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Archive for the ‘Sapori d’Italia’ Category

Formaggio di colostro ovino – P.A.T.

Questo formaggio viene prodotto con il colostro, denso latte proveniente della seconda mungitura degli ovini che hanno appena filiato.Il colostro è sempre stato considerato particolarmente pregiato, date le sue qualità altamente nutritive ed il suo gusto particolarmente gradevole.

La produzione del colostro dalle pecore che hanno filiato si può ottenere nere solo per 4-5 giorni dalla nascita dell’agnello per cui viene subito raccolto e destinato al consumo diretto di bambini o anziani oppure viene trasformato in una ricotta ed un formaggio particolarmente prelibati.

Il colostro viene riscaldato in un recipiente di acciaio o alluminio, in passato si utilizzava il paiolo di rame, ad una temperatura di 35°C. Raggiunta questa temperatura il colostro viene tolto dalla fiamma e vi si aggiunge il caglio, si effettua una rimestata del tutto per renderlo omogeneo e quindi si attende la “quagliata” quando tutto il composto si addensa in una una forma unica, che appare omogenea e compatta.

Lasciata lievemente raffreddare, la forma viene introdotta in un contenitore cilindrico bucherellato in acciaio e viene pressata per facilitare la fuoriuscita del siero da entrambe le parti di seguito. Il siero fuoriuscito viene raccolto e rimesso nel recipiente per essere utilizzato per la produzione della ricotta.

Si ottiene così una massa caseosa di forma elicoidale dello spessore di circa 15- 20 cm. A questo punto, al siero rimasto si aggiunge del nuovo colostro e viene portato ad ebollizione fino a quando i fiocchi di ricotta non affiorano, la ricotta così formata viene “pescata” e raccolta a parte negli appositi cestelli di plastica (fruscelle) dai quali si effettua la totale eliminazione del liquido in eccesso che, tuttavia, non viene ancora buttato.

Il siero rimasto servirà nuovamente per immergere il formaggio appena prodotto per pochi minuti, poi la forma subisce nuovamente la pressione manuale per l’eliminazione di tutto il liquido in eccesso.

Al termine, viene il formaggio quindi fatto raffreddare ed immerso in una salamoia satura per per ventiquattro ore. Segue un periodo in cui il formaggio viene fatto seccare per 4-5 giorni, infine è pronto per essere consumato.

Nonostante tale elaborata lavorazione, il prodotto deve essere consumato abbastanza fresco, circa 7-8 giorni, anche se attualmente viene anche posto nel congelatore e consumato all’occorrenza, preferibilmente cotto a fette nella brace.

Pur essendo un formaggio molto apprezzato e ricercato viene prodotto solo artigianalmente e direttamente dall’allevatore. La produzione si limita a minicaseifici o piccole strutture generalmente gestite da piccoli gruppi familiari nel totale rispetto delle norme igienico-sanitarie.

Fonte: Atlante Caseario.com

Formaggio di colostro ovino P.A.T. - per la foto si ringrazia

Formaggio di colostro ovino P.A.T. – per la foto si ringrazia

Seras

ORIGINE

  • Latte di Capra
  • Latte di Pecora
  • Latte di Vacca

PERIODO DI PRODUZIONE

Tutto l’anno

FORMA E DIMENSIONE

Forma parallelepipeda a base quadrata, di lato 10-20 cm, peso molto variabile, da 0,2 a 3 kg.

STORIA

Quando dagli alpeggi si doveva portare a valle la ricotta, bisognava essiccarla e stagionarla. Durante il trasporto veniva posta in mezzo al fieno per essere protetta, ma allo stesso tempo assumeva aromi del tutto particolari. Così nacque il Seras.

TIPOLOGIA DI FORMAGGIO PER TIPO DI LAVORAZIONE

Pasta dura, Pasta molle

TECNOLOGIA DI LAVORAZIONE

Il siero residuo della produzione di formaggio viene portato alla temperatura di 85-90° e acidificato per ottenete l’affioramento delle sieroproteine. La ricotta viene raccolta e posta in contenitori forati.

MATURAZIONE/STAGIONATURA

Si consuma fresco o dopo alcuni mesi se affumicato.

CARATTERISTICHE DEL FORMAGGIO

Fresco non ha la crosta, di colore bianco con pasta morbida, bianca. Se affumicato si presenta duro, con superficie esterna colore marrone o rossiccia, la pasta è abbastanza dura o dura, di colore marrone chiaro.

