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Archive for febbraio, 2017

Purè di patate viola

Il purè di patate viola è una ricetta semplicissima, classica ma con il pregio di sorprendere i vostri ospiti (soprattutto i più piccoli) per la colorazione inusuale dovuta all’utilizzo appunto dei tuberi viola.

Gustosa, avvolgente e stuzzicante, questa preparazione si rivelerà ottima come contorno a piatti di carne, selvaggina ed insaccati cotti come ad esempio zamponi o cotechini.

Non vi resta che prendere nota e mettervi all’opera.

Ingredienti (dosi 4/6 persone):

  • 1 kg. di patate viola di Agribisalta s.r.l.
  • 500 ml di latte intero
  • 50 gr. di burro
  • 100 gr. di formaggio a pasta dura grattugiato
  • noce moscata q.b.
  • pepe q.b.
  • sale q.b

Per prima cosa lavate e pulite accuratamente le patate quindi lessatele (con la buccia) in abbondante acqua.

Nel frattempo estraete il burro dal frigo e lasciatelo ammorbidire a temperatura ambiente.

Una volta cotte le patate, scolatele, lasciatele intiepidire quindi pelatele e riducetele a tocchetti che poi andrete a “passare” in uno schiacciapatate oppure in un tritaverdure.

A questo punto, in un tegame, amalgamate le patate schiacciate con il burro ammorbidito aiutandovi con una frusta oppure con un cucchiaio di legno da cucina.

Accendete ora il fuoco (fiamma bassa) ed incorporate, pian piano, il latte al composto di patate e burro. Mescolate per bene e con cura lasciando raddensare per circa dieci minuti.

Trascorso il tempo, prendete il mixer ad immersione e frullate ulteriormente il tutto al fine di rendere il miscuglio assolutamente fluido e spumoso.

Terminata l’operazione, togliete il tegame dal fuoco, insaporite con un poco di sale, della noce moscata e/o del pepe a piacere e secondo i gusti personali.

Dopo un’ultima mescolata il vostro purè sarà pronto per essere servito in tavola.

Una vera bontà dal gusto avvolgente e dal colore intrigante.

Suggerimento: il purè può essere tranquillamente gustato anche il giorno successivo, riscaldato con l’aggiunta di un poco di latte.

Purè di patate viola

Purè di patate viola

Purè di patate viola

Purè di patate viola

Purè di patate viola

Purè di patate viola

Purè di patate viola

Purè di patate viola

Purè di patate viola

Purè di patate viola

Pere Martin sec caramellate

Le pere Martin sec caramellate, non sono una vera e propria ricetta, bensì un modo di coccolarsi, di rigenerarsi, di ritemprare lo spirito.

Una preparazione assolutamente semplice, rapida ed adatta a tutti.

Ideali per una merenda (magari accompagnati con uno yogurt greco naturale) oppure per chiudere un pasto in bellezza.

Non vi resta che prendere nota e mettervi all’opera.

Ingredienti (dosi per 4 persone):

  • 4/8 pere Martin sec (a seconda della loro grandezza, che può essere piuttosto variabile) di Agribisalta s.r.l.
  • 6 cucchiai di zucchero di canna (se avete quello bianco semolato, va bene lo stesso)
  • 1 bicchiere di acqua

Lavate con cura le pere quindi dividetele in mezzo, detorsolatele per poi provvedere a tagliarle a dadini non troppo piccoli.

Procuratevi ora una padella dai bordi altri (oppure un wok), versatevi i sei cucchiai di zucchero quindi unite l’acqua.

Accendete ora il fuoco e procedete a far caramellare il tutto mescolando con attenzione.

Portata a termine l’operazione, aggiungete le pere tagliate a cubetti e cuocete, per circa 10 minuti, a fiamma bassa, facendo attenzione che il risultato finale sia comunque croccante.

Lasciate riposare per alcuni minuti quindi sarete pronti per gustare questa leccornìa, ancora calda, tiepida oppure fredda, insomma come meglio preferirete.

Golosità.

Consiglio: per questa ricetta sono ottime anche le pere Madernassa.

Pere Martin sec caramellate

Pere Martin sec caramellate

Pere Martin sec caramellate

Pere Martin sec caramellate

Pere Martin sec caramellate

Pere Martin sec caramellate

Farina di orzo

Per orzo si intende un gruppo di piante erbacee appartenenti alla Famiglia delle Poaceae (Graminacee), Genere Hordeum; tra queste, la Specie diffusa a scopo alimentare (per l’essere umano) è l’Hordeum vulgare, detto “orzo comune”.
Di orzo ne esistono due sottospecie, quella addomesticata (Sp. vulgare) e la sua progenitrice, ovvero l’orzo selvatico (Sp. spontaneum).
L’orzo è un cereale orientale e le sue origini specifiche potrebbero collocarsi in Medio Oriente, Tibet o Cina (a seconda delle fonti bibliografiche consultate). I reperti preistorici indicano che, molto probabilmente, si tratta del primo cereale coltivato dall’uomo.
La pianta dell’orzo è a ciclo annuale; raggiunge e supera il metro di altezza ma tale caratteristica dipende dalla varietà. Si tratta di un prodotto autunno-invernale che resiste brillantemente anche a temperature molto elevate e con scarso apporto idrico. Certe coltivazioni d’orzo sono effettuate sino a 4500m di altitudine e temono solo: alte concentrazioni di umidità ambientale, vento o pioggia intensi e scarsa presenza di sali minerali nel terreno.
Dell’orzo si consumano i frutti, ovvero i semi, che sono ricchi di amido e contengono glutine. Quest’ultima caratteristica rende l’orzo INADATTO all’alimentazione contro la celiachia ed idoneo alla panificazione.

