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Archive for the ‘Sapori d’Italia’ Category

Ricotta affumicata – P.A.T.

Latticino magro, di breve stagionatura, a pasta dura.

Nei territori, soprattutto del nord Italia, dove lo smercio della Ricotta fresca era ed è difficoltoso, si usava posizionare questo eccellente latticino sopra graticci metallici, nei pressi di un focolare o in ambienti adatti, dove il fumo della legna, che bruciava per riscaldare l’ambiente, essiccava lentamente il prodotto.

ORIGINE

  • Latte di Pecora
  • Latte di Vacca

PERIODO DI PRODUZIONE

Tutto l’anno

FORMA E DIMENSIONE

Si presenta solitamente con forma tronco conica, dal peso variabile, ma solitamente di 300-400 gr.

STORIA

La Ricotta affumicata nasce per essere conservata più a lungo rispetto a quella fresca. La Ricotta non è un formaggio. Lo si può capire dal fatto che per ottenerla si utilizza il siero derivante dalla lavorazione del formaggio. È quindi considerata un sottoprodotto della lavorazione del latte. Storicamente il siero per fare la Ricotta veniva acidificato con l’agra, ovvero una miscela di siero e limone o aceto. Oggi si utilizzano acidificanti naturali come l’acido lattico o l’acido citrico.

TIPOLOGIA DI FORMAGGIO PER TIPO DI LAVORAZIONE

Pasta dura

TECNOLOGIA DI LAVORAZIONE

Il siero è la parte liquida che rimane dopo aver fatto il formaggio, sia esso di latte vaccino o di altri latti, e contiene le siero proteine, cioè la base solida della Ricotta. Il siero viene riscaldato alla temperatura di 80-85°, a volte anche di più, in funzione del latte di origine o della consistenza che si intende ottenere. Giunti alla temperatura ideale, viene immesso un coadiuvante che consente al siero di acidificare rapidamente. Questa operazione permette alle siero proteine, dette anche globuline, di raggiungere, galleggiando, la superficie del siero. Dopodiché il tutto viene lasciato in sosta per alcuni minuti e poi raccolto. Terminato lo spurgo del siero, la Ricotta viene posta, dopo una leggerissima salatura a secco, su graticci metallici posti su camini o in locali appositi per l’affumicatura, che avviene con fumo freddo bruciando arbusti o legname tipico del territorio di produzione. Spesso viene anche utilizzata una segatura per smorzare il fuoco e per produrre fumo più odoroso e duraturo.

MATURAZIONE/STAGIONATURA

Si consuma a breve o media stagionatura.

CARATTERISTICHE DEL FORMAGGIO

La superficie esterna è dura, rigata dalle fuscelle, abbastanza untuosa, macchiata da un colore marrone o grigio scuro. La pasta è dura, di colore paglierino chiaro, che può diventare anche marrone.

TIPOLOGIA DI FORMAGGIO AL CONSUMO

Latticino magro, di breve stagionatura, a pasta dura.

INTENSITÀ AROMATICA E SENSAZIONI

Media.

ABBINAMENTI

Solitamente viene grattugiata su primi piatti come gnocchi al burro fuso o tortelli.

NOTE

Durante il riscaldamento del siero è possibile aggiungere latte o panna.

Fonte: formaggio.it

Ricotta affumicata P.A.T. – per la foto si ringrazia

Brossa – P.A.T.

Se in passato l’abbinamento ‘polenta e brossa’ costituiva l’alimentazione tipo dei pastori in alpeggio, poiché nutriente e ricco di calorie utili a fornire l’energia indispensabile alla faticosa giornata di lavoro, oggi è considerato un accostamento prelibato, che si può gustare negli agriturismi o nei ristoranti locali che propongono menù tipici della cucina valdostana.

La brossa è una ‘crema’ ottenuta dal siero del latte riscaldato, al quale si aggiunge dell’aceto (o altre sostanze agre), permettendo al grasso e a piccole quantità di proteine di affiorare in superficie. Dalla Brossa si può ricavare del burro pregiato, meno calorico di quello ottenuto dalla panna.

Fonte: lovevda.it

Brossa P.A.T. – per la foto si ringrazia

Salignoùn – P.A.T.

Latticino magro, fresco, a pasta molle, affumicato.

Latticino fresco e spesso affumicato, proprio come da tradizione Walser. E’ una ricotta lavorata, predisposta per accompagnare alcuni alimenti, come le patate bollite, abbinata spesso a una buona birra. Fa parte della tipologia dei formaggi magri, anche se al siero viene aggiunta una piccola parte di latte o di panna.

TERRITORIO DI PRODUZIONE

Valle d’Aosta, nei territori bassi della regione.

ORIGINE

  • Latte di Vacca

PERIODO DI PRODUZIONE

Tutto l’anno

FORMA E DIMENSIONE

Piccole sfere di dimensioni e peso variabili.

STORIA

Latticino prodotto storicamente dalla ricotta che, da tradizione tedesca Walser, viene mescolata a erbe o prodotti locali.

TIPOLOGIA DI FORMAGGIO PER TIPO DI LAVORAZIONE

Pasta molle

TECNOLOGIA DI LAVORAZIONE

La ricotta ottenuta dal siero, con l’aggiunta di latte o panna, viene filtrata e condita con peperoncino o paprika. Possono essere aggiunte anche erbe tipiche locali o fiori. La pasta così condita viene formata a piccole sfere che vengono in seguito affumicate. La tipologia non affumicata prevede che alla ricotta si aggiunga dell’aglio.

MATURAZIONE/STAGIONATURA

Si consuma fresco.

CARATTERISTICHE DEL FORMAGGIO

La superficie esterna presenta la classica colorazione rilasciata dall’affumicatura. La pasta è morbida, variegata dalle erbe o dalle spezie contenute, così come il colore.

TIPOLOGIA DI FORMAGGIO AL CONSUMO

Latticino magro, fresco, a pasta molle, affumicato.

INTENSITÀ AROMATICA E SENSAZIONI

Medio bassa, media. Piccante.

ABBINAMENTI

Si consuma con patate lesse e si accompagna con birra.

NOTE

Prodotto di difficile reperibilità, essendo un latticino fatto in casa.

Fonte: formaggio.it

Salignoun P.A.T. – per la foto si ringrazia

Patata della Sila – I.G.P.

Zona di produzione

Riconoscimento UE: Reg. UE n. 898 del 08.10.10 (GUUE L. 266 del 09.10.10)

Comprende esclusivamente il territorio dei seguenti comuni: Acri, Aprigliano, Bocchigliero, Celico, Colosimi, Longobucco, Parenti, Pedace, Rogliano, San Giovanni in Fiore, Serra Pedace, Spezzano della Sila, Spezzano Piccolo, in provincia di Cosenza e il comune di Taverna in provincia di Catanzaro.

Caratteristiche

La denominazione “Patata della Sila” designa il tubero della specie Solanum tuberosum, della famiglia delle Solanacee ottenuto dalle varietà Agria, Desirèe, Ditta, Majestic, Marabel, Nicola.