TIPOLOGIA DI FORMAGGIO AL CONSUMO

Latticino magro, fresco e di breve o media stagionatura, a pasta molle o dura.

INTENSITÀ AROMATICA E SENSAZIONI

Bassa se fresco. Media se affumicato.

ABBINAMENTI

Se fresco va bene con verdure, oppure dolcificato con zucchero e miele. Se affumicato si consuma in purezza o grattugiato.

NOTE

L’affumicatura è un metodo antico di mantenimento. Alla ricotta è sufficiente aggiungere a secco qualche grano di sale prima dell’affumicatura.

Fonte: Formaggio.it

Seras P.A.T. – per la foto si ringrazia

 

 

Fagiolo di Saluggia – P.A.T.

Il Fagiolo di Saluggia è di tipo compresso, reniforme di colore roseo con striature rossastre e con tegumento esterno particolarmente sottile ed è utillizzato per la produzione di fagioli secchi.

TERRITORIO DI PRODUZIONE

La zona di produzione coincide con Saluggia ed alcuni comuni limitrofi in provincia di Vercelli.

METODOLOGIA DI COLTIVAZIONE

Il terreno è preparato con un’aratura ed una successiva erpicatura. Nel periodo tra la seconda decade di giugno e quella di luglio si procede alla semina. Dopo circa tre mesi si effettua meccanicamente la raccolta. Se il prodotto presenta un’umidità superiore al 14-15% subisce un’ulteriore essiccazione che avviene al sole o altrimenti nel tradizionale essiccatoio a basse temperature (max 35°C).
Successivamente, si effettuano tre puliture: la prima per separare dal prodotto le impurità più grossolane, i corpi estranei e le parti del prodotto non lavorate (baccelli interi e porzioni di stelo della pianta); la seconda e la terza per eliminare le rotture ed i fagioli non perfettamente maturi.

….UN PO’ DI STORIA

La presenza e la coltivazione del fagiolo a Saluggia risale ai primi anni del ‘900. Il Decreto Reale del 21 maggio 1914 ordinò il “Censimento Generale del Regno” nel quale comparve un’annotazione sulle produzioni orticole comprendenti il fagiolo nella zona di Saluggia. Tuttavia, altri storici locali sostengono che la coltivazione di questa leguminosa sia iniziata in un periodo antecedente il Censimento Generale.

Per saperne di più…:

  • Consorzio di Tutela del Fagiolo di Saluggia

    Cascina Tenimento 3 – 13040 
    SALUGGIA (VC) 
    Tel.: 0161/486253
    Fax.: 0161/486373

Fonte: www.piemonteagri.it

Fagiolo di Saluggia P.A.T. – per la foto si ringrazia

Olive taggiasche

Le olive taggiasche sono il frutto, o meglio la drupa, dell’ulivo/olivo, un albero appartenente alla famiglia Oleaceae, Genere Olea, Specie europaea; la nomenclatura binomiale dell’ulivo/olivo è Olea europaea, varietà/cultivar Taggiasca.
L’oliva taggiasca deve il suo nome al paese di Taggio, in provincia di Imperia, vicino a Sanremo. A dir il vero, secondo quanto riportato da certi documenti storici, l’oliva taggiasca non è propriamente un frutto nostrano; pare che il merito della scoperta e dell’importazione di queste drupe sia imputabile a certi monaci francesi (ordine San Colombano – monastero di Lerino). Tuttavia, in virtù dell’estrema importanza che ha acquisito nel settore agro-alimentare ligure (e poi nel resto del territorio peninsulare), l’oliva taggiasca è da tempo considerata un prodotto tipico italiano.
L’oliva taggiasca è di dimensioni medie e si presta sia alla produzione oleifera che a quella dei frutti conservati per mensa, con valori nutrizionali sovrapponibili a quelli ordinari (elevato contenuto in lipidi) e caratteristiche organolettiche al di sopra della consuetudine.
L’olio di olive taggiasche è un DOP (Denominazione di Origine Protetta, dal 1997); meglio conosciuto col nome “Riviera Ligure DOP”, si distingue dagli altri per un tasso di acidità estremamente ridotto. Tale caratteristica, non necessariamente imputabile alla varietà della pianta, è invece l’esito di una lavorazione particolarmente accurata e della stagionalità della maturazione.