Composizione per: 100g di Farina di Orzo – Valori di riferimento delle Tabelle di Composizione degli Alimenti INRAN
Farina di Orzo Valori Nutrizionali

Valori nutrizionali (per 100 g di parte edibile)

Parte edibile 100%
Acqua 12.8g
Proteine 10.6g
Amminoacidi prevalenti
Amminoacido limitante
Lipidi TOT 1.9g
Acidi grassi saturi – g
Acidi grassi monoinsaturi – g
Acidi grassi polinsaturi – g
Colesterolo 0.0mg
Carboidrati TOT 79.3g
Amido 72.1g
Zuccheri solubili tr
Alcol etilico 0.0g
Fibra alimentare – g
Fibra solubile – g
Fibra insolubile – g
Energia 357.0kcal
Sodio 4.0mg
Potassio – mg
Ferro – mg
Calcio 39.0mg
Fosforo 393.0mg
Tiamina 0.16mg
Riboflavina 0.08mg
Niacina 5.5mg
Vitamina A 0.0µg
Vitamina C 0.0mg
Vitamina E – mg

In alimentazione umana, l’orzo viene impiegato prevalentemente: sotto forma di farina; intero e perlato nella formulazione dei primi piatti; tostato e macinato per la produzione di surrogati del caffè e per la produzione di malto necessaria alla trasformazione in birra o distillati.

Farina di Orzo

La farina di orzo ha una resa del 69-73% rispetto alla materia prima. Molti non sanno che, spesso, costituisce un sottoprodotto della fabbricazione dell’orzo perlato o del semolino d’orzo.
La farina di orzo viene commercializzata in forma integrale o raffinata, ma sempre da semi privati delle glumelle, quindi decorticati. La farina integrale è chiara, con evidenti striature grigiastre, mentre la raffinata è quasi totalmente bianco-giallastra. Al tatto è fine, delicata, tende ad aggrumarsi facilmente e, se mal conservata, acquisisce rapidamente un odore di rancido.
ATTENZIONE! La crusca d’orzo (glumelle) è di impiego totalmente zootecnico; non si tratta di un prodotto nocivo ma, in virtù della prevalenza in cellulosa (insolubile, non viscosa), sarebbe poco tollerata a livello intestinale.
La farina di orzo è particolarmente diffusa nell’alimentazione dei naturisti e di chi si avvale di regimi nutrizionali alternativi, come il macrobiotico, il vegano ecc.
Il glutine della farina di orzo è disgregato, bruno e poco omogeneo; come visto per quella di segale, anche quella d’orzo ne contiene modeste quantità e si caratterizza per una scarsa capacità di lievitazione. Non a caso, il suo utilizzo nella formulazione del pane è spesso caratterizzato dalla miscelazione con sfarinati di frumento (rapporto orzo/ frumento = 1/2 o 1/3).
Rispetto alla panificazione, la farina d’orzo si presta maggiormente alla produzione di: crema d’orzo, farina parzialmente torrefatta, pasta alimentare ecc.
Dal punto di vista nutrizionale, la farina di orzo non si distingue molto da quella di frumento. L’equilibrio tra le molecole energetiche è più o meno lo stesso ma, da questa fonte, non sono disponibili tutte le informazioni sul profilo salino e vitaminico. Sembrano essere particolarmente presenti la vitamina PP (Niacina) e il fosforo.

Fonte: my-personaltrainer.it

Farina di orzo

Farina di orzo

Tartufo Bianco d’Alba – P.A.T.

Descrizione

I tartufi bianchi sono funghi sotterranei, non coltivabili, che vivono in simbiosi micorrizzica con determinate piante arboreee quali:

  • la farnia (Quercus robur)
  • il cerro (Q. cerris)
  • il rovere (Q. petraea)
  • la roverella (Q. pubescens)
  • il pioppo nero (Populus nigra)
  • il pioppo bianco (P. alba)
  • il carolina (P. deltoides cv. carolinensis)
  • il tremolo (P. tremula)
  • il salicone (Salix caprea)
  • il vimine (S. viminalis)
  • il salice bianco (S. alba)
  • il tiglio (Tilia platyphyllos)
  • il carpino nero (Ostrya carpinifolia)
  • il nocciolo (Corylus avellana)

Possono essere di svariate forme, da globosa a piatta, e presentano una parete esterna (peridio) dal bianco latte al giallo ocra con una polpa interna (gleba) chiara solcata da venature marroni. Il profumo caratteristico ed unico lo rende il sogno proibito, l’oggetto di follia e di passione di tutti i buongustai. Difficile descrivere a parole il profumo che questa “pepita” sprigiona: il ventaglio aromatico ha note che possono ricordare l’aglio, il fungo, il miele.

Di tartufi ne esistono moltissime specie, ma il tartufo bianco rinvenibile nelle Langhe e nel Monferrato e in poche altre aree italiane, rappresenta la specie più pregiata e quella che può raggiungere le dimensioni maggiori.

Caratteristiche nutrizionali

Difficilmente c’è un modo per pagare l’acqua così cara come quando si compra un tartufo: esso ne contiene generalmente l’80%. Negli elementi minerali prevale il potassio, seguito dal calcio, sodio, magnesio, ferro, zinco e rame. Il valore del tartufo non sta nel suo apporto alimentare, ma nella sua enorme capacità di produrre piacere nel fruitore. A questa caratteristica va attribuita anche la grande differenza di quotazione di mercato esistente tra il tartufo bianco e le altre specie che dal punto di vista della composizione chimica sono molto simili.

Area di produzione

L’areale di produzione del Tuber Magnatum Pico in Piemonte è concentrato soprattutto nelle Langhe, nel Monferrato e nel Roero, anche se vi sono stati dei ritrovamenti anche nell’alessandrino e sulle colline torinesi.

