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Archive for novembre, 2014

Dice il saggio….

Ridere è liberatorio, afrodisiaco, spiazzante, esaltante, piacevole ed intelligente. Ed è pure gratis.

Jacopo Fo - per la foto si ringrazia

Jacopo Fo – per la foto si ringrazia

30 novembre 2014

Oggi si commemora Sant’Andrea, apostolo (I domenica di avvento)

Tra gli apostoli è il primo che incontriamo nei Vangeli: il pescatore Andrea, nato a Bethsaida di Galilea, fratello di Simon Pietro. Il Vangelo di Giovanni (cap. 1) ce lo mostra con un amico mentre segue la predicazione del Battista; il quale, vedendo passare Gesù da lui battezzato il giorno prima, esclama: “Ecco l’agnello di Dio!”. Parole che immediatamente spingono Andrea e il suo amico verso Gesù: lo raggiungono, gli parlano e Andrea corre poi a informare il fratello: “Abbiamo trovato il Messia!”. Poco dopo, ecco pure Simone davanti a Gesù; il quale “fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, figlio di Giovanni: ti chiamerai Cefa””. Questa è la presentazione. Poi viene la chiamata. I due fratelli sono tornati al loro lavoro di pescatori sul “mare di Galilea”: ma lasciano tutto di colpo quando arriva Gesù e dice: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini” (Matteo 4,18-20).
Troviamo poi Andrea nel gruppetto – con Pietro, Giacomo e Giovanni – che sul monte degli Ulivi, “in disparte”, interroga Gesù sui segni degli ultimi tempi: e la risposta è nota come il “discorso escatologico” del Signore, che insegna come ci si deve preparare alla venuta del Figlio dell’Uomo “con grande potenza e gloria” (Marco 13). Infine, il nome di Andrea compare nel primo capitolo degli Atti con quelli degli altri apostoli diretti a Gerusalemme dopo l’Ascensione.
E poi la Scrittura non dice altro di lui, mentre ne parlano alcuni testi apocrifi, ossia non canonici. Uno di questi, del II secolo, pubblicato nel 1740 da L.A. Muratori, afferma che Andrea ha incoraggiato Giovanni a scrivere il suo Vangelo. E un testo copto contiene questa benedizione di Gesù ad Andrea: “Tu sarai una colonna di luce nel mio regno, in Gerusalemme, la mia città prediletta. Amen”. Lo storico Eusebio di Cesarea (ca. 265-340) scrive che Andrea predica il Vangelo in Asia Minore e nella Russia meridionale. Poi, passato in Grecia, guida i cristiani di Patrasso. E qui subisce il martirio per crocifissione: appeso con funi a testa in giù, secondo una tradizione, a una croce in forma di X; quella detta poi “croce di Sant’Andrea”. Questo accade intorno all’anno 60, un 30 novembre.
Nel 357 i suoi resti vengono portati a Costantinopoli; ma il capo, tranne un frammento, resta a Patrasso. Nel 1206, durante l’occupazione di Costantinopoli (quarta crociata) il legato pontificio cardinale Capuano, di Amalfi, trasferisce quelle reliquie in Italia. E nel 1208 gli amalfitani le accolgono solennemente nella cripta del loro Duomo. Quando nel 1460 i Turchi invadono la Grecia, il capo dell’Apostolo viene portato da Patrasso a Roma, dove sarà custodito in San Pietro per cinque secoli. Ossia fino a quando il papa Paolo VI, nel 1964, farà restituire la reliquia alla Chiesa di Patrasso. (fonte Domenico Agasso – Famiglia Cristiana)

Si festeggiano inoltre:

  • Sant’Everardo, monaco
  • San Tutwal, adate e vescovo
  • San Cuthberto Mayne
  • San Giuseppe Marchand
  • San Taddeo, martire
  • San Mirocle, vescovo
Sant'Andrea apostolo