Peculiarità della Varietà Taggiasca

All’occhio di un profano, l’albero delle olive taggiasche non si differenzia molto dalla maggior parte delle varietà oleifere italiane. Si sviluppa notevolmente in altezza e può raggiungere i 10m; peraltro, le colture liguri prediligono alberi di notevoli dimensioni. Può vivere oltre i 600 anni e raggiunge la produttività dopo circa un triennio. L’albero delle taggiasche si riproduce tipicamente per talea, in quanto da seme tende ad inselvatichire. Le foglie sono medie, rigide, più larghe all’apice, verde brillante sopra e più tenue sotto; i fiori sono bianco-giallastri. La varietà taggiasca è particolarmente sensibile agli agenti negativi sulla coltivazione, come parassiti e stagioni infauste, ma possiede comunque un’ottima redditività fruttifera.
Le olive taggiasche hanno il classico aspetto della drupa da Olea europaea. Entrando più nello specifico, si osserva una colorazione oscillante tra il verde, il bruno ed il nero, e una forma ellissoidale (più larga in prossimità della base). Raggiungono il peso di 2-4 grammi. Le olive taggiasche sono una varietà “tardiva”, che matura nel mese di gennaio.

Ciò che distingue le olive taggiasche (e l’olio da esse ricavato) rispetto agli altri è la raffinatezza chimica, organolettica e gustativa. Le ragioni di queste peculiarità sono diverse.
Anzitutto, è doveroso specificare che il gusto e l’aroma delle olive taggiasche sono UNICI nel loro genere. Da queste drupe, se non miscelate ad altre cultivar, si produce il tipico OLIO FRUTTATO LEGGERO italiano, dal gusto rotondo. Poi, va da sé che la miscelazione di più oli possa determinare notevoli variazioni nel corpo, nel gusto e nell’aroma del prodotto finale. In pratica, la presenza di olio da olive taggiasche non determina necessariamente un olio fruttato leggero; per esempio, addizionare una frazione di “Riviera Ligure DOP” serve principalmente a moderare oli da varietà più intense, mentre l’accorpamento di parti medie o forti al taggiasco, sia amare che piccanti, ha lo scopo di strutturate un definitivo più intenso di quello puro.
Per quel che concerne l’olio, si tratta di un prodotto eccellente, che deve le sue caratteristiche ad un insieme di fattori predisponenti. La difficoltà maggiore nella produzione dell’olio “Riviera Ligure DOP” consiste nella coltivazione dell’olivo; una volta raggiunta la maturazione dei frutti, evitando l’influsso negativo delle malattie, dei parassiti e delle stagioni poco idonee, il gioco è fatto. La lavorazione inizia in gennaio, mese particolarmente freddo, che pertanto preserva l’integrità chimico-fisica delle drupe. Queste, oggi raccolte più per scrollatura (scuotendo la pianta) che per cascola (caduta naturale), mantengono una notevole freschezza fino al frantoio. Il risultato della successiva, accurata, lavorazione tecnologica alimentare è un olio dall’acidità (caratteristica negativa) ben al di sotto dei limiti legislativi per l’extravergine di oliva, pertanto estremamente pregiato.
Il “Riviera Ligure DOP” si abbina a cibi dal gusto delicato e non robusto.

Fonte: www.my-personaltrainer.it

Olive taggiasche – per la foto si ringrazia

 

Murazzano – D.O.P.

In una delle più piccole zone italiane d’origine, l’Alta Langa, in provincia di Cuneo, nasce questo formaggio con latte di pecora o misto pecora-vacca. Può essere consumato dopo una decina di giorni o maturare oltre due mesi. E’ decisamente interessante la tipologia fresca. A seconda della stagionatura presenta aromaticità diverse. E’ un Presidio Slow Food.

TERRITORIO DI PRODUZIONE

Piemonte: parte nella provincia di Cuneo, nello specifico la zona dell’Alta Langa.

ORIGINE

  • Latte di Pecora
  • Latte di Vacca

PERIODO DI PRODUZIONE

Tutto l’anno

FORMA E DIMENSIONE

Cilindrica a facce piane, del diametro di 10-15 cm, lo scalzo è convesso, con altezza di 3-4 cm e spigoli arrotondati. Il peso varia fra 0,3 e 0,4 kg.

STORIA

Citato da Plinio il Vecchio durante l’Impero Romano, di tradizione celtica e contadina, questo formaggio fa parte della famiglia delle Robiole. Era tradizionalmente preparato dalle donne che curavano tutta la filiera, dall’allevamento delle pecore alla caseificazione del formaggio. La zona di produzione gravita attorno al paese di Murazzano, da cui prende il nome.

