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Archive for febbraio, 2015

A Cuneo, oggi, più nuvole che sole….buon sabato a tutti!

Kazuki Yamamoto

Kazuki Yamamoto

28 febbraio

Oggi si commemora San Romano di Condat, abate.

I primi contatti del monachesimo orientale col mondo latino furono propiziati dai frequenti esili ai quali venne condannato S. Atanasio. E’ nel secolo IV infatti che prese il via il monachesimo occidentale, destinato a produrre effetti di spirituale perfezione e di civile progresso.
Basti ricordare S. Benedetto. Il primo monastero in Gallia sorse nel 371 per opera di S. Martino di Tours: poi si ebbe una improvvisa fioritura di abbazie, in una delle quali, ad Ainay, presso Lione, troviamo all’inizio del V secolo il monaco Romano.
Non contento della pur rigida regola che vigeva nel suo monastero, col permesso dell’abate, munito di un testo della Sacra Scrittura e con gli attrezzi da lavoro sulle spalle, egli si inoltrò tra le inesplorate montagne del Giura. Di lui si persero poi le tracce, ma ciò non impedì che qualche anno dopo suo fratello Lupicino, rimasto vedovo, ne scoprisse il romitaggio e si aggregasse a lui, attirando dietro di sé altri uomini. Romano e Lupicino fecero spazio ai nuovi venuti, erigendo un primo grande monastero a Condat e un secondo a Leuconne. Poi li raggiunse anche una loro sorella, per la quale eressero un terzo monastero, poco lontano, in località detta La Beaume. I due fratelli condividevano in perfetta armonia il governo delle nuove comunità. I loro temperamenti, diametralmente opposti, si completavano a vicenda: Romano era uno spirito tollerante, incline alla comprensione e alla magnanimità; Lupicino era austero, intransigente con la regola, della quale pretendeva l’assoluta osservanza. Così, dopo un raccolto eccezionale, avendo i monaci scordato le rigide norme dell’astinenza, Lupicino fece gettare le provviste nel torrente e ordinò che a mensa venisse servita soltanto una minestra d’orzo. Dodici monaci non ressero a tanta austerità e abbandonarono il convento: fu Romano a correr loro dietro e ad implorarli con le lacrime agli occhi di far ritorno all’ovile.
La sua bontà trionfò anche in questa occasione. Più tardi, durante un pellegrinaggio alla tomba di S. Maurizio a Ginevra, compiuto in compagnia di un suo monaco, S. Pallade, avendo trovato riparo per la notte nella capanna dove si celavano due poveri lebbrosi, Romano non esitò ad abbracciarli. Il mattino dopo quei due relitti umani constatarono di essere completamente guariti e corsero in città a raccontare l’accaduto. Altri prodigi si verificarono durante quel pellegrinaggio. Poi il dolce e piissimo Romano tornò definitivamente alla solitudine di Condat dove precedette il fratello e la sorella nella tomba, nel 463. Era nato verso il 390.

Fonte: Piero Bargellini su Santi e Beati

Si festeggiano inoltre:

  • Sant’Ilaro, papa
  • Sante Marana e Cira, vergini
  • Santi Martiti di Alessandria
San Romano di Condat - per la foto si ringrazia

San Romano di Condat – per la foto si ringrazia

Farfalle integrali pomodoro e basilico

Un primo piatto che racchiude semplicità, gusto e leggerezza.

Prendete nota e mettetevi all’opera.

Ingredienti (dosi per 4 persone):

  • 360 gr. di farfalle integrali (o una qualsivoglia pasta che meglio gradite)
  • su come preparare la salsa, cliccate qui
  • olio extravergine di oliva q.b.
  • formaggio grattugiato q.b.

Mettete un giusto quantitativo di salsa (su come prepararla, cliccate qui) in un capiente saltapasta. Se necessario, fatela scaldare unitamente ad un filo di olio extravergine d’oliva.

Nel frattempo lessate le farfalle integrali in abbondante acqua salata rispettando i tempi per una cottura al dente indicati sulla confezione.

Trascorso il tempo necessario, scolate la pasta quindi trasferitela direttamente nel saltapasta con il sugo quindi lasciate insaporire, a fuogo medio, per un paio di minuti mescolando con attenzione in modo che i sapori si coniughino alla perfezione.

A questo punto non vi resta che impiattare, spolverizzare con un poco di formaggio grattugiato e servire fumante ai vostri ospiti.

Semplicità e sapore, successo garantito.

Farfalle integrali pomodoro e basilico

Farfalle integrali pomodoro e basilico

 

 

Sale grigio di Bretagna

Dove viene Raccolto: raccolto secondo l’antico metodo celtico, questo sale viene prodotto a sud della Bretagna, sulla costa atlantica francese, in “labirinti”, ovvero costruzioni d’argilla lungo le coste dell’oceano. Questi si riempiono all’arrivo dell’alta marea, per poi risvuotarsi e lasciare sedimentato nel loro fondo la sostanza salina. Spetta poi ai “paludieri” raccogliere pazientemente il sale, di solito verso la fine del giorno, quando la magia della chimica (le complesse iterazioni luce-acqua salata) ha compiuto la sua magia.

Dal punto di vista nutrizionale il Sale Grigio di Bretagna, rispetto al sale marino tradizionale, è più ricco di sali minerali e più povero di sodio. Quello che veramente colpisce (e di cui ci si accorge immediatamente, a differenza delle sue proprietà organolettiche) è il sapore e la consistenza di questo sale.

Al palato si riescono distintamente a sentire i grani che si sciolgono sulla lingua. E già il fatto che si riesca a percepire  è una grande differenza rispetto al sale di uso comune, che si scioglie immediatamente sul cibo e lascia solo una traccia di sapore salato. Caratteristica unica di questo sale, il lieve ma marcato retrogusto di salsedine che lo rende adatto a tutti i piatti di pesce e a tutti quelli di carne bianca.

Il paragone fra queste due tipologie si nota meglio su piatti semplici. Provate con delle verdure o uova alla coque. Rimarrete stupiti e finalmente potrete realmente apprezzare una sostanza che prima non aveva per voi alcun interesse.

Il colore è dovuto ad una particolare tipologia di argilla che depositandosi sui fondali delle saline va a nutrire il sale e a donargli, assieme ai minerali , la caratteristica colorazione grigiastra.