Disciplinare di produzione – Patata della Sila IGP

Articolo 1.
Denominazione
L’Indicazione Geografica Protetta “Patata della Sila” è riservata esclusivamente al prodotto che risponde alle condizioni ed ai requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
Descrizione del prodotto
La denominazione “Patata della Sila” designa il tubero della specie Solanum tuberosum, della famiglia delle Solanacee ottenuto dalle varietà Agria, Desirèe, Ditta, Majestic, Marabel, Nicola, e che deve presentare al consumo le seguenti caratteristiche:
Caratteristiche fisiche
Forma: Tonda – Tonda/ovale – Lunga/ovale
Calibro: compreso tra
– 28 mm. e 42 mm. (mezzanella o tondello)
– tra 43 mm. e 75 mm. (prima)
– oltre 76 mm. (fiorone)
Buccia: consistente dopo sfregamento.
Polpa: consistente, senza cedimenti alla pressione.
Sostanza secca
Contenuto minimo (%):
– 19 %, nelle varietà a maturazione precoce;
– 20 %, nelle varietà a maturazione media e medio-precoce;
– 21 %, nelle varietà a maturazione tardiva e medio-tardiva.
All’atto dell’immissione al consumo i tuberi devono essere sani, non germogliati, interi, puliti, esenti da macchie aventi una profondità superiore a 3 mm e/o danni provocati da attacchi parassitari. È ammessa la presenza di tagli e/o unghiature e/o spellature su una quantità in peso di tuberi inferiore al 5% del totale.
R.m.a. (residuo massimo ammesso di principi attivi) (%): inferiore al 50 % del limite previsto dalla legislazione vigente.

Articolo 3.
Zona di origine
La zona di produzione della “Patata della Sila” comprende esclusivamente il territorio dei seguenti comuni: Acri, Aprigliano, Bocchigliero, Celico, Colosimi, Longobucco, Parenti, Pedace, Rogliano, San Giovanni in Fiore, Serra Pedace, Spezzano della Sila, Spezzano Piccolo, in provincia di Cosenza e il comune di Taverna in provincia di Catanzaro.

Articolo 4.
Prova dell’origine
Ogni fase del processo produttivo deve essere monitorata documentando per ognuna gli input e gli output. In questo modo, e attraverso l’iscrizione in appositi elenchi, gestiti dall’organismo di controllo, delle particelle catastali sulle quali avviene la coltivazione, dei produttori e dei condizionatori, nonché attraverso la denuncia tempestiva alla struttura di controllo dei quantitativi prodotti, è garantita la tracciabilità del prodotto. Tutte le persone, fisiche o giuridiche, iscritte nei relativi elenchi, saranno assoggettate al controllo da parte dell’organismo di controllo, secondo quanto disposto dal disciplinare di produzione e dal relativo piano di controllo.

Articolo 5.
Metodo di ottenimento
Caratteristiche del tubero-seme
La “Patata della Sila” deve provenire da tuberi-seme certificati secondo le norme sementiere nazionali. Questi devono essere seminati nel territorio di cui all’art. 3 per un ciclo produttivo. E’ ammesso l’utilizzo di semi autoriprodotti, per non più di un ciclo produttivo, dall’azienda agricola produttrice.
Le dimensioni dei tuberi-seme devono essere di calibro compreso tra 28-55 mm.
I tuberi-seme devono essere conservati in ambienti aerati con finestre e/o con sistemi di ventilazione forzata, con umidità relativa superiore all’80% e temperatura statica compresa tra 4 e 12°C.
È ammessa la frigoconservazione alla temperatura compresa tra 4 e 6°C nel periodo dal 1 marzo al 31 maggio, al fine di evitare la germogliazione.
Pre-germogliazione
È ammessa una pre-germogliazione dei tuberi-seme, allo scopo di stimolare un anticipo del ciclo produttivo della tuberificazione. Il periodo di pre-germogliazione può variare da 10 a 20 giorni prima della messa a dimora (semina), al termine del quale i germogli devono raggiungere una lunghezza compresa tra 1 e 1,5 cm.
Per i tuberi-seme di dimensione superiore ai 45 mm è ammesso il taglio manuale o meccanico, rispettando rigorosamente un periodo di almeno 4 giorni di cicatrizzazione prima della messa a dimora.
Sono ammessi trattamenti concianti al seme con principi attivi registrati.
Preparazione del terreno
I terreni destinati alla coltivazione della “Patata della Sila” devono essere preparati per facilitare lo sgrondo dell’acqua ed evitare la presenza di ristagni.
L’aratura si deve praticare in autunno nel periodo che va dal 21 settembre al 21 dicembre o in primavera nel periodo che va dal 21 marzo al 21 giugno.
È ammesso l’interramento della paglia o dei residui delle coltivazioni in modo da incrementare la sostanza organica nel terreno.
È ammessa la fresatura del terreno.
Fertilizzazioni
Le unità azotate massime per ettaro non dovranno superare le 220 unità in caso di assenza di apporto di sostanza organica e le 150 unità in caso di apporto di sostanza organica.
Tecnica di Semina e Coltivazione
Rotazioni
Gli impianti della “Patata della Sila” devono essere realizzati su terreni ove si registra l’assenza della solanacea per almeno due anni precedenti consecutivi. Si consiglia in questo intertempo la coltivazione di cereali autunno-vernini, di erbai (a base leguminose) e di prati prolifiti di montagna.
Epoca e Caratteristiche della semina
La semina deve essere effettuata nel periodo compreso tra il 15 aprile ed il 30 giugno.
Non può essere superata una densità massima di 80.000 tuberi/ha.
Irrigazione
Le irrigazioni, effettuate con tecniche a pioggia, per scorrimento o gocciolatoi, devono essere effettuate a partire dall’epoca di tuberizzazione adottando volumi non superiori ai 45 mm.
Difesa
Salvo condizioni favorevoli, i trattamenti dovranno iniziare alla chiusura delle file ed in via preventiva dovranno essere utilizzati prodotti di contatto, mentre in caso di attacco, si potranno utilizzare prodotti sistemici in miscela con citotropici o citotropici + contatticidi.
Il trattamento con piretroidi deve essere fatto su terreno umido.
Raccolta
La raccolta della “Patata della Sila” avviene manualmente o meccanicamente prelevando il tubero dal terreno esclusivamente nel seguente periodo: dal 20 di agosto fino al 30 di novembre.
L’epoca precisa di raccolta viene determinata quando il periderma è completamente formato e consistente.
Fase di post-raccolta
La conservazione della “Patata della Sila” avviene al coperto, in bins o in cumuli di altezza non superiore ai 4 metri. In questo secondo caso si deve prevedere l’arieggiamento del prodotto attraverso la creazione di cunicoli di aerazione forzata sia orizzontali che verticali.
Per favorire l’asciugatura e la cicatrizzazione del prodotto occorre arieggiare il locale per 10-15 giorni dalla raccolta attraverso l’apertura di finestre, oppure favorire l’immissione di aria tramite impianti di areazione forzata.
La “Patata della Sila” deve essere conservata al buio a temperatura ambiente per un periodo di massimo 8 mesi e comunque non oltre il 30 aprile dell’anno successivo, oppure in apposite celle frigorifere con temperatura comprese tra 5° e 10° C e umidità pari a 93-98% per un massimo di 10 mesi e comunque non oltre il 30 maggio.
Non sono ammessi trattamenti antigermoglianti con prodotti di sintesi chimica.
La coltivazione della “Patata della Sila” può essere eseguita secondo le modalità di coltivazione dell’agricoltura biologica e/o dell’agricoltura integrata, così come previsto dalla regolamentazione comunitaria e nazionale in materia.
La produzione e il condizionamento della “Patata della Sila” deve avvenire nel territorio di cui all’art. 3 del presente disciplinare per salvaguardare la qualità perché il trasferimento del prodotto al di fuori dell’Altopiano Silano, caratterizzato da temperature ed umidità ideali per la conservazione senza l’utilizzo di alcun tipo di trattamento chimico, genererebbe uno stress che andrebbe ad incidere negativamente sulla conservabilità e quindi sulla qualità del prodotto.