Storia e tradizione

I faraoni egizi lo servivano nei loro sontuosi banchetti e i sumeri ne mangiavano abitualmente. Era conosciuto nell’antica Arabia, nell’impero babilonese e nella Persia di Alessandro Magno. La sua origine nel passato, fu attribuita a diverse cause: dalla decomposizione organica al calore, dal fango per germinazione spontanea all’impatto del fulmine con il suolo. E’ stato addirittura considerato parte del regno minerale.

L’esistenza del tartufo è nota da sempre, ma fu solo a partire dal XVI secolo che venne riconosciuto come fungo. Alla fine del XVIII secolo, il mondo scientifico studia il prestigioso “tuber magnatum” il cui nome scientifico si deve al medico piemontese Vittorio Pico. La bontà del prodotto era conosciuta anche presso la corte piemontese e il Conte Camillo Benso di Cavour utilizzò il tartufo come mezzo diplomatico. Solamente nel 1967, grazie alle ricerche del Centro di Studio sulla Micologia del terreno del CNR di Torino, fu dimostrato sperimentalmente il rapporto micorrizico pianta – tartufo.

Intanto nel 1929 nacque la più importante manifestazione dedicata a questo magnifico prodotto e sogno proibito e causa di esaltazione e di follia dei buongustai: la “Fiera Nazionale di Alba”. Per valorizzare questo prodotto a livello mondiale, nel 1949, Giacomo Morra pensò di utilizzare il prezioso Tuber come ambasciatore nel mondo della Langa e del Roero, inviando ogni anno il miglior esemplare ad un personaggio illustre della politica, dello sport e dello spettacolo. Da quell’anno i più belli esemplari furono donati a personaggi del calibro di Rita Hayworth, Harry Truman e Sophia Loren.

Nel 1996, nasce il Centro Nazionale Studi Tartufo, un Istituto unico al mondo specializzato nella ricerca e nella divulgazione della cultura tartuficola. Qui si studiano i profumi, si ricercano nuove tecniche di conservazione, si raccolgono esperienze gastronomiche a base di tartufo, si organizzano seminari di degustazione.

Fonte: Prodotti Tipici della Provincia di Cuneo

Per saperne di più:

  • Centro Nazionale Studi Tartufo
    Piazza Risorgimento, 2 – 12051 Alba (CN)
    Tel. 0173 228190
    Fax. 0173 363878
    E-mail: info@tuber.it
Tartufo Bianco d'Alba P.A.T. - per la foto si ringrazia

Tartufo Bianco d’Alba P.A.T. – per la foto si ringrazia

Patate viola

Le patate viola sono un tubero dalla forma oblunga, più o meno delle dimensioni di una pallina da golf, il cui nome è dovuto al caratteristico colore violaceo della polpa interna, mentre la buccia, più dura e spessa, ha di solito un colorito più vicino al marrone scuro, al blu o al nero: è per questo, che in molte regioni, le patate viola vengono indicate anche con nome di patate nere o patate blu.

Questo genere di patata, anch’esso appartenente alla famiglia delle solonaceae, come molte altre specie vegetali commestibili fra cui le melanzane, i pomodori e i peperoni,  è in realtà originario, proprio come le qualità a polpa gialla, dell’America Meridionale, in particolare di alcune regioni del  Cile e del Perù.

Le prime patate viola furono  importate in Europa dagli spagnoli,  anche se la loro diffusione è stata più limitata rispetto alle altre tipologie di patate a buccia rossa o gialla. Allo stato attuale, la patata viola viene coltivata soprattutto in Francia, nelle zona delle Picardie, e questo spiega il suo ampio ricorso nella cucina francese. Dal punto di vista del sapore, le patate blu, chiamate anche patate vitelotte, ricordano quello delle nocciole o delle castagne; la polpa, estremamente farinosa, una volta cotta può risultare un po’ appiccicosa.

Trattandosi di una qualità molto antica, la patata viola non ha subito alcuna modificazione dal punto di vista genetico, perciò conserva intatte tutte le sue proprietà organolettiche. In particolare, il colore viola di queste patate è associato, come nel caso di altri frutti ed ortaggi che hanno questa colorazione (basta pensare all’uva rossa o ai mirtilli) alla forte presenza di antiossidanti, che hanno un ruolo fondamentale per mantenere in salute il nostro organismo e metterci ad riparo da alcune malattie come il cancro, l’ictus e l’infarto.

Proprietà delle Patate Viola: Perché Fanno Bene?

Le patate viola o patate blu rappresentano un prezioso alleato per la nostra salute: poco caloriche, una porzione corrispondente a 3 patate di piccole dimensioni contiene solo 131 calorie, suddivise i 30 gr di carboidrati, 3 gr di proteine e zero grassi. La stessa porzione di patate viola contiene anche 4 gr di fibre, pari a circa il 16 per cento della dose raccomandata di fibra su una dieta di 2.000 calorie giornaliere.

Tre patate viola contengono inoltre il 55% della dose giornaliera raccomandata di vitamina C o acido ascorbico (presente soprattutto nella buccia) e il 7% di ferro. Esse sono, inoltre, molto ricche di potassio, minerale fondamentale per regolare la pressione sanguigna e mantenere in salute muscoli ed ossa.

Ciò che però rende davvero indispensabile introdurre la patata viola nella nostra dieta è la forte presenza di antiossidanti, scarsi o assenti nelle sorelle a polpa e buccia gialla: il caratteristico colore viola/ blu di queste patate è dovuto, infatti, proprio alla presenza di antociani, flavonoidi naturali a cui sono attribuite molte vantaggiose funzioni.