Sant’Andrea apostolo

 

30 novembre

Oggi si commemora Sant’Andrea, apostolo (I domenica di avvento)

Tra gli apostoli è il primo che incontriamo nei Vangeli: il pescatore Andrea, nato a Bethsaida di Galilea, fratello di Simon Pietro. Il Vangelo di Giovanni (cap. 1) ce lo mostra con un amico mentre segue la predicazione del Battista; il quale, vedendo passare Gesù da lui battezzato il giorno prima, esclama: “Ecco l’agnello di Dio!”. Parole che immediatamente spingono Andrea e il suo amico verso Gesù: lo raggiungono, gli parlano e Andrea corre poi a informare il fratello: “Abbiamo trovato il Messia!”. Poco dopo, ecco pure Simone davanti a Gesù; il quale “fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, figlio di Giovanni: ti chiamerai Cefa””. Questa è la presentazione. Poi viene la chiamata. I due fratelli sono tornati al loro lavoro di pescatori sul “mare di Galilea”: ma lasciano tutto di colpo quando arriva Gesù e dice: “Seguitemi, vi farò pescatori di uomini” (Matteo 4,18-20).
Troviamo poi Andrea nel gruppetto – con Pietro, Giacomo e Giovanni – che sul monte degli Ulivi, “in disparte”, interroga Gesù sui segni degli ultimi tempi: e la risposta è nota come il “discorso escatologico” del Signore, che insegna come ci si deve preparare alla venuta del Figlio dell’Uomo “con grande potenza e gloria” (Marco 13). Infine, il nome di Andrea compare nel primo capitolo degli Atti con quelli degli altri apostoli diretti a Gerusalemme dopo l’Ascensione.
E poi la Scrittura non dice altro di lui, mentre ne parlano alcuni testi apocrifi, ossia non canonici. Uno di questi, del II secolo, pubblicato nel 1740 da L.A. Muratori, afferma che Andrea ha incoraggiato Giovanni a scrivere il suo Vangelo. E un testo copto contiene questa benedizione di Gesù ad Andrea: “Tu sarai una colonna di luce nel mio regno, in Gerusalemme, la mia città prediletta. Amen”. Lo storico Eusebio di Cesarea (ca. 265-340) scrive che Andrea predica il Vangelo in Asia Minore e nella Russia meridionale. Poi, passato in Grecia, guida i cristiani di Patrasso. E qui subisce il martirio per crocifissione: appeso con funi a testa in giù, secondo una tradizione, a una croce in forma di X; quella detta poi “croce di Sant’Andrea”. Questo accade intorno all’anno 60, un 30 novembre.
Nel 357 i suoi resti vengono portati a Costantinopoli; ma il capo, tranne un frammento, resta a Patrasso. Nel 1206, durante l’occupazione di Costantinopoli (quarta crociata) il legato pontificio cardinale Capuano, di Amalfi, trasferisce quelle reliquie in Italia. E nel 1208 gli amalfitani le accolgono solennemente nella cripta del loro Duomo. Quando nel 1460 i Turchi invadono la Grecia, il capo dell’Apostolo viene portato da Patrasso a Roma, dove sarà custodito in San Pietro per cinque secoli. Ossia fino a quando il papa Paolo VI, nel 1964, farà restituire la reliquia alla Chiesa di Patrasso. (fonte Domenico Agasso – Famiglia Cristiana)

Si festeggiano inoltre:

  • Sant’Everardo, monaco
  • San Tutwal, adate e vescovo
  • San Cuthberto Mayne
  • San Giuseppe Marchand
  • San Taddeo, martire
  • San Mirocle, vescovo
Sant'Andrea apostolo

Sant’Andrea apostolo

 