Fonte: www.sale-salute-benessere.it

Sale grigio di Bretagna - per la foto si ringrazia

Sale grigio di Bretagna – per la foto si ringrazia

Vino Nobile di Montepulciano – D.O.C.G.

Zona di produzione e storia

Zona di produzione: comune di Montepulciano, tranne la parte bassa della Val di Chiana. I terreni sono di origine pliocenica ad un’ altitudine compresa fra i 250 e i 580 metri s.l.m..
La storia di Montepulciano (di origini etrusche) è da sempre intimamente legata alla fama delle sue vigne e del suo vino.
Fin dalle sue origini remotissime Montepulciano fonde con il vino la sua storia come testimonia una kylix (tazza da vino) rinvenuta nel 1868, insieme a numerosi oggetti in bronzo in una tomba etrusca nei pressi di Montepulciano.
Il documento più antico riferibile al vino di Montepulciano è del 789: il chierico Arnipert offre alla chiesa di San Silvestro o di San Salvatore a Lanciniano sull’Amiata, un pezzo di terra coltivata a vigna posta nel castello di Policiano. Fin dall’Alto Medioevo i vigneti di Mons Pulitianus producevano vini eccellenti e alla metà del 1500 Sante Lancerio, cantiniere di papa Paolo III Farnese, celebrava le qualità del vino prodotto a Montepulciano.
Nel XVII secolo, Francesco Redi, insigne non solo come medico e naturalista, ma anche come poeta, esalta, nel suo ditirambo “Bacco in Toscana” del 1685, con la bontà regale di tale vino.
All’inizio del 1900 il Vino Nobile di Montepulciano sembra qualcosa appartenente al passato. La maggior parte del vino prodotto è Chianti; modeste le quantità del Nobile. Negli anni sessanta si assiste al risveglio della vitivinicoltura indirizzata soprattutto verso la produzione di Vino Nobile piuttosto che del Chianti. Molte aziende riconvertono gli impianti vitati secondo le esigenze dettate dalla DOC (1966). Il riconoscimento come DOCG arriva nel 1980 e per il Vino Nobile di Montepulciano comincia una nuova vita.
Il Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano tutela e promuove, dal 1965, l’immagine dei vini del comune (oltre alla DOCG “Nobile”, anche le DOC Rosso di Montepulciano, Vin Santo, Chianti Colli Senesi e Bianco Vergine Val di Chiana), ne diffonde la conoscenza, attua programmi per il costante miglioramento della qualità, attiva ricerche sui vitigni, promuove iniziative per la più ampia diffusione dei prodotti e per la tutela della loro denominazione. Partecipa inoltre alla vita sociale del comune con iniziative per lo più di carattere culturale.

Vitigni – Grado alcolometrico minimo – Invecchiamento e qualifiche

Vitigni: Sangiovese (denominato a Montepulciano Prugnolo gentile): minimo 70%.
Può concorrere il Canaiolo nero fino ad un massimo del massimo 20%, possono inoltre concorrere fino ad un massimo del 20%, i vitigni raccomandati e/o autorizzati per la provincia di Siena purché la percentuale dei vitigni a bacca bianca non superi il 10%. Sono esclusi i vitigni aromatici ad eccezione della Malvasia del Chianti.
Titolo alcolometrico volumico totale minimo: 12,50% vol., per la tipologia “riserva” 13,00% vol.
Acidità totale minima: 4,5 g/l.
Estratto secco netto minimo: 23 g/l.
Invecchiamento: 2 anni (da 12 a 24 mesi in botti di legno), a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello della vendemmia.
Riserva: 3 anni sempre a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello della vendemmia.

Caratteristiche organolettiche

Il Vino Nobile di Montepulciano è un prodotto non “di serie” (anzi, di quantità ridotta) e di altissima qualità che nel suo gusto, nei suoi aromi, nei suoi colori riesce a sintetizzare la storia, la cultura, l’intelligenza di una comunità che vi si dedica con passione ed impegno.
Colore: rubino tendente al granato con l’invecchiamento.
Odore: profumo intenso, etereo, caratteristico.
Sapore: asciutto, equilibrato e persistente, con possibile sentore di legno.

Abbinamenti e temperatura di servizio

Vino speciale per arrosti di carni bianche e pollame nobile. Si serve ad una temperatura di 18° – 20°C, stappando la bottiglia due ore prima.

Fonte: Agraria.org

Per saperne di più:

Vino Nobile di Montepulciano D.O.C.G. - per la foto si ringrazia

Vino Nobile di Montepulciano D.O.C.G. – per la foto si ringrazia

Vino Nobile di Montepulciano D.O.C.G.

Vino Nobile di Montepulciano D.O.C.G.

Marrone del Mugello – I.G.P.

Zona di produzione

I territori comunali dei seguenti Comuni in provincia di Firenze: Borgo S. Lorenzo (Parte), Dicomano (Per intero), Firenzuola (Parte), Londa (Parte), Marradi (Per intero), Palazzuolo Sul Senio (Per intero), Rufina (Parte), S. Godenzo (Parte), Scarperia (Parte) e Vicchio Mugello (Parte).

Caratteristiche

Il marrone del Mugello fresco in guscio è caratterizzato da una pezzatura medio-grossa (non più di 80 frutti/Kg), forma prevalentemente ellissoidale, apice poco pronunciato con presenza di tomento, di norma una faccia laterale tendenzialmente piatta e l’altra marcatamente convessa, la cicatrice alla base è di forma rettangolare generalmente piatta e di colore più chiaro rispetto al pericarpo. Il pericarpo, che è facilmente distaccabile dall’episperma, è sottile, di colore bruno rossiccio con striature scure in senso meridiano in numero variabile da 25 a 30. Il seme, di norma uno per frutto, si presenta di polpa bianca, croccante e di gradevole sapore dolce con superficie quasi priva di solcature. La qualità e la notorietà raggiunge il massimo con il “Marron Buono di Marradi”, molto apprezzate anche le varietà italiane: Carpinese, Fragonese, Cecio, Montanina e Reggiolana.