Uno studio condotto dall’American Chemical Society Meeting a Denver, nel 2012, su un campione di persone in sovrappeso affette anche da ipertensione, ha dimostrato che mangiando da 8 a 6 patate viola per due volte al giorno per un mese, non solo i partecipanti non hanno riportato alcun incremento di peso, ma sono riusciti a controllare efficacemente la loro pressione sanguigna.

Antociani e carotenoidi, altri antiossidanti presenti in gran quantità nella patata blu, hanno inoltre una funzione fondamentale per prevenire malattie cardiache e alcune forme di tumori. Altri studi hanno, infine, dimostrato come tutti gli antiossidanti appartenenti alla famiglia dei flavonoidi, di cui appunto le patate viola sono molto ricche, riescano efficacemente a proteggere l’integrità del nostro DNA, incoraggiando la produzione di citochine, sostanze che permettono una corretta risposta del nostro sistema immunitario in tutti i casi di aggressione. Le citochine hanno inoltre notevoli proprietà antinfiammatorie, aiutano a rafforzare le membrane e a regolare l’attività degli estrogeni, riducendo il rischio di malattie associate a squilibri di tipo ormonale.

Come Cucinare le Patate Viola

Le patate viola possono essere gustate in molti modi diversi, sia da sole che in abbinamento ad altri ingredienti: tenete presente, però, che in tutte le preparazioni è sempre preferibile togliere la buccia, perché dura e poco digeribile. Dato che la patata blu ha una polpa piuttosto farinosa, si sconsiglia la cottura a vapore, mentre lessarle in abbondante acqua salata per 30 o 40 minuti è una valida soluzione.

Se volete usare le patate viola per la preparazione di torte salate e gateau e preferite una consistenza più liscia, provate a mescolarne la polpa con quella di altre patate, anche se in questo modo si ridurrà l’effetto cromatico. Se, invece, volete esaltare proprio questo aspetto, vale a dire l’inconfondibile colore viola, ricordate di cuocere le patate vitelotte con la buccia.

I pigmenti colorati si disperderanno nel liquido di cottura, mantenendo intatta la colorazione violacea della polpa! Inoltre, in questo modo beneficerete delle numerose sostante nutritive presenti anche nella buccia della patata viola, fra cui flavonoidi, potassio e acido ascorbico.

Un’idea originale e divertente per cucinare le patate blu potrebbe essere quella di realizzare un purè o degli gnocchi dalla colorazione insolita. Per la preparazione dei gnocchi, fate bollire le vostre patate viola in una pentola d’acqua conservando anche la buccia; una volta che la polpa avrà raggiunto la giusta consistenza (fate la prova con una forchetta, se passa da un lato all’altro vuol dire che la patata è cotta) sbucciate i tuberi e schiacciateli con un passapatate. Aggiungete della farina all’impasto per dare agli gnocchi la giusta consistenza e cuoceteli in acqua salata, togliendoli con un colino non appena saliranno in superficie.

In generale, le patate viola possono essere cucinate in tutti i modi in cui sono cucinate le altre qualità di patate, ma se volete amplificare al massimo le loro proprietà benefiche privilegiate la cottura al forno o la bollitura, rispetto, ad esempio, ad altri metodi come la frittura che prevedono l’uso di grassi.

Fonte: Vivere Armoniosamente

Patate viola

Alghero – D.O.C.

Zona di produzione e storia

La denominazione di origine controllata «Alghero» è riservata ai vini che rispondono alle condizioni e ai requisiti stabiliti dal disciplinare di produzione. Le tipologie previste e precedute nella designazione dalla denominazione «Alghero» sono:
Bianco, anche nelle tipologie: frizzante, spumante, passito;
Rosso, anche nelle tipologie: novello, liquoroso, riserva;
Rosato, anche nella tipologia frizzante;
Torbato, anche nella tipologia spumante;
Sauvignon;
Chardonnay, anche nella tipologia spumante;
Cabernet, anche nella tipologia riserva;
Merlot, anche nella tipologia riserva;
Sangiovese;
Cagnulari o Cagniulari, anche nella tipologia riserva;
Vermentino frizzante.

La zona di produzione delle uve per l’ottenimento dei vini atti a essere designati con la denominazione di origine controllata «Alghero» comprende l’intero territorio dei comuni di Alghero, Olmedo, Ossi, Tissi, Usini, Uri, Ittiri, in provincia di Sassari e in parte il territorio all’interno del comune di Sassari.