Articolo 6.
Legame con l’ambiente
La patata della sila è contraddistinta ed apprezzata per le ottime qualità culinarie, in particolare per quel che riguarda la frittura grazie all’elevato contenuto di sostanza secca che presentano i tuberi coltivati sull’Altopiano Silano. Relativamente a quest’aspetto è stata condotta un’analisi sulla varietà Agria comparandola con campioni provenienti da altre zone produttive. I risultati hanno dimostrato come la patata coltivata sull’Altopiano Silano presenti livelli di sostanza secca molto più elevati, quindi una migliore attitudine alla frittura, nonché un sapore tipico più marcato rispetto alle altre provenienze. La patata della Sila è percepita come prodotto di qualità dalle popolazioni che circondano l’Altopiano della Sila (Cosenza – Crotone – Catanzaro – Piana di Sibari) che si approvvigionano tradizionalmente direttamente dalle aziende produttrici. Particolarmente rinomata nei mercati della Sicilia, della Puglia e della Campania che, nei periodi di raccolta mantengono legami stabili di commercio fin dagli anni ’50. La capacità di conservazione e il mantenimento delle caratteristiche organolettiche rendono la patata della Sila storicamente molto utilizzata per le provviste invernali in tutte queste aree.
L’ottima reputazione della Patata della Sila è testimoniata anche dall’enorme successo che hanno le manifestazioni e le sagre sul tema, le quali richiamo una miriade di turisti, provenienti principalmente dalle regioni su citate, che ogni autunno giungono sull’Altopiano desiderosi di gustare il prelibato tubero.
L’aspetto pedoclimatico del territorio dove viene coltivato questo prodotto assume una grande importanza. Da un punto di vista granulometrico i terreni silani sono in massima parte sciolti, tendenzialmente sabbiosi a grana fine e quindi molto permeabili e facilmente lavorabili; il pH risulta con un valore compreso tra 5 e 6,5; infine risultano essere ben dotati di sostanza organica, e quindi di fertilità naturale, che in alcune aree raggiunge valori pari al 10,04%. Dal punto di vista pedologico, secondo recenti studi (si può citare a riguardo Lulli ed al., 2002) emerge che tali caratteristiche sono ottimali per la coltivazione della patata.
Dal punto di vista climatico l’Altopiano della Sila presenta un clima estremamente secco d’estate e freddo d’inverno. Le temperature registrate riportano valori crescenti nel periodo tra aprile e maggio, ideale quindi per le semine. La crescita delle piante è inoltre favorita dall’escursione termica giornaliera e dalla radiazione prolungata che permettono di ottenere una crescita costante e lenta ed una maturazione finale della pianta consona all’ottenimento di un prodotto adatto alla lunga conservazione.
La coltivazione della patata nella Sila ha una storia lunga e documentata. Un primo cenno si ritrova nella Statistica del Regno di Napoli del 1811.
Nel 1955 nasce il “Centro Silano di Moltiplicazione e Selezione delle Patate da Seme” (CE.MO.PA. Silano) con il compito di favorire la diffusione del seme certificato.
Alcuni studi alla fine degli anni ‘80 (1988) attestano che l’Altopiano Silano era tra i maggiori bacini di produzione di patate da semina registrando l’ampiezza media maggiore in assoluto degli stabilimenti.
La coltivazione della patata ha rappresentato da sempre un’importante fonte economica per l’Altopiano silano. Nel corso degli anni le famiglie contadine silane hanno continuamente tramandato la coltivazione della patata e, sebbene le origini della sua introduzione siano antiche, è solo a partire degli ultimi decenni che intorno alla sua coltivazione si è sviluppato un positivo sistema economico e produttivo.
Dal punto di vista “sociale”, la pataticoltura impegna circa 1.200 famiglie. Il solo settore della produzione si attesta su un fatturato di oltre 15 milioni lordi di euro, ma se a questo dato viene aggiunto l’indotto rappresentato da trasporti, prestazioni tecniche e contabili, attrezzature, macchine ed impianti, materiali per la lavorazione, consumi di carburante, etc., il comparto pataticolo raggiunge la consistente cifra di circa 500 milioni di euro.
Questi dati, dal punto di vista economico fanno trasparire una fondamentale fonte di reddito per gli operatori locali che, peraltro, impegnati nel processo produttivo stesso, garantiscono l’insediamento stabile di cose e persone nell’Altopiano, rendendolo sempre vivo in ogni periodo dell’anno.
Il legame culturale del prodotto al territorio è dimostrato dalle sagre e manifestazioni ad esso dedicate . Tra queste si segnalano per tradizione e qualità degli espositori:
– Camigliatello Silano, dove dal 1978 si celebra, nel mese di ottobre, la famosa Sagra della Patata della Sila, unitamente alla Mostra Mercato della Patata della Sila e delle Macchine Agricole.
– Parenti, dove dal 1980 consecutivamente l’ultima domenica di agosto, si svolge una grande manifestazione sulla Patata della Sila a carattere folcloristico e culinario;
Il legame culturale è sottolineato anche dal largo impiego della patata in numerose ricette tipiche della tradizione gastronomica locale, come “pasta, patate e uova”, “pasta e patate al forno”, “pasta, patate e zucchine”, “pasta patate finocchio selvatico e carne”.

Articolo 7.
Strutture di controllo
Il controllo sulla conformità del prodotto al disciplinare è svolto da una struttura di controllo conformemente a quanto stabilito dagli artt. 10 e 11 del Reg. CE n. 510/06.