Disciplinare di produzione – Marrone di Mugello IGP

Articolo 1.
La Indicazione Geografica Protetta “Marrone del Mugello” è riservata ai frutti che rispondano alle condizioni ed ai requisiti stabiliti nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
La zona di produzione del “Marrone del Mugello” è costituita dalla parte di territorio della Provincia di Firenze individuato come segue:
– Comune di Borgo S. Lorenzo Parte
– Comune di Dicomano Per intero
– Comune di Firenzuola Parte
– Comune di Londa Parte
– Comune di Marradi Per intero
– Comune di Palazzuolo Sul Senio Per intero
– Comune di Rufina Parte
– Comune di S. Godenzo Parte
– Comune di Scarperia Parte
– Comune di Vicchio Mugello Parte
Tale area in un unico corpo si estende per circa ha. 87.420.

Articolo 3.
Il “Marrone del Mugello” deriva da una serie di ecotipi correntemente indicati col nome della località e/o Comune di provenienza ma tutti riconducibili alla varietà Marrone Fiorentino che viene propagato per via agamica da molti secoli.
I frutti rispondenti alla denominazione “Marrone del Mugello” hanno in comune le seguenti caratteristiche:
– numero di frutti per riccio (o cardo) in nessun caso superiori a tre;
– pezzatura medio-grossa (non più di 80 frutti/Kg.), con tolleranza del 10% in più in caso di annate sfavorevoli;
– forma prevalentemente ellissoidale, apice poco pronunciato con presenza di tomento, terminante con residui stilari (torcia) anch’essi tomentosi: di norma una faccia laterale tendenzialmente piatta, l’altra marcamente convessa; cicatrice ilare (base) di forma sensibilmente rettangolare di dimensioni tali da non debordare sulle facce lateriali, generalmente piatta e di colore più chiaro del pericarpo;
– pericarpo sottile di colore bruno rossiccio con striature in senso meridiano, rilevate e più scure, in numero variabile da 25 a 30. Esso è facilmente distaccabile dall’episperma il quale si presenta di colore “camoscio” e poco invaginato;
– il seme, di norma uno per frutto, si presenta di polpa bianca, croccante e di gradevole sapore dolce con superficie quasi priva di solcature; molto limitati i frutti con seme diviso (settato).

Articolo 4.
I castagneti da frutto destinati alla produzione del “Marrone del Mugello” devono trovarsi in condizioni ambientali e devono essere condotti con tecniche colturali tali da conferire al prodotto le specifiche caratteristiche di qualità.
Sono da considerarsi idonei i castagneti ubicati da 300 a 900 metri s.l.m. su terreni aventi giacitura, esposizione, e caratteristiche pedologiche adatte.
La densità degli impianti, le forme di allevamento ed i sistemi di potatura e di raccolta nonché la propagazione, esclusivamente agamica, devono essere quelli generalmente usati in zona o, comunque, atti a non modificare le caratteristiche di tipicità dei frutti.
E’ vietata negli impianti in produzione ogni somministrazione di fertilizzanti e fitofarmaci di sintesi.
La resa produttiva è stabilita in un massimo di Kg. 15 di frutti per pianta ed in Kg. 1500 per ettaro. Anche in annate eccezionalmente favorevoli dovranno essere rispettati i massimali di produzione sopra riportati. Il numero di piante in produzione per ettaro non può superare le 120 unità nei vecchi impianti e le 160 unità nei nuovi impianti.

Articolo 5.
Le operazioni di cernita, di calibratura , di trattamento del prodotto con “cura” in acqua fredda e con la sterilizzazione e secondo le tecniche già acquisite dalla tradizione locale, nonché il confezionamento, devono essere effettuate sul territorio della Comunità Montana Zona “E” Alto Mugello Mugello Val di Sieve.
Ai locali idonei. Il prodotto fresco può essere immesso al consumo a partire dal 5 ottobre dell’anno fini della commercializzazione il prodotto può essere conservato, per graduarne la vendita, in di produzione.

Articolo 6.
Il “Marrone del Mugello” allo stato fresco, all’atto dell’immissione al consumo, deve rispondere alle seguenti caratteristiche:
– prodotto fresco senza alcun trattamento, o prodotto curato in acqua fredda per non più di otto giorni senza aggiunta di alcun additivo, o prodotto sterilizzato con bagno in acqua calda e successivo bagno in acqua fredda senza aggiunta di alcun additivo e secondo la corretta tecnica locale;
– prodotto selezionato e calibrato in diverse pezzature come previsto dal decreto ministeriale 10 luglio 1939, recante norme speciali tecniche per l’esportazione delle castagne. Le norme di cui trattasi si applicano sia per la commercializzazione del prodotto nell’ambito dei Paesi CEE che per l’esportazione verso i paesi terzi;
– prodotto confezionato di norma in sacchetti in rete di colore rosso nelle confezioni da Kg. 0,5, Kg.1, Kg.2, Kg. 3, Kg.5, Kg.10, ed in sacchetti di juta per le confezioni da 25 e 30 Kg.: confezioni di tipologia diversa dalle precedenti devono essere preventivamente approvate dal Comitato tecnico di cui all’art. 10, e dall’organismo di controllo di cui all’art. 10 del Reg. 2081/92. Ogni confezione deve recare un contrassegno con la scritta“Marrone del Mugello” I.G.P. Il contrassegno dovrà, inoltre, obbligatoriamente riportare i dati relativi alla pezzatura, al peso, all’annata di produzione, la data di confezionamento ed essere apposto all’esterno della confezione in modo da sigillarla.