In quest’area la coltivazione della vite ha origini antiche. Anche qui l’arrivo della fillossera, alla fine del 1800, ha prodotto il radicale cambiamento, come nella viticoltura europea, che tutti conoscono. All’inizio del 1900 la Tenute Sella & Mosca aveva intrapreso una mastodontica attività di bonifica dei propri terreni, ed una attività vivaistica viticola molto importante, con più di 1600 accessioni in catalogo, che vendeva in Sardegna, nel resto della penisola italiana ed anche all’estero.
Alla metà del XX secolo l’Ente della Riforma Agraria della Sardegna, ha promosso e realizzato opere di bonifica importanti a Nord di Alghero, mettendo a coltura terreni fino ad allora lasciati al semplice pascolo brado, elevandoli alla coltivazione specializzata cerealicola, ma anche a quella frutticola e soprattutto viticola. Ciò ha determinato la nascita di una cantina sociale nel 1950 a Santa Maria la Palma.
La volontà delle persone e degli imprenditori della filiera vitivinicola di quest’area ha fatto si che nascesse la DOC “Alghero” nel 1995, aggiungendo alla stessa in questi quindici anni di vita tre modifiche, nel 1996, nel 2002 e nel 2009. Attualmente la denominazione si estende su 1.343 ettari vitati. Le due realtà più importanti sono la Tenute Sella & Mosca S.p.A., azienda privata a conduzione capitalistica di proprietà del Gruppo Campari, e la Cantina Sociale di Santa Maria la Palma, società cooperativa con 320 soci. Le due realtà producono e commercializzano circa 11 milioni di bottiglie di vino di cui 2,2 milioni della DOC “Alghero”. Negli ultimi 10 anni sono altresì nate, e si sono sviluppate, molte piccole aziende che si sono affacciate sul mercato dei vini con prodotti sia di tipo tradizionale sia di tipologie più moderne.
La DOC “Alghero” è nata per valorizzare le produzioni viticole ed enologiche del comprensorio di Alghero facendo leva su tre fattori cardine del mondo del vino:
a) il patrimonio varietale esistente,
b) la cultura viticola ed enologica degli operatori del settore, c) le caratteristiche ambientali del territorio.
Il patrimonio varietale è di grande interesse perché è composito e di antica tradizione. Basti solo accennare al Torbato che è coltivato fin dai tempi dell’attività vivaistica portata avanti dalla Sella & Mosca all’inizio del 1900, oppure dalla riscoperta del Cagnulari effettuata, in questi ultimi anni, dalla Cantina di S. Maria la Palma. Anche le varietà di interesse internazionale hanno evidenziato ottime performance viticole ed enologiche. Valga come esempio il vino Marchese di Villamarina monouvaggio di Cabernet sauvignon.
La tradizione viticola ed enologica in quest’area della Sardegna risale alle dominazioni spagnole dove gli scambi commerciali hanno favorito l’arrivo in Alghero di varietà provenienti dalla Penisola Iberica. La vite è stata coltivata seguendo sempre le più moderne tecniche viticole, per assecondare nel tempo le diverse esigenze di carattere qualitativo ed imprenditoriale. L’introduzione di varietà internazionali è invece un fatto più recente, ma comunque risalente all’attività vivaistica effettuata dalla Sella & Mosca agli inizi del 1900. Un forte impulso alla coltivazione di varietà internazionali si è, infine, verificato negli ultimi 30 anni, quando le aziende operanti nel territorio hanno risposto alle richieste dei consumatori, soprattutto esteri, che andavano prediligendo vini dal timbro internazionale. Anche se i mercati esteri sono diventati negli anni sempre più importanti per le aziende della denominazione, il carattere territoriale della viticoltura ed enologia algherese è rimasto preponderante, con preminenza ai prodotti autoctoni, che testimoniano l’alta qualità dei vini di questo territorio.

Vitigni – Grado alcolometrico minimo – Invecchiamento e qualifiche

Base ampelografica
La denominazione di origine controllata «Alghero», seguita o no dalle specificazioni bianco, rosato o rosso, è riservata ai vini bianchi, rosati o rossi ottenuti da uve provenienti da vigneti composti, nell’ambito della denominazione, da uno o più vitigni idonei alla coltivazione per la regione Sardegna iscritti nel registro nazionale delle varietà di vite per uve da vino, con l’esclusione dei vitigni aromatici.
La denominazione «Alghero» seguita da una delle seguenti specificazioni:
Torbato;
Sauvignon;
Chardonnay;
Cabernet;
Merlot;
Sangiovese;
Cagnulari o Cagniulari;
Vermentino,
è riservata ai vini ottenuti da uve provenienti da vigneti composti nell’ambito della denominazione per almeno l’85% dai corrispondenti vitigni.
Possono concorrere alla produzione dei detti vini, da sole o congiuntamente, anche le uve provenienti da altri vitigni idonei alla coltivazione per la regione Sardegna purché non superino il 15% del totale.
Il vino a denominazione d’origine controllata «Alghero» bianco può essere prodotto anche nelle tipologie frizzante, spumante e passito.
Il vino a denominazione d’origine controllata «Alghero» rosato può essere prodotto anche nella tipologia frizzante.
Il vino a denominazione d’origine controllata «Alghero» rosso, può essere prodotto anche nelle tipologie novello, liquoroso e riserva.
I vini a denominazione d’origine controllata «Alghero» Cabernet, «Alghero» Merlot ed «Alghero» Cagnulari possono essere prodotti anche nella tipologia riserva.
Il vino a denominazione d’origine controllata «Alghero» Torbato può essere prodotto nella tipologia spumante.
Il vino a denominazione d’origine controllata «Alghero» Chardonnay può essere prodotto anche nella tipologia spumante.
Il vino a denominazione d’origine controllata «Alghero» Vermentino può essere prodotto solo nella tipologia frizzante.
I vini ottenuti da vigneti iscritti allo schedario dei vigneti DOC Alghero Vermentino, possono in alternativa, previa comunicazione agli organi competenti, essere utilizzati per la produzione dei vini «Vermentino di Sardegna» DOC.

I vini a denominazione di origine controllata «Alghero», all’atto dell’immissione al consumo devono rispondere alle seguenti caratteristiche:

«Alghero» bianco:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 10% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 14 g/l.

«Alghero» rosato:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 10,5% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 15 g/l.

«Alghero» rosso:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 18 g/l.

«Alghero» rosso Riserva:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 12% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 20 g/l.

«Alghero» Torbato:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 14 g/l.

«Alghero» Sauvignon:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 15 g/l.

«Alghero» Chardonnay:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 15 g/l.

«Alghero» Sangiovese:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 18 g/l.

«Alghero» Cabernet:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,5% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 20 g/l.

«Alghero» Cabernet Riserva:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 12,5% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 22 g/l.

«Alghero» Merlot:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 20 g/l.

«Alghero» Merlot Riserva:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 12,5% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 22 g/l.