Articolo 8.
Etichettatura
Confezionamento
Per l’immissione al consumo il confezionamento della “Patata della Sila” deve essere effettuato in una delle seguenti tipologie di confezioni:
Confezione Vert-bag, Girsac e Buste da: 1 Kg, 1,5 Kg, 2 Kg, 2,5 Kg, 5 Kg
Retina da: 1 Kg, 1,5 Kg, 2 Kg, 2,5 Kg
Sacco da: 2,5 Kg, 3 Kg, 4 Kg, 5 Kg, 10 Kg
Cartone da: 5 Kg, 10 Kg, 12,5 Kg, 15 Kg, 20 Kg
Cassa in legno da: 12,5 Kg, 15 Kg, 18 Kg, 20 Kg
Cesta da: 10 Kg, 12,5 Kg, 15 Kg, 20 Kg
Vassoio da: 0,5 Kg, 0,750 Kg, 1 Kg
Vaschetta da: 0,5 Kg, 0,750 Kg, 1 Kg
Tutte le confezioni devono essere in materiale idoneo all’uso alimentare e sigillate in modo tale che il prodotto non possa essere estratto senza la rottura della confezione stessa.
Non è ammessa la vendita di prodotto sfuso, ad esclusione del caso in cui il singolo tubero venga etichettato secondo le modalità previste dal presente articolo.
Etichettatura
Le modalità di presentazione del prodotto all’atto dell’immissione al consumo prevedono che sull’etichetta compaiano, a caratteri chiari e leggibili, oltre al logo, al simbolo grafico comunitario e relative menzione e alle informazioni corrispondenti ai requisiti di legge, le seguenti indicazioni:
a) “Patata della Sila”, con l’eventuale traduzione aggiunta, seguita, per esteso o in sigla (IGP), dalla espressione traducibile “Indicazione Geografica Protetta”;
b) il nome, la ragione sociale, l’indirizzo dell’azienda produttrice e del centro di lavorazione e confezionamento.
La denominazione “Patata della Sila” è traducibile.
È vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione non espressamente prevista.
È tuttavia consentito l’utilizzo di indicazioni che facciano riferimento a nomi o ragioni sociali o marchi privati purché non abbiano significato laudativo o tali da trarre in inganno il consumatore, nonché di altri riferimenti veritieri e documentabili che siano consentiti dalla normativa comunitaria, nazionale o regionale e che non siano in contrasto con le finalità e i contenuti del presente disciplinare.
Logo
Il logo del prodotto riporta come elemento centrale ed in primo piano la scritta PATATA della SILA (in maiuscolo le parole “PATATA” e “SILA”, in minuscolo “della”). La scritta è sviluppata orizzontalmente tra due linee irregolari: la linea superiore raffigura a sinistra tre alberi stilizzati ed, a seguire, una montagna con cinque cime; la linea inferiore sostiene la scritta e termina con il disegno di un’onda stilizzata con quattro punte. Entrambe le linee iniziano e terminano in corrispondenza della scritta PATATA della SILA. Il carattere tipografico del testo è il “Galliard BT” di colore blu, “PANTONE Reflex Blue ”.
Il colore presente nel logotipo è il blu, “PANTONE Reflex Blue”.
Il limite massimo di riduzione del marchio è di base cm 2,5.

Articolo 9.
Prodotti trasformati
I prodotti per la cui preparazione è utilizzata la IGP “Patata della Sila”, anche a seguito di processi di elaborazione e di trasformazione, possono essere immessi al consumo in confezioni recanti il riferimento alla detta denominazione senza l’apposizione del logo comunitario, a condizione che:
– il prodotto a denominazione protetta, certificato come tale, costituisca il componente esclusivo della categoria merceologica di appartenenza;
– gli utilizzatori del prodotto a denominazione protetta siano autorizzati dai titolari del diritto di proprietà intellettuale conferito dalla registrazione della IGP Patata della Sila riuniti in Consorzio incaricato alla tutela dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali. Lo stesso Consorzio incaricato provvederà anche ad iscriverli in appositi registri ed a vigilare sul corretto uso della denominazione protetta. In assenza di un Consorzio di tutela incaricato le predette funzioni saranno svolte dal MIPAAF in quanto autorità nazionale preposta all’attuazione del Reg. CE n. 510/06.

Fonte: Agraria.org

Patata della Sila I.G.P. - per la foto si ringrazia

Patata della Sila I.G.P. – per la foto si ringrazia

Aglianico del Vulture – D.O.C.

Zona di produzione e storia

La zona di produzione comprende l’intero territorio dei comuni di Rionero in Vulture, Barile, Rapolla, Ripacandida, Ginestra, Maschito, Forenza, Acerenza, Melfi, Atella, Venosa, Lavello, Palazzo San Gervasio, Banzi, Genzano di Lucania, escluse le tre isole amministrative di Sant’Ilario, Riparossa e Macchia del comune di Atella.

Di fondamentale rilievo sono i fattori umani legati al territorio di produzione, che per consolidata tradizione hanno contribuito ad ottenere il vino “Aglianico del Vulture Superiore”.
L’intero territorio del Vulture presenta reperti archeologici che documentano la produzione diffusa del vino, quale prodotto inteso come alimento, ma anche strumento di convivialità e di autorevole testimonianza di valore intrinseco tanto da essere oggetto di dono per divinità e personalità qualificate.
La necessità di produrre un’uva di ottima qualità si sposava perfettamente con un territorio difficile orograficamente e che richiedeva abbondante manodopera, ma che ha caratterizzato anche una notevole tradizione viticola che, nel tempo, è divenuta un vero e proprio “marchio d’area’. La tradizione della vigna che diventa un vero e proprio “giardino” fa sì che il paesaggio venga fortemente caratterizzato da vigneti ordinati e ben tenuti e coltivati, ma anche l’uva si avvantaggia di pratiche colturali che consentono la migliore esposizione e la migliore maturazione dei tannini, molto abbondanti nell’Aglianico. D’altro canto solo una meticolosa preparazione dei vigneti consente all’uva di poter resistere al lungo ciclo vegetativo che si conclude con la piena maturazione in un periodo (ottobre-novembre) quando la piovosità è già alta, l’umidità diventa fattore di rischio sanitario e la neve può rendere difficile la raccolta.

Vitigni – Grado alcolometrico minimo – Invecchiamento e qualifiche

Base ampelografica
Il vino a DOC «Aglianico del Vulture» deve essere ottenuto dalle uve provenienti dal vitigno Aglianico del Vulture N. e/o Aglianico N.

I vini a denominazione di origine controllata «Aglianico del Vulture» all’atto dell’immissione al consumo devono rispondere alle seguenti caratteristiche:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 12,50% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 22,0 g/l.

Il vino a DOC «Aglianico del Vulture» Spumante, all’atto dell’immissione al consumo, deve rispondere alle seguenti caratteristiche:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 12,50% vol;
acidità totale minima: 5,0 g/l;
estratto non riduttore minimo: 18,0 g/l.

Caratteristiche organolettiche

I vini a denominazione di origine controllata «Aglianico del Vulture» all’atto dell’immissione al consumo devono rispondere alle seguenti caratteristiche:colore: rosso rubino;
odore: tipico, gradevole ed intenso;
sapore: dal secco all’abboccato, giustamente tannico e sapido, per l’abboccato il contenuto
zuccherino non deve superare i 10 g per litro.

Il vino a DOC «Aglianico del Vulture» Spumante, all’atto dell’immissione al consumo, deve rispondere alle seguenti caratteristiche:
colore: rosso rubino tendente al granato; con l’evoluzione puo’ assumere riflessi aranciati;
spuma: fine e persistente;
odore: fruttato, tipico, gradevole;
sapore: tipico e caratteristico, da brut a extra dry.