TIPOLOGIA DI FORMAGGIO PER TIPO DI LAVORAZIONE

Pasta molle

TECNOLOGIA DI LAVORAZIONE

Il latte crudo di pecora o misto di due munte viene coagulato con caglio di vitello. La cagliata, presamica, è soggetta a due rotture, la prima di dimensioni grossolane, la seconda alle dimensioni di una noce. La massa viene estratta e posta in appositi stampi cilindrici di piccole dimensioni per la messa in forma e per lo spurgo del siero. La salatura è a secco.

MATURAZIONE/STAGIONATURA

Dai 4 ai 10 giorni, ma può protrarsi per oltre due mesi. Nei primi giorni le forme vengono lavate con acqua calda.

CARATTERISTICHE DEL FORMAGGIO

La crosta è sottile, morbida, di colore bianco tendente al paglierino, sulla quale possono fiorire muffe bianche. La pasta è morbida, untuosa, umida e adesiva, di colore bianco o avorio e presenta occhiatura fine media, distribuita in modo irregolare.

TIPOLOGIA DI FORMAGGIO AL CONSUMO

Formaggio grasso, fresco o di breve stagionatura, a pasta molle.

INTENSITÀ AROMATICA E SENSAZIONI

Medio bassa, media, a seconda del tempo di maturazione.

ABBINAMENTI

Ottimo da solo con il pane, oppure mescolato a insalate o con verdure bollite. Può essere proposto come antipasto, magari condito con olio e pepe. È utilizzato per il Timballo di Murazzano e predilige vini delle Langhe, come il Dolcetto e la Barbera d’Alba.

VALORI NUTRIZIONALI PER 100 GR

  • Grassi
    56% g
  • Proteine
    38% g

NOTE

E’ un formaggio prevalentemente a latte ovino. Il latte di vacca in caldaia non può superare il 40% del totale. La Pecora delle Langhe, dalla quale si munge il latte utilizzato, non è più una razza in estinzione, grazie alla produzione crescente di questo formaggio. Con il nome di Tuma di pecora delle Langhe è un Presidio Slow Food. E’ stato scelto un nume diverso per “recuperare la versione storica, ottenuta esclusivamente con il latte crudo della pecora delle Langhe, con un’aggiunta di una percentuale massima del 5% di latte di capra”.

Fonte: Formaggio.it

Murazzano D.O.P. – per la foto si ringrazia

Cardo Avorio di Isola d’Asti – P.A.T.

Il Cardo Avorio di Isola d’Asti ha un’altezza di circa 100-120 cm, sensibilmente superiore a quella delle cultivar comunemente diffuse e ne costituisce un carattere distintivo. Le foglie sono tendenzialmente frastagliate e di colore verde grigiastro.
Le coste sono giallognole o verde giallognole, qualora non avvenga l’imbianchimento ossia la rincalzatura sino ai due terzi della pianta o la copertura con paglia o carta.

TERRITORIO DI PRODUZIONE

La zona di produzione del cardo avorio coincide col comune di Isola d’Asti e la frazione Motta di Costigliole, in provincia di Asti.

METODOLOGIA DI PREPARAZIONE

La semina si effettua in primavera in pieno campo in modo scalare per ottenere il prodotto pronto alla vendita per un lungo periodo.
Nella prima decade di ottobre, si effettua la raccolta con l’estirpazione manuale della pianta e l’eliminazione della parte terminale dei lembi fogliari. Si ottengono, così, dei fasci di coste lunghe 50 cm circa, dalla consistenza erbacea.
Il seme viene prodotto dagli agricoltori che provvedono alla coltivazione.

…UN PO’ DI STORIA

Il cardo è stato coltivato dall’inizio del secolo XX come testimonia la documentazione relativa ad un “Concorso a premi per la razionale coltivazione degli orti nel circondario di Asti” del 1914. Nel documento si evidenzia la produzione di cardi da parte di numerosi agricoltori della zona.

Fonte: www.piemonteagri.it

Cardo Avorio di Isola d’Asti P.A.T. – Per la foto si ringrazia

 

 

 

Carciofo della Val Tiglione – P.A.T.

Il carciofo è una pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Asteracee, botanicamente classificato come C. cardunculus susp. scolymus.
Il carciofo della Val Tiglione (conosciuto anche come “carciofo del Sori”) presenta capolini senza spine. Questi si presentano ovoidali-allungati con una leggera depressione nella zona apicale; le brattee sono di colore verde cinerino tendenti al violetto, ben serrate sulla gemma centrale.
Le piogge autunnali risvegliano le attività delle gemme del rizoma con emissione di nuovi getti; le raccolte iniziano nella fase primaverile e terminano con l’innalzarsi delle temperature quando la pianta va in riposo con il disseccamento dell’intera parte aerea.