«Alghero» Cagnulari (o Cagniulari):
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 18 g/l.

«Alghero» Cagnulari Riserva:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 12,5% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 22 g/l.

«Alghero» novello:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 18 g/l.

«Alghero» frizzante bianco:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 10,5% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 14 g/l.

«Alghero» Vermentino frizzante:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 10,5% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 14 g/l.

«Alghero» frizzante rosato:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 10,5% vol;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 15 g/l.

«Alghero» Torbato spumante:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,5% vol;
acidità totale minima: 5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 14 g/l.

«Alghero» Chardonnay spumante:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,5% vol;
acidità totale minima: 5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 14 g/l.

«Alghero» spumante bianco:
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 11,5% vol;
acidità totale minima: 5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 14 g/l.

«Alghero» liquoroso:
titolo alcolometrico volumico effettivo minimo: 17,5% vol;
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 21,0% vol;
zuccheri residui: minimo 60 g/l;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 22 g/l.

«Alghero» passito:
titolo alcolometrico volumico effettivo minimo: 13,5% vol;
titolo alcolometrico volumico totale minimo: 16,0% vol;
zuccheri residui: minimo 40 g/l;
acidità totale minima: 4,5 g/l;
estratto non riduttore minimo: 24 g/l.

E’ facoltà del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali di modificare con proprio decreto, per i vini di cui sopra, i limiti minimi indicati con l’acidità totale e l’estratto non riduttore minimo.

Caratteristiche organolettiche

I vini a denominazione di origine controllata «Alghero», all’atto dell’immissione al consumo devono rispondere alle seguenti caratteristiche:

«Alghero» bianco:
colore: giallo paglierino tenue;
odore: profumo delicato, gradevole;
sapore: sapido e armonico.

«Alghero» rosato:
colore: rosato;
odore: vinoso delicato, gradevole;
sapore: armonico, asciutto o morbido.

«Alghero» rosso:
colore: rosso rubino, tendente al granato con l’invecchiamento;
odore: vinoso, gradevole, caratteristico;
sapore: asciutto, corposo, leggermente tannico.

«Alghero» rosso Riserva:
colore: rosso rubino tendente al granato con l’invecchiamento;
odore: vinoso, gradevole, caratteristico;
sapore: asciutto, pieno, caratteristico.

«Alghero» Torbato:
colore: paglierino con riflessi inizialmente verdognoli;
odore: leggermente aromatico, caratteristico, intenso;
sapore: sapido, armonico, dal retrogusto piacevolmente amarognolo.

«Alghero» Sauvignon:
colore: giallo paglierino, tendente inizialmente al verdognolo;
odore: gradevole, fruttato, con aroma caratteristico;
sapore: asciutto, pieno, persistente.

«Alghero» Chardonnay:
colore: giallo paglierino, con riflessi inizialmente verdognoli;
odore: delicato, caratteristico, fruttato;
sapore: sapido, asciutto, pieno, caratteristico.

«Alghero» Sangiovese:
colore: rosso tendente al granato con l’invecchiamento;
odore: vinoso, intenso;
sapore: asciutto, armonico.

«Alghero» Cabernet:
colore: rubino intenso fino al granato carico;
odore: caratteristico, etereo;
sapore: asciutto, pieno, lievemente tannico.

«Alghero» Cabernet Riserva:
colore: rosso rubino tendente al granato con l’invecchiamento;
odore: vinoso, gradevole, caratteristico;
sapore: asciutto, pieno, caratteristico.

«Alghero» Merlot:
colore: rubino intenso;
odore: gradevole, caratteristico;
sapore: asciutto, pieno, caratteristico.

«Alghero» Merlot Riserva:
colore: rosso rubino tendente al granato con l’invecchiamento;
odore: vinoso, gradevole, caratteristico;
sapore: asciutto, pieno, caratteristico.

«Alghero» Cagnulari (o Cagniulari):
colore: rosso rubino;
odore: vinoso, caratteristico del vitigno;
sapore: asciutto, leggermente tannico, armonico.

«Alghero» Cagnulari Riserva:
colore: rosso rubino tendente al granato con l’invecchiamento;
odore: vinoso, gradevole, caratteristico;
sapore: asciutto, pieno, caratteristico.

«Alghero» novello:
colore: rubino con toni violetti;
odore: vinoso, fruttato, di fermentazione appena svolta;
sapore: vivace, morbido, fragrante, persistente.

«Alghero» frizzante bianco:
spuma: fine, evanescente;
colore: giallo paglierino carico;
odore: gradevole e caratteristico di fruttato;
sapore: secco o amabile, frizzante.

«Alghero» Vermentino frizzante:
spuma: fine, evanescente
colore: giallo paglierino scarico;
odore: gradevole e caratteristico di fruttato;
sapore: secco o amabile, frizzante.

«Alghero» frizzante rosato:
spuma: fine, evanescente
colore: rosato;
odore: vinoso, delicato, gradevole;
sapore: armonico, asciutto o morbido.

«Alghero» Torbato spumante:
spuma: fine, persistente;
colore: giallo paglierino carico con spuma persistente;
odore: gradevole e caratteristico di fruttato;
sapore: da brut a dolce, fruttato, gradevolmente aromatico.

«Alghero» Chardonnay spumante:
spuma: fine, persistente;
colore: giallo paglierino con spuma persistente;
odore: gradevole e caratteristico di fruttato;
sapore: da brut a dolce, fruttato, gradevolmente aromatico.

«Alghero» spumante bianco:
spuma: fine, persistente;
colore: giallo paglierino scarico con spuma persistente;
odore: gradevole e fruttato;
sapore: da brut a dolce, fruttato, gradevolmente aromatico.