Abbinamenti e temperatura di servizio

“Aglianico del Vulture”: si abbina a carni alla griglia, formaggi stagionati, carni rosse e pollame, caciocavallo, pollo alla potentina, primi piatti al ragù, selvaggina quando invecchiato, arrosti. Temperatura di servizio 18°C.
“Aglianico del Vulture Spumante”: ottimo come aperitivo, si abbina anche a frutta secca e dolci. Temperatura di servizio 8° – 10°C.

Fonte: Agraria.org

Per saperne di più:

Aglianico del Vulture D.O.C. - per al foto si ringrazia

Aglianico del Vulture D.O.C. – per al foto si ringrazia

Melone di Isola Sant’Antonio – P.A.T.

Il frutto del melone, a maturazione ultimata, ha forma tipicamente ovale oppure tonda a seconda delle varietà. La buccia di colore giallo paglierino può essere liscia oppure rugosa e ispessita. Può presentare delle solcature da un apice all’altro del peponide che costituiscono la cosiddetta “fetta del melone”.

Zona di produzione

La zona di produzione coincide con la Bassa Valle Scrivia e, in particolare, i comuni di Isola S. Antonio e Castelnuovo Scrivia. È presente anche nei comuni di Casalcermelli, Castellazzo Bormida e Rivalta Bormida in provincia di Alessandria.

Metodologia e tempistica di coltivazione

È un ortaggio tipicamente estivo, trapiantato nei mesi di maggio-giugno. Si raccoglie tra l’inizio di luglio e la fine di agosto.

Un po’ di storia….

La coltivazione del melone si è notevolmente sviluppata dal dopoguerra, soprattutto negli areali di pianura.
La presenza e la coltivazione del melone nella Bassa Valle Scrivia risale a parecchie decine di anni fa ed è stata documentata da studi storici locali.

Curiosità

Il melone è un prodotto da consumo immediato in quanto non garantisce caratteri di alta conservabilità. Nella stagione estiva è gradito ai suoi consumatori per il gusto prelibato, la dolcezza e la succosità della sua polpa.

Fonte: www.piemonteagri.it

Fiadone dolce – P.A.T.

Diffuso maggiormente nelle aree interne della regione Abruzzo, il fiatone dolce mostra delle differenze peculiari da zona a zona. Per esempio a Gessopalena, in provincia di Chieti, ne esiste una particolare quanto squisita versione, ideale da servire a fine pasto. Si tratta di una particolare lavorazione in cui si usa un formaggio fresco canestrato appena scolato e amalgamato con un impasto granuloso di uova e aromi.

Il connubio tra la delicatezza della pasta che costituisce l’involucro esterno del dolce, e il sapore più deciso della farcitura interna fanno del fiadone una delle specialità molto apprezzate anche fuori regione per il suo sapore delicato. Il nome fiadone deriverebbe, secondo la versione più accreditata (Panzini), da “flan” e proviene dal basso latino “flado” derivato dal germanico “fladen” che significa cosa gonfia.

Le sue origini risalgono ai tempi di Messisburgo, contemporaneo dell’Ariosto, e lo troviamo nello “scalco rinascimentale” della corte di Ferrara. Arrivò in Abruzzo perché nell’antica ricetta indicata nello scalco è previsto lo zafferano, una pianta officinale già da allora affermata nell’aquilano.

Fonte: Atlante dei prodotti tradizionali D’Abruzzo – ARSSA – Agenzia Regionale per i servizi di sviluppo agricolo-abruzzo

Fiadone dolce P.A.T. - per la foto si ringrazia

Fiadone dolce P.A.T. – per la foto si ringrazia

Patata dell’Alto Viterbese – I.G.P.

Origini e zona di produzione

I comuni dell’areale IGP ricadenti nella provincia di Viterbo, sono: Acquapendente, Bolsena, Gradoli, Grotte di Castro, Latera, Onano, S. Lorenzo Nuovo, Valentano e Proceno.
Il prodotto è un tubero di forma e dimensioni regolari, ovale o allungata, con buccia liscia ed occhi superficiali. La polpa consiste in una pasta gialla di colore chiaro, con notevole contenuto d’amido, di potassio e di vitamina C; per alcune varietà la pasta può essere bianca o anche rosa. La patata dell’ Alto Viterbese trova in questo territorio, ricco di naturali elementi nutritivi, le condizioni ideali di sviluppo e grazie alla sua naturale predilezione ai terreni sciolti d’origine vulcanica, permeabili, poveri di calcare, ricchi in particolar modo di potassio,ottiene alte rese produttive congiuntamente ad elevati standard qualitativi.

Disciplinare di produzione – Patata dell’Alto Viterbese IGP

Articolo 1.
L’Indicazione Geografica Protetta (I.G.P.) «Patata dell’Alto Viterbese» e’ riservata al prodotto che risponde alle condizioni ed ai requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
Caratteristiche del prodotto
La denominazione «Patata dell’Alto Viterbese» designa il tubero della specie Solanum tuberosum ottenuto dalle varieta’ Monalisa, Ambra, Agata, Vivaldi, Finka, Marabel, Universa, Chopin, Arizona e Agria, coltivate nell’area delimitata di cui all’art. 3, che presenta all’atto dell’immissione al consumo le seguenti caratteristiche:
Fisiche:
forma: ovale od ovale allungata regolare;
calibro: compresa tra 40 e 75 mm;
buccia: giallo, liscia;
pasta: gialla;
parte edibile: non inferiore al 97 %.
Per il prodotto destinato alla IV gamma non sono previsti limiti di forma e di calibratura. Tale prodotto si presenta privo di buccia e tagliato secondo le esigenze del mercato.
Chimiche (per 100 grammi di parte edibile):
umidita’: compresa tra 75 e 85%;
amido: minimo 10 g
potassio: minimo 280 mg.
Tolleranze di qualita’.
Fino ad un massimo di 3 mm di profondita’ qualsiasi difetto e’ considerato superficiale e non viene preso in considerazione, tranne nel caso di scabbia superficiale e che interessi oltre il 15% della superficie dei tuberi.
In ciascuna confezione destinata al mercato sono ammesse, inoltre, le seguenti tolleranze di qualita’:
difetti esterni dei tuberi:
immaturi, non interi, avvizziti e deformati: 1% in peso;
inverditi: 3% in peso;
scabbia superficiale: 3% in peso;
ferite meccaniche: 3% in peso;
danni da malattie fungine: 2% in peso;
difetti interni dei tuberi:
maculature ferruginose: 3% in peso;
macchie sottoepidermiche: 5% in peso;
cuore cavo: 3% in peso;
difetti di lavorazione:
terra aderente: 1% in peso;
terra non aderente ed altre impurita’: 0% in peso.
Le tolleranze di qualita’ non potranno in alcun modo superare il 10% in peso sul totale; non e’ ammessa alcuna tolleranza per odore e sapore estranei.
Per il prodotto di IV gamma non sono ammesse macchie sul prodotto confezionato superiori al 5% in peso.
Tolleranze di calibro.
Per il prodotto destinato al mercato del fresco e’ tollerato in ogni confezione il 5% in numero di tuberi di calibro inferiore o superiore rispetto a quanto stabilito.