METODOLOGIA DI COLTIVAZIONE

Le piante, particolarmente vigorose del carciofo della Val Tiglione possono produrre sino a 10 capolini nel corso dell’anno di calibro decrescente, con diametro compreso tra 9 e 3 cm. Viene raccolto a mano con taglio dei capolini con parte dello stelo. Il prodotto proveniente dal campo viene trasferito al centro aziendale e successivamente si procede al confezionamento o alla mondatura.

…UN PO’ DI STORIA

Si hanno notizie certe sulla coltivazione del carciofo della Val Tiglione nell’area tipica di produzione a partire dalla seconda metà del 1700.
Questo prodotto conobbe la sua massima diffusione negli anni cinquanta del secolo scorso. Attualmente rimane come prodotto di nicchia molto apprezzato dagli estimatori.

CURIOSITA’

I carciofi della Val Tiglione raccolti tra il finire dell’inverno e l’inizio della primavera sono particolarmente teneri e pertanto si possono consumare crudi in insalata quando gli altri carciofi provenienti dal Sud sono già più duri perché a fine stagione. Successivamente si consumano preferibilmente stufati o trifolati o ripieni di carne o di magro.

Fonte: www.piemonteagri.it

Carciofo della Val Tiglione P.A.T. – per la foto si ringrazia

Marrone della Val Pellice – P.A.T.

Il Marrone si differenzia dalla più comune castagna non solo per la pezzatura maggiore, ma anche per le caratteristiche striature brune ben evidenti sulla superficie, per la scarsa resistenza alla sbucciatura ed per un limitatissimo sviluppo e penetrazione della pellicola interna al frutto.

TERRITORIO DI PRODUZIONE

I castagneti della Val Pellice, localizzati nella fascia pedemontana e montana fra i 500 e i 1.000 metri di quota, si trovano nei comuni di Bobbio Pellice, Villar Pellice, Torre Pellice, Luserna S. Giovanni e Lusernetta in provincia di Torino.

METODOLOGIA DI PRODUZIONE

Nel ciclo colturale l’operazione importante è la potatura per rinvigorire e rinnovare le piante vetuste e risanare quelle malate. La raccolta è effettuata tradizionalmente a mano e, solo in alcune realtà, si utilizzano macchine aspiratrici o raccoglitrici.

Fonte: www.piemonteagri.it

Marrone della Val Pellice P.A.T. – per la foto si ringrazia

 

Reblec – P.A.T.

Formaggio grasso, fresco, a pasta molle, cremosa.

Quando i contadini mungevano le loro poche vacche facevano questo formaggio per consumarlo in casa. Della famiglia delle paste molli, il Reblec è cremoso, interessante da abbinare a vini bianchi, anche aromatici.

TERRITORIO DI PRODUZIONE

Valle d’Aosta.

ORIGINE

  • Latte di Vacca

PERIODO DI PRODUZIONE

Tutto l’anno

FORMA E DIMENSIONE

La forma e le dimensioni sono date dall’involucro che lo contiene.

STORIA

Era il formaggio fatto dalle famiglie contadine, in particolare dalle donne. Il nome deriva dal francese “biéts”, che significa mungere.

TIPOLOGIA DI FORMAGGIO PER TIPO DI LAVORAZIONE

Pasta molle

TECNOLOGIA DI LAVORAZIONE

Il latte viene posto in caldere di rame e riscaldato alla temperatura di 36° Aggiunto il caglio di vitello, si forma la cagliata, presamica, che viene raccolta, senza operare la classica rottura, con un telo. Al termine dello spurgo la pasta viene posta a refrigerare.

MATURAZIONE/STAGIONATURA

Prodotto fresco che si consuma appena è raffreddato.

CARATTERISTICHE DEL FORMAGGIO

Pasta cremosa, umida, di colore bianco, senza occhiatura.

TIPOLOGIA DI FORMAGGIO AL CONSUMO

Formaggio grasso, fresco, a pasta molle, cremosa.

INTENSITÀ AROMATICA E SENSAZIONI

Bassa, medio bassa.

ABBINAMENTI

Assieme a zucchero, cannella e altre erbe o spezie.

Fonte: formaggio.it

Reblec P.A.T. – per la foto si ringrazia

Fagiolo bianco di Bagnasco – P.A.T.