Sedano nero di Trevi

Il SEDANO NERO DI TREVI , (Apium graveolens), in dialetto umbro Sellero o Selleru, si semina in semenzaio in Aprile, trapianto in pieno campo nei mesi di Maggio e Giugno.
Cure colturali, sarchiature manuali ed irrigazioni periodiche. Interramento e incartatura del prodotto, con polietilene nero dalla seconda decade di Settembre . La raccolta si effettua da metà Ottobre sino a Dicembre inoltrato.
Seguono le fasi di pulitura e lavaggio. La vendita avviene di norma direttamente “dal campo al mercato”.
Il sedano coltivato deriva da quello selvatico, il cui uso si trova documentato fin dal V secolo a.C., ma l’impiego domestico dovrebbe essere più recente, di epoca medievale. La pianta ha caratteristiche diuretiche e digestive ed è ricca di sali minerali e vitamine (C, PP,E, ecc.).
In un’area ristretta (le Canapine) nelle vicinanze del Clitunno, viene coltivata una varietà di sedano (“la nera”) fin dal XVII secolo, periodo in cui, grazie all’opera del Cardinale Ludovico Valenti, Vescovo di Rimini, si realizzarono le opere di bonifica del Clitunno, zona fino allora paludosa.
Ciò permise lo sviluppo dell’agricoltura e il diffondersi della coltivazione del sedano nero, che divenne famoso nei mercati di tutt’Italia, così come l’olio extravergine delle colline circostanti.

Nella tradizione rituale del luogo, si vuole che la messa a dimora dei piccolissimi semi neri di sedano avvenga nel giorno della vigilia della Pasqua e si lascino germogliare fino a quando la pianta non raggiunge l’altezza di trenta centimetri.
Da questo momento e con estrema cura si effettua un progressivo rincalzo (ancora oggi per gran parte manuale) che permette di avere nel periodo di settembre-ottobre larghe coste dal colore e profumo intenso, ideale per pinzimoni da degustare in ottobre in occasione della sagra paesana, che fin dal 1965 mira alla promozione socio-economica e culturale della zona. (fonte Prodotti tipici Regione Umbria)

Sedano nero di Trevi - per la foto si ringrazia

Sedano nero di Trevi – per la foto si ringrazia

Dice il saggio….

Le persone viaggiano per stupirsi delle montagne, dei fiumi, delle stelle e passano accanto a sé stesse senza meravigliarsi.

Sant'Agostino

Sant’Agostino

29 novembre

Oggi si commemora San Saturnino di Tolosa, vescovo e martire.

Saturnino, vescovo di Tolosa, è uno dei santi più popolari in Francia e in Spagna, dov’è considerato protettore delle corride. La Passio Saturnini è oltretutto un documento molto importante per la conoscenza dell’antica Chiesa della Gallia. Secondo l’autore della Passio, che scrisse tra il 430 e il 450, Saturnino fissò la sua sede a Tolosa nel 250, sotto il consolato di Decio e Grato. In quell’epoca, riferisce l’autore, in Gallia esistevano poche comunità cristiane, composte di un esiguo numero di fedeli, mentre i templi pagani rigurgitavano di folle che sacrificavano agli dei. Saturnino, arrivato da poco a Tolosa, probabilmente dall’Africa (il nome è infatti africano) o dall’Oriente, come si legge sul Missale Gothicum, aveva già raccolto i primi frutti della sua predicazione, guadagnando alla fede in Cristo un buon numero di cittadini. Il santo vescovo, per raggiungere un piccolo oratorio di sua proprietà, passava tutte le mattine davanti al Campidoglio, cioè al principale tempio pagano, dedicato a Giove Capitolino, dove i sacerdoti pagani offrivano in sacrificio al dio pagano un toro per averne i responsi chiesti dai fedeli.
A quanto pare la presenza di Saturnino rendeva muti gli dei e di ciò i sacerdoti incolparono il vescovo cristiano, la cui irriverenza avrebbe urtato la suscettibilità delle divinità pagane. Un giorno la folla circondò minacciosamente Saturnino e gli impose di sacrificare un toro sull’altare di Giove. Al rifiuto del vescovo di immolare l’animale, che poco dopo sarebbe stato lo strumento inconscio del suo martirio, e più ancora di fronte a quello che i pagani ritenevano un provocatorio oltraggio alla divinità, avendo affermato Saturnino di non aver paura dei fulmini di Giove, impotente perchè inesistente, gli inferociti astanti lo afferrarono e lo legarono al collo del toro, pungolando poi l’animale che fuggì infuriato giù per le scale del Campidoglio, trascinandosi dietro il vescovo. Saturnino, straziato nelle membra, morì poco dopo e il suo corpo venne abbandonato in mezzo alla strada, dove lo raccolsero due pietose donne, dandogli sepoltura “in una fossa molto profonda”. Su questa tomba un secolo dopo S. Ilario costruì una cappella in legno, che andò presto distrutta e si perdette per qualche tempo lo stesso ricordo, finchè nel secolo VI il duca Leunebaldo, rinvenute le reliquie del martire, vi fece edificare sul luogo la chiesa dedicata a S. Saturnino, in francese Saint Sernin-du-Taur, che nel Trecento assunse l’attuale nome di Notre-Dame du Taur.(fonte Piero Bargellini – Santi e Beati)