Articolo 7.
Il “Marrone del Mugello” può essere commercializzato, oltre che allo stato fresco, come prodotto trasformato rispondente alle seguenti caratteristiche: – stato secco in guscio, sgusciato intero o sfarinato, ottenuto con la tecnica acquisita dalla tradizione locale mediante essiccazione in“metati” su graticci ed a fuoco lento e continuo alimentato esclusivamente da legna di castagno.
Per la trasformazione nelle diverse tipologie di prodotto allo stato secco devono essere utilizzati frutti freschi di pezzatura inferiore agli 80 frutti/Kg.. L’umidità contenuta nei frutti interi o sfarinati non deve superare il 15%; il prodotto deve essere immune da attacchi parassitari di qualsiasi natura; la resa in marroni secchi pelati non può superare la percentuale del 35% mentre la resa in marroni secchi in guscio non può superare il 65%; i marroni secchi sgusciati devono presentarsi interi, sani di colore paglierino chiaro e con non più del 10% di difetti (tracce di bacatura, deformazioni etc.). La resa massima in farina non può superare il 30% del prodotto fresco.
Il prodotto trasformato deve essere commercializzato in contenitori di materiale idoneo alla conservazione come previsto dalle leggi vigenti e rispondenti alle caratteristiche delle diverse tipologie di prodotto richiamate al primo comma.
Le confezioni possono essere di peso variabile in relazione alle richieste di mercato e devono recare un contrassegno con la scritta “Marrone del Mugello” I.G.P. Per il prodotto secco in guscio, è facoltativo procedere alla calibratura per la vendita al fine di ottenere pezzature migliori.
Ai fini della commercializzazione e della esportazione del prodotto secco si applicano le norme di cui al citato decreto ministeriale 10 luglio 1939.
Altri prodotti trasformati in cui il frutto rimane singolarmente individuabile ed ottenuti dal“Marrone del Mugello” potranno fare riferimento al prodotto di origine.
Per i marroni sotto sciroppo o sotto spirito è ammessa l’utilizzazione di frutti freschi aventi una pezzatura fino a 95 frutti/Kg.

Articolo 8.
Alla indicazione geografica protetta “Marrone del Mugello “ è vietata l’aggiunta di qualsiasi qualificazione diversa da quella prevista dal presente disciplinare, ivi compresi gli aggettivi“extra”, “superiore”, “fine”, “scelto”, “selezionato” e similari.
E’ vietato inoltre l’uso di indicazioni aventi significato laudativo ed atte a trarre in inganno il consumatore.
E’ consentito, sia per il prodotto fresco che per quello trasformato, l’uso al massimo di due indicazioni che facciano riferimento al comune, e/o località e/o azienda comprese nel territorio di cui all’art. 2 e dai quali effettivamente provengono i marroni con la indicazione geografica protetta.
E’ consentito naturalmente l’apposizione del nome e marchio di impresa.

Articolo 9.
I produttori che intendono porre in commercio il proprio prodotto con la indicazione geografica protetta “Marrone del Mugello” sono tenuti ad iscrivere i loro castagneti, la cui produzione sia costituita per almeno il 95% dalla varietà denominata di cui all’art. 3, in un apposito albo pubblico istituito presso la Comunità Montana Zona “E” con sede a Borgo S. Lorenzo, per il tramite del comune in cui ricadono i castagneti medesimi.
Nell’albo di cui al comma 1 devono essere indicati gli estremi atti ad individuare la ditta produttrice , gli estremi catastali desunti dagli estratti di mappa e di partita, le superfici a castagneto, la produzione massima per ettaro e per pianta di frutti, le località, l’età del castagneto, lo stato fitosanitario ed il numero delle piante.
Le domande di iscrizione dei castagneti all’albo devono essere presentate entro il 30 giugno dell’anno a decorrere dal quale si intende commercializzare il prodotto con la indicazione geografica protetta.
Entro la stessa data devono essere presentate le domande intese ad apportare eventuali modifiche alle iscrizioni stesse.

Articolo 10.
Un apposito comitato tecnico, istituito presso la Comunità Montana Zona “E”, è incaricato dell’esame delle domande di iscrizione e di modifiche all’albo. Detto comitato è presieduto dal Presidente della Comunità Montana o da un suo delegato ed è composto da due esperti tecnici nominati dalla Comunità Montana stessa e da due esperti designati dall’eventuale consorzio volontario dei produttori castanicoli incaricato della vigilanza o , in mancanza di questo, dalla Comunità Montana su proposta delle organizzazioni professionali di categoria maggiormente rappresentative nella zona.
Il comitato stesso, che sovraintende anche alla tenuta dell’albo, è tenuto ad effettuare annualmente sopralluoghi prima della raccolta nei castagneti iscritti all’albo per accertare la media di produzione di marroni e controllare la rispondenza delle denunce effettuate dai produttori.
Fintanto non venga designata un specifica struttura di controllo, la Comunità Montana avvalendosi di detto comitato potrà assumere in forma provvisoria e su disposizione dell’autorità competente, le funzioni di vigilanza per l’applicazione del presente disciplinare di produzione.

Articolo 11.
Le ditte produttrici aventi i castagneti iscritti all’albo che intendono commercializzare il proprio prodotto con la denominazione di origine sono tenuti a dichiarare alla Comunità Montana, per il tramite del comune competente per territorio, entro dieci giorni dalla fine della raccolta, la quantità di marroni prodotta e, nel caso che l’abbiano venduta in partite non confezionate secondo le modalità di cui all’art. 6, il nominativo e l’indirizzo dell’acquirente nonché il castagneto da cui deriva il prodotto.
La Comunità Montana, per il tramite del comune competente per territorio, rilascia al dichiarante ricevuta per il quantitativo denunciato.

Articolo 12.
Per il prodotto che verrà certificato si dovrà pagare un contributo di entità sufficiente a coprire i costi che l’Ente incontrerà nello svolgimento della sua attività di tutela: tale contributo sarà rapportato al quantitativo di marroni per il quale il produttore ha richiesto i contrassegni di indicazione geografica, e il suo prezzo verrà fissato di anno in anno.
La richiesta volta ad ottenere i contrassegni di cui sopra dovrà essere conforme con la dichiarazione presentata ai sensi degli artt. 9 e 11 e nei limiti delle quantità fissate dall’art. 4. Qualora il prodotto non venga confezionato in azienda, il produttore consegnerà al compratore apposita certificazione che dia diritto all’acquirente di ritirare contrassegni da inserirsi nelle confezioni.
La ditta acquirente è obbligata al rispetto di tutte le norme del presente disciplinare e soggetta ai relativi controlli.

Articolo 13.
La vigilanza per l’applicazione delle disposizioni del presente disciplinare di produzione è svolta dal Ministero delle Risorse Agricole, Alimentari e Forestali, il quale può avvalersi ai fini della vigilanza sulla produzione e sul commercio del marrone del Mugello di un consorzio tra i produttori conformemente a quanto stabilito dall’art. 10 del Regolamento CEE 2081/92.

