoltà di controllare l’animale e il conseguente rischio di danni per la tartufaia hanno consigliato in più regioni, e fra queste l’Abruzzo, di vietare per legge l’uso del suino nella raccolta del tartufo. Nel corso degli anni è stata così selezionata una razza di cani da riporto, “il Lagotto”, che è diventato il cane da tartufo per eccellenza essendo docile, resistente alla fatica e non distratto dalla selvaggina. Negli ultimi anni, il crescente interesse per il tartufo a livello regionale, testimoniato anche dal notevole aumento dei cercatori, ha favorito la realizzazione di campi con specie tartufigene realizzate dall’Agenzia Regionale per i Servizi di Sviluppo Agricolo allo scopo di fornire cognizioni relative alla coltivazione di questo prezioso fungo.

Fonte: Atlante dei prodotti tradizionali D’Abruzzo – ARSSA – Agenzia Regionale per i servizi di sviluppo agricolo-abruzzo

Tartufo d'Abruzzo P.A.T. - per la foto si ringrazia

Tartufo d’Abruzzo P.A.T. – per la foto si ringrazia

Fagioli a pane – P.A.T.

Con la dicitura “fagioli a pane” si identificano tipi diversi di fagiolo a seconda delle varie zone della regione. Coltivati nella Piana di Paganica e di Onna, i fagioli a pane sono di colore bianco- latte, reniformi, tipo “cannellini”, con tegumento esterno generalmente liscio, solo talvolta raggrinzito (se non ben maturo alla raccolta). Tipica coltura irrigua ad accrescimento indeterminato, viene impalcato con canne o frasche. Si semina in primavera su terreno letamato, segue il grano e precede le ortive.

Un riferimento alla coltivazione di legumi di vario tipo nella Provincia dell’Aquila, datato alla fine dell’800, si trova nel libro di Teodoro Bonanni Le antiche industrie della provincia dell’Aquila (1888) che parla di numerose “civaie” coltivate in tutta la provincia. Per il fagiolo cannellino viene addirittura datato l’inizio della coltivazione, conseguente all’introduzione della semente da Marsiglia, avvenuta all’inizio del secolo XIX ad opera del marchese Giovanni Battista Dragonetti.

Fonte: Atlante dei prodotti tradizionali D’Abruzzo – ARSSA – Agenzia Regionale per i servizi di sviluppo agricolo-abruzzo

Fagioli a pane P.A.T. - per la foto si ringrazia

Fagioli a pane P.A.T. – per la foto si ringrazia

Peperone secco dolce – P.A.T.

La zona di produzione del peperone dolce comprende la fascia costiera della regione Abruzzo, in particolare le province di Pescara e di Teramo. Il peperone è un ortaggio appartenente alla famiglia delle Solanacee ed è costituito dal frutto della pianta a forma generalmente conica o lobata, nel senso della lunghezza e a base quadrata, con qualità organolettiche molto variabili dall’acre piccante al dolce. Anche se si tratta di un ortaggio importato in passato dall’America, è diventato ormai un prodotto indispensabile per la cucina mediterranea e abruzzese. Il peperone secco dolce viene utilizzato tritato più o meno grossolanamente in alternativa, o in aggiunta, al peperoncino piccante in alcune preparazioni tradizionali a base di verdure o di pesce.

Fonte: Atlante dei prodotti tradizionali D’Abruzzo – ARSSA – Agenzia Regionale per i servizi di sviluppo agricolo-abruzzo

Peperone secco dolce P.A.T. - per la foto si ringrazia

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Patata del medio Sangro – P.A.T.

La zona di produzione coincide con i territori della Comunità del Medio Sangro (che prende il nome dall’omonimo importante fiume che solca la valle) in provincia di Chieti, che circondano i comuni di Montenerodomo, Pizzoferrato, Gamberale e Civitaluparella, e con alcune aree facenti parte del Parco Nazionale della Majella. Il comprensorio è caratterizzato da un’identità storica e territoriale omogenea e da sempre dedita alla coltivazione della rinomata e genuina patata di montagna, affidata a piccole aziende familiari (per questo la continuità produttiva è a rischio) che lavorano la terra con metodi estensivi, tipici dell’agricoltura di montagna, a quote che vanno dagli 800 ai 1400 metri. s.l.m. L’area è recentemente interessata dallo sviluppo di un turismo di tipo naturalistico, attratto dal consumo di prodotti locali cosiddetti “di fattoria”. La polpa di questo tubero è stata per lungo tempo alla base dell’alimentazione dei contadini, infatti, era spesso aggiunta durante la preparazione del pane e della polenta ed ancora oggi è alla base di un tipico prodotto locale (i frascarielli ).

Diversi autori (G. De Thomasis, B. Croce, Prosperi, G. Del Re, e altri) indicano che già all’inizio dell’Ottocento la coltivazione del tubero era conosciuta (molto probabilmente la sua coltivazione fu accelerata dopo la terribile carestia del 1817). Fino a qualche decennio fa, il prodotto veniva ancora scambiato con derrate prodotte a valle e, seppur a livelli molto ridotti, la coltivazione della patata è rimasta una caratteristica peculiare di questi territori.

Fonte: Atlante dei prodotti tradizionali D’Abruzzo – ARSSA – Agenzia Regionale per i servizi di sviluppo agricolo-abruzzo

Patate del Medio Sangro P.A.T. - per la foto si ringrazia

Patate del Medio Sangro P.A.T. – per la foto si ringrazia

Marrone della Valle Castellana – P.A.T.

Prodotto nel territorio del comune di Valle Castellana e appartenente al gruppo del marrone fiorentino, del quale conserva le caratteristiche tipiche, il marrone di Valle Castellana presenta dimensioni molto variabili, come conseguenza dell’adozione di metodi di coltivazione esclusivamente “biologici”. La cura dei castagneti e la raccolta dei loro frutti è una pratica di cui si ha testimonianza in zona sin dal XIII secolo, come affermano il Palma (in Storia ecclesiastica e Civile, 1834) e il Lattanzi (in Appunti Storici su Valle Castellana, 1955), che raccontano come tale coltivazione fosse una pratica molto diffusa nel territorio. La formazione delle “ricciaie” e la “curatura” delle castagne sono pratiche utilizzate fin da allora per prolungare nel tempo la conservazione del prodotto, che era alla base dell’alimentazione popolare.

Fonte: Atlante dei prodotti tradizionali D’Abruzzo – ARSSA – Agenzia Regionale per i servizi di sviluppo agricolo-abruzzo

Marrone della Valle Castellana P.A.T. - per la foto si ringrazia

Marrone della Valle Castellana P.A.T. – per la foto si ringrazia

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