Si festeggiano inoltre:

  • Santa Illuminata, vergine
  • San Francesco Antonio Fasani, sacerdote
  • San Saturnino di Cartagine, martire
  • San Filomeno di Ancira, martire
  • San Giacomo di Osroena
  • San Fedele di Merida, vescovo
  • San Bernardo di Nazareth, vescovo
  • Santi Demetrio e Biagio di Veroli, martiri
San Saturnino di Tolosa

San Saturnino di Tolosa

Cisrà

La Cisrà è una zuppa tipica delle Laghe ed in particolar modo della zona di Dogliani i cui ingredienti principali sono i ceci e le trippe.

Di tradizione antichissima, pare che la Confraternita dei Battuti offrisse questo piatto caldo ai numerosi  viandanti e pellegrini che raggiungevano la cittadina per le funzioni religiose di “Ognissanti” e per approvvigionarsi all’ultimo mercato ortofrutticolo importante prima dell’incedere dell’inverno.

Questra tradizione, in voga almeno fino al XVII secolo, ha creato con il passare degli anni una fiera di livello nazionale che si svolge a Dogliani, il 2 novembre dove ancor oggi si può gustare questa saporitissima zuppa cucinata e servita dalla pro-loco secondo l’antica ricetta tradizionale.

Gli ingredienti che compongono questo primo piatto contadino sono le eccellenze che nell’antichità (ma ancora oggi) propone il territorio, ovvero i ceci, i porri, le zucche e le immancabili trippe.

Ora non vi resta che prendere appunti e mettervi all’opera.

Ingredienti (dosi per 4/6 persone):

  • 500 gr di trippa di vitello
  • 1 porro (meglio se di Cervere)
  • 1 cipolla bianca
  • 2 patate medie
  • 300 gr. di ceci secchi (eventualmente quelle precotti)
  • 2 carote
  • 5/6 foglie di cavolo verza
  • 2 gambi di sedano bianco
  • 1 pezzo di zucca
  • olio extravergine d’oliva q.b.
  • rosmarino q.b.
  • sale q.b.
  • pepe q.b.

Come prima cosa mettete i ceci secchi in ammollo la sera antecedente la preparazione della zuppa.

Al momento di cucinarli, scolateli quindi lavateli sotto abbondante getto di acqua fredda.

Pulite e lavate con cura tutte le verdure, quindi con l’aiuto di un coltello ed un tagliere, riducetele a tocchetti (porri e cipolle a rondelle, i cavoli a listarelle).