Il fagiolo bianco di Bagnasco, selezionato a partire dalla metà del ‘900 è un ecotipo di fagiolo rampicante che presenta piante di medio elevata vigoria vegetativa con abbondante fogliame verde intenso. I baccelli si presentano di forma tondo-appiattita, leggermente falcati nella zona distale; i tegumenti del baccello, in fase di ingrossamento dei semi, presentano una colorazione verde brillante. Quando la granella giunge allo stadio di maturazione cerosa, i baccelli assumono una colorazione bianco crema; successivamente, a granella secca, i tegumenti esterni divengono ocra. I baccelli contengono mediamente 4-6 semi reniformi e distanziati tra loro. Il seme raccolto a maturazione cerosa si presenta di colore bianco, mentre quello secco (UR <15%) è di color bianco crema.

METODOLOGIA DI COLTIVAZIONE

I terreni su cui si effettuano queste coltivazioni sono caratterizzati da una buona fertilità associata a una elevata presenza di scheletro che favorisce lo sgrondo delle acque in eccesso. Le semine si effettuano a partire dalla seconda -terza decade di maggio in relazione all’andamento stagionale e proseguono sino a giugno inoltrato. La semente utilizzata per i nuovi impianti viene prodotta e selezionata direttamente dalle stesse aziende del territorio.
I produttori, per la scelta del seme di base, effettuano una selezione in campo delle piante migliori.
Anche in questo caso si sono effettuate, in questi ultimi anni, attività di selezione da parte del CReSO finalizzate all’ottenimento di nuclei di seme omogenei.
Le raccolte sono scalari e si effettuano manualmente; i baccelli vengono staccati dalla pianta, portati nelle aziende e, in alcune situazioni, fatti essiccare ancora al sole. Una leggera pressione sui tegumenti esterni permetterà di separare la granella dal baccello, la granella viene poi sottoposta a selezione per allontanare eventuali semi macchiati e/o spaccati presenti nei lotti.
Il prodotto è commercializzato direttamente dalle singole aziende durante il periodo autunnale e invernale. Ogni anno i produttori locali partecipano a sagre e eventi in diverse località del sud Piemonte e della Liguria, durante i quali si procede alla vendita del prodotto finale.
Dopo una fase di selezione in campo con valutazione degli aspetti fenotipici, sono state effettuate caratterizzazioni con l’impiego di tecniche di analisi del DNA (i cosiddetti marcatori molecolari). Il prodotto ottenuto è stato iscritto al registro nazionale delle varietà da conservazione. Il CReSO è responsabile del mantenimento in purezza della linea e della moltiplicazione di nuclei di semente.
I sesti di impianto adottati in zona evidenziano distanze tra le file tra i 100 ed i 120 cm mentre sulla fila le postarelle sono disposte a distanze variabili tra i 40 ed i 50 cm. A differenza di quanto avviene nelle altre aree del cuneese, il Fagiolo bianco di Bagnasco viene allevato per lo più con tutori singoli (ancora oggi si utilizzano le tradizionali pertiche di nocciolo o castagno).
Recentemente alcuni orticoltori si sono attrezzati per mettere a dimora i tutori (in questo caso, canne di bamboo) con apposite attrezzature meccaniche.
I semi sono posti alla base delle pertiche in numero variabile (4-6) ed interrati leggermente.

….UN PO’ DI STORIA

La coltivazione del Fagiolo bianco di Bagnasco ha antiche tradizioni nell’areale della Val Tanaro. Già sul finire degli anni ’50 venivano commercializzati nuclei di seme afferenti a questo ecotipo di fagiolo rampicante, forse ottenuto da una selezione condotta su seme di provenienza ligure (Pigna o Cogno).
Sul finire degli anni ’90 la coltivazione si ridimensionò notevolmente. Le azioni di selezione poste in atto in questi anni su questo materiale genetico non hanno per il momento fornito soddisfacenti risultati e, la ripresa degli investimenti, tarda a verificarsi.

CURIOSITA’

Il fagiolo bianco di Bagnasco avendo una buccia molto fine si presta particolarmente ad essere consumato in insalata. E’ ottimo anche per la preparazione di creme, zuppe e minestre. Data la delicatezza della buccia, occorre effettuare la cottura a una temperatura non troppo elevata per evitarne la rottura.

Fonte: www.piemonteagri.it

Fagiolo bianco di Bagnasco P.A.T. – per la foto si ringrazia

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