Fonte: Agraria.org

Per saperne di più:

Marrone del Mugello I.G.P. - per la foto si ringrazia

Marrone del Mugello I.G.P. – per la foto si ringrazia

Marrone del Mugello I.G.P. - per la foto si ringrazia

Marrone del Mugello I.G.P. – per la foto si ringrazia

Susina di Dro – I.G.P.

Zona di produzione

Riconoscimento CE: 2011

Con la Denominazione di Origine Protetta «Susina di Dro» si tutela il frutto fresco della cultivar locale Prugna di Dro, comunemente detta Susina di Dro.
L’attenzione alle peculiarità di questo frutto in termini di contenuto in polifenoli e in zuccheri trova riscontro in studi pubblicati fin dal 1975. Questa raccolta di dati unita ad alcuni più recenti studi di caratterizzazione testimoniano quanto le proprietà della «Susina di Dro» siano da tempo concretamente riconosciute e tutt’ora confermate. La cultivar locale «Prugna di Dro» è stata selezionata nei secoli dalla sapienza agricola dei contadini della zona di produzione, che derivavano le nuove piantine prevalentemente da seme o pollone radicale, esercitando un continuo controllo ed una pressione di miglioramento genetico massale basata sull’osservazione dei caratteri fenotipici legati soprattutto alle caratteristiche produttive degli impianti e organolettiche dei frutti.

Caratteristiche

All’atto dell’immissione al consumo i frutti freschi devono essere interi, di aspetto fresco e sano, puliti, privi di sostanze ed odori estranei, di forma ovale, moderatamente allungata, con polpa compatta, ricoperti dalla caratteristica pruina biancastra. La «Susina di Dro» è una cultivar autoctona, di lunga tradizione, coltivata e stabilizzatasi geneticamente nel tempo nelle Valli del fiume Sarca. Il particolare pregio della DOP «Susina di Dro» è legato al suo contenuto in polifenoli i quali influenzano in modo determinante i caratteri organolettici, il colore ed il sapore del frutto e rivestono un grande interesse dal punto di vista farmacologico. I frutti sono caratterizzati anche dal contenuto minimo in zuccheri, determinante per la definizione del gusto dolce-acidulo tipico di questo ecotipo locale.

Disciplinare di produzione – Susina di Dro DOP

Articolo 1.
Denominazione.
La Denominazione di Origine Protetta “Susina di Dro” è riservata ai frutti freschi che rispondono alle condizioni e ai requisiti definiti nel presente disciplinare di produzione.

Articolo 2.
Descrizione del prodotto.
La Denominazione di Origine Protetta “Susina di Dro” designa il frutto fresco della cultivar locale Prugna di Dro (o Prugna Nera di Dro), comunemente detta Susina di Dro, coltivata nel territorio definito nel successivo articolo 3.
Caratteristiche del prodotto: all’atto dell’immissione al consumo i frutti freschi devono essere interi, di aspetto fresco e sano, puliti, privi di sostanze ed odori estranei, di forma ovale, moderatamente allungata, con polpa compatta, ricoperti dalla caratteristica pruina biancastra.
La colorazione tipica dei frutti freschi è:
– buccia di colore da rosso-violaceo a blu-viola scuro, con presenza di patina pruinosa, a volte con piccole superfici verdastre;
– polpa di colore giallo o verde-giallo.
Caratteristiche chimiche: Zuccheri – valore minimo alla raccolta 9.0 °Brix
Polifenoli – valore minimo 900 mg/Kg
Caratteristiche organolettiche: la DOP “Susina di Dro” si distingue per un delicato gusto dolceacidulo- aromatico e per la gradevole consistenza pastosa.

Articolo 3.
Zona di produzione.
La zona di produzione della DOP “Susina di Dro”, è situata nella Provincia Autonoma di Trento ed è corrispondente alla porzione di bacino idrografico del fiume Sarca per la parte ricadente nei seguenti comuni:
Arco, Bleggio Inferiore, Bleggio Superiore, Calavino, Cavedine, Fiavè, Dorsino, Drena, Dro, Lasino, Lomaso, Nago-Torbole, Padergnone, Riva del Garda, San Lorenzo in Banale, Stenico, Tenno, Terlago, Vezzano e Trento, quest’ultimo limitatamente alle frazioni di Cadine, Sopramonte, Sant’Anna, Vigolo Baselga e Baselga del Bondone.

Articolo 4.
Prova dell’origine.
Ogni fase del processo produttivo deve essere monitorata documentando per ognuna gli input e gli output. In questo modo, e attraverso l’iscrizione in appositi elenchi, gestiti dalla struttura di controllo, delle particelle catastali sulle quali avviene la coltivazione, dei produttori e dei condizionatori, nonché attraverso la denuncia tempestiva alla struttura di controllo dei quantitativi prodotti, è garantita la tracciabilità del prodotto. Tutte le persone, fisiche o giuridiche, iscritte nei relativi elenchi, saranno assoggettate al controllo da parte della struttura di controllo, secondo quanto disposto dal disciplinare di produzione e dal relativo piano di controllo.

Articolo 5.
Metodo di ottenimento.
Materiale di propagazione – Per i nuovi impianti il materiale di propagazione deve essere provvisto di certificazione CAC.
Forma di allevamento e densità d’impianto – Le forme di allevamento previste sono due: pieno vento e fusetto.
Per la produzione di DOP “Susina di Dro” non sono ammessi susineti con più di 2.500 piante per ettaro.
Gestione del suolo – Al fine di mantenere e accrescere la dotazione di sostanza organica, e di conseguenza la vitalità microbiologica dei terreni ed il necessario equilibrio nutrizionale, è obbligatorio l’inerbimento dei filari, mentre sono consentite le pratiche di diserbo lungo il filare.
Concimazione minerale, difesa fitosanitaria, irrigazione, verranno gestite secondo le tecniche tradizionalmente adottate nella zona di produzione.
Controllo della produzione – Le produzioni massime realizzabili nella zona di produzione non possono superare le 78 t/ha. Il controllo del carico produttivo viene eseguito attraverso una opportuna gestione delle operazioni di potatura, effettuate manualmente nel periodo compreso tra il primo ottobre e il trentun marzo.
La raccolta – La raccolta viene effettuata esclusivamente a mano nei mesi di luglio, agosto e settembre, rispettando la scalarità di maturazione tipica dei diversi microclimi vallivi e collinari e delle varietà.
Confezionamento – Le susine denominate DOP “Susina di Dro” devono essere confezionate nella zona di produzione per evitare deterioramenti dei frutti e ammuffimenti della massa, inoltre una rapida chiusura della filiera influisce positivamente sul mantenimento del caratteristico strato di pruina che ricopre i frutti.