Procuratevi ora una pentola capiente, versatevi un corposo filo d’olio extravergine d’oliva, fatelo scaldare quindi unite d’apprima le cipolle, poi le patate, i porri e tutte le altre verdure tranne i ceci.

Lasciate rosolare per una decina di minuti a fuoco medio rimestando il tutto con cura e frequenza.

Trascorso il tempo, aggiungete la trippa (precedentemente tragliata a listarelle), i ceci ed il rosmarino.

Aggiungete poi l’acqua in modo da coprire il tutto, pizzicate di sale ed aggiustate di pepe.

A questo punto coperchiate la pentola, moderate la fiamma e lasciate cuocere per ALMENO tre ore, se poi avete tempo, anche quattro.

A cottura ultimata, impiattate la cisrà e presentatela fumante ai vostri ospiti (accompagnata, volendo, con dei crostini di pane).

Una vera delizia.

Consiglio: se volete rispettare in tutto e per tutto la tradizione, servite la zuppa in terrine monoporzione di coccio. La cisrà è ottima anche riscaldata il giorno dopo la preparazione.

 

Cisrà

Cisrà

Cisrà

Cisrà

Cisrà

Cisrà

Cisrà

Cisrà

Cisrà

Cisrà

Cisrà

Cisrà

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un sorso….di zuccheri….

“Dieta Personalizzata”  (Facebook) (website) ci ricorda….

Fagiolo di Cave

Il fagiolo di Cave (Phaseolus vulgaris) nella varietà “Verdino di Cave” e “Giallo di Cave” viene coltivato nei terreni irrigui della frazione di Cave (Foligno), costeggianti la sponda destra del fiume Topino.
Il totale della superficie potenzialmente interessata è di circa 100 ha.
E’ un fagiolo “da sgrano” di taglia medio/piccola (lunghezza mm 12/18, peso 0,5 gr. Ca), di forma ovoidale allungata. Nel tipo “Verdino” il colore varia dal verde chiaro (appena raccolto) all’avana chiaro (secco).
Nel tipo “Giallo” il colore oscilla tra il giallo/bruno e l’ocra chiaro. Oltre al sapore gradevole, peculiari caratteristiche sono l’elevata digeribilità e la facilità di cottura dovute alla sottigliezza della buccia. Tale qualità si deve al terreno, fertile e povero di calcare.
La semina avviene nei mesi di Maggio/Giugno (usualmente in successione a colture di grano/orzo), a mano (tecnica detta “a postarelle”con 4/5 fagioli su buche distanti circa 40 cm) o con seminatrice (1 fagiolo ogni 5/7 cm).
La coltivazione si caratterizza per l’assenza di trattamenti con concimi chimici, pesticidi o diserbanti.
La sarchiatura è meccanica. L’irrigazione è a solco.
La raccolta avviene in una sola volta, nei mesi di Agosto/Settembre, a baccelli secchi, mediante falciatura delle piante e seguente “battitura” in aia. Data le ridotte dimensioni degli appezzamenti talioperazioni vengono svolte in prevalenza manualmente.
L’essiccazione è ottenuta lasciando asciugare i fagioli in locali ampi e aerati.
La conservazione è possibile fino all’anno successivo alla raccolta, in barattoli di vetro o sacchetti di plastica, senza aggiunte di conservanti. (fonte Prodotti tipici Regione Umbria)

Fagiolo di cave - per la foto si ringrazia

Fagiolo di cave – per la foto si ringrazia

Jersey

Il jersey è un tipo di tessuto industriale, realizzato a telaio con trama ed ordito.

Può essere ottenuto da qualsiasi fibra tessile, le più usate risultano essere comunque la lana, il cotone e la viscosa. Come è facile intuire, proprio per questo motivo,va a costituire la gran parte dei prodotti della maglieria industriale.

Riguardo la pulitura, il tessuto jersey deve essere lavato in acqua tiepida e non va né strizzato né centrifugato.

Tessuto Jersey

Tessuto Jersey

 

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