«Alghero» liquoroso:
colore: granato tendente al mattone con lungo invecchiamento;
odore: intenso, complesso, etereo;
sapore: dolce, pieno, armonico.

«Alghero» passito:
colore: giallo oro tendente all’ambrato;
odore: intenso, etereo, di frutta matura;
sapore: dolce pieno mielato.

Abbinamenti e temperatura di servizio

Variano a seconda della tipologia di vino.

Fonte: Agraria.org

Alghero D.O.C. - per la foto si ringrazia

Alghero D.O.C. – per la foto si ringrazia

Gnocchi di patate viola al pesto

Gli gnocchi di patate viola sono un primo piatto colorato, saporito ed elegante con cui sarete in grado di sorprendere ed intrigare i vostri ospiti, che rimarranno sicuramente colpiti dal trionfo di sapori e di colori che potranno apprezzare e gustare nel proprio piatto.

Non vi resta che prendere nota e mettervi all’opera:

  • Su come preparare gli gnocchi di patate viola, cliccate qui.
  • Su come preparare uno strepitoso pesto fatto in casa, cliccate qui.

Una volta pronti gli gnocchi, lessateli in abbondante acqua bollente salata per il tempo necessario impiegato dalla pasta per salire in superficie quindi scolateli in un recipiente e condite. Se preferite, potete fare saltare pesto e gnocchi per un minuto in padella.

A questo punto non vi resta che impiattare, spolverizzare con delle scaglie di pecorino stagionato (oppure altro formaggio a pasta dura) e servire il piatto in tavola ancora fumante.

Consiglio: se ne avanzate, sono strepitosi anche il giorno successivo, magari saltati nuovamente in padella.

Gnocchi di patate viola al pesto

Gnocchi di patate viola al pesto

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Gnocchi di patate viola al pesto

Gnocchi di patate viola al pesto

Champignons alla greca

Cercate un contorno gustoso, invitante e facile da preparare? Gli champignons alla greca sono la risposta alla vostra domanda. Con pochi e semplici ingredienti, in un batter d’occhio avrete a disposizione una verdura saporita con cui sorprendere piacevolmente i vostri ospiti.

Non vi resta che prendere nota e mettervi all’opera.

Ingredienti:

  • 300 gr. di funghi champignons
  • 4 cucchiai di olio extravergine d’oliva
  • 1/2 bicchiere di vino rosso di buona qualità
  • 300 gr. di polpa di pomodoro
  • 1 limone
  • 6/7 semi di coriandolo tritato
  • 1 ciuffo di prezzemolo fresco
  • 1 foglia di alloro (facoltativa)
  • sale q.b.
  • pepe q.b.

Per prima cosa spazzolate e pulite con cura i funghi utilizzando un panno umido fin quando non avrete eliminato anche la pur minima traccia di terriccio quindi tagliateli in metà oppure in quarti a seconda della loro grandezza.

A questo punto spruzzateli con del succo di limone.

Procuratevi un tegame dove andrete a versare un filo d’olio extravergine d’oliva, il mezzo bicchiere di vino rosso, i semi di coriandolo tritati ed eventualmente la foglia di alloro.

Accendete quindi il fuoco e fate insaporire gli ingredienti mescolando per 3/4 minuti. Aggiungete ora la polpa di pomodoro e cuocete per circa un quarto d’ora a fiamma bassa.

Trascorso il tempo, unite i funghi, mescolate con cura e terminate la cottura, sempre a fiamma bassa per ulteriori 10/12 minuti.

A questo punto non vi resta che impiattare e servire in tavola ai vostri ospiti.

Champignons alla greca

Champignons alla greca

Champignons alla greca

Champignons alla greca

Champignons alla greca

Champignons alla greca

Champignons alla greca

Champignons alla greca

 

 

Farina di Grano Arso

La farina di grano arso è un prodotto ricavato dalla tostatura del frumento duro (Tritucum durum), seguita dalla macinatura dei semi fino a ridurli in una polvere grossolana, detta appunto “farina di grano arso”. Per dirla tutta, rispettando le definizioni merceologiche, questa polvere NON è una vera e propria “farina”, bensì una semola (poiché ha una grana più spessa e non è prodotta dal grano tenero). Tuttavia, per non complicare eccessivamente l’argomento, di seguito continueremo la descrizione utilizzando impropriamente la dicitura “farina di grano arso”.

Nascita del Grano Arso

Tipicamente pugliese (foggiano e nord-barese), il grano arso nacque dalla necessità di recuperare le spighe di frumento cadute a terra e occultate dalla porzione vegetativa delle piante in seguito alla raccolta. Questo recupero, com’è deducibile, risulta particolarmente difficile da eseguire con le stoppie integre; pertanto, anche in virtù del fatto che bruciando la paglia si favorisce la fertilizzazione del terreno, la raccolta del grano arso veniva effettuata solo al termine della combustione dei campi sfruttati. In tal modo, gli agricoltori erano in grado di approvvigionarsi dei semi senza dover acquistare una grossa “fetta” del raccolto (di proprietà dei latifondisti e troppo caro per le loro tasche), pur accontentandosi di ciò che le fiamme lasciavano al terreno. Questo frumento veniva poi macinato per ottenere uno sfarinato tipicamente integrale.