Articolo 3.
Zona di produzione
L’areale di produzione della «Patata dell’Alto Viterbese» I.G.P. particolarmente vocato alla coltivazione di questo tubero, ricade nel territorio piu’ a nord del Lazio, in provincia di Viterbo, compreso tra il lago di Bolsena, l’Umbria e la Toscana. Il comprensorio, ricadente nella zona del complesso vulcanico-vulsino, e’ caratterizzato da terreni di origine vulcanica ricchi di potassio e da un microclima che risente degli influssi del Lago di Bolsena.
I comuni dell’areale IGP ricadenti nella provincia di Viterbo, sono: Acquapendente, Bolsena, Gradoli, Grotte di Castro, Latera, Onano, S. Lorenzo Nuovo, Valentano e Proceno.

Articolo 4.
Prova dell’origine
Ogni fase del processo produttivo viene monitorata documentando per ognuna gli input e gli output. In questo modo e attraverso l’iscrizione in appositi elenchi gestiti dall’organismo di controllo, dei coltivatori, delle particelle catastali sulle quali avviene la coltivazione, dei trasformatori e dei confezionatori, nonche’ attraverso la dichiarazione tempestiva alla struttura di controllo delle quantita’ prodotte, e’ garantita la tracciabilita’ e la rintracciabilita’ del prodotto. Tutte le persone, fisiche o giuridiche, iscritte nei relativi elenchi, saranno assoggettate al controllo da parte dell’organismo di controllo, secondo quanto disposto dal disciplinare di produzione e dal relativo piano di controllo.

Articolo 5.
Metodo di ottenimento
La tecnica di coltivazione si basa sulle pratiche tradizionalmente seguite nel territorio di cui all’art. 3. Essa consta delle seguenti fasi:
Caratteristiche del tubero-seme.
La «Patata dell’Alto Viterbese» deve provenire da tuberi-seme certificati, che devono essere seminati interi o sezionati nel territorio di cui all’art. 3. Nel caso di utilizzo di tuberi interi il calibro deve essere al massimo di 55 mm. Qualora si ricorra al frazionamento dei tuberi, e’ necessario che questi suberizzino almeno parzialmente prima della messa a dimora.
Preparazione del terreno.
I lavori preparatori hanno lo scopo di creare un buon «letto di semina» per consentire un adeguato sviluppo dell’apparato radicale e l’accrescimento uniforme dei tuberi nonche’ uno sgrondo regolare delle acque in eccesso.
Deve essere effettuata un’aratura profonda non meno di 30 cm nei mesi di settembre ottobre, che permette agli agenti atmosferici invernali (pioggia, gelo, neve) di agire disgregando le zolle piu’ grosse ottenendo una tessitura piu’ idonea ad accogliere il tubero-seme. Seguono le lavorazioni di affinamento del terreno (erpicature) da effettuare a fine inverno (febbraio-marzo).
Semina..
Prima della messa a dimora del tubero-seme viene effettuata una fresatura del terreno.
Il periodo di semina dei tuberi-seme e’ compreso tra 15 febbraio e 15 maggio di ciascun anno. Il sesto d’impianto e’ compreso tra 0,70-0,90 m tra le file e 0,12 – 0,35 m lungo le file.
La quantita’ di seme impiegata ad ettaro e’ compresa tra 1000 e 1200 kg per il seme sezionato e tra i 1800 e 3000 kg per il seme intero.
E’ ammessa la pratica della pre-germogliazione.
Avvicendamenti.
E’ vietata la monosuccessione; e’ consentito che la patata venga coltivata sullo stesso appezzamento di terreno dopo un anno di altre colture.
Concimazione, Difesa fitosanitana e Diserbo.
Devono essere effettuate applicando quanto disposto dalle norme contenute nei disciplinari emanati dalla Regione Lazio in materia di produzione integrata.
E’ ammessa al momento della semina a pieno campo o localizzato nel solco, l’intervento di geodisinfestazione.
Irrigazione.
Sono ammesse esclusivamente le seguenti tecniche di irrigazione:
irrigazione a pioggia; a goccia e a scorrimento.
Cure colturali.
Occorre effettuare una sarchiatura poco dopo l’emergenza seguita da una rincalzatura,.
Raccolta.
La raccolta, manuale o meccanica, deve effettuarsi nel periodo compreso tra 15 giugno e 30 settembre di ciascun anno, quando la buccia non si lacera alla pressione esercitata dallo sfregamento con le dita, in quanto cio’ permette d’intervenire con macchine scavaraccoglipatate che depositano i tuberi in contenitori idonei al trasporto presso gli impianti di ritiro.
Conservazione e condizionamento post-raccolta.
Il prodotto puo’ essere direttamente commercializzato tal quale o conservato in magazzini frigoriferi a riparo dalla luce, alla temperatura di 5-8 °C ed umidita’ relativa compresa tra 88 e 93%. I tuberi non possono sostare in frigo oltre i 9 mesi.
Le patate possono essere sottoposte ad un trattamento antigermogliante in fase gassosa.
Processo di IV gamma.
Le patate vengono sottoposte al processo di lavaggio in acqua per rimuovere terra ed eventuali altre impurita’.
Successivamente vengono avviate alla pelatura meccanica e sottoposte ad una prima cernita dove vengono eliminati i tuberi non utilizzabili ai fini alimentari oltre che eventuali impurita’ ancora presenti (sassi, materiale vegetale diverso, ecc.).
Il prodotto viene sottoposto al processo di taglio o prosegue la lavorazione come tubero intero.
Dopo una seconda cernita, che puo’ avvenire manualmente o avvalendosi di appositi macchinari, il prodotto viene immesso in acqua ozonizzata al fine di rallentare il processo di ossidazione.
Successivamente il prodotto viene pesato e confezionato in appositi contenitori per alimenti.
Il prodotto uscito dalla linea di lavorazione e prima della spedizione viene immagazzinato in celle frigorifero a una temperatura compresa tra 3 e 5 °C.