Articolo 6.
Legame con l’ambiente.
Nella zona di produzione della DOP “Susina di Dro” questa coltivazione assume un’importanza fondamentale, paragonabile a quella della vite e del melo.
La cultivar locale “Prugna di Dro” è stata selezionata nei secoli dalla sapienza agricola dei contadini della zona di produzione, che derivavano le nuove piantine prevalentemente da seme o pollone radicale, esercitando un continuo controllo ed una pressione di miglioramento genetico massale basata sull’osservazione dei caratteri fenotipici legati soprattutto alle caratteristiche produttive degli impianti e organolettiche dei frutti.
Il particolare pregio della DOP “Susina di Dro” è da legare ad il suo contenuto in polifenoli che influenzano in modo determinante i caratteri organolettici, il colore ed il sapore del frutto e rivestono un grande interesse dal punto di vista farmacologico. Essi esercitano, innanzitutto, un’azione protettiva sui capillari sanguigni, favoriscono poi la secrezione dei succhi gastrici, incrementano il flusso della bile ed i movimenti intestinali, agiscono come antidepressivi.
L’elaborazione e l’accumulo di tali sostanze è fortemente correlato all’andamento climatico, soprattutto alla radiazione solare, che svolge un ruolo primario nel livello e nel ritmo di attività degli enzimi coinvolti nel metabolismo fenolico.
L’area di produzione della DOP “Susina di Dro” è caratterizzata infatti da un clima particolarmente favorevole, riconosciuto come assolutamente unico nell’arco alpino, legato all’azione mitigatrice del Lago di Garda, il più grande lago italiano. È inoltre caratterizzato da un significativo periodo di luminosità, generalmente 10 ore di luce per una media di 36000 secondi di insolazione totale accumulati (dato medio al 21/06 di ogni anno), legato alla pressoché costante limpidezza del cielo: sono le brezze regolari, in particolare quella denominata “Òra del Garda”, a garantire tale limpidezza oltre ad esercitare una benefica attenuazione delle temperature massime pomeridiane che, altrimenti, andrebbero a compromettere la componente fenolica del frutto.
Queste peculiarità climatiche si rivelano determinanti anche nella fase di svolgimento dei meccanismi fotosintetici che portano all’accumulo di carboidrati, e quindi degli zuccheri. Infatti, la frescura tipica degli ambienti alpini, esaltata nell’area di produzione dall’azione della brezza pomeridiana precedentemente citata, consente di mantenere costante durante il giorno la produzione di fotosintati che altrimenti verrebbe ad essere inibita dalle elevate temperature estive. Ugualmente favorevole risulta la relativa freschezza delle notti, che risentono del clima alpino condizionato dalla vicinanza di importanti massicci montuosi, che inibisce i fenomeni respiratori, negativi ai fini dell’accumulo di carboidrati, a beneficio del positivo bilancio energetico, espresso dal quantitativo finale degli zuccheri prodotti.
Il frutto presenta inoltre particolari caratteristiche di precocità, consistenza e di equilibrio complessivo di sapidità e appropriata durezza della polpa, caratteristiche sinergiche che fanno apprezzare l’unicità della DOP “Susina di Dro”, anch’esse legate al clima particolarmente favorevole. Sui particolari livelli di sapidità e consistenza della polpa influisce naturalmente anche la natura dei terreni che, di medio impasto tendente al sabbioso con lieve componente argillosa e leggermente alcalini, favoriscono particolarmente l’assorbimento di fosforo, potassio, calcio e magnesio. Altra caratteristica di particolare pregio è data dalla presenza della pruina, un’abbondante patina biancastra che ricopre la superficie del frutto, correlata invece alla relativa freschezza delle notti, che risentono del clima alpino condizionato dalla vicinanza di importanti massicci montuosi.
Nella zona di produzione della DOP “Susina di Dro” sono quindi particolarmente miti le stagioni invernali, così come le estati non presentano se non sporadicamente periodi di siccità ed eccessi termici: queste caratteristiche, che si aggiungono anche alla significativa luminosità giornaliera nonché a caratteristiche pedologiche di pregio, riconducibili geologicamente a formazioni sedimentarie marine, fanno di questo territorio un’oasi particolarmente felice per la coltivazione della susina e sono in grado di conferire alla stessa le caratteristiche tipiche relative alla composizione chimica, alla serbevolezza ed alla presenza della pruina.
L’area agricola di produzione della DOP “Susina di Dro” già nel 1284 era definita con la dicitura “di Dro” come punto di riferimento storico-agricolo nei 42 capitolati delle Carte di Regola del “Piano del Sarca”. Successivamente il Massarello, segretario del Concilio di Trento (1545-1563), scriveva in merito a “le pruna provenienti dal castello di Riva” e che la produzione di quella frutta “non è accidentale o fuor dell’usato, ma ogni anno sempre maturano a quest’epoca ciocchè parve a tutti cosa assai maravigliosa”. Anche Agostino Perini in “Statistica del Trentino” confermava nel 1852 la coltivazione de “le brugne nere” in quell’area.
La susinicoltura industriale decolla nel 1911 con la costituzione del Consorzio Cooperativo “Lega dei Contadini del Bacino Arcense”, che già alla sua nascita contava 650 soci. Nel 1941 il suo Consiglio di Amministrazione si impegnò in un costoso ampliamento dei magazzini e nella realizzazione di un moderno impianto di essiccazione della “Susina di Dro” che all’inizio degli anni ’60 arrivò a produrre 150 tonnellate di prugne secche. L’uso del nome è testimoniato dai libri contabili.
L’intera comunità della Valle del Sarca, da sempre sensibile alla valorizzazione della specificità qualitativa della DOP “Susina di Dro” si è attivata sul piano culturale in un contesto di sinergia turistico-territoriale-agroalimentare. Significative iniziative sono la “Settimana del Prugno Fiorito di Dro”, appuntamento ricorrente dall’inizio degli anni ’70, poi sfociato nella più moderna manifestazione agostana denominata “Dro: il tempo delle prugne”.
La maggior parte degli attuali 600 soci della Cooperativa Ortofrutticola Valli del Sarca – Garda Trentino, ove viene raccolta e commercializzata la DOP “Susina di Dro”, traggono da questa coltivazione un reddito integrativo rispetto ad altre produzioni agricole tipiche della zona o rispetto ad altre attività svolte anche al di fuori del contesto agricolo.