Grano Arso e Farina: Oggi

Oggi, il gano arso viene prodotto in maniera del tutto differente. In pratica, il frumento è destinato ad una semplice tostatura, simile alla torrefazione del caffè, che gli conferisce sentori di “cotto” ed “affumicato”. Tal’ultima discrepanza tra i due frumenti è a dir poco essenziale, poiché il grano arso “originale” subiva esternamente una parziale carbonizzazione, anche se per alcuni autori le spighe sarebbero in grado di proteggere i chicchi al punto da lasciarli totalmente integri. Per contro, l’odierna tostatura (controllata) avviene a semi sgranati e garantisce una differente attivazione delle reazioni di Maillard. Potrà sembrare paradossale ma, a sentir ciò che dicono gli esperti, il grano arso prodotto con le moderne tecnologie ha un aroma ed un gusto più intensi e, utilizzato puro, vanta un indice di gradimento inferiore rispetto a quello tradizionale.
In epoca odierna, il grano arso (che ricordiamo essere integrale) costituisce un alimento di nicchia, ricercato e particolarissimo; si trova con una certa difficoltà e, più frequentemente, appoggiandosi a fornitori di alimenti biologici e tradizionali. Reperibile quasi esclusivamente sotto forma di farina, ha un costo abbastanza elevato (ovviamente ingiustificato) e, pure tramite internet, può essere acquistato direttamente presso i mulini artigianali che lo producono. Il costo sfiora i 5€/kg

Finalità e Caratteristiche della Farina di Grano Arso

La farina di grano arso è utile per la formulazione di ricette alternative. E’ possibile usarla nella produzione di pasta alimentare e prodotti da forno, soprattutto in miscela alla farina di frumento crudo. Questo accorgimento non ha SOLO basi organolettiche e gustative, ma anche chimico-fisiche.
Come molti lettori già sapranno, la “chiave” di una corretta lievitazione del pane e della tenuta in cottura della pasta, sta nella presenza (e attivazione) di due particolari peptidi contenuti in alcuni cereali (frumento, farro, segale ecc.). Tali peptidi, idratandosi, si combinano e formano un reticolo elastico che nel pane intrappola l’aria gonfiando l’impasto, mentre nella pasta protegge l’amido regolandone la gelatinizzazione. Stiamo parlando dei peptidi gliadina e glutenina, i quali, in presenza di acqua, danno origine al glutine. La farina di grano arso, essendo a base di frumento, contiene entrambi i peptidi ma, dopo il trattamento termico, buona parte di questi denatura e non svolge più correttamente la propria funzione. Ciò non esime questa farina dal suo potenziale “nocivo” verso gli intolleranti al glutine, ovvero i celiaci, ma compromette in maniera decisiva la qualità degli impasti che se ne ricavano.
In panificazione, la farina di grano arso non dovrebbe mai essere presente in quantità superiori al 30%, dove il rimanente 70% è a base di farina di grano crudo. Al contrario, nella formulazione della pasta alimentare la farina di grano arso può rivestire anche un ruolo di maggior importanza, ma ciò non toglie che le proprietà reologiche dell’alimento risultino differenti da quelle tradizionali. Infatti, la pasta con sola farina di grano arso assorbe più acqua in cottura, diventando più collosa e meno consistente. In genere, la pasta alimentare ottenuta con la farina di grano arso è di tipo fresco, non essiccata, ed è reperibile prevalentemente sotto forma di “cicatelli”; tuttavia, oggi sono anche reperibili paste dal contenuto promiscuo che implicano l’utilizzo di farina di grano arso in miscela a quella normale. Per ottenere una pasta alimentare alternativa con le stesse caratteristiche di quella tradizionale, si consiglia di NON superare il 20% di farina di grano arso, soprattutto se si sceglie di comporre una miscela con aggiunta di uova.
Tendenzialmente, rispetto alla farina bianca tradizionale, quella di grano arso ha un maggior contenuto proteico (ma non è possibile stabilirne il gluten index, per i motivi esplicati sopra), un maggior contenuto in ceneri (sali minerali), un maggior contenuto in carboidrati semi-frammentati, un pH inferiore e meno acqua.

Fonte: my-personaltrainer.it

Farina di grano arso - per la foto si ringrazia

Farina di grano arso – per la foto si ringrazia

Gnocchi di patate viola

Gli gnocchi di patate viola al pesto sono un modo per sorprendere i vostri ospiti pur presentando in tavola un piatto estremamente tradizionale e semplice.

Dunque non vi resta che prendere nota e mettervi all’opera.

Ingredienti (dosi per 4 persone):

  • 1 kg. di patate viola di Agribisalta s.r.l.
  • 250 gr. di farina di tipo “2”
  • 1 tuorlo d’uovo
  • 1 pizzico di sale

Lavate per bene le patate e, senza sbucciarle, mettetele in una pentola con dell’acqua salata. Fatele cuocere per circa 35/40 minuti (verificatene la consistenza pungendole con una forchetta). Se usate la pentola a pressione, i tempi di cottura vanno all’incirca dimezzati.

Trascorso il tempo, scolate le patate, fatele intiepidire, poi sbucciatele ed infine schiacchiatele (usando un passaverdura oppure l’apposito schiacciapatate) su un piano di lavoro ben infarinato.

Provvedete ora a formare la classica “fontanella” quindi aggiungete la farina ed il tuorlo d’uovo.

Impastate a mano con cura gli ingredienti fin quando otterrete un composto soffice ma compatto.

A questo punto dividete l’impasto in tanti filoncini dello spessore di circa 2-3 cm cadauno ed iniziate a tagliare i vostri gnocchetti che riporrete da parte (su una superficie comunque infarinata) in modo che non vi siano d’ingombro.

Ripetete l’operazione fin quando non avete esaurito l’impasto a vostra disposizione. Se gradite, ora potete ornare i vostri gnocchi con le tipiche rigature facendoli scorrere singolarmente sui rebbi di una forchetta.

Lasciateli dunque riposare per circa 15 minuti prima di metterli in cottura.

Gnocchi di patate viola

Gnocchi di patate viola

Gnocchi di patate viola

Gnocchi di patate viola

http://www.agribisalta.it/

Gnocchi di patate viola

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