Articolo 6.
Legame con l’ambiente
Il prodotto a Indicazione Geografica Protetta «Patata dell’Alto Viterbese» e’ fortemente dipendente dalle peculiarita’ ambientali (suolo e clima) e socio-economiche della zona. Le caratteristiche pedoclimatiche, infatti, sono tali da esaltare l’univocita’ degli aspetti qualitativi del prodotto, noto sul mercato con la denominazione corrente «Patata dell’Alto Viterbese», come testimoniano i numerosi documenti commerciali (fatture, bolle di accompagno, etichette, ecc) oltre alle consolidate feste popolari.
Le caratteristiche della «Patata dell’Alto Viterbese» IGP come odore, gusto, ma soprattutto intensita’ del colore della polpa (esclusivamente giallo) e alto contenuto di potassio, sono determinate oltre che dalla genetica anche dall’ambiente di coltivazione (suolo, clima, tecnica colturale, tipologia di conservazione), per cui risulta evidente il legame della «Patata dell’Alto Viterbese» con l’areale di cui all’art. 3.
I terreni dell’areale sono di origine vulcanica, con la presenza di formazioni laviche e piroclastiche, e di tessitura franco-sabbiosa con permeabilita’ alta e densita’ apparente bassa. Sono terreni acidi, con pH compreso tra 5,0 e 6,5 – a cui la patata si adatta bene essendo una coltura tollerante all’acidita’ – con elevato contenuto di potassio (compresi tra 600-1000 ppm) e microelementi.
Le condizioni climatiche sono influenzate dalla presenza del lago di Bolsena, imponente bacino lacustre, che grazie alla sua azione mitigratrice, determina delle condizioni microclimatiche particolarmente favorevoli per la coltura della «Patata dell’Alto Viterbese».
Infatti, nel periodo primaverile (aprile/maggio), quando la patata si trova nella fase di emergenza ed inizio sviluppo vegetativo, le temperature dell’areale IGP si attestano tra 12-14,5°C: si tratta di temperature ottimali per queste fase fisiologiche della pianta. In estate, le temperature dell’areale grazie all’influenza del lago di Bolsena, tendono ad innalzarsi gradualmente a partire dai 17°C fino ad arrivare intorno a 24°C nel mese di luglio; in questo periodo di tempo la patata compie tutto il ciclo biologico fino ad arrivare alla fase di maturazione. Tali condizioni climatiche ottimali della zona (temperatura inferiore a 24°C) determinano una migliore traslocazione dei carboidrati e degli elementi minerali (in particolar modo il potassio) verso i tuberi della pianta, con conseguente maggior sviluppo delle dimensioni del tubero e del relativo contenuto di potassofilo.
Per quanto riguarda le precipitazioni (media annua tra 800 e 1200 mm/anno) durante il mese di agosto, l’assenza di piogge, unitamente alle alte temperature, con picchi fino a 30°C, favorisce la fase di maturazione o senescenza. Durante quest’ultima fase fisiologica si ha un progressivo ingiallimento delle foglie, perdita di funzionalita’, traslocazione dei prodotti della fotosintesi e dei nutrienti accumulati durante la crescita nei tuberi e la suberificazione della buccia. Questa fase di maturazione e’ accelerata e favorita da temperature alte e momenti di stress idrico: condizioni che si verificano tutti gli anni nell’areale della «Patata dell’Alto Viterbese».
Inoltre le condizioni di siccita’ nella fase di raccolta del prodotto determinano caratteristiche qualitative sulla «Patata dell’Alto Viterbese», quali il colore uniforme della buccia e l’aspetto complessivo dei tuberi (la pioggia favorisce fenomeni di alterazione della buccia che si macchia di scuro).
L’omogeneita’ delle caratteristiche pedo-climatiche della zona, sono confermate dalla Carta del fitoclima del Lazio che classifica in un’unica aree l’areale di produzione dell’I.G.P. «Patata dell’Alto Viterbese»: Regione Mesaxerica, Termitipo collinare superiore (submontano), Ombrotipo iperumido inferiore.
Numerose sono le testimonianze orali e scritte di anziani locali che attestano il consolidato legame storico-culturale-sociale instaurato tra prodotto e territorio. La coltura delle patate si diffonde nell’areale oggetto di caratterizzazione, identificato con la denominazione «Alto Viterbese», negli anni ’20 del ‘900, sebbene l’impulso decisivo allo sviluppo di questa coltivazione provenga dall’abbandono della coltura della fragola, praticata largamente fino alla meta’ degli anni ’50 e sostituita a causa di problemi di ordine fitosanitario. A partire dagli anni ’60, infatti, la patata diviene la coltura prevalente nella zona, di cui costituira’ – negli anni seguenti ed ancora oggi – la maggiore fonte di reddito dell’economia agricola locale, nonche’ degli addetti che si occupano dello stoccaggio, del confezionamento, della commercializzazione e del trasporto. Oltre all’indotto, la forte concentrazione di produzione pataticola ha spinto alcune officine meccaniche a migliorare le macchine agricole in commercio per la lavorazione dei tuberi, tanto da adattarle alle particolari condizioni dei terreni ed alle pratiche in uso nella zona.
Riviste specialistiche, fotografie, racconti di autori locali e testimonianze cinematografiche attestano la presenza della patata dell’Alto Viterbese sin dagli inizi del ‘900.
La denominazione «Patata dell’Alto Viterbese» si consolida in ritardo rispetto al successo commerciale del prodotto. In un primo momento, infatti, e’ la citta’ di Grotte di Castro che lega il suo nome alla patata, ma a partire dalla meta’ degli anni ’60, anche gli agricoltori dei Comuni limitrofi, forti degli ottimi risultati ottenuti dai grottani, si convincono a seguirne l’esempio dal momento che i terreni di analoga natura vulcanica, ne avrebbero assicurato le medesime rese.
Nel 1971 sette delle strutture associative gia’ operanti si riuniscono in un consorzio denominato Consorzio Cooperativo Ortofrutticolo dell’Alto Viterbese (CCORAV) che comincia a commercializzare i propri prodotti con la dicitura «Alto Viterbese» e negli anni ’80 tale dicitura diviene di uso comune.
Altro elemento caratterizzante l’importanza del prodotto nel costume locale e’ testimoniato dalla tradizione delle sagre: dalla Sagra degli Gnocchi, inaugurata nel 1977 a S. Lorenzo Nuovo, alla Sagra della Patata che dal 1985 ha luogo nel Comune di Grotte di Castro coinvolgendo intensamente la popolazione locale nell’allestimento delle manifestazioni.
Il legame culturale e’ sottolineato, inoltre, anche dal largo impiego della patata in numerose ricette tipiche della tradizione gastronomica locale, coma la Minestra con «l’orloge», cosi’ detta dal modo di tagliere le patate, la Pasta e patate, piatto povero della tradizione contadina dell’alto viterbese e la frittata di patate, preparata senza le classiche uova.

Articolo 7.
Controlli
Il controllo sulla conformita’ del prodotto al disciplinare e’ svolto, da una struttura di controllo, conformemente a quanto stabilito dagli articoli 10 e 11 del Reg. (CE) n. 510/2006. Tale struttura e’ l’Autorita’ pubblica designata ARSIAL – via R. Lanciani, 8 – 00162 Roma – tel. 06/862731451 fax 06/86273270 e-mail agroquality@arsial.it