Articolo 7.
Controlli.
Il controllo sulla conformità del prodotto al disciplinare è svolto, da una struttura di controllo, conformemente a quanto stabilito dagli articoli 10 e 11 del Reg. (CE) n. 510/2006. Tale struttura è l’Autorità pubblica designata Camera di Commercio, Industria Artigianato e Agricoltura di Trento– Via Calepina n. 13 – 38100 Trento – Tel.: +39-0461-887101, Fax: +39-0461-239853, e-mail: osservatorio@palazzoroccabruna.it.

Articolo 8.
Etichettatura.
Etichettatura – Sulle confezioni di vendita del prodotto dovrà apparire la dicitura DOP “Susina di Dro” (font arial) e vi comparirà il logo come di seguito descritto. Si tratta di una susina stilizzata colorata con pantone 2617 (viola), completa di foglie, colorate con pantone 376 (verde), e con le scritte, in colore bianco con font arial, “SUSINA DI DRO DOP” al centro della susina e“DENOMINAZIONE D’ORIGINE PROTETTA” sul margine della stessa.
Logo:
Nella designazione è vietata l’aggiunta di qualsiasi indicazione di origine non espressamente prevista dal presente disciplinare o di indicazioni complementari che potrebbero trarre in inganno il consumatore.
La DOP “Susina di Dro” sarà confezionata conformemente alla normativa in vigore. Tutte le tipologie di confezione saranno chiuse attraverso un retino, un film od un coperchio.

Fonte: Agraria.org

Susina di Dro I.G.P. - per la foto si ringrazia

Susina di Dro I.G.P. – per la foto si ringrazia

Susina di Dro D.O.P. - per la foto si ringrazia

Susina di Dro D.O.P.

Il fine settimana è dietro l'angolo…tenete duro e passate un buon venerdì….

Kazuki Yamamoto

Kazuki Yamamoto

Il fine settimana è dietro l’angolo…tenete duro e passate un buon venerdì….

Kazuki Yamamoto

Kazuki Yamamoto

27 febbraio

Oggi si commemora San Gabriele dell’Addolorata, religioso.

Immaginiamo un giovane studente di quasi diciotto anni. Un ragazzo di famiglia agiata (suo padre era un alto funzionario dello Stato Pontificio), di buona intelligenza, di carattere esuberante, aperto a tutto il fascino che la vita può offrire. Era un bel ragazzo, biondo di capelli, che teneva ben curati, di figura delicata e snella e di carnagione rosea.
Come tutti i giovani, ci teneva al proprio look: vestiva infatti bene (oggi si direbbe con abiti griffati), a volte anche in maniera raffinata. Ogni vestito lo portava in maniera signorile e distinta.
Era poi un ragazzo di buona compagnia, molto socievole, dalla battuta pronta e intelligente. Aveva anche recitato in qualche accademia, dove aveva incantato tutti con la sua voce dolce, maliosa ed evocatrice. Era ben consapevole di questo dono. Non amava certo la vita chiuso in casa, ma gli piaceva la natura, andare a caccia in allegra compagnia. Non disdegnava né le letture romanzesche, né il teatro e la danza (invidiava il fratello perché il padre gli aveva dato il permesso di… fumare). Aveva un debole per la musica come tanti giovani moderni.
Di carattere emotivo, sentimentale: era buono di cuore, facile a commuoversi davanti a spettacoli di miseria. Talvolta però bastava una minima scintilla per far nascere in lui reazioni di ribellioni e d’ira. Ma, a differenza di molti giovani dei nostri giorni, anche cristiani, non si vergognava affatto di andare in chiesa e di pregare. Ultimo particolare non trascurabile, anzi importante per dare il quadro completo del ragazzo: per un po’ di tempo non era rimasto insensibile ad un incipiente amore umano.
Abbiamo qui tutti gli ingredienti perché questo ragazzo faccia la sua strada nel mondo, approfittando di tutte le opportunità che la vita, agiata e fortunata, gli offrirà.
Invece questo giovane di diciotto anni andò in convento per diventare religioso passionista. Un taglio netto con gli interessi e abitudini, amicizie e progetti precedenti. Che cosa c’è stato all’origine di una tale “rivoluzione personale”?
Andiamo con ordine. Prima di diventare Gabriele dell’Addolorata il ragazzo si chiamava Francesco, Possenti di cognome. Era concittadino di Francesco e Chiara di Assisi. Nacque infatti in questa cittadina il 1° marzo del 1838, in una famiglia numerosa che suo padre Sante e la madre Agnese curavano e allevavano con amore. Il padre poi era un personaggio importante e facoltoso, un uomo in carriera quindi, ma che tuttavia si prese molto a cuore il compito dell’educazione civile e religiosa dei figli, preparandoli alla vita nei suoi aspetti belli e dolorosi. Anche Francesco conobbe ben presto la sofferenza.

“Tua mamma è lassù”

Quando si trovava già a Spoleto (per un nuovo incarico amministrativo del padre) alla tenera età di quattro anni perse la madre, morta a trentotto anni. Ogni volta che il piccolo cercava e invocava la presenza della mamma, gli rispondevano, puntando il dito verso il cielo, “Tua mamma è lassù”. Gli facevano lo stesso gesto quando gli parlavano della Madonna. E se chiedeva dove si trovasse la risposta era: “È lassù”. Francesco crebbe con il ricordo di queste due mamme, ambedue lassù, che vegliavano su di lui amorevolmente. Anche quando, in ginocchio, fin da piccolo recitava il Rosario accanto al padre, il pensiero correva nello stesso tempo alle sue due mamme in cielo. Così si comprende la grande e tenera devozione che Francesco avrà per la Vergine Maria. Nella sua camera poi aveva una statua della Madonna Addolorata nell’atto di sorreggere sulle ginocchia il suo Figlio Gesù morto. Francesco la contemplava a lungo, piangendo per i dolori della Madre davanti al Figlio. Questa “devozione” alle sofferenze della Madre di Gesù davanti a Gesù deposto dalla Croce, sono la spiegazione del nome che prese quando diventò religioso, a diciotto anni, nel 1856: Gabriele dell’Addolorata.
All’origine di questa conversione relativamente improvvisa vi sono due episodi significativi e importanti. Francesco aveva già perso oltre la madre anche due fratelli. Ma fu proprio la morte, a causa del colera, della sorella maggiore Maria Luisa (nel 1855) a scuotere profondamente il ragazzo, costringendolo a pensare ad una esistenza diversa da quella che aveva condotto fino a quel momento.
La perdita della sorella lo determina sempre più fortemente a prendere le distanze dalla vita di società e pensare più seriamente alla vita religiosa.
Si dice sempre che non dobbiamo aspettarci interventi diretti da parte di Dio per comunicarci la sua volontà ed il suo progetto su di noi. Dio ama parlare non in prima Persona ma attraverso le cause seconde, come possono essere gli avvenimenti, belli o brutti, piacevoli o dolorosi. Per Francesco questo lutto familiare grave era già stato un messaggio che lo aveva fatto riflettere sulla propria strada. Ma c’è stato anche qualcosa di soprannaturale, di diretto, una comunicazione in prima persona per Francesco. Da parte della Madonna.
Era il 22 agosto 1856. A Spoleto si celebrava una grande processione per solennizzare l’ultimo giorno dell’ottava dell’Assunzione. Anche Francesco era presente, anche lui inginocchiato tra la folla attende il passaggio della Madonna. Lei arriva, e sembra cercare tra la folla qualcuno. L’ha trovato e l’ha guardato. “Appena toccato da quello sguardo, scaturisce dal profondo del suo cuore un fuoco che divampa dolcissimo e inestinguibile. Ogni altro affetto, provato prima, è insipidità a paragone di quella forza d’amore da cui ora è tutto posseduto. Intanto ode distintamente una voce che lo chiama per nome e gli dice: «Francesco che stai a fare nel mondo? Tu non sei fatto per il mondo. Segui la tua vocazione». (Card. Giovanni Colombo)”. Fu la svolta radicale. La conversione alla santità.

Francesco diventa Gabriele di Maria Addolorata

Poco dopo, con il parere favorevole del confessore e contrario di suo padre (che lo aveva già come collaboratore nel suo lavoro amministrativo e non voleva rinunciare al suo aiuto) entrò nel noviziato dei Passionisti, presso Loreto. Sceglie il nome di Gabriele di Maria Addolorata. “Francesco sente di aver scelto finalmente la via giusta: «Davvero la mia vita è piena di contentezza» scrisse al padre, in attesa di un sano ripensamento e del ritorno a casa. «O papà mio, credete ad un figlio che vi parla col cuore sulle labbra: non baratterei un quarto d’ora di stare dinanzi alla nostra consolatrice e speranza nostra Maria Santissima, con un anno e quanto tempo volete, tra gli spettacoli e divertimenti del mondo». La vita religiosa non lo spaventò. «Il giovane diciottenne si adatta infatti con entusiasmo alla rigida regola della Congregazione, inaugura una vita di austera penitenza e mortificazione e segue con attenzione la formazione spirituale incentrata sull’assidua meditazione della passione di Cristo»” (F. De Palma).
Nel 1859 Gabriele e i suoi compagni si trasferiscono a Isola del Gran Sasso, in Abruzzo per continuare gli studi in vista del sacerdozio. Intensifica le sue pratiche di mortificazione e di autorinuncia a beneficio degli altri (poveri o compagni), approfondisce la spiritualità mariana, aggiungendo anche il voto personale di diffondere la devozione all’Addolorata.
La sua salute però si andava deteriorando, sia per la sua costituzione fisica fragile, sia per la vita rigida della comunità, sia per le sue privazioni volontarie supplementari. La tubercolosi polmonare lo condurrà alla morte, nel 1862, a soli 24 anni. Prima di morire chiese al suo confessore di distruggere il diario in cui aveva scritto le grazie ricevute dalla Madonna. Temeva infatti che il diavolo se ne potesse servire per tentarlo di vanagloria negli ultimi momenti del combattimento finale. Il confessore obbedì a questa sua ultima richiesta di umiltà. Gabriele lo ringraziò, ma noi abbiamo perso un prezioso documento di vita spirituale.
Sappiamo che da sempre i giovani nella loro crescita verso la maturità hanno bisogno di esempi e di modelli di identificazione. Spesso però questi modelli sono banali e superficiali, legati all’effimero, talvolta addirittura negativi, risultando invece che costruttivi distruttivi per la loro formazione. Oggi come ieri. Era così anche nel secolo scorso, ai tempi di Gabriele dell’Addolorata. Proprio per offrire un modello giovanile di santità coraggiosa e profonda sia la Congregazione dei Passionisti sia la Chiesa Cattolica accelerarono il processo di canonizzazione del giovane abruzzese. Non ultimo a spingere questo movimento fu la devozione dei fedeli nei confronti del loro conterraneo. L’intero iter fu abbastanza rapido. Gabriele fu dichiarato santo, e quindi proposto alla venerazione ed imitazione di tutti i fedeli ma specialmente dei giovani, il 13 maggio 1920 dal Papa Benedetto XV. Pochi anni dopo, nel 1926, Pio XI lo dichiarò Patrono della Gioventù Cattolica italiana.
Il ricordo di questo santo morto a soli 24 anni è molto vivo specialmente in Abruzzo, nel Santuario di Isola, che è meta di pellegrinaggio di centinaia di migliaia di giovani ogni anno. Questi ragazzi vedono in Gabriele un santo ancora oggi valido e moderno, un aiuto alla loro crescita umana e spirituale. Da ricordare e da imitare.

Fonte: Mario Scudu su Santi e Beati

Oggi si festeggiano inoltre:

  • San Leandro di Siviglia, vescovo
  • San Besa, martire
  • San Giuliano di Alessandria, martire
  • Sant’Onorina, martire
San Gabriele dell'Addolorata - per al foto si ringrazia

San Gabriele dell’Addolorata – per al foto si ringrazia

 

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