Articolo 8.
Etichettatura
Confezionamento.
Il prodotto viene confezionato o immediatamente dopo la raccolta o successivamente ad un periodo di condizionamento di cui all’art. 5. Per l’immissione al consumo il confezionamento della «Patata dell’Alto Viterbese» deve essere effettuato in una delle seguenti tipologie di confezioni:
Per il fresco:
confezione vert-bag, girsac, buste e scatole di cartone da: 1 kg, 1,5 kg, 2 kg, 2,5 kg, 5 kg;
retina da: 1 kg, 1,5 kg, 2 kg, 2,5 kg;
sacco da: 2,5 kg, 3 kg, 4 kg, 5 kg, 10 kg;
cartone da: 5 kg, 10 kg, 12,5 kg, 15 kg, 20 kg, 25 kg;
cassa in legno da: 12,5 kg, 15 kg, 18 kg, 20 kg, 25 kg;
cesta da: 10 kg, 12,5 kg, 15 kg, 20 kg, 25 kg;
vassoio da: 0,5 kg, 0,750 kg, 1 kg;
vaschetta da: 0,5 kg, 0,750 kg, 1 kg.
Per la IV gamma:
busta di plastica per alimenti trasparente, sigillata, in atmosfera controllata, da 0,5 kg, 1,0 kg, 2 kg, 5 kg e 10 kg;
buste in plastica per alimenti trasparente sigillata e sottovuoto da 0,5 kg, 1 kg, 1,5 kg, 2 kg, 5 kg, 10 kg;
buste in plastica per alimenti trasparente, sigillata con prodotto immerso in acqua da 0,5 kg, 1 kg, 2 kg, 5 kg, 10 kg riferito al peso sgocciolato;
secchiello in plastica per alimenti trasparente sigillato con prodotto immerso in acqua da 5 kg e 10 kg riferito al peso sgocciolato.
Tutte le confezioni devono essere in materiale idoneo all’uso alimentare e sigillate in modo tale che il prodotto non possa essere estratto senza la rottura della confezione stessa. Non e’ ammessa la vendita di prodotto sfuso, ad esclusione del caso in cui il singolo tubero venga etichettato secondo le modalita’ previste dal presente articolo.
Etichettatura.
L’etichetta, da apporre sulle confezioni, oltre al simbolo grafico comunitario e alle informazioni corrispondenti ai requisiti di legge, riporta le seguenti ulteriori indicazioni:
«Patata dell’Alto Viterbese» seguita dalla sigla I.G.P. o dalla dicitura Indicazione Geografica Protetta;
nome o ragione sociale ed indirizzo o sede del produttore singolo e/o associato e/o del confezionatore;
peso netto all’origine;
varieta’.
E’ vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione non espressamente prevista.
E’ tuttavia consentito l’utilizzo di indicazioni che facciano riferimento a nomi o ragioni sociali o marchi privati purche’ non abbiano significato laudativo o tali da trarre in inganno il consumatore, nonche’ di altri riferimenti veritieri e documentabili che siano consentiti dalla normativa comunitaria, nazionale o regionale e che non siano in contrasto con le finalita’ e i contenuti del presente disciplinare.
Logotipo.
Il logo della denominazione e’ costituito da un emblema di forma quadrata contornato da due linee di colore, dall’esterno all’interno, blu (pantone reflex bluec) e giallo-ocra (pantone 131C). Su lato esterno sinistro e’ riportata la scritta «PATATA» (pantone 131C) «DELL’ALTO» (pantone 348C); su quello esterno superiore la dizione «VITERBESE» (pantone reflex bluec). All’interno del quadrato sono rappresentate in modo stilizzato le colline di colore verde (pantone 348C), caratteristiche del paesaggio della zona; lo specchio del lago di Bolsena di colore azzurro (pantone 3005C) e la Patata dell’Alto Viterbese (da pantone 131C a fino il 30% del pantone 131C). Sopra le colline e’ posto l’acronimo I (pantone 131C) G (pantone 348C) P (pantone reflex bluec). Il font delle scritte utilizzato e’: meta plus black
Il logo si potra’ adattare proporzionalmente alle varie declinazioni di utilizzo, rispettando il rapporto 1:1, per un minimo di 1 cm per lato.

Fonte: Agraria.org

Patata dell'Alto Viterbese I.G.P. - per la foto si ringrazia

Patata dell’Alto Viterbese I.G.P. – per la foto si ringrazia

Ciliegie di Raiano e di Giuliano Teatino – P.A.T.

La ciliegia è un prodotto ortofrutticolo fresco ottenuto dalla coltivazione di diverse varietà di ciliegio dolce. L’area di coltivazione interessa parte del territorio delle province di Chieti (Giuliano Teatino, Canosa Sannita, Ari, Torrrevecchia Teatina) e di L’Aquila (Raiano, Corfinio, Prezza). San Girolamo sosteneva che il ciliegio fu importato in Italia dall’Asia Minore ad opera di L. Licinio Lucullo, maestro di grande raffinatezza culinaria, dopo la terza guerra mitridatica. Questa pianta sarebbe originaria della città di Kerasunte (l’attuale Giresun), dal cui toponimo i romani ricavarono il nome del frutto e dell’albero, cerasum e cerasus. La fonte è senza dubbio autorevole, ma probabilmente le ciliege in Italia esistevano ancor prima dell’età classica come dimostrato da alcuni resti fossili rinvenuti in diversi scavi. Le fonti storiche che riguardano la ciliegia non sono numerose e si trovano principalmente nelle cronache cittadine, in quelle dei monasteri o in documenti testamentari. Sono comunque informazioni puntiformi e disorganiche.

L’importanza economica della ciliegia, come del resto della frutta in genere, è comunque assai modesta fino alla fine dell’Ottocento e il consumo è riservato alle classi particolarmente abbienti o alla gente di campagna. Le colture portanti dell’economia agricola della zona erano i cereali e gli allevamenti zootecnici; ad esse si affiancavano, tra le colture arboree, la vite e il gelso. Il gelso fungeva spesso da tutore della vite e allo stesso tempo le sue foglie servivano come nutrimento per i bachi da seta, allevamento, come molti riportano, assai redditizio. Nei primi anni del Novecento la situazione mutò: la bachicoltura andò in crisi per il crollo dei prezzi della seta, il gelso, non più utile come tutore vivo della pianta, venne rapidamente sostituito da specie frutticole, per le quali si cominciava a manifestare una discreta richiesta. Un ruolo da protagonista, in questo rinnovamento, ebbero le cattedre ambulanti per l’agricoltura che, tra le colture arboree, promossero anche la coltura del ciliegio.

L’Annuario Statistico dell’Agricoltura Italiana del 1952 riporta la produzione di ciliege in Abruzzo, e con una cartina geografica ne evidenzia le zone di coltivazione che corrispondono a quelle attuali. Nella zona di Giuliano Teatino le ciliegie venivano coltivate, fino alla fine degli anni ‘60, e destinate soprattutto all’industria dolciaria, come dimostra tuttora la presenza nella zona di alcune strutture per la trasformazione. In seguito la coltura è stata riconvertita con varietà da destinare al consumo fresco. Nella zona di Raiano, invece, la coltura è stata destinata al consumo del fresco fin dal primo periodo pre-bellico. Le sagre paesane che si svolgono nei comuni di Raiano e Giuliano Teatino, confermano l’esistenza di una tradizione della coltura del ciliegio.

Fonte: Atlante dei prodotti tradizionali D’Abruzzo – ARSSA – Agenzia Regionale per i servizi di sviluppo agricolo-abruzzo

Ciliegie di Raiano e Guliano Teatino P.A.T. - per la foto si ringrazia

Ciliegie di Raiano e Guliano Teatino P.A.T. – per la foto si ringrazia

Farine alimentari della Val Vermenagna – P.A.T.

Le farine alimentari di mais, di frumento tenero, di grano saraceno e di castagne della Valle Vermenagna sono accomunate dalla peculiare caratteristica della macinazione a pietra con mulino azionato ad acqua.

Negli archivi comunali di Robilante, in provincia di Cuneo, è custodita la documentazione storica riguardante questi prodotti: la prima licenza per produrre farine con le tecniche proposte risale al 1825.

Fonte: www.piemonteagri.it

Farine alimentari della Val Vermenagna P.A.T. – per la foto si ringrazia

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